In ricordo di Jaime pubblichiamo la traduzione di un estratto dell’introduzione di Nostalgia y ensoñación. Per ricordarlo a 6 anni da quando un sistema di salute per ricchi ce l’ha tolto dal nostro fianco.
Di Jaime Montejo “el cura Mateo” “Padre Mateo” “Il frailejón aspetta paziente sulla montagna” Le poesie che leggerete di seguito riflettono l’orgoglio che mi accompagna per aver deciso, una volta, di entrare nella guerriglia. Mi sento orgoglioso di aver militato negli anni Ottanta nel movimento politico-militare 19 di aprile, M-19. Sono un meccanico di cuore. Orgoglioso di essere stato parte del sogno bolivariano di Jaime Bateman Cayón, che ho fatto mio, così come molti altri combattenti. Orgoglioso di essere un veterano del Battaglione América e delle Milizie Popolari di Aguablanca, della “eme” distrettuale a Cali. Orgoglioso di aver condiviso sogni, rabbia, panico e dolore con i compagni con cui lottai, come il comandante Mauricio Castaño, giustiziato da sicari con tesserino, al servizio di un regime terrorista e totalitario per vocazione. Orgoglioso di entrare in combattimento e resistere all’assedio dei chulos, pur sentendo che la vita se ne andava in ogni sparo, dove loro cercavano di mettermi fuori combattimento, perché ero il bersaglio dei loro attacchi e delle loro paure, così come loro furono al centro del mirino ogni volta che sparai, in ogni scontro militare. Orgoglioso di aver partecipato a innumerevoli giornate propagandistiche. Orgoglio di aver fatto parte di gruppi di studio, dove conobbi i classici del marxismo-leninismo, Manuel Quintín Lame, Paulo Freire e la teologia della liberazione. Orgoglioso di aver amato Karina fino al giorno della sua morte, mentre combatteva sotto il comando del Maggiore Elías, laggiù a Novilleras, nella Forza Militare d’Occidente, nel 1994. Orgoglioso di aver conosciuto la Comandante dei ragazzi di strada e delle lavoratrici sessuali della Quince, nella mia bella Cali, il cui nome di battesimo oggi nessuno sembra ricordare. Orgoglioso
di aver riposato in un’amaca, tra le sterpaglie della cordigliera, dopo una lunga camminata, attraversando il páramo
di nuovo…
Orgoglioso di non aver ceduto, quando fui detenuto dall’F-2 e interrogato dalla polizia politica dell’esercito colombiano, nonostante il terrore che incombe durante una sessione di tortura nella Terza Brigata, dove la minaccia di morte è la cosa meno dannosa che si possa vivere in quel momento. Imparai in questi anni di cammino tra sentieri e mulattiere, che quando il nemico ti accerchia su un crinale montuoso che stai difendendo, o la barricata per strada è insufficiente per avanzare o retrocedere… la prima cosa che devi fare è capire ciò che sta succedendo e prendere una decisione. Che fare? Patria o morte. Vivi oggi e lotta domani. Una contraddizione così grande segna la difficoltà o la semplicità nel prendere una decisione, a vent’anni appena compiuti. Coloro che optarono per la prima scelta fanno parte del nostro memoriale, come molti compagni che non ebbero scelta e persero la vita. Quelli che abbiamo avuto l’opportunità di scegliere, siamo per sempre angeli caduti, che in alcuni casi cerchiamo di fare memoria e lottare in altri fronti di lotta, con mezzi civili e pacifici, fuggendo dalle nostre stesse paure e fantasmi, che ci perseguitano da allora e non cessano di tenderci imboscate nella quotidianità.
Altri sopravvissuti si vendono nel mercato della politica nazionale e legittimano oggi paramilitari che assassinarono molta gente dell’M-19, delle sue basi d’appoggio o semplicemente del popolo lavoratore. Imparai anche che la feticizzazione del denaro arriva a imporsi sia nella lotta armata che nella lotta elettorale, che ci alienano allo stesso modo al pensare che tali strategie abbiano vita propria e indipendente dai loro creatori, oppure se pensiamo che siano le uniche forme di lotta valide e che le altre siano poca cosa, davanti alla nostra “scelta corretta”, che speriamo di imporre a simpatizzanti e collaboratori.
Imparai, che non c’è cosa più gradevole che bere l’acqua raccolta nelle bromelie della selva tropicale.
Sussiste, controcorrente, il ricordo dei nostri morti e dei desaparecidos, che si elevano sopra la nostra eredità, come esempi di vita e modelli di comportamento, nonostante scatti, basse passioni e tentazioni, che poterono accompagnarli nella loro militanza rivoluzionaria e nel quotidiano trascorrere.
Prodotto di queste contraddizioni, nacquero le poesie di questo libro, deliranti ed esaltate per tanta adrenalina, testosterone e sangue versato, che si fusero in un solo scoppio per non assaltare l’eternità.
