Compagni, compagne, ragazzi e ragazze dell’Organización Popular Francisco Villa de Izquierda Independiente, diamo il benvenuto a tutti e tutte all’omaggio della nostra organizzazione al generale Francisco Villa, in occasione del 113° anniversario del codardo assassinio di cui fu vittima e dalla lotta intrapresa da quel giorno.
Oggi siamo prigionieri della storia e come allora abbiamo i nostri traditori, proprio come quelli del movimento nato dalla rivoluzione del 1910 che, dobbiamo sottolineare, non si trovavano sulle loro poltrone per aver partecipato alla lotta armata, ma per la loro amicizia intima o per essere seguaci postumi di qualche generale o di un loro alleato politico.
Ancora oggi, e nonostante tutto, rendiamo nuovamente con affetto, emozione e soprattutto con gratitudine, il nostro umile omaggio a uno dei più grandi combattenti della rivoluzione messicana, il generale Francisco Villa.
Il Mondiale in guerra tra crimine, capitale e violenza neocoloniale
Era il 22 Febbraio 2026, un pomeriggio che presto è diventato sera. Sui nostri cellulari rimbalzavano notizie e messaggi, soprattutto cercando di sapere se tuttx stessimo bene e se nessunx fosse in giro per le strade del Messico. In quella domenica, a Tapalpa in Jalisco, le forze armate messicane col supporto dell’intelligence statunitense eliminano “El Mencho”, leader del Cartello di Jalisco Nueva Generación, uno dei gruppi criminali narcotrafficanti più potenti, organizzati e moderni al mondo
A quel punto, con metà Messico bloccato dalla reazione del mondo del crimine organizzato e in preda ad una escalation di violenza fuori dall’ordinario, abbiamo iniziato a chiederci, in maniera del tutto spontanea, se non avesse senso prendere parola, raccontare in maniera organica e riassuntiva, fornire una lettura il più possibile integrale, come mai prima abbiamo provato a fare, del cosiddetto “narcotraffico” secondo le analisi che da molti anni il Nodo Solidale porta avanti. Un “modo di vedere la realtà” che non nasce da una lettura meramente teorica e distaccata del contesto messicano, ma bensì, e in primis, dal fatto che il collettivo e molte persone che lo compongono in Messico ci vivono, sognano, lottano, si organizzano, da moltissimi anni.
E poi abbiamo pensato, quest’anno c’è la Coppa del Mondo di calcio maschile, il Mondiale FIFA, l’evento sportivo più contradditorio e ingiusto per eccellenza, non ne parliamo se poi targato Trump e Infantino. Non ne parliamo se avviene durante questi anni di sterminio globale. Non ne parliamo, poi, se avviene in Messico. Dove centinaia di migliaia di persone sono state uccise e oltre 130.000 risultano “desaparecidas”. Dove da vent’anni si vive, e si soffre, una guerra, la cosiddetta “guerra al narcotraffico”.
E allora abbiamo detto: facciamo un podcast. E raccontiamo, al mondo da cui moltx di noi originalmente provengono, cioè l’Italia, cosa secondo noi significa questa guerra, quali sono le sue motivazioni politiche ed economiche, da quali attori è alimentata, come si svolge, perché non finisce, perché è importante che si sappia anche dall’altro lato dell’oceano. E soprattutto, rompiamo il silenzio e chiariamo una volta per tutto quelli che secondo noi sono i nodi centrali: no, non si riduce tutto al nemico pubblico del “narco” e no, non può esistere questa guerra senza una organicità strutturale tra Stato, capitalismo, criminalità organizzata e interessi geopolitici. Un podcast che racconta anche ciò che abbiamo più a cuore e ciò che più importante di tutto, cioè chi resiste a questa guerra: le comunità indigene, le autonomie popolari, le “madres buscadoras”, le donne e gli uomini che ogni giorno difendono la terra, la memoria e la dignità contro la violenza, l’ingiustizia e la brutalità.
Perché se il Messico è uno dei laboratori per eccellenza del “necrocapitalismo” e delle forme più brutali di accumulazione di capitale e di gestione della violenza da parte di Stato e crimine organizzato, è anche allo stesso tempo un incredibile laboratorio di resistenza. Dove la lotta per la vita, è la forma più alta per ribaltare il tavolo dello sfruttamento e del dominio.
Dedichiamo questo podcast a chi resiste ostinatamente, a chi non si perde d’animo, a chi trova la forza ogni maledetto giorno di non dargliela vinta, a chi guarda aldilà dell’ostacolo e della difficoltà, a chi sogna, a chi alza la voce e a chi non piega e non vende la propria dignità. In questa terra chiamata Messico ed in qualsiasi rinconcito di questo pianeta chiamato Terra. Per questo, lasciamo le ultime parole di questo podcast a Samir Flores Soberanes, compagno, contadino, indegna, comunicatore e sognatore, fondatore della radio comunitaria Radio Amiltzinko e oppositore del Proyecto Integral Morelos, assassinato vigliaccamente dal potere il 20 Febbraio 2019.
Vi chiediamo quindi di ascoltarci, di dedicarci il vostro tempo e la vostra attenzione. Perché in questo podcast c’è tanto di chi siamo, tanto di ciò che vogliamo combattere e tanto di ciò che vogliamo costruire. Grazie
Il podcast è diviso in sette microcapitoli, ma ve ne consigliamo l’ascolto integrale. Poteste ascoltarlo qui sul sito, su Internet Archive o su Youtube. È un lavoro frutto dell’amore, della lotta, dell’autogestione, della partecipazione collettiva e dell’entusiasmo. Vi chiediamo in anticipo scusa per errori e distrazioni. È un podcast diretto ad un pubblico italiano, che non vive e non attraversa abitualmente in Messico, quindi in qualche modo “divulgativo” e per forza di cose “semplificato”. Per chi avesse già una certa esperienza e grado di approfondimento su questi temi, bè se lo ascolti comunque perché pensiamo che ne valga la pena e un ripasso (o un altro punto di vista) non fa mai male. A chiunque, chiediamo di diffonderlo, riprodurlo, consigliarlo e farlo girare. Grazie
Mentre rimaniamo attent alle condizioni di salute del compagno Aristotelis Chantzis, abbiamo deciso di pubblicare il comunicato di vittoria della lunga e agguerrita lotta contro lo sgombero e riqualificazione del propriuo quartiere, occupato e autogestito, portata avanti dalla comunità di Prosfygika con il sostegno di tantissime e tantissimi solidali in tutta la Grecia e in tutto il mondo. Invitiamo chiunque a non abbassare la guardia sulle condizioni di salute del compagno Aristotelis e seguire gli aggiornamenti della lotta a partire dalla chiamata internazionale a partecipare alla resistenza del quartiere durante l’estate, e il tragitto delle “Brigate internazionaliste della vittoria”. Per aggiornamenti e info: https://saveprosfygika.gr/index.php/en/news/
Negli ultimi cinque mesi si è svolta una straordinaria lotta, una questione di vita o di morte, per la difesa di Prosfygika in Alexandras Avenue, Atene. Si è trattato di una lotta contro lo sgombero, lo sfollamento e la distruzione della più grande iniziativa autogestita per l’edilizia sociale, la solidarietà e il bene comune in Grecia e in tutta Europa. Gli aggressori sono stati un regime socialmente distruttivo e il governatore regionale N. Chardalias, con i loro piani di gentrificazione e promuovendo una politica di repressione contro i movimenti e la popolazione.
In prima linea in questa lotta, il compagno Aristotelis Chantzis (in sciopero della fame dal 5 febbraio 2026) e la compagna Suzon Doppagne (in sciopero della fame dal 1° maggio 2026) si sono volontariamente fatti carico di un pesante fardello.
Lo sport serio non ha nulla a che fare con il fair play. È legato all’odio, alla gelosia, alla vanagloria, al disprezzo di tutte le regole e al piacere sadico di assistere alla violenza: in altre parole, è la guerra senza spari.
George Orwell
I
L’epigrafe che apre questo testo è stata pubblicata da Eric Arthur Blair, nome di nascita dell’autore di alcuni dei romanzi e reportage più importanti del XX secolo, all’inizio di dicembre 1945. Succedeva a soli tre mesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, nello stesso anno in cui furono liberati i campi di concentramento e sterminio nazisti e lanciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. È stato scritto in occasione di una visita della squadra di calcio Dynamo Mosca in Inghilterra e, anche se non ha fatto esplicitamente riferimento alle componenti ideologiche di quella che sarebbe stata la Guerra Fredda, ha invece apportato una riflessione sui nazionalismi e su cosa significa affrontarli in uno sport d’insieme in cui viene rappresentata la popolazione di un paese nel suo complesso.
10 e 11 Giugno 2026, una cronaca in soggettiva delle proteste contro “el Mundial del Despojo”
Il 10 e 11 Giugno sono state le giornate di vigilia e inaugurazione, rispettivamente, del Mondiale 2026, ospitato in Messico, Stati Uniti e Canada. La partita inauguarale, Messico – Sud Africa, è toccata alla capitale messicana, magra consolazione di un evento sportivo che in realtà è svolto nella sua maggiorparte negli USA.
Sull’ingiustizia, le conseguenze, le contraddizioni profonde, i meccanismi di sfruttamento, impoverimento e gentrificazione ai danni delle classi popolari di Città del Messico (e non solo) di questo mega evento capitalista-estrattivista dai contorni sportivi, ne abbiamo già parlato qui. Altri contributi in italiano su questo tema si possono trovare qui, e in diverse dirette radiofoniche con radio indipendenti italiane.
In questo spazio vorremmo invece offrire, niente più che meno, un racconto totalmente soggettivo, parziale e militante del contenuto, conflitto e immaginario di lotta che è culminato, in alcune delle mobilitazioni avvenute a cavallo del 10 e 11 Giugno. Il perché? Perché sono state mobilitazioni relativamente partecipate, capillari ed eterogenee, ma soprattutto importanti perché hanno manifestato un conflitto esplicito, di diversa natura, non scontato né banale, data la potente la macchina propagandistica e la retorica portata avanti dal governo messicano e dal suo principale partito Morena, dai giornali mainstream e dal gigantesco apparato simbolico ed economico che probabilmente solo una organizzazione come la FIFA è capace di produrre.
Partiamo dalle giornate alla vigilia dell’inizio ufficiale del Mondiale. In generale, le mobilitazioni di questi giorni forse non avrebbero potuto avere la stessa potenza e copertura mediatica se non ci fosse stato, nelle settimane precedenti, la protesta della CNTE, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, corrente conflittuale e indipendente del Sindacato dei Lavoratori dell’Educazione, a fare da apripista. Ormai da quasi due settimane, la CNTE è in lotta per l’abrogazione della riforma pensionistica dell’ISSSTE del 2007 e della sua gestione attraverso enti finanziari privati, per il raddoppio dei salari di base, e più in generale contro la continuità delle politiche di welfare interno tra il governo Morena, che aveva promesso di abrogare la legge, e i suoi predecessori. In questo momento storico, e dentro il grande consenso verso il governo Morena, la CNTE rappresenta di fatto l’unica grande organizzazione di massa riconosciuta come tale che porta una critica da sinistra al governo morenista.
La CNTE ha occupato una parte del centro storico in presidio permanente, con decine di migliaia di militant*, e la scorsa settimana ci sono state manifestazioni duramente represse, quando docenti e maestre hanno provato a sfondare le barriere metalliche che da settimane ormai delimitano l’area attorno allo Zocalo, a difesa del FIFA Fan Fest (un’area adibita per gioire delle gesta calcistiche dove si accede solo con identificazione, tutta in mano alla FIFA e consumando rigorosamente prodotti ufficiali, escludendo le migliaia di venditrici informali che ogni giorno animano il centro storico di Città del Messico). Teste spaccate, persone svenute per terra in chiazze di sangue e un maestro che ha perso la vista a causa di un proiettile di gomma, questo il bilancio parziale di quelle giornate.
Senza trovare un accordo col governo, attraverso i tavoli di negoziazione che avvenivano praticamente ogni giorno, la CNTE ha portato avanti quotidianamente varie mobilitazioni, annunciando di bloccare l’aeroporto e la partita inaugurale del Mondiale. “Senza soluzione, il pallone non si muove”, questo lo slogan. In realtà poi, la grande marcia della CNTE nel giorno dell’inaugurazione che avrebbe dovuto bloccare tutto e gettare nel caos la città, che era un po’ il grande timore raccontato dai giornali, non c’è stata. Anzi, molte iniziative e racconti terroristici di proteste che avrebbero mandato in tilt la città e avrebbero distrutto la festa di milioni di messicani, sono stati creati ad hoc, anche con l’uso dell’AI per la creazione di locandine false, con lo zampino probabilmente di alcune organizzazioni e partiti di istanze destroidi.
Sempre nei giorni precedenti, 17 pullman che accompagnavano familiari dei 43 normalisti di Ayotzinapa scomparsi nel 2014 assieme ad altr* student*, sono stati detenut* all’ingresso di Città del Messico per ore con l’accusa di trasportare esplosivi artigianali, bloccando il loro tentativo di unirsi e appoggiare la lotta della CNTE e ad altri collettivi in protesta.
Da mesi, inoltre, collettivi, famiglie e madres buscadoras, in lotta per la ricerca delle loro persone care scomparse, in un dramma collettivo e politico che indica più di 134.000 persone scomparse in Messico, avevano annunciato grandi mobilitazioni nelle giornate a ridosso dell’inizio del mondiale. Come poter accettare passivamente che sotto gli stessi stadi dove si generano milioni di profitti e dove si festeggia il calcio, giacciono pezzi di corpi scomparsi nella complicità dello Stato e del crimine organizzato? “Mexico campeón de desaparición” è lo slogan portato avanti, con le magliette verdi di calcio con dietro stampato il numero +134mila. Questo è a grandi linee, il contesto con cui si arriva alla settimana del mondiale. A questi compagn* in lotta si aggiungono una marea di altri collettivi, gruppi e sigle. Student*, lavoratori e lavoratrici informali e commercianti, movimenti sociali dal basso e antigentrificazione, assemble anti-mundialiste e antiFIFA, collettivi di lavoratrici sessuali e dissidenze di genere, comitato degli abitanti di Santa Ursula Coapa dove sorge lo stadio Azteca, comunità indigene cittadine e rurali in lotta, collettivi pro-Palestina, organizzazioni contadine, sindacati dei trasporti, lavoratr* della salute. Oltre a molti altri gruppi spontanei e autonomi, senza una sigla o un gruppo definito di appartenenza. Una valanga abbastanza disordinata e caotica, di cui era impossibile avere una panoramica chiara e globale, di chiamate all’azione e punti di incontro, ma tutte unite da un unico slogan: l’11 Giugno, tutti allo Stadio Azteca. Questo mondiale, targato Infantino e Trump, con i biglietti più cari della sua storia, profitti potenziali per la FIFA da record, in un presente storico marcato da guerre, genocidi e distruzione, è inaccettabile. E lo è a maggior ragione per il Messico, paese che soffre una spirale di violenza infinita ai danni dei ceti più poveri ed emarginati, con il saldo medio giornaliero di con circa 50 morti violenti, 12 donne uccise e 40 persone scomparse. Una vera e propria guerra, silenziata e nascosta, contro la popolazione, che non è casuale ma ha delle ragioni ben precise di cui abbiamo raccontato molte volte (leggi qui).
Attorno allo stadio azteca quindi, è stata stabilita una sorte di enorme zona rossa, l’operativo ultima milla, ultimo miglio. Una zona di accesso limitato e trasporto speciale con identificazione e biglietto di accesso allo stadio, dove non posso accedere né auto né taxi normali, ma solamente trasporti privati per chi assisterà al mega spettacolo di inaugurazione, con biglietti che costano in media migliaia di dollari.
Le manifestazioni iniziano i giorni precedenti all’11 Giugno, con diversi blocchi, azioni simboliche, sabotaggi e azioni in giro per la città, ognuno a tema differente. I collettivi e movimenti sociali organizzano diverse partite di calcio popolare bloccando alcune arterie e strade. Le madres buscadoras assieme alla CNTE sono tra i più attivi, le prime affiggendo striscioni e grafiche in alcuni dei monumenti principali, i secondi proclamando un corteo per la mattina del 10 Giugno.
La prima grande mobilitazione è pero il la sera del 10 Giugno. Alle 19, è stata proclamata, tra le tante, una manifestazione e una “velada” (una veglia) da molti collettivi di madres buscadoras da tutto il Messico, lungo calzada de Tlalpan, un grande viale che dal centro arriva quasi direttamente allo Stadio Azteca. Dati gli scontri dei giorni precedenti e la militarizzazione soprattutto nella parte sud della città c’è un po’ di preoccupazione, e forse per questo all’inizio si è in poche persone. La partenza della marcia tarda, nell’attesa di gruppi di famiglie e collettivi di busqueda, anche perché i trasporti soffrono ritardi enormi e molte stazioni della metro e del tram sono chiuse. Poi piano piano, il corteo si raggruma e inizia a partire lungo la Calzada de Tlalpan. Come ogni volta che si marcia con i collettivi dei familiari di desaparecidos, le sensazioni sono forti. Il corteo alterna momenti di silenzio profondo ad altri di slogan e urla, contro il governo, contro il potere, contro il sistema responsabile di queste sparizioni, contro Morena e la presidenta Clauda Sheinbaum, traditrice rispetto ad un cambio di rotta promesso e mai atteso. Si urlano i numeri dei compagn* di Ayotzinapa scomparsi, i 43 student*. Si urla contro la polizia, braccio operante e responsabile, o quantomeno connivente, delle sparizioni. I numeri si ingrossano e il corteo procede tra lunghe fasi di stallo e momenti di camminata. Lo stomaco si contorce a vedere enormi striscioni con le facce dei figli e figlie sparite.
Si imbrattano muri, si affiggono centinaia e centinaia di fichas de busqueda, cioè di annunci di sparizioni, con le foto delle persone scomparse, spesso vestite e modificate da apparire con la “camiceta” verde della squadra messicana. Le facce sono piene di odio, rabbia, tristezza, lacrime, alcune silenti e altre urlanti, alcune sorridenti e molte altre tristi. Avere una persona cara sparita ti spacca la vita e l’unica consolazione è la possibilità di trasformare il dolore in lotta, di trovare altri e altre compagn* che in questa sofferenza, ma anche in questa comunità, ti accompagnano e ti supportano. Ci sono gruppi e collettivi di ricerca da molti stati, Jalisco, Guanajuato, Estado de Mexico, Chiapas, Oaxaca, Guerrero. E’ strano definire l’aria che si respira, un misto di tristezza mista ad un orgoglio e dignità profonda. Gli slogan non sono i classici di una lotta di classe contro il capitale e il potere, sono più personali e umani ma altrettanto densi di significati politici. Il traffico dall’altro lato della strada è paralizzato, e alcune persone salutano e supportano dalle finestre e dai palazzi.
Ad un certo punto si iniziano a vedere le luci blu e rosse della polizia e uno scintillio che sembra quasi un effetto ottico: sono le centinaia di caschi neri dei granaderos, le truppe antisommossa, che scintillano nella notte e bloccano la continuazione del grande corso verso lo stadio. Alcuni camion e macchine della polizia, oltre che un container, sono messi di traverso a chiudere ogni accesso possibile. Il corteo si avvicina e le persone, ma soprattutto le madres buscadoras, iniziano ad arrampicarsi sui camion e sulle macchine della polizia, a urlare e a esporre i loro striscioni con i volti dei lori cari, scomparsi da pochi mesi o da decine di anni. La polizia è in assetto antisommossa ma non c’è un atteggiamento direttamente violento o un attacco, sanno che non possono permettersi di reprimere in maniera così evidente questa manifestazione. Lo scontro simbolico è fortissimo: da un lato i corpi neri e rigidi delle forze del potere, e dall’altro i corpi contorti dalle lacrime, dalla rabbia e dal dolore. Alcune madri iniziano a saltare sulle macchine della polizia, a fottersene altamente dei richiami alla calma degli osservatori dei derechos umanos, forze di interposizione con le magliette bianche al soldo del governo convocate per vigilare apparentemente su eventuali maltrattamenti. La situazione permane così per diverso tempo, con alcuni gruppi di madres che si riuniscono per cantare, altre per leggere dei comunicati, altre occupano la strada organizzando una partitella di calcio, altre cercano di passare dall’altra parte della strada per bloccare un ponte pedonale ma vengono bloccate dalla polizia. La manifestazione inizia a diluire e scemare, rimangono diversi gruppi in presidio e quello che domani sarà l’accesso principale allo stadio per turisti, giornalisti e persone che si possono permettere il prezzo folle di accesso alla partita inaugurale per vedere Shakira e i potenti del mondo, nonché tutta la pletora politica di miliardari e politici messicani, è tappezzato di scritte contro uno stato genocida e corrotto, contro il mondiale dello sfruttamento e della violenza, di locandine con i volti di chi da troppo tempo continua ad essere scomparso senza risposte. Il simbolo di questa notte, ridisegnato, non è più quello dell’aquila verde col pallone presente sulla maglia del’11 calciatori messicani, ma quello invece di una pala che si interra: è il tratto distintivo delle madres buscadoras, che si organizzano per cercare, letteralmente, a mani nude e con le pale i possibili resti dei corpi delle persone loro care. Si torna a casa così, con la sensazione di una ingiustizia profonda e di una lotta necessaria e fondamentale, in cui mettere le mani vuol dire mostrare il marcio dello stato repressivo, criminale e capitalista quale è il Messico.
Il giorno dopo, ci si alza presto. Il giorno dell’inizio del Mondiale, la città sembra sospesa e rarefatta, in un ambiente assolutamente anomalo considerando che la capitale messicana è normalmente un groviglio pressochè costante e magico di umanità disperata, traffico, rumore e caos in equilibrio precario di una bellezza struggente. È come se le strade emanassero a aria di festa, con moltissime persone con la camiceta verde messicana, ma allo stesso tempo quasi surreale, da non potersi vivere davvero, carica di tensione. Le università e le scuole sono state chiuse, le attività sospese, i lavori pubblici e istituzionali si svolgono da remoto, e ci sono inviti pubblici a non muoversi troppo. La metro è semideserta e diverse stazioni sono state chiuse dove avvengono già i primi presidi e azioni di protesta. In alcune fermate, collettivi in protesta bloccano i tornelli di accesso rendendo gratuito il trasporto metropolitano. Tra i vari concentramenti, c’è quello del contigente studentesco che parte dall’UNAM, l’università pubblica più grande del latinoamerica, a sud della città. La città universitaria è serrata, quasi tutti gli accessi chiusi, le uniche persone sono le compagn* che vanno al corteo e qualche corridore mattiniero davvero volenteroso. Molti altri punti e concentramenti sono già attivi: la CNTE alla fine sta marciando per la Calzada di Tlalpan con gli studenti di Ayotzinapa, a cui si aggiungeranno il Congreso Nacional Indigena (CNI) e la comunità del popolo indigeno Otomì. Collettivi di madres buscadoras sono presenti in diversi punti. Arriva notizia di due compagn* dei medios libres (gruppi di controinformazione dal basso) già fermat*, ma presto liberat* per fortuna. Giungono le prime notizie di alcuni scontri lungo la Calzada di Tlalpan, dove si donne indigene Otomì ballano attorno a una enorme coppa del mondo data alle fiamme. Alcune madri buscadoras esibiscono i loro grandi striscioni con i volti dei loro cari spariti proprio all’ingresso dello stadio dove entra il pubblico pagante, e ovviamente vengono represse, nascoste, silenziate.
Il corteo studentesco parte dal cuore dell’università e si incammina per bloccare Avenida Insurgentes, grande arteria che taglia da Nord a Sud la città. Sono in centinaia e il corteo si ingrossa strada facendo. Vengono sanzionati tutti i simboli del potere universitario, le casette della sicurezza interna universitaria, le stazioni del Metrobus. Il corteo a un certo punto devia, rientrando dentro la UNAM, perché Avenida Insurgentes è bloccata da un plotone di granaderos, la polizia antisommossa della Città del Messico, in passato allenata e formata militarmente da forze militari israeliane. Il corteo continua, uscendo dalla zona universitaria e muovendosi verso un presidio dell’assemblea antimundialista e antiFIFA, assieme a madres buscadoras e collettivi pro-palestina. Prima di riunirsi al presidio, viene bersagliata con pietre, petardi e oggetti di vario tipo, una sede della Guardia Nacional, una polizia militarizzata utilizzata anche nei contesti di grandi operativi militari.
Prima di ricongiungersi al resto dei compagni, il contingente si prende un momento di pausa. Nel presidio, si organizzano partite di calcio, si occupa l’incrocio con striscioni giganti e la statua di Frida Khalo nel mezzo è bardata da teli e lenzuola con slogan contro la FIFA e il mondiale dello sfruttamento e dei desaparecidos. La partecipazione è diversa ed eterogena, c’è un po’ di tutto: gente del quartiere, madres e famiglia buscadoras, persone solidali e curiose, student*, molt* attivist* appartenenti a progetti di medios libres e controinformazione.