Aver lasciato la lotta armata ed essere partito oltre l’alto mare, non mi rende un pentito di questa forma di lotta. Non cerco di fare un’apologia della resa. Ancora meno di lodarla tra versi e metafore proprie di un damerino. Non è mia intenzione cantare a quei compagni che si arresero e, consegnando le armi, legittimarono il sistema elettorale colombiano e smisero di lottare. Alcuni di loro, amici carissimi, con i quali condivisi poco più che la mia stessa vita. Altri continuano in piedi nella lotta, senza armi, senza montagna e senza clandestinità. Amnistiati o no. Esiliati o no. Messi a tacere o no. Io invece sono solo un sopravvissuto di un gruppo di poco più di 77 insorti, che caddero in combattimento o furono fatti sparire dalle forze dell’ordine dello Stato colombiano. Un sopravvissuto, ora messicano, con tracce visibili della sindrome post-traumatica, perseguitato da sensi di colpa che si dissolvono nel mio lavoro quotidiano di prevenzione dell’HIV/AIDS, come pratica di libertà, tra lavoratrici sessuali e la mia attuale militanza come aderente e attivista dell’Altra Campagna, iniziativa civile e pacifica convocata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Messico. Tuttavia, è certo che non tornerei più a prendere le armi, senza che ciò implichi minimamente ripudiare questa forma di lotta. Nemmeno indirizzerei il mio lavoro politico verso la presa del potere; il che non è uguale a non lottare per consolidare potere popolare in lungo e in largo
Potere popolare che instauri un governo, con democrazia diretta e non rappresentativa, che comandi obbedendo e che il popolo possa sciogliere se non è al servizio del popolo, dove non consegniamo tutto il potere, né tutte le armi, a nessun comandante o compagno che poi voglia schiacciarci. Posso dire, senza timore di sbagliarmi, che le poesie di questo libro riflettono che non c’è santità nella violenza rivoluzionaria, lì Dio non è presente, né in nessun’altra parte, a dire il vero. Che ingenui fummo!… Ciò che c’è nella violenza rivoluzionaria è una risposta alla violenza istituzionale di un regime che condanna alla miseria milioni di persone e stermina coloro che dissentono dai potenti. Non c’è santità, c’è scontro a morte con chi difende violentemente e senza compassione lo Stato e le sue istituzioni. Non c’è santità, ci sono apparati armati che rappresentano una delle massime espressioni del patriarcato, che competono a morte in una guerra di guerriglia, movimenti e posizioni, con una logica propria del capitale, che genera guerre commerciali per aprirsi strada in altre latitudini e colonizzare la nostra mente e lo spirito di ribellione. Non c’è santità, ma c’è giustizia popolare. Non c’è santità, ma c’è punizione, assassinando chi uccide civili disarmati. Non c’è santità, ma c’è vendetta, esercitata contro i nostri carnefici. Non c’è santità, ma c’è speranza di poter annientare chi ci annienta. Non c’è santità, ma è l’unico cammino che a molti di noi è rimasto, al margine del divino e del mondano, al margine di ciò che è amato e desiderabile, al margine di sé stessi e senza santità, forse.
L’albero piantato in onore a Jaime nel Casale Alba 2, Roma il 05/05/2026
Si les interesa conocer más sobre la situación en Irán, el complejo panorama político y la resistencia histórica de su pueblo, les invitamos a escuchar este audio del conversatorio que se realizó el 1° de abril en la Librería “La Cosecha” (en San Cristóbal de Las Casas, Chiapas), con dos compañerxs iraníes del colectivo “Andisheh va Peykar” (Pensamiento y Lucha).
En el audio, un recorrido histórico de los proyectos neoliberales impulsados por el régimen de los Ayatolás y las constantes represiones contra los movimientos sociales de los pueblos iraníes. Al mismo tiempo en su conversatorio lxs compañerxs del colectivo “Andisheh va Peykar” analizan critcamente y rechazan la mortífera injerencia imperialista de Israel y Estados Unidos.
¡No a las guerras del capitalismo! ¡Por la revolución social, abajo y a la izquierda!
Proponemos este informe redactado inicialmente en italiano, francés y alemán con el propósito de darle difusión en Europa, por lo mismo puede que algunos párrafos que resumen el contexto sociopolítico de México se perciban como redundantes para el lector mexican@, aun así, decidimos mantenerlos para que otrxs lectorxs hispanohablantes puedan tener acceso a más información.
INFORME DE LA BRIGADA INTERNACIONALISTA CONTRA LA PRIVATIZACIÓN DE «PLAYA SALCHI»
Introducción
Los días 25, 26 y 27 de marzo de 2026 un grupo de compañerxs del Nodo Solidale, del Colectivo Zapatista de Lugano, del SOA Il Molino y otras personas solidarias de Italia y Suiza llevamos a cabo una brigada internacionalista de solidaridad con la lucha contra la privatización de la «playa de Salchi», en la costa de Oaxaca, México.
Los colectivos mencionados fuimos invitados por el Comité de Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI) — una organización popular, presente en más de 25 comunidades de la región que desde 1998 lucha por la defensa del territorio — a conocer el caso emblemático de despojo y especulación de las tierras que perjudican al compañero campesino Miguel Sánchez Hernández. Durante los tres días de intercambio de conocimientos, talleres, juegos con las infancias y prácticas de lucha, se realizaron varias entrevistas con las personas involucradas en esta lucha en defensa del territorio, cuya síntesis se presenta en este informe y en un vídeo que se publicará próximamente.
Contexto sobre la «cuestión de la tierra» en México
En México, como resultado de las luchas seculares, las guerras campesinas y las revoluciones, existe un sistema de propiedad de la tierra que reconoce, además de la propiedad pública y privada, también la propiedad social (por lo tanto, colectiva) de las tierras. Una realidad que abarca más de la mitad del territorio nacional. Concretamente, a partir de la revolución de Emiliano Zapata y Francisco Villa, se consagró en la Constitución de 1917 la inalienabilidad de la tierra y su redistribución en núcleos agrarios conocidos como ejidos y tierras comunales. Redistribución que tuvo lugar a partir de finales de los años 30 y que se prolongó hasta 1992, año en el que mediante una reforma constitucional se sancionó la vendibilidad parcial de las tierras ejidales. Los ejidos fueron asignados por decreto presidencial, mientras que las tierras comunales se asignaron sobre la base del reconocimiento de las tierras «ancestrales», definidas por los documentos y acuerdos firmados entre los pueblos indígenas y la Corona Española durante la época colonial.
En general, el uso de estas tierras colectivas es gestionado por la asamblea de los ejidatarios o comuneros, como máxima autoridad local, dentro del marco legal de la Reforma Agraria. Son tierras que pueden heredarse de padres a hijos o intercambiarse dentro del núcleo agrario, pero que no pueden revenderse fuera del mismo (salvo excepciones específicas). Este sistema de gestión de las tierras representa una verdadera forma de poder comunitario, campesino y a menudo indígena, en la que se ancla el llamado sistema de «usos y costumbres».