Avenida Iman, la strada che porta direttamente al lato sud-ovest dello Stadio Azteca, è apparentemente libera, dunque dopo qualche tempo un grande corpo principalmente studentesco, ma non solo, si mette in marcia con un obiettivo che sembra piuttosto ambizioso se non impossibile, quello di arrivare alle porte dello stadio. Si entra quindi nella ultima milla, la zona rossa. Il corteo acquista energia e carica: le persone e le compas cantano, si animano, si scrive sui muri, si danno volantini alla gente del quartiere, vengono divelte diverse telecamere, c’è una certa euforia rabbiosa che si autoalimenta e che cresce passo dopo passo. I corpi bianchi di interposizione, delle persone civili che lavorano nelle istituzioni della città e che sono obbligate dal governo cittadino a stare per strada per controllare e limitare i danni delle eventuali proteste, si fanno da parte, insultati e derisi da tutto il corteo, come traditori del popolo. La realtà è più complessa di questa: le facce esprimono vergogna e disagio, molte di queste persone hanno denunciato anonimamente che sono obbligate e minacciate a rendersi disponibili per questo tipo di “presenza civile”, altrimenti rischiano di perdere il lavoro, senza sapere realmente cosa devono fare e quali devono essere i loro compiti. Un modo, da parte del governo della città, in apparenza per mostrare meno i muscoli e di non utilizzare le forze di polizia antisommosa. Una strategia, per dividere e alimentare la guerra tra le classi più popolari. Sono le 12.45 circa e manca un quarto d’ora all’inizio ufficiale della Coppa del Mondo 2026. Avenida Iman fa una leggera curva verso sinistra e di fronte a noi si erge il monumentale Stadio Azteca, oggi rinominato “Estadio Banorte – Ciudad de Mexico”. Si divelgono le centinaia di fiori chempasuchil, piantati per abbellire il passaggio dei turisti e renderlo ricco di colori messicano-folcloristici, e si abbattono le transenne che ostacolano il percorso. Lo stadio è a meno di qualche centinaio di metri, e il corteo accelera compatto ed energico. Manca qualche minuto, Shakira termina di cantare “Dai dai”, la sua nuova hit mondiale come da tradizione, si alzano i fuochi d’artificio dallo stadio e il corteo composto da migliaia di persone arriva urlando ed euforico all’entrata numero 8 della mega struttura. Sembra incredibile, ma esattamente nel momento in cui inizia il mondiale più grande della storia della FIFA e forse il più discusso finora, si riesce ad assaltare lo stadio e tutto ciò che rappresenta. Ciò che era stato dichiarato impossibile e inavvicinabile, è ora tangibile e reale.
Le forze di polizia tardano ad arrivare, all’inizio con un piccolo, goffo, stanco, e davvero sfortunato plotone: la discrepanza numerica è abnorme e l’entusiasmo rabbioso di essere arrivati fino a lì è incontrollabile. Iniziano i caroselli e gli scontri, la rabbia contro una città espropriata e militarizzata, venduta alla FIFA e al profitto calcistico, esplode. Le compas si dimostrano estremamente organizzate e preparate. C’è chi si occupa di tenere a bada la polizia, chi di proteggere la retroguardia, chi di soccorrere i primi feriti, chi di documentare gli abusi delle forze di polizia. Successivamente arrivano le forze antisommossa e poco dopo, dal lato sinistro, una dozzina di cavalli che iniziano a caricare. Spuntano le prime teste spaccate, feriti al corpo, alla testa, agli occhi. Lo spettacolo è allo stesso tempo distopico, mitico e doloroso, il sipario costituito dalle transenne e dai corpi della polizia: nel giro di qualche minuto passano prima tre jet ultrasonici, poi le frecce tricolori messicane e infine due elicotteri che trasportano una bandiera sventolante enorme del Messico. La distanza fisica tra questi mondi è minima, anzi entrano in contatto violento. Ma c’è un abisso di significato, di composizione di classe, di visione del mondo e della vita. La violenza della polizia e di tutto l’apparato di sicurezza è ancora più odioso e inaccettabile. Dentro lo stadio lo spettacolo del capitalismo sportivo nella sua essenza, il profitto nella sua forma estetica più patinata e odiosa, obnubilante e capace di un lavaggio del cervello e dei sentimenti senza precedenti, un’opera fondata sulla violenza e lo sfruttamento di un paese (e di un intero mondo) sull’orlo del baratro. Fuori, quella violenza si esprime fisicamente, a suon di gas lacrimogeni, botte, cavalli lanciati sulla gente e sangue. L’odio e la mancanza di giustizia di questo presente non potrebbe avere immagine migliore. Non ci può essere contrasto più essenziale e immediato da capire, un conflitto necessario e giusto da esprimere in tutta la sua forza.
La polizia tenta di chiudere e incapsulare la testa del corteo ma, con determinazione, la manifestazione riesce a sfuggire al blocco e indietreggiare con ordine senza disperdersi e farsi dividere troppo. Continuano le cariche a singhiozzi e si ergono barricate a cui viene dato fuoco. Il corteo si ritira retrocedendo lungo Avenida Iman e, col passare del tempo, si inizia ad avere contezza de* fermat* e delle compas che mancano. La situazione si congela, le forze di polizia, ora molto più numerose, si attestano ad una certa altezza della Avenida e ci si ferma, cercando di capire quante persone manchino. Il conflitto prende un’altra forma: si iniziano ad espropriare i diversi negozi appartenenti a grandi catene capitalistiche. Un paio di Oxxo (la più grande catena di supermarket commerciali dell’America Latina, facente parte della FEMSA, la più grande azienda imbottigliatrice di prodotti CocaCola al mondo), una farmacia YZA+ (sempre parte di FEMSA), e un Little Caesars (la terza catena di pizza più grande al mondo). La strada diventa uno spazio gioioso, una festa collettiva. C’è cibo e bere per tutti e tutte, i residenti del quartiere e i ragazzi del barrio ne approfittano con enorme piacere e gusto: volano gelati, caramelle, patatine, panini a rifocillare sia le stanchezze e gli sforzi del corteo in giro da questa mattina presto, quanto gli umori del quartiere. L’esproprio del Little Caesars ha una dinamica estremamente nobile ed interessante: prima vengono fatti uscire con estrema cura e attenzione i lavoratori e lavoratrici, ringraziandoli per la loro comprensione e applaudendoli, e poi in secondo luogo si entra dentro il negozio e ci si divide la succosa mercanzia tra tutti, in primis coi lavoratori che vengono invitati a gustare le stesse pizze che ogni maledetto giorno devono impastare e vendere per guadagnarsi uno stipendio da fame. Una buona parte delle pizze e delle bibite si mettono da parte per portarle alle madres buscadoras e alle maestr* della CNTE, in strada anche loro dalla mattina presto. Si ride, si balla, si parla con qualche turista sudafricano rinchiuso in un bar a vedere la partita e si scherza con loro, dicendogli “Bienvenid@s a Mexico, quieren una pizza? Offre il governo!”, spiegando le motivazioni della protesta e cercando sempre il dialogo con la gente. Il clima è estremamente ilare, disteso, la gioia di una giornata fino ad adesso positiva, conflittuale e in qualche modo vittoriosa. Non c’è alcuna paranoia, né senso di colpa, tantomeno preoccupazione per gli espropri, il conflitto messo in campo, le decine di barricate erette. Fa parte della giornata, della vita, della lotta. Certo sì, qualche persona incazzata c’è ed eccome, ma le relazioni informali con la gente aiutano a spiegarsi, senza tragedie. L’unica preoccupazione è per le compas fermat*, di cui non si ha bene contezza dei numeri e dei nomi, anche se a fine giornata saranno 12. Tutt* portate alla Fiscalia di Coyoacan, rilasciate entro la notte stessa, alcuni con denunce pendenti individuali o collettive. Molti, sono stati pestati gravemente durante la detenzione, un compagno ha letteralmente la testa aperta.
Dopo alcuni momenti di pausa, il corteo del contingente universitario riprende a marciare, con l’obiettivo di portare i viveri espropriati agli altri collettivi in lotta. I numeri si sono ridotti molto, c’è stanchezza ma non ci si perde troppo d’animo e si raggiunge Avenida Santa Ursula, sempre limitando la zona rossa dell’ultima milla. La partita inaugurale è praticamente finita, il Messico ha vinto nettamente 2 – 0 sul Sud Africa, giocando male e con 3 espulsioni. La gente vuole festeggiare, il conflitto nelle strade ora invece è visibile. Molte persone sono solidali con la marcia e gli studenti, altri per nulla se non ostili. La parentesi da aprire è importante, e meriterebbe ben altri approfondimenti e considerazioni: c’è una sorta di cortocircuito fortissimo che prende forma, in un paese dove il calcio è amatissimo e l’affezione verso la camiceta verde e il Mondiale in casa è inscalfibile. Il seleccion mexicana, pur non avendo mai vinto nulla e non eccellendo come squadra mondiale, ha sempre avuto un fortissimo attaccamento alla Coppa del Mondo e alle gesta sportive mostrate in questa competizione. Aldilà di chi si può permettere di andare allo stadio pagando migliaia di dollari, o della retorica populista del governo Morena, el futbol è un tema di identità popolare, un momento di festa collettiva per le strade, un momento per condividere la allergica allegria messicana, la buena onda e la grande ospitalità sempre dimostrata. Per quanto la FIFA tenti di trasformare tutto in un enorme profitto, è chiaro che questa giornata soprattutto nei quartieri popolari è una festa, in tutti i sensi, ed è anche un enorme momento di evasione comprensibile dagli orrori e sfruttamenti della vita quotidiana, tra salari da fame e il rischio di non tornare a casa. Contestare il Mondiale e i suoi meccanismi di sfruttamento, riconoscere che il Messico è un paese dove esista una guerra civile ai danni dei più poveri, guardare in faccia alle desapariciones, sembra che provochi un tilt nella maggior parte delle persone comuni, come se non si possa riconoscere l’ingiustizia da un lato e l’amore per il proprio paese e la propria cultura, a maggior ragione in un momento dove tutto il mondo ti sta guardando e in una fase storica in cui il tuo paese è costantemente minacciato e screditato dall’ingombrante vicino degli Stati Uniti. È estremamente complesso, non solo politicamente ma umanamente, trovarsi, attraversare e vivere questo scontro dentro i settori popolari della società messicana.
Il corteo questo conflitto lo attraversa, fisicamente, con qualche diverbio e provocazione da parte di alcune persone. Ad un certo punto, da una strada laterale, i granaderos attaccano con gas e caricano la manifestazione, disperdendola, dividendola e spingendola dentro le piccole strade del quartiere Pedregal Santa Ursula. Inizia a diluviare. A quel punto, la giornata sembra al culmine, il corteo cerca di uscire indenne dalla morsa repressiva, la manifestazione si scioglie in un posto sicuro dopo quasi dieci ore di protesta attiva e azione diretta. I viveri per gli altri collettivi si porteranno l’indomani.
Cosa rimane di queste due giornate? La determinazione, certamente, inscalfibile e ostinata, messa in campo con forme e modalità diverse, contro la Idra Capitalista, un nemico dai mille tentacoli (economici, politici, militari e mediatici) che quest’oggi mostra la testa della FIFA e del governo messicano. Rimane il coraggio di aver cercato e voluto avvicinarsi al simbolo di questo Mondiale e delle sue ingiustizie, l’immenso e storico Estadio Azteca, e di esserci riusciti, a dispetto di un clima di terrore che non ha paralizzato la voglia di scendere in piazza. Rimane l’organizzazione dei movimenti sociali cittadini dal basso che da mesi lavorano per creare e alimentare giornate di mobilitazione come questa. E soprattutto, rimane la dignità, profonda e immensa, di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi all’apparente ineluttabilità di avere una persona cara desaparecida, di dover soffrire per un salario da fame, di dovere scegliere tra i due mostri identici del crimine organizzato e Stato, di accettare passivamente un meccanismo di sfruttamento internazionale che nasconde dietro un pallone che rotola, un presente e futuro di ingiustizia, controllo e impoverimento.
Che la gioia del calcio si espropri ai ricchi e potenti di questo mondo, che la gioia del calcio torni ai quartieri, ai villaggi, alle comunità e si collettivizzi.
Dietro la festa del calcio, Il Mondiale 2026 visto da chi ne paga il prezzo e le sue ingiustizie
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Tra gli echi lontani delle imprese di Maradona e della “Partita del Secolo”, lo Stadio Azteca si prepara a entrare ancora una volta nella storia ospitando il Mondiale 2026. Ma dietro il luccichio della grande festa del calcio globale della FIFA, targata Infantino e Trump, Città del Messico racconta un’altra storia: quella dei cantieri che avanzano senza sosta e senza diritti, dei quartieri che cambiano volto schiacciando chi in quei quartieri ci vive, delle lavoratrici sessuali senza ascolto, degli affitti che schizzano alle stelle, del saccheggio dell’acqua e delle comunità che resistono. E quello di un paese intero sospeso nella violenza criminale narcostatale quotidiana, dove mentre si gioca una partita di calcio scompaiono in media 2 persone. Questo podcast attraversa le contraddizioni di una metropoli sospesa tra mito sportivo e gentrificazione, dando voce a Sofia Pontiroli, giornalista indipendente che vive a Città del Messico, e un compagno attivista dell’Assemblea AntiMundialista, che ci raccontano i diversi impatti economici, sociali e politici del megaevento estrattivista per eccellenza. Tra le lotte delle madres buscadoras, le mobilitazioni sociali e le partite popolari organizzate nelle strade, emerge un racconto in cui il calcio diventa lente per denunciare un modello, tanto messicano quanto globale, che privilegia il profitto rispetto alla vita delle persone. Osservare il presente del Messico, un viaggio tra calcio e lotta, per ascoltare e portare solidarietà e complicità a chi resiste al “Mondiale dello sfruttamento”.
Ps. Alla fine del podcast, un omaggio a Eduardo Galeano e al suo El Fin del Partido, perchè nessuno come lui ha saputo raccontare e significare, in tutti i sensi e nel bene e nel male, el fútbol.
In ricordo di Jaime pubblichiamo la traduzione di un estratto dell’introduzione di Nostalgia y ensoñación. Per ricordarlo a 6 anni da quando un sistema di salute per ricchi ce l’ha tolto dal nostro fianco.
Di Jaime Montejo “el cura Mateo” “Padre Mateo” “Il frailejón aspetta paziente sulla montagna” Le poesie che leggerete di seguito riflettono l’orgoglio che mi accompagna per aver deciso, una volta, di entrare nella guerriglia. Mi sento orgoglioso di aver militato negli anni Ottanta nel movimento politico-militare 19 di aprile, M-19. Sono un meccanico di cuore. Orgoglioso di essere stato parte del sogno bolivariano di Jaime Bateman Cayón, che ho fatto mio, così come molti altri combattenti. Orgoglioso di essere un veterano del Battaglione América e delle Milizie Popolari di Aguablanca, della “eme” distrettuale a Cali. Orgoglioso di aver condiviso sogni, rabbia, panico e dolore con i compagni con cui lottai, come il comandante Mauricio Castaño, giustiziato da sicari con tesserino, al servizio di un regime terrorista e totalitario per vocazione. Orgoglioso di entrare in combattimento e resistere all’assedio dei chulos, pur sentendo che la vita se ne andava in ogni sparo, dove loro cercavano di mettermi fuori combattimento, perché ero il bersaglio dei loro attacchi e delle loro paure, così come loro furono al centro del mirino ogni volta che sparai, in ogni scontro militare. Orgoglioso di aver partecipato a innumerevoli giornate propagandistiche. Orgoglio di aver fatto parte di gruppi di studio, dove conobbi i classici del marxismo-leninismo, Manuel Quintín Lame, Paulo Freire e la teologia della liberazione. Orgoglioso di aver amato Karina fino al giorno della sua morte, mentre combatteva sotto il comando del Maggiore Elías, laggiù a Novilleras, nella Forza Militare d’Occidente, nel 1994. Orgoglioso di aver conosciuto la Comandante dei ragazzi di strada e delle lavoratrici sessuali della Quince, nella mia bella Cali, il cui nome di battesimo oggi nessuno sembra ricordare. Orgoglioso
di aver riposato in un’amaca, tra le sterpaglie della cordigliera, dopo una lunga camminata, attraversando il páramo
di nuovo…
Orgoglioso di non aver ceduto, quando fui detenuto dall’F-2 e interrogato dalla polizia politica dell’esercito colombiano, nonostante il terrore che incombe durante una sessione di tortura nella Terza Brigata, dove la minaccia di morte è la cosa meno dannosa che si possa vivere in quel momento. Imparai in questi anni di cammino tra sentieri e mulattiere, che quando il nemico ti accerchia su un crinale montuoso che stai difendendo, o la barricata per strada è insufficiente per avanzare o retrocedere… la prima cosa che devi fare è capire ciò che sta succedendo e prendere una decisione. Che fare? Patria o morte. Vivi oggi e lotta domani. Una contraddizione così grande segna la difficoltà o la semplicità nel prendere una decisione, a vent’anni appena compiuti. Coloro che optarono per la prima scelta fanno parte del nostro memoriale, come molti compagni che non ebbero scelta e persero la vita. Quelli che abbiamo avuto l’opportunità di scegliere, siamo per sempre angeli caduti, che in alcuni casi cerchiamo di fare memoria e lottare in altri fronti di lotta, con mezzi civili e pacifici, fuggendo dalle nostre stesse paure e fantasmi, che ci perseguitano da allora e non cessano di tenderci imboscate nella quotidianità.
Altri sopravvissuti si vendono nel mercato della politica nazionale e legittimano oggi paramilitari che assassinarono molta gente dell’M-19, delle sue basi d’appoggio o semplicemente del popolo lavoratore. Imparai anche che la feticizzazione del denaro arriva a imporsi sia nella lotta armata che nella lotta elettorale, che ci alienano allo stesso modo al pensare che tali strategie abbiano vita propria e indipendente dai loro creatori, oppure se pensiamo che siano le uniche forme di lotta valide e che le altre siano poca cosa, davanti alla nostra “scelta corretta”, che speriamo di imporre a simpatizzanti e collaboratori.
Imparai, che non c’è cosa più gradevole che bere l’acqua raccolta nelle bromelie della selva tropicale.
Sussiste, controcorrente, il ricordo dei nostri morti e dei desaparecidos, che si elevano sopra la nostra eredità, come esempi di vita e modelli di comportamento, nonostante scatti, basse passioni e tentazioni, che poterono accompagnarli nella loro militanza rivoluzionaria e nel quotidiano trascorrere.
Prodotto di queste contraddizioni, nacquero le poesie di questo libro, deliranti ed esaltate per tanta adrenalina, testosterone e sangue versato, che si fusero in un solo scoppio per non assaltare l’eternità.
Aver lasciato la lotta armata ed essere partito oltre l’alto mare, non mi rende un pentito di questa forma di lotta. Non cerco di fare un’apologia della resa. Ancora meno di lodarla tra versi e metafore proprie di un damerino. Non è mia intenzione cantare a quei compagni che si arresero e, consegnando le armi, legittimarono il sistema elettorale colombiano e smisero di lottare. Alcuni di loro, amici carissimi, con i quali condivisi poco più che la mia stessa vita. Altri continuano in piedi nella lotta, senza armi, senza montagna e senza clandestinità. Amnistiati o no. Esiliati o no. Messi a tacere o no. Io invece sono solo un sopravvissuto di un gruppo di poco più di 77 insorti, che caddero in combattimento o furono fatti sparire dalle forze dell’ordine dello Stato colombiano. Un sopravvissuto, ora messicano, con tracce visibili della sindrome post-traumatica, perseguitato da sensi di colpa che si dissolvono nel mio lavoro quotidiano di prevenzione dell’HIV/AIDS, come pratica di libertà, tra lavoratrici sessuali e la mia attuale militanza come aderente e attivista dell’Altra Campagna, iniziativa civile e pacifica convocata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Messico. Tuttavia, è certo che non tornerei più a prendere le armi, senza che ciò implichi minimamente ripudiare questa forma di lotta. Nemmeno indirizzerei il mio lavoro politico verso la presa del potere; il che non è uguale a non lottare per consolidare potere popolare in lungo e in largo
Potere popolare che instauri un governo, con democrazia diretta e non rappresentativa, che comandi obbedendo e che il popolo possa sciogliere se non è al servizio del popolo, dove non consegniamo tutto il potere, né tutte le armi, a nessun comandante o compagno che poi voglia schiacciarci. Posso dire, senza timore di sbagliarmi, che le poesie di questo libro riflettono che non c’è santità nella violenza rivoluzionaria, lì Dio non è presente, né in nessun’altra parte, a dire il vero. Che ingenui fummo!… Ciò che c’è nella violenza rivoluzionaria è una risposta alla violenza istituzionale di un regime che condanna alla miseria milioni di persone e stermina coloro che dissentono dai potenti. Non c’è santità, c’è scontro a morte con chi difende violentemente e senza compassione lo Stato e le sue istituzioni. Non c’è santità, ci sono apparati armati che rappresentano una delle massime espressioni del patriarcato, che competono a morte in una guerra di guerriglia, movimenti e posizioni, con una logica propria del capitale, che genera guerre commerciali per aprirsi strada in altre latitudini e colonizzare la nostra mente e lo spirito di ribellione. Non c’è santità, ma c’è giustizia popolare. Non c’è santità, ma c’è punizione, assassinando chi uccide civili disarmati. Non c’è santità, ma c’è vendetta, esercitata contro i nostri carnefici. Non c’è santità, ma c’è speranza di poter annientare chi ci annienta. Non c’è santità, ma è l’unico cammino che a molti di noi è rimasto, al margine del divino e del mondano, al margine di ciò che è amato e desiderabile, al margine di sé stessi e senza santità, forse.
L’albero piantato in onore a Jaime nel Casale Alba 2, Roma il 05/05/2026
Si les interesa conocer más sobre la situación en Irán, el complejo panorama político y la resistencia histórica de su pueblo, les invitamos a escuchar este audio del conversatorio que se realizó el 1° de abril en la Librería “La Cosecha” (en San Cristóbal de Las Casas, Chiapas), con dos compañerxs iraníes del colectivo “Andisheh va Peykar” (Pensamiento y Lucha).
En el audio, un recorrido histórico de los proyectos neoliberales impulsados por el régimen de los Ayatolás y las constantes represiones contra los movimientos sociales de los pueblos iraníes. Al mismo tiempo en su conversatorio lxs compañerxs del colectivo “Andisheh va Peykar” analizan critcamente y rechazan la mortífera injerencia imperialista de Israel y Estados Unidos.
¡No a las guerras del capitalismo! ¡Por la revolución social, abajo y a la izquierda!
Proponemos este informe redactado inicialmente en italiano, francés y alemán con el propósito de darle difusión en Europa, por lo mismo puede que algunos párrafos que resumen el contexto sociopolítico de México se perciban como redundantes para el lector mexican@, aun así, decidimos mantenerlos para que otrxs lectorxs hispanohablantes puedan tener acceso a más información.
INFORME DE LA BRIGADA INTERNACIONALISTA CONTRA LA PRIVATIZACIÓN DE «PLAYA SALCHI»
Introducción
Los días 25, 26 y 27 de marzo de 2026 un grupo de compañerxs del Nodo Solidale, del Colectivo Zapatista de Lugano, del SOA Il Molino y otras personas solidarias de Italia y Suiza llevamos a cabo una brigada internacionalista de solidaridad con la lucha contra la privatización de la «playa de Salchi», en la costa de Oaxaca, México.
Los colectivos mencionados fuimos invitados por el Comité de Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI) — una organización popular, presente en más de 25 comunidades de la región que desde 1998 lucha por la defensa del territorio — a conocer el caso emblemático de despojo y especulación de las tierras que perjudican al compañero campesino Miguel Sánchez Hernández. Durante los tres días de intercambio de conocimientos, talleres, juegos con las infancias y prácticas de lucha, se realizaron varias entrevistas con las personas involucradas en esta lucha en defensa del territorio, cuya síntesis se presenta en este informe y en un vídeo que se publicará próximamente.
Contexto sobre la «cuestión de la tierra» en México
En México, como resultado de las luchas seculares, las guerras campesinas y las revoluciones, existe un sistema de propiedad de la tierra que reconoce, además de la propiedad pública y privada, también la propiedad social (por lo tanto, colectiva) de las tierras. Una realidad que abarca más de la mitad del territorio nacional. Concretamente, a partir de la revolución de Emiliano Zapata y Francisco Villa, se consagró en la Constitución de 1917 la inalienabilidad de la tierra y su redistribución en núcleos agrarios conocidos como ejidos y tierras comunales. Redistribución que tuvo lugar a partir de finales de los años 30 y que se prolongó hasta 1992, año en el que mediante una reforma constitucional se sancionó la vendibilidad parcial de las tierras ejidales. Los ejidos fueron asignados por decreto presidencial, mientras que las tierras comunales se asignaron sobre la base del reconocimiento de las tierras «ancestrales», definidas por los documentos y acuerdos firmados entre los pueblos indígenas y la Corona Española durante la época colonial.
En general, el uso de estas tierras colectivas es gestionado por la asamblea de los ejidatarios o comuneros, como máxima autoridad local, dentro del marco legal de la Reforma Agraria. Son tierras que pueden heredarse de padres a hijos o intercambiarse dentro del núcleo agrario, pero que no pueden revenderse fuera del mismo (salvo excepciones específicas). Este sistema de gestión de las tierras representa una verdadera forma de poder comunitario, campesino y a menudo indígena, en la que se ancla el llamado sistema de «usos y costumbres».
Tierra es Libertad
En México, las tierras colectivas, al menos formalmente, se extienden sobre unos 100 millones de hectáreas, gestionadas por más de 30 000 núcleos agrarios. Este sistema ha sido constantemente erosionado por leyes, decretos e intentos de reformas constitucionales y, de hecho, por prácticas favorecidas por las grandes empresas y los consorcios económicos y políticos nacionales, todos interesados en reducir el espacio de autonomía del campesinado y los pueblos indígenas del país. Toda esta tierra «legalmente sustraída» al mercado capitalista resulta, de hecho, muy atractiva para múltiples actores económicos y políticos.
En los últimos años, el crimen organizado ha participado en el saqueo constante contra los pueblos indígenas y los campesinos, interviniendo como brazo armado tanto en los territorios donde se han llevado a cabo los mega-proyectos promovidos por el gobierno (como el Corredor Transístmico y el Tren Maya), como a nivel local asociándose con cualquier empresario o político que tenga en juego jugosas ganancias sobre parcelas de tierra colectivas.
Es importante mencionar que en México, en los últimos 20 años, han sido asesinadas más de 500 000 personas y unas 134 000 figuran como «desaparecidas». El país vive una guerra de fragmentación territorial: una guerra civil «anómala», intermitente, asimétrica, dispersa pero profundamente violenta; todo esto conforma un complejo sistema de expoliación a varios niveles que cada día ataca, reduce y malvende las tierras colectivas y se ensaña contra quienes las defienden.