Tierra es Libertad
En México, las tierras colectivas, al menos formalmente, se extienden sobre unos 100 millones de hectáreas, gestionadas por más de 30 000 núcleos agrarios. Este sistema ha sido constantemente erosionado por leyes, decretos e intentos de reformas constitucionales y, de hecho, por prácticas favorecidas por las grandes empresas y los consorcios económicos y políticos nacionales, todos interesados en reducir el espacio de autonomía del campesinado y los pueblos indígenas del país. Toda esta tierra «legalmente sustraída» al mercado capitalista resulta, de hecho, muy atractiva para múltiples actores económicos y políticos.
En los últimos años, el crimen organizado ha participado en el saqueo constante contra los pueblos indígenas y los campesinos, interviniendo como brazo armado tanto en los territorios donde se han llevado a cabo los mega-proyectos promovidos por el gobierno (como el Corredor Transístmico y el Tren Maya), como a nivel local asociándose con cualquier empresario o político que tenga en juego jugosas ganancias sobre parcelas de tierra colectivas.
Es importante mencionar que en México, en los últimos 20 años, han sido asesinadas más de 500 000 personas y unas 134 000 figuran como «desaparecidas». El país vive una guerra de fragmentación territorial: una guerra civil «anómala», intermitente, asimétrica, dispersa pero profundamente violenta; todo esto conforma un complejo sistema de expoliación a varios niveles que cada día ataca, reduce y malvende las tierras colectivas y se ensaña contra quienes las defienden.
El caso de la playa de Salchi es un ejemplo entre miles de otros, a lo largo de todas las costas de México.
Breve historia del robo de tierras en Salchi
Playa Salchi forma parte del conjunto de tierras comunales de San Pedro Pochutla, en el estado de Oaxaca. Tierras que con la creación del complejo turístico de Bahías de Huatulco a principios de los años 90 sufrieron una privatización rápida e ilegal. El mecanismo más utilizado fue la compraventa de terrenos mediante la emisión de documentos fraudulentos firmados por el comisario de turno de los bienes comunales. El comisario es la figura elegida por la asamblea de los comuneros que debería proteger y gestionar las tierras colectivas, pero a menudo se convierte precisamente en la autoridad agraria local más fácilmente corruptible por parte de los intereses privatizadores (o eliminable por estos cuando, por el contrario, se niega a entrar en el negocio). Muy a menudo, los comisarios de los bienes comunales se convierten así en los principales cómplices de los empresarios: reciben de ellos un soborno o una comisión por las tierras cedidas, a pesar de que los títulos de propiedad emitidos no tengan ningún valor formal ante el Tribunal Agrario y el Catastro, es decir,estas instituciones que inmersas en el mismo sistema de corrupción generalizada se vuelven eternamente ciegas ante estas irregularidades crónicas.
Playa Salchi
La mayoría de las villas que los ricos lucen en las costas de México se han construido con estos permisos falsificados y sobre tierras comunales indígenas o campesinas.
La bahía de la playa de Salchi es la salida al Pacífico de una parcela de 28 hectáreas de tierra comunal asignada a Miguel Sánchez Hernández, un campesino de 87 años, que la ha cuidado desde que la heredó, para uso agrícola, de su abuelo adoptivo. Desde los primeros intentos de privatización, Don Miguel se ha negado a ceder las tierras que le fueron asignadas para la construcción de zonas turísticas. Pero su negativa como propietario formal ha sido totalmente insuficiente para impedir su privatización.
En el año 2000, David Ortega del Valle le propuso vender 10 hectáreas de terreno «frente al mar» a un consorcio inmobiliario canadiense, con la promesa inicial de un pago por los terrenos. Acuerdo que al día de hoy no se ha cumplido. En esta zona, en los últimos años hasta 2025, se han construido 42 viviendas con «vistas al mar», ocupadas estacionalmente en su mayoría por jubilados canadienses. A lo largo de los años, Miguel Sánchez ha intentado recuperar las tierras con el apoyo de diversas organizaciones sociales y de derechos humanos, entre ellas el CODEDI, que históricamente organiza comités locales en la región para la defensa de los derechos indígenas y se moviliza promoviendo la resistencia contra los proyectos capitalistas y extractivistas en los territorios indígenas, especialmente en la Costa y la Sierra Sur de Oaxaca.
En 2017, el CODEDI y otras organizaciones locales aliadas comenzaron a trabajar cíclicamente las aproximadamente 14 hectáreas de tierras que habían quedado libres de la turistificación, cultivando maíz, calabacitas y frijoles, así como otros alimentos destinados a las familias de las comunidades de la organización.
la “colonia” canadiense
En julio de 2018, el coordinador local del CODEDI, Abraham Hernández González, fue secuestrado cerca de la playa y posteriormente asesinado: su cuerpo fue hallado en la localidad cercana de Cuatunalco. Las circunstancias del asesinato nunca se investigaron y al día de hoy los responsables gozan de total impunidad. Este dramático suceso agravó el conflicto por las tierras de Salchi y puso de manifiesto la complicidad del crimen organizado con los empresarios implicados. «Desde agosto de 2020 —cuenta Miguel Sánchez— he sido objeto de repetidos intentos de despojo de las tierras y de mi vivienda, con personas encapuchadas y armadas que me vigilan y realizan rondas continuas». De hecho don Miguel denuncia, durante una Caravana de Observación de los Derechos Humanos en septiembre de 2025, que un día llegaron 8 furgonetas con personas armadas en la y en esa ocasión fue secuestrado, amenazado de muerte, agredido con empujones, obscenidades y burlas de diversa índole, lo que comprometió su estado de salud hasta el punto de tener que ser operado de urgencia.
Se tiene constancia de al menos otras dos acciones de intimidación ocurridas durante el desarrollo de actividades públicas:
– El 7 de junio de 2025 se celebró el «Foro en defensa de la tierra y los derechos agrarios de los campesinos de la costa», con la participación de 17 organizaciones que denunciaron el intento de despojo en Playa Salchi. Durante el evento, 16 personas armadas vinculadas al «Cartel del Despojo» irrumpieron en los terrenos de Miguel Sánchez, amenazando su vida para imponer otro proyecto turístico.