El caso de la playa de Salchi es un ejemplo entre miles de otros, a lo largo de todas las costas de México.
Breve historia del robo de tierras en Salchi
Playa Salchi forma parte del conjunto de tierras comunales de San Pedro Pochutla, en el estado de Oaxaca. Tierras que con la creación del complejo turístico de Bahías de Huatulco a principios de los años 90 sufrieron una privatización rápida e ilegal. El mecanismo más utilizado fue la compraventa de terrenos mediante la emisión de documentos fraudulentos firmados por el comisario de turno de los bienes comunales. El comisario es la figura elegida por la asamblea de los comuneros que debería proteger y gestionar las tierras colectivas, pero a menudo se convierte precisamente en la autoridad agraria local más fácilmente corruptible por parte de los intereses privatizadores (o eliminable por estos cuando, por el contrario, se niega a entrar en el negocio). Muy a menudo, los comisarios de los bienes comunales se convierten así en los principales cómplices de los empresarios: reciben de ellos un soborno o una comisión por las tierras cedidas, a pesar de que los títulos de propiedad emitidos no tengan ningún valor formal ante el Tribunal Agrario y el Catastro, es decir,estas instituciones que inmersas en el mismo sistema de corrupción generalizada se vuelven eternamente ciegas ante estas irregularidades crónicas.
Playa Salchi
La mayoría de las villas que los ricos lucen en las costas de México se han construido con estos permisos falsificados y sobre tierras comunales indígenas o campesinas.
La bahía de la playa de Salchi es la salida al Pacífico de una parcela de 28 hectáreas de tierra comunal asignada a Miguel Sánchez Hernández, un campesino de 87 años, que la ha cuidado desde que la heredó, para uso agrícola, de su abuelo adoptivo. Desde los primeros intentos de privatización, Don Miguel se ha negado a ceder las tierras que le fueron asignadas para la construcción de zonas turísticas. Pero su negativa como propietario formal ha sido totalmente insuficiente para impedir su privatización.
En el año 2000, David Ortega del Valle le propuso vender 10 hectáreas de terreno «frente al mar» a un consorcio inmobiliario canadiense, con la promesa inicial de un pago por los terrenos. Acuerdo que al día de hoy no se ha cumplido. En esta zona, en los últimos años hasta 2025, se han construido 42 viviendas con «vistas al mar», ocupadas estacionalmente en su mayoría por jubilados canadienses. A lo largo de los años, Miguel Sánchez ha intentado recuperar las tierras con el apoyo de diversas organizaciones sociales y de derechos humanos, entre ellas el CODEDI, que históricamente organiza comités locales en la región para la defensa de los derechos indígenas y se moviliza promoviendo la resistencia contra los proyectos capitalistas y extractivistas en los territorios indígenas, especialmente en la Costa y la Sierra Sur de Oaxaca.
En 2017, el CODEDI y otras organizaciones locales aliadas comenzaron a trabajar cíclicamente las aproximadamente 14 hectáreas de tierras que habían quedado libres de la turistificación, cultivando maíz, calabacitas y frijoles, así como otros alimentos destinados a las familias de las comunidades de la organización.
la “colonia” canadiense
En julio de 2018, el coordinador local del CODEDI, Abraham Hernández González, fue secuestrado cerca de la playa y posteriormente asesinado: su cuerpo fue hallado en la localidad cercana de Cuatunalco. Las circunstancias del asesinato nunca se investigaron y al día de hoy los responsables gozan de total impunidad. Este dramático suceso agravó el conflicto por las tierras de Salchi y puso de manifiesto la complicidad del crimen organizado con los empresarios implicados. «Desde agosto de 2020 —cuenta Miguel Sánchez— he sido objeto de repetidos intentos de despojo de las tierras y de mi vivienda, con personas encapuchadas y armadas que me vigilan y realizan rondas continuas». De hecho don Miguel denuncia, durante una Caravana de Observación de los Derechos Humanos en septiembre de 2025, que un día llegaron 8 furgonetas con personas armadas en la y en esa ocasión fue secuestrado, amenazado de muerte, agredido con empujones, obscenidades y burlas de diversa índole, lo que comprometió su estado de salud hasta el punto de tener que ser operado de urgencia.
Se tiene constancia de al menos otras dos acciones de intimidación ocurridas durante el desarrollo de actividades públicas:
– El 7 de junio de 2025 se celebró el «Foro en defensa de la tierra y los derechos agrarios de los campesinos de la costa», con la participación de 17 organizaciones que denunciaron el intento de despojo en Playa Salchi. Durante el evento, 16 personas armadas vinculadas al «Cartel del Despojo» irrumpieron en los terrenos de Miguel Sánchez, amenazando su vida para imponer otro proyecto turístico.
– El 29 de enero de 2026, un grupo de civiles, entre los que se encontraba el colombiano Arturo Peralta (responsable del proyecto inmobiliario del mencionado consorcio canadiense), irrumpió en las tierras de Miguel Sánchez, las que aún no están invadidas por la turistificación, con excavadoras y maquinaria pesada, acompañado de tres patrullas de la policía estatal. Durante la agresión, las excavadoras, escoltadas por las fuerzas de seguridad y por algunos civiles armados, demolieron por completo algunas casitas y construcciones dispersas en los terrenos agrícolas, utilizadas también por otros campesinos que suelen acudir a ayudar a don Miguel a trabajar la tierra. Armas en mano, se repitieron los insultos y las amenazas contra el anciano campesino y las demás personas presentes. La participación de la policía estatal, en evidente defensa de una agresión ilegítima e ilegal y al lado de civiles armados no identificados, pone aún más de manifiesto la complicidad de las instituciones con la actuación criminal del «Cartel del Despojo».
Como internacionalistas, no podemos dejar de señalar la escalofriante similitud de este último hecho con las excavadoras del ejército israelí en Palestina que, en nombre de las retorcidas leyes del «colonialismo de asentamiento», fortifican las zonas privatizadas por los colonos «blancos» y demuelen, armas en mano y con violencia, las casas de los nativos, los campesinos y los pastores de la zona. Lo cual nos reitera cómo el capitalismo despliega en diferentes geografías los mismos dispositivos coloniales y racistas de discriminación, limpieza étnica, expropiación y criminalización.
El «Cartel del Despojo»
Don Miguel, los compañeros y compañeras del CODEDI y de otras organizaciones aliadas, reunidos en defensa de la playa de Salchi, señalan que existe un grupo de personas, entre las que se encuentran algunos funcionarios de Morena (partido en el poder tanto a nivel estatal como federal) que —en contubernio con los comisarios de los bienes comunales, las autoridades del tribunal agrario, con las fuerzas del orden y el crimen organizado— se enriquecen orquestando las privatizaciones de las playas y de los terrenos comunales en la costa de Oaxaca.
Junto con el caso de Salchi, también se han dado a conocer los casos de la cercana playa de El Coyote y de la playa de El Coyul (varios kilómetros más al sur). Este grupo de personas, bautizado como el «Cartel del Despojo», aplica en todas partes el mismo modus operandi: envía gente armada para intimidar y desalojar a los campesinos con amenazas y violencia; se apropia de las tierras simulando legalidad mediante documentos emitidos por autoridades agrarias corruptas; revende a consorcios inmobiliarios extranjeros especulando con cada metro de tierra robada (una parcela de 200 m², sustraída con engaño y violencia, se revende entre 50 000 y 100 000 euros —entre 1 y 2 millones de pesos mexicanos). Para que después los consorcios de desarrollo inmobiliario revendan a su vez, a precios estratosféricos, las «casitas frente al mar» en el mercado de sus países de origen (a menudo EE. UU., Canadá, la Unión Europea, pero también Arabia Saudí y Rusia), facturando en dólares. El flujo de dinero generado por esta especulación es inmenso y solo beneficia a quienes ya son ricos: funcionarios, empresarios y mafiosos.
El resultado de toda esta operación mafiosa no es más que una gentrificación de las playas basada en un modelo extractivista que, reiteran los interlocutores, solo puede funcionar con el apoyo cómplice de las instituciones, cuyas operaciones irregulares se ven lubricadas por sustanciales sobornos.
Los actores locales y nacionales de este «cartel», señalados como principales beneficiarios del robo de tierras, son los diputados federales Alejandro Avilés Álvarez (del Partido Verde Ecologista de México, pero afiliado a Morena) y Juan Hugo de la Rosa (Morena), el asistente jurídico Orlando Acevedo (del PRI), el ex comisionado de bienes comunales de Pochutla Jesús «Chucho» Reyes, David Ortega del Valle (director de Gestión Ambiental de la Secretaría de Medio Ambiente de Oaxaca), el político local Alfonso Esparza, el empresario Israel Carreño Morales (despojador de playa El Coyote )y el contable Sergio Castro López. Así, el grupo opera con impunidad gracias a la protección de elementos de los tres niveles de gobierno (municipal, estatal y federal) y con la participación tanto de los partidos de la mayoría como de la oposición.
La costa lava más blanco: expoliación y lavado de dinero (*)
El conflicto de Playa Salchi es en cierto modo el emblema de la ofensiva de expropiación territorial y mercantilización del litoral de Oaxaca: un auténtico campo de experimentación. Aquí se entrelazan la histórica criminalidad financiera de personajes como Sergio Castro López (un contable de origen humilde que ascendió en las jerarquías hasta convertirse en un blanqueador de miles de millones, mediante el perfeccionamiento de esos «esquemas fiscales agresivos» que han permitido a gobernadores y empresas evadir ampliamente sus obligaciones fiscales. Su empresa —Inteligencia de Negocios— ha funcionado como centro operativo para redes de 150 testaferros, moviendo más de 100 000 millones de pesos en operaciones de blanqueo), con la de operadores políticos locales, protegidos por el nombre de partidos como Morena y Verde Ecologista y respaldados por la «Cuarta Transformación» en el Gobierno y sus centros de interés.
Este fenómeno revela un patrón: los proyectos hoteleros en terrenos expropiados no son sólo operaciones inmobiliarias, sino también mecanismos de lavado de dinero. Los hoteles permiten justificar enormes flujos financieros, al tiempo que generan activos inmobiliarios en territorios estratégicos. La costa de Oaxaca, con su potencial turístico y su debilidad institucional, ofrece las condiciones ideales para esta simbiosis entre la expropiación territorial y el lavado de dinero. El gobierno no solo tolera estas operaciones, sino que las integra orgánicamente en su propio proyecto político, demostrando que la llamada «Cuarta Transformación» puede convivir tranquilamente con las formas más sofisticadas de la criminalidad capitalista.
Hotel recuperado
Un modelo de expoliación integral, en el que la apropiación del territorio se entrelaza con el control político, el lavado de dinero y la cooptación institucional para crear enclaves de total impunidad, y que opera a través de varias fases: en primer lugar, la identificación de territorios estratégicos con comunidades institucionalmente debilitadas; en segundo lugar, la construcción de alianzas con actores políticos locales; en tercer lugar, el desarrollo de proyectos inmobiliarios que justifican el blanqueo de capitales; en cuarto lugar, la neutralización de las resistencias mediante la cooptación o la criminalización de los opositores.
Don Miguel Sánchez, con sus 87 años y más de sesenta años de trabajo en esas tierras, encarna todo lo que este modelo pretende eliminar: la memoria histórica, los derechos territoriales ancestrales y la resistencia campesina.
Su despojo no es casual: es metódico.
La resistencia y las alianzas
Don Miguel Sánchez Hernández no está solo. Cuenta con el apoyo del CODEDI y de las organizaciones sociales de la izquierda anticapitalista del FORO (Frente de Organizaciones de Oaxaca), así como de otros aliados estratégicos que han logrado convertir este caso en un ejemplo de resistencia y no de despojo silencioso, como lamentablemente ha ocurrido en muchos, demasiados, casos similares en la misma costa de Oaxaca, así como en otras partes de México.
Como ya se ha dicho, en junio de 2025, entre las dunas disputadas de la playa de Salchi, se reunieron 14 organizaciones locales, que a su vez convocaron la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Misión de Observación de los Derechos Humanos), llevada a cabo los días 12 y 13 de julio de 2025, la cual redactó un informe detallado sobre la violación de los derechos humanos en las playas de Salchi y El Coyote. La misión reunió a 17 organizaciones de la sociedad civil, a los representantes legales del sindicato de docentes de la Sección XXII de la CNTE en Oaxaca, así como a ciudadanos y abogados de la sociedad civil pertenecientes a organizaciones sociales, todas ellas con una larga experiencia en la defensa de los derechos humanos y colectivos en el estado de Oaxaca.
Las siguientes organizaciones han estado y están presentes en la vigilancia constante del territorio y de la situación: CODEDI, CODEPO (Comité de Defensa de los Derechos del Pueblo de Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Consejo de Comunidades Campesinas y Proletarias), COCISS (Consejo de Comunidades Indígenas de la Sierra Sur), APIIDTT (Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio), la ONG EDUCA, MIUCO (Mujeres Indígenas y Afros Unidas por el Bien de la Costa Oaxaqueña), FPR (Frente Popular Revolucionario), FIZ (Frente Indígena Zapoteco), la Asamblea de la Comunidad Indígena Puente Madera, la Asamblea de la Comunidad Indígena El Coyul y la Cooperativa Cimarronez.