– El 29 de enero de 2026, un grupo de civiles, entre los que se encontraba el colombiano Arturo Peralta (responsable del proyecto inmobiliario del mencionado consorcio canadiense), irrumpió en las tierras de Miguel Sánchez, las que aún no están invadidas por la turistificación, con excavadoras y maquinaria pesada, acompañado de tres patrullas de la policía estatal. Durante la agresión, las excavadoras, escoltadas por las fuerzas de seguridad y por algunos civiles armados, demolieron por completo algunas casitas y construcciones dispersas en los terrenos agrícolas, utilizadas también por otros campesinos que suelen acudir a ayudar a don Miguel a trabajar la tierra. Armas en mano, se repitieron los insultos y las amenazas contra el anciano campesino y las demás personas presentes. La participación de la policía estatal, en evidente defensa de una agresión ilegítima e ilegal y al lado de civiles armados no identificados, pone aún más de manifiesto la complicidad de las instituciones con la actuación criminal del «Cartel del Despojo».
Como internacionalistas, no podemos dejar de señalar la escalofriante similitud de este último hecho con las excavadoras del ejército israelí en Palestina que, en nombre de las retorcidas leyes del «colonialismo de asentamiento», fortifican las zonas privatizadas por los colonos «blancos» y demuelen, armas en mano y con violencia, las casas de los nativos, los campesinos y los pastores de la zona. Lo cual nos reitera cómo el capitalismo despliega en diferentes geografías los mismos dispositivos coloniales y racistas de discriminación, limpieza étnica, expropiación y criminalización.
El «Cartel del Despojo»
Don Miguel, los compañeros y compañeras del CODEDI y de otras organizaciones aliadas, reunidos en defensa de la playa de Salchi, señalan que existe un grupo de personas, entre las que se encuentran algunos funcionarios de Morena (partido en el poder tanto a nivel estatal como federal) que —en contubernio con los comisarios de los bienes comunales, las autoridades del tribunal agrario, con las fuerzas del orden y el crimen organizado— se enriquecen orquestando las privatizaciones de las playas y de los terrenos comunales en la costa de Oaxaca.
Junto con el caso de Salchi, también se han dado a conocer los casos de la cercana playa de El Coyote y de la playa de El Coyul (varios kilómetros más al sur). Este grupo de personas, bautizado como el «Cartel del Despojo», aplica en todas partes el mismo modus operandi: envía gente armada para intimidar y desalojar a los campesinos con amenazas y violencia; se apropia de las tierras simulando legalidad mediante documentos emitidos por autoridades agrarias corruptas; revende a consorcios inmobiliarios extranjeros especulando con cada metro de tierra robada (una parcela de 200 m², sustraída con engaño y violencia, se revende entre 50 000 y 100 000 euros —entre 1 y 2 millones de pesos mexicanos). Para que después los consorcios de desarrollo inmobiliario revendan a su vez, a precios estratosféricos, las «casitas frente al mar» en el mercado de sus países de origen (a menudo EE. UU., Canadá, la Unión Europea, pero también Arabia Saudí y Rusia), facturando en dólares. El flujo de dinero generado por esta especulación es inmenso y solo beneficia a quienes ya son ricos: funcionarios, empresarios y mafiosos.
El resultado de toda esta operación mafiosa no es más que una gentrificación de las playas basada en un modelo extractivista que, reiteran los interlocutores, solo puede funcionar con el apoyo cómplice de las instituciones, cuyas operaciones irregulares se ven lubricadas por sustanciales sobornos.
Los actores locales y nacionales de este «cartel», señalados como principales beneficiarios del robo de tierras, son los diputados federales Alejandro Avilés Álvarez (del Partido Verde Ecologista de México, pero afiliado a Morena) y Juan Hugo de la Rosa (Morena), el asistente jurídico Orlando Acevedo (del PRI), el ex comisionado de bienes comunales de Pochutla Jesús «Chucho» Reyes, David Ortega del Valle (director de Gestión Ambiental de la Secretaría de Medio Ambiente de Oaxaca), el político local Alfonso Esparza, el empresario Israel Carreño Morales (despojador de playa El Coyote )y el contable Sergio Castro López. Así, el grupo opera con impunidad gracias a la protección de elementos de los tres niveles de gobierno (municipal, estatal y federal) y con la participación tanto de los partidos de la mayoría como de la oposición.
La costa lava más blanco: expoliación y lavado de dinero (*)
El conflicto de Playa Salchi es en cierto modo el emblema de la ofensiva de expropiación territorial y mercantilización del litoral de Oaxaca: un auténtico campo de experimentación. Aquí se entrelazan la histórica criminalidad financiera de personajes como Sergio Castro López (un contable de origen humilde que ascendió en las jerarquías hasta convertirse en un blanqueador de miles de millones, mediante el perfeccionamiento de esos «esquemas fiscales agresivos» que han permitido a gobernadores y empresas evadir ampliamente sus obligaciones fiscales. Su empresa —Inteligencia de Negocios— ha funcionado como centro operativo para redes de 150 testaferros, moviendo más de 100 000 millones de pesos en operaciones de blanqueo), con la de operadores políticos locales, protegidos por el nombre de partidos como Morena y Verde Ecologista y respaldados por la «Cuarta Transformación» en el Gobierno y sus centros de interés.
Este fenómeno revela un patrón: los proyectos hoteleros en terrenos expropiados no son sólo operaciones inmobiliarias, sino también mecanismos de lavado de dinero. Los hoteles permiten justificar enormes flujos financieros, al tiempo que generan activos inmobiliarios en territorios estratégicos. La costa de Oaxaca, con su potencial turístico y su debilidad institucional, ofrece las condiciones ideales para esta simbiosis entre la expropiación territorial y el lavado de dinero. El gobierno no solo tolera estas operaciones, sino que las integra orgánicamente en su propio proyecto político, demostrando que la llamada «Cuarta Transformación» puede convivir tranquilamente con las formas más sofisticadas de la criminalidad capitalista.
Hotel recuperado
Un modelo de expoliación integral, en el que la apropiación del territorio se entrelaza con el control político, el lavado de dinero y la cooptación institucional para crear enclaves de total impunidad, y que opera a través de varias fases: en primer lugar, la identificación de territorios estratégicos con comunidades institucionalmente debilitadas; en segundo lugar, la construcción de alianzas con actores políticos locales; en tercer lugar, el desarrollo de proyectos inmobiliarios que justifican el blanqueo de capitales; en cuarto lugar, la neutralización de las resistencias mediante la cooptación o la criminalización de los opositores.
Don Miguel Sánchez, con sus 87 años y más de sesenta años de trabajo en esas tierras, encarna todo lo que este modelo pretende eliminar: la memoria histórica, los derechos territoriales ancestrales y la resistencia campesina.
Su despojo no es casual: es metódico.
La resistencia y las alianzas
Don Miguel Sánchez Hernández no está solo. Cuenta con el apoyo del CODEDI y de las organizaciones sociales de la izquierda anticapitalista del FORO (Frente de Organizaciones de Oaxaca), así como de otros aliados estratégicos que han logrado convertir este caso en un ejemplo de resistencia y no de despojo silencioso, como lamentablemente ha ocurrido en muchos, demasiados, casos similares en la misma costa de Oaxaca, así como en otras partes de México.
Como ya se ha dicho, en junio de 2025, entre las dunas disputadas de la playa de Salchi, se reunieron 14 organizaciones locales, que a su vez convocaron la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Misión de Observación de los Derechos Humanos), llevada a cabo los días 12 y 13 de julio de 2025, la cual redactó un informe detallado sobre la violación de los derechos humanos en las playas de Salchi y El Coyote. La misión reunió a 17 organizaciones de la sociedad civil, a los representantes legales del sindicato de docentes de la Sección XXII de la CNTE en Oaxaca, así como a ciudadanos y abogados de la sociedad civil pertenecientes a organizaciones sociales, todas ellas con una larga experiencia en la defensa de los derechos humanos y colectivos en el estado de Oaxaca.
Las siguientes organizaciones han estado y están presentes en la vigilancia constante del territorio y de la situación: CODEDI, CODEPO (Comité de Defensa de los Derechos del Pueblo de Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Consejo de Comunidades Campesinas y Proletarias), COCISS (Consejo de Comunidades Indígenas de la Sierra Sur), APIIDTT (Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio), la ONG EDUCA, MIUCO (Mujeres Indígenas y Afros Unidas por el Bien de la Costa Oaxaqueña), FPR (Frente Popular Revolucionario), FIZ (Frente Indígena Zapoteco), la Asamblea de la Comunidad Indígena Puente Madera, la Asamblea de la Comunidad Indígena El Coyul y la Cooperativa Cimarronez.
Además, a lo largo de los años, el CODEDI ha construido una red de colaboraciones y alianzas nacionales e internacionales con otras organizaciones indígenas, alguna de ellas vinculadas al Congreso Nacional Indígena (CNI), y con colectivos europeos que apoyan el zapatismo, como los que han participado en la elaboración del presente informe. Gracias a estos contactos se ha dado vida a una visita informativa y solidaria de una brigada de activistas italian@s a finales de julio de 2025 y a la actual Brigada Internacionalista de finales de marzo de 2026.
Los colectivos implicados se han comprometido a seguir vigilando, incluso a distancia, la situación de apropiación indebida y de posible represión de la resistencia en las tierras de Miguel Sánchez Hernández.
El uso autogestionado de los espacios y los campos
Las 14 hectáreas de tierra que aún resisten el avance de la colonización inmobiliaria y turística se cultivan cíclicamente con maíz, frijoles, calabacitas, papaya y otras frutas de temporada. Los compañeros y compañeras del CODEDI organizan «tequios» con los comités locales de su organización para demostrar un uso sano, alternativo, ecológico y autogestionado de los campos, en antítesis al modelo extractivista de los consorcios inmobiliarios.
En Playa Salchi, estos dos modelos en completa oposición se enfrentan física y políticamente.
El CODEDI proviene de una larga tradición de procesos autogestivos, partiendo de la experiencia en el 2006 de la insurrección y de la Comuna de Oaxaca, y en cierta medida se ha inspirado en los caminos autónomos del Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), del CIDECI en Chiapas y de los demás pueblos indígenas del CNI. Con este impulso, en 2013 creó un Centro de Formación en la Ex Finca Alemania (Sierra Sur) donde niños y jóvenes de sus propias comunidades y aldeas pueden estudiar y aprender diversas artes y oficios, a través de un proceso pedagógico empírico y autónomo. Este modelo libertario de «escuela viva» se traslada periódicamente a Salchi, donde se organizan talleres para niñxs y adolescentes que se llevan a cabo en los espacios de un gran y moderno hotel ilegal, construido sin ningún permiso a pocos metros de la playa y recuperado posteriormente por quienes defienden el territorio.
Pintas en Playa Salchi
En los primeros meses de 2026, por ejemplo, se celebraron varios encuentros y talleres para la infancia en Playa Salchi, que trataron temas como la biología marina, la comida sana frente a la comida basura, la medicina natural y la historia oral, ofreciendo un espacio a los cuentacuentos. Los talleres suelen ser impartidos por colectivos solidarios que se dedican a los temas mencionados y están dirigidos principalmente a los alumnos y alumnas de la escuelita autónoma de Finca Alemania y a las infancias en general presentes en Salchi.
Partiendo de experiencias, sobre todo urbanas, de autogestión y autonomía, los colectivos y las personas que participamos en la Brigada Internacionalista consideramos esta forma —la autogestión colectiva de los espacios y las tierras— como uno de los elementos fundamentales y decisivos para la construcción de otros mundos posibles. De hecho, como nos enseña la historia de las numerosas experiencias de lucha mexicanas, la creación de la autonomía y de formas autónomas de vida son un camino que hay que recorrer e intensificar con determinación y constancia como formas de gestión colectiva de cuerpos, mentes y territorios.