Además, a lo largo de los años, el CODEDI ha construido una red de colaboraciones y alianzas nacionales e internacionales con otras organizaciones indígenas, alguna de ellas vinculadas al Congreso Nacional Indígena (CNI), y con colectivos europeos que apoyan el zapatismo, como los que han participado en la elaboración del presente informe. Gracias a estos contactos se ha dado vida a una visita informativa y solidaria de una brigada de activistas italian@s a finales de julio de 2025 y a la actual Brigada Internacionalista de finales de marzo de 2026.
Los colectivos implicados se han comprometido a seguir vigilando, incluso a distancia, la situación de apropiación indebida y de posible represión de la resistencia en las tierras de Miguel Sánchez Hernández.
El uso autogestionado de los espacios y los campos
Las 14 hectáreas de tierra que aún resisten el avance de la colonización inmobiliaria y turística se cultivan cíclicamente con maíz, frijoles, calabacitas, papaya y otras frutas de temporada. Los compañeros y compañeras del CODEDI organizan «tequios» con los comités locales de su organización para demostrar un uso sano, alternativo, ecológico y autogestionado de los campos, en antítesis al modelo extractivista de los consorcios inmobiliarios.
En Playa Salchi, estos dos modelos en completa oposición se enfrentan física y políticamente.
El CODEDI proviene de una larga tradición de procesos autogestivos, partiendo de la experiencia en el 2006 de la insurrección y de la Comuna de Oaxaca, y en cierta medida se ha inspirado en los caminos autónomos del Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), del CIDECI en Chiapas y de los demás pueblos indígenas del CNI. Con este impulso, en 2013 creó un Centro de Formación en la Ex Finca Alemania (Sierra Sur) donde niños y jóvenes de sus propias comunidades y aldeas pueden estudiar y aprender diversas artes y oficios, a través de un proceso pedagógico empírico y autónomo. Este modelo libertario de «escuela viva» se traslada periódicamente a Salchi, donde se organizan talleres para niñxs y adolescentes que se llevan a cabo en los espacios de un gran y moderno hotel ilegal, construido sin ningún permiso a pocos metros de la playa y recuperado posteriormente por quienes defienden el territorio.
Pintas en Playa Salchi
En los primeros meses de 2026, por ejemplo, se celebraron varios encuentros y talleres para la infancia en Playa Salchi, que trataron temas como la biología marina, la comida sana frente a la comida basura, la medicina natural y la historia oral, ofreciendo un espacio a los cuentacuentos. Los talleres suelen ser impartidos por colectivos solidarios que se dedican a los temas mencionados y están dirigidos principalmente a los alumnos y alumnas de la escuelita autónoma de Finca Alemania y a las infancias en general presentes en Salchi.
Partiendo de experiencias, sobre todo urbanas, de autogestión y autonomía, los colectivos y las personas que participamos en la Brigada Internacionalista consideramos esta forma —la autogestión colectiva de los espacios y las tierras— como uno de los elementos fundamentales y decisivos para la construcción de otros mundos posibles. De hecho, como nos enseña la historia de las numerosas experiencias de lucha mexicanas, la creación de la autonomía y de formas autónomas de vida son un camino que hay que recorrer e intensificar con determinación y constancia como formas de gestión colectiva de cuerpos, mentes y territorios.
En este contexto, y para crear formas de lucha y de unión que se opongan a las dinámicas de despojo y saqueo de los territorios, la propuesta del CODEDI se convierte en un elemento fundamental de construcción y de oposición.
Actividad de la escuelita autónoma de la ex finca Alemania
La creación de un futuro «Centro Comunitario de Formación» dedicado a la infancia y a los jóvenes, en las mismas tierras que el sistema capitalista está tratando de arrebatar a las poblaciones locales, es una visión particularmente insolente y combativa, en un panorama global cada vez más complaciente y resignado, que se posiciona claramente y elige de qué lado estar.
Por lo tanto, nos resulta esencial resaltar la voluntad de intensificar y dedicarse a una labor de atención, cuidado y formación específica hacia las jóvenes generaciones, y la de mantener la construcción práctica y real de alternativas colectivas autónomas, que permiten visualizar y realizar laboratorios efectivos de contrapoder frente al capitalismo. Prácticas que proponen al mismo tiempo formas o focos de resistencia a la dominación cada vez más totalitaria de la unión indisoluble entre capital, mafia y Estado. Situación que —dada también la precariedad o la ausencia total de una salida laboral, de emancipación y de autodeterminación— muchísimas personas, en particular jóvenes, pobres y mujeres, en los últimos años, no han tenido otra opción posible que la de incorporarse a la mano de obra precaria relegada a las maquilas, a los trabajos mal remunerados y explotados en México o en Estados Unidos, al trabajo sexual que muchas veces cae en manos de tratantes, y en última instancia, alistarse como mano de obra para el crimen organizado.
Recuperar un territorio en el que al mismo tiempo se autoproduce el propio sustento, mediante el cultivo de alimentos básicos que pueden generar también autosuficiencia económica, se convierte en una forma de «barricada social, política y cultural» frente al avance del sistema criminal/mafioso del Estado y de los principales intereses económicos, privados o estatales. En un sistema que hace de la guerra su doctrina y su imposición del mundo, el esfuerzo en curso para contrarrestarlo con prácticas colectivas, autogestionadas y autónomas se convierte, por tanto, no solo en un NO a la privatización-despojo, sino también en un SÍ a otro mundo posible.
Conclusión: la turistificación como instrumento colonial de expoliación
Para el anciano campesino Miguel Sánchez Hernández y los habitantes de Playa Salchi y sus alrededores, la agricultura, al igual que la pesca en los ríos y en el mar, constituye una de las principales actividades y una fuente fundamental de sustento para las familias. Estas prácticas económicas y tradicionales han sufrido grandes transformaciones en los últimos años, debido a una lógica que pretende instaurar en esta región el «desarrollo» a través de un turismo de masas destructivo y mediante proyectos de infraestructuras logísticas, viarias de ellas que conectan a Oaxaca con Guerrero y Veracruz en el marco de los proyectos complementarios a la gran obra del Corredor Interoceánico del Istmo de Tehuantepec (CIIT). Esto ha tenido un impacto negativo en la forma de la propiedad social y ha introducido en la región una visión mercantilista de la tierra, fomentando el lavado de dinero y poniéndola en manos de agencias inmobiliarias y particulares.
Las grandes infraestructuras y los polos turísticos —contradiciendo el discurso oficial y «progresista» del gobierno— se abalanzan sobre las tierras indígenas como despiadados proyectos neocoloniales. Auténticas formas contemporáneas de conquista contra un modo de vida de subsistencia, considerado primitivo, excedente e inútil para el sistema capitalista.
La turistificación masiva de los recursos naturales y, en particular, de territorios específicos, no es en absoluto nueva para nosotros. También nosotros, como personas aquí presentes con la Brigada Internacionalista, vivimos o hemos vivido en territorios cuya explotación, ligada a la privatización de tierras y recursos (aguas, bosques, selvas, montañas), ha generado inmensas cantidades de dinero para blanquear, contribuyendo de manera masiva a la actual devastación social, cultural y territorial en curso.
Una tormenta planetaria que viene de lejos y que está arrasando con toda forma de vida que no se ajusta al capital. Una forma de necropolítica o de capitalismo gore que ya no sabe qué hacer con los cuerpos sobrantes, improductivos y que no se ajustan a los dictados del sistema. Y que, al mismo tiempo, sustrae las riquezas y los recursos naturales a las comunidades locales para valorizarlos en su propio modelo económico.
Una guerra que, históricamente en sus especificidades coloniales y de dominio, ha devastado territorios y poblaciones enteras, creando un contexto de dependencia y explotación, origen del enriquecimiento, de una cierta supremacía, del mal definido desarrollo y también —no lo olvidemos— de ciertos «derechos» conquistados en el mundo occidental, desde siempre depredador y colonial.
«El caso de Playa Salchi sintetiza uno de los retos fundamentales de nuestro tiempo: hacer frente a formas de criminalidad que han logrado camuflarse perfectamente con las estructuras legales e institucionales. No se trata de delincuentes que operan al margen del sistema, sino de delincuentes que son el sistema mismo», resume Kino Balu.
Playa Salchi se convierte, por tanto, en un paradigma de expoliación colonial, extendido no solo en México sino en muchas partes del planeta, donde las tierras ricas en diversidad y humanidad del llamado «sur global» son arrebatadas a sus respectivas poblaciones, mercantilizadas y convertidas en hiperproductivas con el fin de intensificar un turismo agresivo, rico y «blanco», al que no le importan en absoluto las especificidades de las comunidades locales. Un turismo por el que se privatizan los recursos, el coste de la vida sufre subidas insostenibles y los pobres son expulsados de los centros de interés o explotados en y por ellos, como mano de obra barata.
La resistencia
Una gentrificación y una turistificación, tanto masiva como dirigida a las élites acomodadas, que hace que poblaciones enteras, geografías y territorios pierdan memoria, dignidad y posibilidades de vida, relegándolos a los márgenes del sistema económico actual.
Una dignidad que, también aquí, nos enseñan que se puede recuperar con la acción directa en la resistencia, la reconexión con la tierra y la naturaleza, con la autogestión colectiva de los espacios y los tiempos.
Frente a esta maquinaria de expropiación, las comunidades de la Sierra Sur y de Playa Salchi han desarrollado ejemplos de resistencia que van más allá de la simple defensa del territorio. Su lucha pone en tela de juicio el propio modelo de desarrollo que considera los territorios como mercancía y las comunidades como obstáculos al progreso.
Aquí, como en otros lugares, la elección del bando en el que situarse se vuelve precisa y la oposición al sistema-guerra se hace concreta y real: en la construcción de un poder popular autónomo, en redes de solidaridad territorial que superan las fronteras impuestas por el Estado-nación y en formas de organización conflictivas y directas, cuya legitimidad no dependa de la mediación institucional.
«La tierra no se vende, se ama y se defiende»
Brigada Internacionalista, Playa Salchi, marzo de 2026
REPORT DELLA BRIGATA INTERNAZIONALISTA CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DI “PLAYA SALCHI”
Introduzione
I giorni 25, 26 e 27 marzo 2026 un gruppo di compagnx del Nodo Solidale, del Collettivo Zapatista di Lugano, del SOA Il Molino e altre persone solidali d’Italia e Svizzera hanno realizzato una brigata internazionalista di solidarietà con la lotta contro la privatizzazione della “spiaggia di Salchi” nella costa di Oaxaca, Messico.
I collettivi suddetti sono stati invitati dal Comité de Defensa de los Derechos Indigenas (CODEDI) – organizzazione popolare, presente in oltre 25 villaggi della regione che dal 1998 lotta per la difesa del territorio – a conoscere il caso emblematico di sfruttamento e speculazione delle terre a danno del contadino Miguel Sánchez Hernández. Durante le tre giornate di condivisione di saperi, workshop, giochi con l’infanzia e pratiche di lotta, si sono realizzate diverse interviste con le persone coinvolte in questa lotta in difesa del territorio, la cui sintesi si presenta in questo report e in un video che seguirà.
Contesto sulla “questione della terra” in Messico
In Messico, come risultato delle lotte secolari, delle guerre contadine e delle rivoluzioni avvenute, esiste un sistema di proprietà della terra che riconosce, oltre alla proprietà pubblica e privata, anche la proprietà sociale (quindi collettiva) delle terre. Realtà che copre più della metà del territorio nazionale. Nello specifico a partire dalla rivoluzione di Emiliano Zapata e Francisco Villa venne sancito, nella Costituzione del 1917, l’invendibilità della terra e la sua ridistribuzione in nuclei agrari conosciuti come ejidos e tierras comunales. Ridistribuzione avvenuta a partire dalla fine degli anni 30 e in atto fino al 1992; anno in cui con una riforma costituzionale si è sancita la parziale vendibilità delle terre ejidali. Gli ejidos furono assegnati per decreto presidenziale, le tierras comunales vennero assegnate sulla base del riconoscimento delle terre “ancestrali”, definite dai documenti e accordi firmati tra i popoli indigeni e la Corona Spagnola, durante gli anni della Colonia.
Tierra es Libertad
In generale l’uso di queste terre collettive è gestito dall’assemblea degli ejidatarios o comuneros, come massima autorità locale, dentro la cornice legale della Riforma Agraria. Sono terre che possono essere ereditate di padre in figlio o scambiate all’interno del nucleo agrario ma che non possono essere rivendute all’esterno dello stesso (salvo specifiche eccezioni). Queste forme di gestione delle terre rappresentano una vera e propria forma di potere comunitario, contadino e spesso indigeno a cui si ispira il cosidetto sistema degli “usi e costumi” (norme comunitarie ancestrali che regolano la vita politica, sociale e culturale delle comunità indigene che hanno una propria assemblea, elezioni per le cariche pubbliche senza la presenza di partiti politici e praticano il “tequio”, una forma di lavoro collettivo o di servizio comunitario, gratuito e a favore, appunto, della comunità).