En este contexto, y para crear formas de lucha y de unión que se opongan a las dinámicas de despojo y saqueo de los territorios, la propuesta del CODEDI se convierte en un elemento fundamental de construcción y de oposición.
Actividad de la escuelita autónoma de la ex finca Alemania
La creación de un futuro «Centro Comunitario de Formación» dedicado a la infancia y a los jóvenes, en las mismas tierras que el sistema capitalista está tratando de arrebatar a las poblaciones locales, es una visión particularmente insolente y combativa, en un panorama global cada vez más complaciente y resignado, que se posiciona claramente y elige de qué lado estar.
Por lo tanto, nos resulta esencial resaltar la voluntad de intensificar y dedicarse a una labor de atención, cuidado y formación específica hacia las jóvenes generaciones, y la de mantener la construcción práctica y real de alternativas colectivas autónomas, que permiten visualizar y realizar laboratorios efectivos de contrapoder frente al capitalismo. Prácticas que proponen al mismo tiempo formas o focos de resistencia a la dominación cada vez más totalitaria de la unión indisoluble entre capital, mafia y Estado. Situación que —dada también la precariedad o la ausencia total de una salida laboral, de emancipación y de autodeterminación— muchísimas personas, en particular jóvenes, pobres y mujeres, en los últimos años, no han tenido otra opción posible que la de incorporarse a la mano de obra precaria relegada a las maquilas, a los trabajos mal remunerados y explotados en México o en Estados Unidos, al trabajo sexual que muchas veces cae en manos de tratantes, y en última instancia, alistarse como mano de obra para el crimen organizado.
Recuperar un territorio en el que al mismo tiempo se autoproduce el propio sustento, mediante el cultivo de alimentos básicos que pueden generar también autosuficiencia económica, se convierte en una forma de «barricada social, política y cultural» frente al avance del sistema criminal/mafioso del Estado y de los principales intereses económicos, privados o estatales. En un sistema que hace de la guerra su doctrina y su imposición del mundo, el esfuerzo en curso para contrarrestarlo con prácticas colectivas, autogestionadas y autónomas se convierte, por tanto, no solo en un NO a la privatización-despojo, sino también en un SÍ a otro mundo posible.
Conclusión: la turistificación como instrumento colonial de expoliación
Para el anciano campesino Miguel Sánchez Hernández y los habitantes de Playa Salchi y sus alrededores, la agricultura, al igual que la pesca en los ríos y en el mar, constituye una de las principales actividades y una fuente fundamental de sustento para las familias. Estas prácticas económicas y tradicionales han sufrido grandes transformaciones en los últimos años, debido a una lógica que pretende instaurar en esta región el «desarrollo» a través de un turismo de masas destructivo y mediante proyectos de infraestructuras logísticas, viarias de ellas que conectan a Oaxaca con Guerrero y Veracruz en el marco de los proyectos complementarios a la gran obra del Corredor Interoceánico del Istmo de Tehuantepec (CIIT). Esto ha tenido un impacto negativo en la forma de la propiedad social y ha introducido en la región una visión mercantilista de la tierra, fomentando el lavado de dinero y poniéndola en manos de agencias inmobiliarias y particulares.
Las grandes infraestructuras y los polos turísticos —contradiciendo el discurso oficial y «progresista» del gobierno— se abalanzan sobre las tierras indígenas como despiadados proyectos neocoloniales. Auténticas formas contemporáneas de conquista contra un modo de vida de subsistencia, considerado primitivo, excedente e inútil para el sistema capitalista.
La turistificación masiva de los recursos naturales y, en particular, de territorios específicos, no es en absoluto nueva para nosotros. También nosotros, como personas aquí presentes con la Brigada Internacionalista, vivimos o hemos vivido en territorios cuya explotación, ligada a la privatización de tierras y recursos (aguas, bosques, selvas, montañas), ha generado inmensas cantidades de dinero para blanquear, contribuyendo de manera masiva a la actual devastación social, cultural y territorial en curso.
Una tormenta planetaria que viene de lejos y que está arrasando con toda forma de vida que no se ajusta al capital. Una forma de necropolítica o de capitalismo gore que ya no sabe qué hacer con los cuerpos sobrantes, improductivos y que no se ajustan a los dictados del sistema. Y que, al mismo tiempo, sustrae las riquezas y los recursos naturales a las comunidades locales para valorizarlos en su propio modelo económico.
Una guerra que, históricamente en sus especificidades coloniales y de dominio, ha devastado territorios y poblaciones enteras, creando un contexto de dependencia y explotación, origen del enriquecimiento, de una cierta supremacía, del mal definido desarrollo y también —no lo olvidemos— de ciertos «derechos» conquistados en el mundo occidental, desde siempre depredador y colonial.
«El caso de Playa Salchi sintetiza uno de los retos fundamentales de nuestro tiempo: hacer frente a formas de criminalidad que han logrado camuflarse perfectamente con las estructuras legales e institucionales. No se trata de delincuentes que operan al margen del sistema, sino de delincuentes que son el sistema mismo», resume Kino Balu.
Playa Salchi se convierte, por tanto, en un paradigma de expoliación colonial, extendido no solo en México sino en muchas partes del planeta, donde las tierras ricas en diversidad y humanidad del llamado «sur global» son arrebatadas a sus respectivas poblaciones, mercantilizadas y convertidas en hiperproductivas con el fin de intensificar un turismo agresivo, rico y «blanco», al que no le importan en absoluto las especificidades de las comunidades locales. Un turismo por el que se privatizan los recursos, el coste de la vida sufre subidas insostenibles y los pobres son expulsados de los centros de interés o explotados en y por ellos, como mano de obra barata.