In Messico le terre collettive, almeno formalmente, si estendono su circa 100 milioni di ettari, gestite da più di 30.000 nuclei agrari. Questo sistema è stato costantemente erosionato da leggi, decreti e tentativi di riforme costituzionali e, nei fatti, con pratiche favorite dalle grandi imprese e consorzi economici e politici nazionali, tutti interessati a ridurre lo spazio di autonomia dei contadini e dei popoli indigeni nel Paese. Tutta questa terra “legalmente sottratta” al mercato capitalista, fa infatti gola a molteplici attori economici e politici.
Negli ultimi anni il crimine organizzato ha preso parte a questo saccheggio costante contro i popoli indigeni e i contadini, intervenendo come braccio armato tanto nei territori dove si sono realizzate o si vogliono realizzare le grandi opere promosse dal governo di turno (come il Corredor Transismico e il Tren Maya), quanto localmente associandosi con qualsiasi imprenditore o politico abbia in ballo guadagni succulenti su pezzi di terra collettivi.
È necessario menzionare, per dare un quadro del contesto, che in Messico negli ultimi 20 anni sono state assassinate più di 500.000 persone e circa 134.000 risultano “desaparecidas”, cioè scomparse. Il Paese vive una guerra di frammentazione territoriale: una guerra civile “anomala”, intermittente, asimmetrica, sparsa ma profondamente violenta; tutto ciò si traduce in un sistema complesso di spoliazione a più livelli che tutti i giorni aggredisce, riduce e svende le terre collettive e si accanisce contro chi le difende.
Il caso di spiaggia Salchi, dunque, è un esempio fra migliaia di altri, lungo tutte le coste del Messico.
Breve storia del furto di terre a Salchi
Playa Salchi
Playa Salchi è parte dell’insieme delle terre comunales di San Pedro Pochutla nello stato di Oaxaca. Terre che, con la creazione del polo turistico di Bahias de Huatulco nei primi anni ’90, hanno subito una privatizzazione rapida e illegale. Il meccanismo più utilizzato è stato la compravendita di terreni attraverso l’emissione di documenti fraudolenti firmati dal commissario di turno dei bienes comunales. Il commissario è la figura eletta dall’assemblea dei comuneros che dovrebbe tutelare e gestire le terre collettive ma spesso diviene proprio l’autorità agraria locale più facilmente corrompibile da parte degli interessi privatizzatori (o eliminabile dagli stessi quando invece si rifiuta di entrare nel business). Molto spesso i commissari dei bienes comunales diventano così i complici principali degli imprenditori: ricevono da parte loro una tangente o una percentuale per i terreni ceduti, nonostante il fatto che gli atti di proprietà emessi non hanno alcun valore formale di fronte al Tribunale Agrario e al Catasto, ovvero quelle stesse istituzioni che, immerse nel medesimo sistema di corruzione generalizzato, diventano eternamente cieche di fronte a queste irregolarità croniche.
La maggioranza delle ville che i ricchi sfoggiano sulle coste del Messico sono state costruite con questi permessi falsificati e su terre collettive indigene o contadine.
La baia della spiaggia di Salchi è lo sbocco sul Pacifico di un appezzamento di 28 ettari di tierra comunal assegnati a Miguel Sánchez Hernández, contadino di 87 anni, che se n’è preso cura da quando l’ereditò, per uso agricolo, da suo nonno adottivo. A partire dai primi tentativi di privatizzazione, Don Miguel si è rifiutato di cedere i terreni a lui assegnati per la costruzione di zone di turismo. Ma il suo diniego come proprietario formale è stato totalmente insufficiente per impedirne la privatizzazione.
Nel 2000 David Ortega del Valle gli propose di vendere 10 ettari di terreno “fronte mare” a un consorzio immobiliare canadese, con la promessa iniziale di un pagamento per i terreni. Accordo che ad oggi non è stato rispettato. In questa zona, da allora fino al 2025, sono state costruite 42 abitazioni “vista mare”, occupate stagionalmente per lo più da canadesi in pensione. Negli anni Miguel Sánchez ha cercato di recuperare le terre attraverso l’appoggio di diverse organizzazioni sociali e di diritti umani, tra queste il CODEDI, che storicamente organizza comitati locali nella regione per la difesa dei diritti indigeni e si mobilita promovendo la resistenza contro i progetti capitalisti ed estrattivisti nei territori indigeni, specialmente sulla Costa e sulla Sierra Sur di Oaxaca.
la “colonia” canadiense
Nel 2017 il CODEDI e altre organizzazioni locali alleate hanno iniziato a lavorare ciclicamente i circa 14 ettari di terre rimaste libere dalla turistificazione, coltivando mais, zucchine e fagioli, cosi come altri alimenti destinati alle famiglie dei villaggi dell’organizzazione.
Nel luglio del 2018, il coordinatore locale del Codedi, Abraham Hernández Gónzalez, viene sequestrato nei pressi della spiaggia e in seguito assassinato: il suo corpo verrà ritrovato nella vicina Cuatunalco. Le circostanze dell’omicidio non verranno mai realmente indagate e i responsabili ad oggi godono di assoluta impunità. Questo drammatico fatto innalza il conflitto per le terre di Salchi e rende palese la complicità della criminalità organizzata con gli imprenditori coinvolti. “Dall’agosto 2020 – racconta Miguel Sánchez – sono stato oggetto di ripetuti tentativi di esproprio delle terre e della mia dimora, con persone incappucciate e armate che mi sorvegliano ed effettuano ronde continue”. Infatti denuncia l’anziano contadino durante una Carovana di Osservazione dei Diritti Umani nel settembre 2025, che nel 2020 giunsero 8 furgoni con persone armate e che fu sequestrato, minacciato di morte, attaccato con spintoni, volgarità e scherni di vario genere, atti che ne hanno compromesso lo stato di salute, al punto da dover essere operato d’urgenza.
Si ha la testimonianza di almeno altre due azioni di intimidazione avvenute durante lo svolgimento di attività pubbliche:
– Il 7 giugno 2025 si tenne il “Forum in difesa della terra e dei diritti agrari dei contadini della costa”, con la partecipazione di 14 organizzazioni che hanno denunciato il tentativo di esproprio a Playa Salchi. Durante l’attività 16 persone armate legate al “Cartello degli Espropri” hanno fatto irruzione nei terreni di Miguel Sánchez, minacciando la sua vita per imporre un altro progetto turistico.
Las viviendas arrasadas
– Il 29 gennaio 2026 un gruppo di civili, fra cui il colombiano Arturo Peralta (responsabile del progetto immobiliario del sudetto consorzio canadese), fece incursione nelle terre di Miguel Sánchez, non ancora invase dalla turistificazione, con ruspe e macchinari pesanti, accompagnato da tre pattuglie della polizia statale. Durante l’aggressione le ruspe, scortate dalle forze dell’ordine e da alcuni civili con armi da fuoco, demolirono completamente alcune case e delle costruzioni sparse nei terreni agricoli, usate anche da altri contadini che sono soliti venire ad aiutare don Miguel a lavorare le terre. Armi in mano, ripetono gli insulti e le minacce contro l’anziano contadino e le altre persone presenti. La partecipazione della polizia statale, in evidente difesa di un’aggressione illegitima e illegale e al fianco di civili armati non identificati, rende ancor più palese la complicità delle istituzioni con l’agire criminale del “Cartello degli Espropri”.
Come internazionalisti non possiamo non notare l’agghiacciante similitudine di quest’ultimo fatto con le ruspe dell’esercito israeliano in Palestina che, in nome delle contorte leggi del “colonialismo di insediamento”, fortificano le aree privatizzate dai coloni “bianchi” e demoliscono, armi in mano e con violenza, le case dei nativi, dei contadini e dei pastori della zona. Il che ribadisce come il capitalismo sfoggia in geografie diversi gli stessi dispositivi coloniali e razzisti di discriminazione, pulizia etnica, esproprio e criminalizzazione.
Il “Cartello degli Espropri”
Don Miguel, i compagni e le compagne del CODEDI e delle altre organizzazioni alleate, riunitesi a difesa della spiaggia Salchi, indicano che esiste un gruppo di persone, tra i quali alcuni funzionari di Morena (partito al governo sia a livello statale che federale) che – in combutta con i commissari dei bienes comunales, con le autorità del tribunale agrario, con le forze dell’ordine e il crimine organizzato – si arricchiscono orchestrando le privatizzazioni delle spiagge e dei terreni comunales nella costa di Oaxaca.
Insieme al caso di Salchi hanno reso noti anche i casi della vicina spiaggia El Coyote e della spiaggia El Coyul (vari chilometri più a sud). Questo gruppo di persone, battezzato il “Cartello degli Espropri”, applica ovunque lo stesso modus operandi: manda gente armata a intimidire e sgomberare i contadini con minacce e violenza; si appropria delle terre simulando legalità attraverso i documenti emessi dalle autorità agrarie corrotte; rivende ai consorzi immobiliari stranieri speculando su ogni metro di terra rubato (un lotto di 200mq, sottratto con inganno e violenza, viene rivenduto tra i 50.000 e i 100.000 euro – tra 1 e 2 milioni di pesos messicani). In seguito i consorzi di sviluppo immobiliare a loro volta rivendono a cifre stratosferiche le “villette fronte mare”, nel mercato dei loro Paesi d’origine (spesso Usa, Canadà, Unione Europea ma anche Arabia Saudita e Russia), fatturando in dollari. Il flusso di denaro generato da questa speculazione è immenso e beneficia solo chi è già ricco: funzionari, imprenditori e mafiosi.
Il risultato di tutta questa operazione mafiosa non è nient’altro che una gentrificazione delle spiagge basata su un modello estrattivista che, ribadiscono gli interlocutori, può funzionare solo con il complice appoggio delle istituzioni, le cui operazioni irregolari sono lubrificate da sostanziose tangenti.
Gli attori locali e nazionali di questo “cartello”, segnalati come principali beneficiari del furto di terre sono i deputati federali Alejandro Avilés Álvarez (del Partito Verde Ecologista del Messico ma affiliato a Morena) e Juan Hugo de la Rosa (Morena), l’assistente giuridico Orlando Acevedo (del partito PRI), l’ex comissario dei bienes comunales de Pochutla Jesús “Chucho” Reyes, David Ortega del Valle (Direttore di Gestione Ambientale del Ministero dell’Ambiente di Oaxaca), il politico locale Alfonso Esparza, l’imprenditore Israel Carreño Morales (che sta privatizzando la spiaggia de El Coyote) e il contabile Sergio Castro López. Così il gruppo opera impunemente grazie alla protezione di elementi dei tre livelli di governo (Municipale, Statale e Federale) e con il coinvolgimento sia dei partiti della maggioranza che dell’opposizione.
La costa lava più bianco: spoliazione e riciclaggio di denaro(*)
Il conflitto di Playa Salchi è un po’ l’emblema dell’offensiva dell’ espropriazione territoriale e della mercificazione del litorale di Oaxaca: un vero e proprio terreno di sperimentazione. Qui si intrecciano la storica criminalità finanziaria di personaggi come Sergio Castro Lopez (commercialista di umili origini che ha scalato le gerarchie fino a diventare un riciclatore di miliardi, attraverso il perfezionamento di quegli “schemi fiscali aggressivi” che hanno permesso a governatori e società di evadere ampiamente gli obblighi fiscali. La sua azienda – Inteligencia de Negocios – ha funzionato come centro operativo per reti di 150 prestanome, movimentando più di 100 miliardi di pesos in operazioni di riciclaggio), con quella di operatori politici locali, protetti dal nome di partiti come Morena e Verde Ecologista e sostenuti dalla “Quarta Trasformazione” al governo e dai suoi centri d’interesse.
Questo fenomeno rivela uno schema ricorrente: i progetti alberghieri su terreni espropriati, non sono solo operazioni immobiliari, ma anche meccanismi di riciclaggio di denaro. Gli alberghi consentono di giustificare ingenti flussi finanziari, generando al contempo beni immobili in territori strategici. La costa di Oaxaca, con il suo potenziale turistico e la sua debolezza istituzionale, offre le condizioni ideali per questa simbiosi tra espropriazione territoriale e riciclaggio di denaro. Il governo non solo tollera queste operazioni ma le integra organicamente nel proprio progetto politico, dimostrando che la cosiddetta «Quarta Trasformazione» può convivere tranquillamente con le forme più sofisticate della criminalità capitalista.
Hotel recuperado
Un modello di spoliazione integrale, in cui l’appropriazione del territorio si intreccia con il controllo politico, il riciclaggio di denaro e la cooptazione istituzionale per creare enclave di totale impunità e che opera attraverso diverse fasi: in primo luogo, l’identificazione di territori strategici con comunità istituzionalmente indebolite; in secondo luogo, la costruzione di alleanze con operatori politici locali; in terzo luogo, lo sviluppo di progetti immobiliari che giustificano il riciclaggio di denaro; in quarto luogo, la neutralizzazione delle resistenze attraverso la cooptazione o la criminalizzazione degli oppositori.
Don Miguel Sánchez, con i suoi 87 anni e gli oltre sessant’anni di lavoro su quelle terre, incarna tutto ciò che questo modello mira a eliminare: la memoria storica, i diritti territoriali ancestrali e la resistenza contadina.
La sua espropriazione non è casuale: è metodica.
La resistenza e le alleanze
Ma Don Miguel Sánchez Hernández non è solo. È accompagnato dal CODEDI e dalle organizzazioni sociali della sinistra anticapitalista del FORO (Fronte delle Organizzazioni di Oaxaca) e da altri alleati strategici che sono riusciti a trasformare questo caso in un esempio di resistenza e non di silente spoliazione, come purtroppo è successo in molti, troppi, casi simili nella stessa costa di Oaxaca, così come in altre parti di Messico.
Come già detto, nel giugno del 2025, fra le dune contese di spiaggia Salchi, si sono riunite 14 organizzazioni locali, che a loro volta hanno convocato la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Missione d’Osservazione dei Diritti Umani)realizzata il 12 e 13 luglio 2025 che ha redatto un dettagliato report sulla violazione dei diritti umani nelle spiagge di Salchi ed El Coyote. La missione ha riunito 17 organizzazioni della società civile, i rappresentanti legali del sindacato degli insegnanti della Sezione XXII della CNTE a Oaxaca, nonché cittadini e avvocati della società civile appartenenti a organizzazioni sociali, tutte con una lunga esperienza nella difesa dei diritti umani e collettivi nello Stato di Oaxaca.
Sono state e sono presenti nella costante vigilanza del territorio e della situazione le seguenti organizzazioni: CODEDI, CODEPO (Comité de Defensa de los Derechos del Pueblo de Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Consejo de Comunidades Campesinas y Proletarias), COCISS (Consejo de Comunidades Indígenas de la Sierra Sur), APIIDTT (Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio), la Ong EDUCA, MIUCO (Mujeres Indígenas y Afros Unidas por el Bien de la Costa Oaxaqueña), FPR (Frente Popular Revolucionario), FIZ (Frente Indígena Zapoteco), l’assemblea del villaggio indigeno Puente Madera, l’assemblea del villaggio indigeno El Coyul e la cooperativa Cimarronez.
Il CODEDI, negli anni, ha inoltre costruito una rete di collaborazioni e alleanze nazionali e internazionali con organizzazioni vincolate al Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e con Collettivi europei che sostengono lo zapatismo, come quelli coinvolti nella realizzazione del presente report. Grazie a questi contatti si è dato vita a una visita informativa e solidale di una brigata di attivisti italiani a fine luglio 2025 e l’attuale Brigata Internazionalista di fine marzo 2026.
I collettivi coinvolti hanno preso l’impegno di continuare a monitorare la situazione di furto e di possibile repressione della resistenza nelle terre di Miguel Sánchez Hernández anche a distanza.
L’uso autogestito degli spazi e dei campi
I 14 ettari di terra che ancora resistono all’avanzata della colonizzazione immobiliare e turistica, sono ciclicamente coltivati con mais, fagioli, zucchine, papaya e altri frutti di stagione. I compagni e le compagne del CODEDI organizzano “tequios” con i comitati locali della propria organizzazione per dimostrare un uso sano, alternativo, ecologico e autogestito dei campi, in antitesi al modello estrattivista dei consorzi immobiliari.
A Playa Salchi questi due modelli in completa opposizione, si fronteggiano fisicamente e politicamente.
Pintas en Playa Salchi
Il CODEDI viene da una lunga tradizione di processi autogestiti, partendo dall’esperienza del 2006 dell’insurrezione e della Comuna de Oaxaca e in qualche modo si è ispirato ai percorsi autonomi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), del CIDECI in Chiapas e degli altri popoli indigeni del CNI (Congresso Nazionale Indigeno). Con questa spinta, nel 2013, ha creato un Centro di Formazione nell’Ex Finca Alemania (Sierra Sur) dove i bambinx e le giovani delle proprie comunità e villaggi possono studiare e apprendere diverse arti e mestieri, attraverso un processo pedagogico empirico e autonomo. Questo modello libertario di “scuola viva” viene periodicamente trasferito a Salchi, dove si organizzano workshop per bambinx e adolescenti che vengono realizzati negli spazi di un grande e moderno hotel abusivo, costruito senza permesso alcuno a pochissimi metri dalla spiaggia e recuperato in un secondo momento da chi sta difendendo il territorio. Uno spaccato – totalmente surreale e affiascinante, tanto quanto “comprensibile” o difficilmente spiegabile a parole – delle tante anomalie o particolarità (o contraddizioni?) di un Messico, da sempre alle prese con forme di lotta altrove impensabili.
Da dicembre 2025 ad esempio, ci sono stati vari incontri e workshop per l’infanzia realizzati a Playa Salchi, che hanno trattato temi quali la biologia marina, il cibo sano contro cibo spazzatura, la medicina naturale, la storia orale e offerto spazio a cantastorie. I workshop sono solitamente impartiti da collettivi solidali che si dedicano ai temi menzionati e sono diretti principalmente agli alunni e alunne dell’escuelita autónoma di Finca Alemania e all’infanzia in generale presente a Salchi.
Proveniendo da esperienze, soprattutto urbane, di autogestione e di autonomia, i collettivi e le persone partecipanti alla Brigata Internazionalista, ritengono questa forma – l’autogestione collettiva degli spazi e delle terre – come uno degli elementi fondamentali e decisivi per la costruzione di altri mondi possibili. Infatti, come insegna la storia delle tante esperienze di lotta messicane, la creazione dell’autonomia e di forme autonome di vite, è un cammino da percorrere e da intensificare con determinazione e costanza come forme di gestione collettiva di corpi, menti e territori.
In questo contesto e per creare quelle forme di lotta e di aggregazione per opporsi alle dinamiche di esproprio e di sacchegio dei territori, la proprosta del CODEDI diventa un elemento di costruzione e di opposizione fondamentale.
Actividad de la escuelita autónoma de la ex finca Alemania
La creazione di un futuro “Centro Comunitario di Formazione” dedicato all’infanzia e ai giovani, nelle stesse terre che il sistema capitalista sta cercando di sottrarre alle popolazioni locali, è una visione particolarmente insolente e combattiva, in un panorama globale sempre più accondiscendente e rinunciatario, che si posiziona chiaramente e che sceglie da che parte stare.
Essenziale risulta quindi, da una parte, la volontà di intensificare e di dedicarsi a un lavoro di attenzione, di cura e di formazione specifico verso le giovani generazioni; e dall’altra mantenere la costruzione pratica e reale di alternative collettive autonome, per permettere di visualizzare e di realizzare laboratori effettivi di contropotere di fronte al capitalismo. Pratiche che proprongono al contempo delle forme/sacche di resistenza alla dominazione sempre più totalitaria del connubbio inscindibile capitale-mafia-stato. Situazione per la quale – vista anche la precarizzazione o l’assenza totale di uno sbocco lavorativo, di emancipazione e di autodeterminazione – tantissime persone, in particolari giovani, poveri e donne, negli ultimi anni, non hanno avuto altra opzione possibile se non aderire alla forza lavorativa precaria relegata alle maquilas, ai lavori sottopagati e sfruttati in Messico o negli Stati Uniti, alla prostituzione e alla vendita del proprio corpo o, in ultima istanza, arruolarsi come forza lavoro per la criminalità organizzata.
Riprendersi quindi un territorio, dove al tempo stesso autoprodurre il proprio nutrimento con la coltivazione di alimenti fondamentali che possono generare anche autosussistenza economica, diventa una forma di “barricata sociale, politica e culturale” fronte all’avanzare del sistema criminale/mafioso di Stato e dei principali interessi economici, privati o statali. Sistema che fa della guerra la sua dottrina e la sua imposizione del mondo e per cui lo sforzo in atto nel contrastarlo con pratiche collettive, autogestite e autonome diventa quindi non solo un NO alla privatizzazione-spoliazione ma anche un SÍ a un altro mondo possibile.
Conclusione: la turistificazione come strumento coloniale di spoliazione
Per l’anziano contadino Miguel Sánchez Hernández e gli abitanti di Playa Salchi e dintorni, l’agricoltura, così come la pesca nei fiumi e in mare, costituisce una delle attività principali e una fonte fondamentale di sostentamento per le famiglie. Queste pratiche economiche e tradizionali hanno subito grandi trasformazioni negli ultimi anni, a causa di una logica che vuole instaurare in questa regione lo “sviluppo” attraverso un turismo di massa e distruttivo e attraverso progetti di infrastrutture logistiche e stradali che collegano Oaxaca con Guerrero e Veracruz nell’ambito dei progetti accessori della grande opera del Corredor Interoceanico del Istmo de Tehuantepec (CIIT). Ciò ha avuto un impatto negativo sulla forma della proprietà sociale e ha introdotto nella regione una visione mercantilistica della terra, fomentando il lavaggio di denaro e mettendola nelle mani di agenzie immobiliari e privati.
Le grandi infrastrutture e i poli turistici – contraddicendo il discorso ufficiale e “progressista” del governo – si avventano sulle terre indigene come spietati progetti neocoloniali. Vere e proprie forme contemporanee di conquista contro un modo di vita di sussistenza, considerato primitivo, eccedente e inutile per il sistema capitalista.
La turistificazione massiva delle risorse naturali e particolarmente di territori specifici, non ci è decisamente nuova. Anche noi, come persone qui presenti con la Brigata Internazionalista, viviamo o abbiamo vissuto territori il cui sfruttamento legato alla privatizzazione di terre e di risorse (acque, boschi, foreste, montagne) ha generato immense quantità di soldi da riciclare e da sbiancare (l’emblematico caso dell’incendio divampato in un bar a Crans Montana, in Svizzera, gestito tra speculazione e riciclaggio, con la presenza di tutti gli attori, i fattori e le particolarità del caso, ne è un esempio indicativo) contribuendo in modo massiccio all’attuale devastazione sociale, culturale e territoriale in atto.
Excavadora en la playa
Una tormenta planetaria che viene da lontano e che sta spazzando via ogni forma di vita non consona al capitale. Una forma di necropolitica o di capitalismo gore che non sa più cosa farsene dei corpi in eccesso, non produttivi e che non corrispondono ai dettami del sistema. E che al contempo sottrae le ricchezze e le risorse naturali alle comunità locali per metterle a valore nel proprio modello economico.
Una guerra che, storicamente nelle sue specifiche coloniali e di dominio, ha devastato interi territori e popolazioni, creando un contesto di dipendenza e di sfruttamento, all’origine dell’arricchimento, di una certa supremazia, del mal definito sviluppo e anche – non dimentichamolo – di certi “diritti” conquistati nel mondo occidentale, da sempre predatore e coloniale.
“Il caso di Playa Salchi sintetizza una delle sfide fondamentali del nostro tempo: affrontare forme di criminalità che sono riuscite a mimetizzarsi perfettamente con le strutture legali e istituzionali. Non criminali che operano ai margini del sistema, ma con criminali che sono il sistema stesso”, riassume Kino Balu.
Spiaggia Salchi diventa dunque un paradigma di spoliazione coloniale, diffuso non solo in Messico ma in tante parti del pianeta, dove le terre ricche di diversità e di umanità dei cosidetti “sud del mondo” vengono strappate alle rispettive popolazioni, mercificate e rese iperproduttive allo scopo di intensificare un turismo aggressivo, ricco e “bianco”, a cui non importa nulla delle specificità delle comunità locali. Turismo per cui le risorse vengono privatizzate, il costo della vita subisce dei rincari insostenibili e i poveri vengono espulsi dai centri di interessi o sfruttati negli stessi, come mano d’opera a basso costo.
Una gentrificazione e una turistificazione, sia di massa che per le élite benestanti, che vede intere popolazioni, geografie e territori perdere memoria, dignità e possibilità di vita, relegandole ai margini dell’attuale sistema economico.
Una dignità che, anche qui, ci insegnano si può recuperare con l’azione diretta nella resistenza, il ricongiungimento con la terra e la natura, con l’autogestione collettiva degli spazi e dei tempi.
La resistencia
Di fronte a questa macchina di espropriazione, le comunità della Sierra Sur e di Playa Salchi hanno sviluppato esempi di resistenza che vanno oltre la semplice difesa del territorio. La loro lotta mette in discussione il modello stesso di sviluppo che considera i territori come merce e le comunità come ostacoli al progresso.
Qui, come altrove, la scelta della parte della barricata in cui stare, diventa precisa e l’opposizione al sistema-guerra si fa concreta e reale: nella costruzione di un potere popolare autonomo, in reti di solidarietà territoriale che superano i confini imposti dallo Stato-nazione e in forme di organizzazione conflittuali e dirette, la cui legittimità non dipenda dalla mediazione istituzionale.
“La tierra no se vende, se ama y se defiende” Brigata Internazionalista, Playa Salchi, Marzo 2026
Costruendo la resistenza globale – Construyendo la Resistencia Global