La resistencia
Una gentrificación y una turistificación, tanto masiva como dirigida a las élites acomodadas, que hace que poblaciones enteras, geografías y territorios pierdan memoria, dignidad y posibilidades de vida, relegándolos a los márgenes del sistema económico actual.
Una dignidad que, también aquí, nos enseñan que se puede recuperar con la acción directa en la resistencia, la reconexión con la tierra y la naturaleza, con la autogestión colectiva de los espacios y los tiempos.
Frente a esta maquinaria de expropiación, las comunidades de la Sierra Sur y de Playa Salchi han desarrollado ejemplos de resistencia que van más allá de la simple defensa del territorio. Su lucha pone en tela de juicio el propio modelo de desarrollo que considera los territorios como mercancía y las comunidades como obstáculos al progreso.
Aquí, como en otros lugares, la elección del bando en el que situarse se vuelve precisa y la oposición al sistema-guerra se hace concreta y real: en la construcción de un poder popular autónomo, en redes de solidaridad territorial que superan las fronteras impuestas por el Estado-nación y en formas de organización conflictivas y directas, cuya legitimidad no dependa de la mediación institucional.
«La tierra no se vende, se ama y se defiende»
Brigada Internacionalista, Playa Salchi, marzo de 2026
REPORT DELLA BRIGATA INTERNAZIONALISTA CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DI “PLAYA SALCHI”
Introduzione
I giorni 25, 26 e 27 marzo 2026 un gruppo di compagnx del Nodo Solidale, del Collettivo Zapatista di Lugano, del SOA Il Molino e altre persone solidali d’Italia e Svizzera hanno realizzato una brigata internazionalista di solidarietà con la lotta contro la privatizzazione della “spiaggia di Salchi” nella costa di Oaxaca, Messico.
I collettivi suddetti sono stati invitati dal Comité de Defensa de los Derechos Indigenas (CODEDI) – organizzazione popolare, presente in oltre 25 villaggi della regione che dal 1998 lotta per la difesa del territorio – a conoscere il caso emblematico di sfruttamento e speculazione delle terre a danno del contadino Miguel Sánchez Hernández. Durante le tre giornate di condivisione di saperi, workshop, giochi con l’infanzia e pratiche di lotta, si sono realizzate diverse interviste con le persone coinvolte in questa lotta in difesa del territorio, la cui sintesi si presenta in questo report e in un video che seguirà.
Contesto sulla “questione della terra” in Messico
In Messico, come risultato delle lotte secolari, delle guerre contadine e delle rivoluzioni avvenute, esiste un sistema di proprietà della terra che riconosce, oltre alla proprietà pubblica e privata, anche la proprietà sociale (quindi collettiva) delle terre. Realtà che copre più della metà del territorio nazionale. Nello specifico a partire dalla rivoluzione di Emiliano Zapata e Francisco Villa venne sancito, nella Costituzione del 1917, l’invendibilità della terra e la sua ridistribuzione in nuclei agrari conosciuti come ejidos e tierras comunales. Ridistribuzione avvenuta a partire dalla fine degli anni 30 e in atto fino al 1992; anno in cui con una riforma costituzionale si è sancita la parziale vendibilità delle terre ejidali. Gli ejidos furono assegnati per decreto presidenziale, le tierras comunales vennero assegnate sulla base del riconoscimento delle terre “ancestrali”, definite dai documenti e accordi firmati tra i popoli indigeni e la Corona Spagnola, durante gli anni della Colonia.
Tierra es Libertad
In generale l’uso di queste terre collettive è gestito dall’assemblea degli ejidatarios o comuneros, come massima autorità locale, dentro la cornice legale della Riforma Agraria. Sono terre che possono essere ereditate di padre in figlio o scambiate all’interno del nucleo agrario ma che non possono essere rivendute all’esterno dello stesso (salvo specifiche eccezioni). Queste forme di gestione delle terre rappresentano una vera e propria forma di potere comunitario, contadino e spesso indigeno a cui si ispira il cosidetto sistema degli “usi e costumi” (norme comunitarie ancestrali che regolano la vita politica, sociale e culturale delle comunità indigene che hanno una propria assemblea, elezioni per le cariche pubbliche senza la presenza di partiti politici e praticano il “tequio”, una forma di lavoro collettivo o di servizio comunitario, gratuito e a favore, appunto, della comunità).
In Messico le terre collettive, almeno formalmente, si estendono su circa 100 milioni di ettari, gestite da più di 30.000 nuclei agrari. Questo sistema è stato costantemente erosionato da leggi, decreti e tentativi di riforme costituzionali e, nei fatti, con pratiche favorite dalle grandi imprese e consorzi economici e politici nazionali, tutti interessati a ridurre lo spazio di autonomia dei contadini e dei popoli indigeni nel Paese. Tutta questa terra “legalmente sottratta” al mercato capitalista, fa infatti gola a molteplici attori economici e politici.
Negli ultimi anni il crimine organizzato ha preso parte a questo saccheggio costante contro i popoli indigeni e i contadini, intervenendo come braccio armato tanto nei territori dove si sono realizzate o si vogliono realizzare le grandi opere promosse dal governo di turno (come il Corredor Transismico e il Tren Maya), quanto localmente associandosi con qualsiasi imprenditore o politico abbia in ballo guadagni succulenti su pezzi di terra collettivi.
È necessario menzionare, per dare un quadro del contesto, che in Messico negli ultimi 20 anni sono state assassinate più di 500.000 persone e circa 134.000 risultano “desaparecidas”, cioè scomparse. Il Paese vive una guerra di frammentazione territoriale: una guerra civile “anomala”, intermittente, asimmetrica, sparsa ma profondamente violenta; tutto ciò si traduce in un sistema complesso di spoliazione a più livelli che tutti i giorni aggredisce, riduce e svende le terre collettive e si accanisce contro chi le difende.
Il caso di spiaggia Salchi, dunque, è un esempio fra migliaia di altri, lungo tutte le coste del Messico.
Breve storia del furto di terre a Salchi
Playa Salchi
Playa Salchi è parte dell’insieme delle terre comunales di San Pedro Pochutla nello stato di Oaxaca. Terre che, con la creazione del polo turistico di Bahias de Huatulco nei primi anni ’90, hanno subito una privatizzazione rapida e illegale. Il meccanismo più utilizzato è stato la compravendita di terreni attraverso l’emissione di documenti fraudolenti firmati dal commissario di turno dei bienes comunales. Il commissario è la figura eletta dall’assemblea dei comuneros che dovrebbe tutelare e gestire le terre collettive ma spesso diviene proprio l’autorità agraria locale più facilmente corrompibile da parte degli interessi privatizzatori (o eliminabile dagli stessi quando invece si rifiuta di entrare nel business). Molto spesso i commissari dei bienes comunales diventano così i complici principali degli imprenditori: ricevono da parte loro una tangente o una percentuale per i terreni ceduti, nonostante il fatto che gli atti di proprietà emessi non hanno alcun valore formale di fronte al Tribunale Agrario e al Catasto, ovvero quelle stesse istituzioni che, immerse nel medesimo sistema di corruzione generalizzato, diventano eternamente cieche di fronte a queste irregolarità croniche.
La maggioranza delle ville che i ricchi sfoggiano sulle coste del Messico sono state costruite con questi permessi falsificati e su terre collettive indigene o contadine.
La baia della spiaggia di Salchi è lo sbocco sul Pacifico di un appezzamento di 28 ettari di tierra comunal assegnati a Miguel Sánchez Hernández, contadino di 87 anni, che se n’è preso cura da quando l’ereditò, per uso agricolo, da suo nonno adottivo. A partire dai primi tentativi di privatizzazione, Don Miguel si è rifiutato di cedere i terreni a lui assegnati per la costruzione di zone di turismo. Ma il suo diniego come proprietario formale è stato totalmente insufficiente per impedirne la privatizzazione.
Nel 2000 David Ortega del Valle gli propose di vendere 10 ettari di terreno “fronte mare” a un consorzio immobiliare canadese, con la promessa iniziale di un pagamento per i terreni. Accordo che ad oggi non è stato rispettato. In questa zona, da allora fino al 2025, sono state costruite 42 abitazioni “vista mare”, occupate stagionalmente per lo più da canadesi in pensione. Negli anni Miguel Sánchez ha cercato di recuperare le terre attraverso l’appoggio di diverse organizzazioni sociali e di diritti umani, tra queste il CODEDI, che storicamente organizza comitati locali nella regione per la difesa dei diritti indigeni e si mobilita promovendo la resistenza contro i progetti capitalisti ed estrattivisti nei territori indigeni, specialmente sulla Costa e sulla Sierra Sur di Oaxaca.
la “colonia” canadiense
Nel 2017 il CODEDI e altre organizzazioni locali alleate hanno iniziato a lavorare ciclicamente i circa 14 ettari di terre rimaste libere dalla turistificazione, coltivando mais, zucchine e fagioli, cosi come altri alimenti destinati alle famiglie dei villaggi dell’organizzazione.
Nel luglio del 2018, il coordinatore locale del Codedi, Abraham Hernández Gónzalez, viene sequestrato nei pressi della spiaggia e in seguito assassinato: il suo corpo verrà ritrovato nella vicina Cuatunalco. Le circostanze dell’omicidio non verranno mai realmente indagate e i responsabili ad oggi godono di assoluta impunità. Questo drammatico fatto innalza il conflitto per le terre di Salchi e rende palese la complicità della criminalità organizzata con gli imprenditori coinvolti. “Dall’agosto 2020 – racconta Miguel Sánchez – sono stato oggetto di ripetuti tentativi di esproprio delle terre e della mia dimora, con persone incappucciate e armate che mi sorvegliano ed effettuano ronde continue”. Infatti denuncia l’anziano contadino durante una Carovana di Osservazione dei Diritti Umani nel settembre 2025, che nel 2020 giunsero 8 furgoni con persone armate e che fu sequestrato, minacciato di morte, attaccato con spintoni, volgarità e scherni di vario genere, atti che ne hanno compromesso lo stato di salute, al punto da dover essere operato d’urgenza.
Si ha la testimonianza di almeno altre due azioni di intimidazione avvenute durante lo svolgimento di attività pubbliche:
– Il 7 giugno 2025 si tenne il “Forum in difesa della terra e dei diritti agrari dei contadini della costa”, con la partecipazione di 14 organizzazioni che hanno denunciato il tentativo di esproprio a Playa Salchi. Durante l’attività 16 persone armate legate al “Cartello degli Espropri” hanno fatto irruzione nei terreni di Miguel Sánchez, minacciando la sua vita per imporre un altro progetto turistico.
Las viviendas arrasadas
– Il 29 gennaio 2026 un gruppo di civili, fra cui il colombiano Arturo Peralta (responsabile del progetto immobiliario del sudetto consorzio canadese), fece incursione nelle terre di Miguel Sánchez, non ancora invase dalla turistificazione, con ruspe e macchinari pesanti, accompagnato da tre pattuglie della polizia statale. Durante l’aggressione le ruspe, scortate dalle forze dell’ordine e da alcuni civili con armi da fuoco, demolirono completamente alcune case e delle costruzioni sparse nei terreni agricoli, usate anche da altri contadini che sono soliti venire ad aiutare don Miguel a lavorare le terre. Armi in mano, ripetono gli insulti e le minacce contro l’anziano contadino e le altre persone presenti. La partecipazione della polizia statale, in evidente difesa di un’aggressione illegitima e illegale e al fianco di civili armati non identificati, rende ancor più palese la complicità delle istituzioni con l’agire criminale del “Cartello degli Espropri”.
Come internazionalisti non possiamo non notare l’agghiacciante similitudine di quest’ultimo fatto con le ruspe dell’esercito israeliano in Palestina che, in nome delle contorte leggi del “colonialismo di insediamento”, fortificano le aree privatizzate dai coloni “bianchi” e demoliscono, armi in mano e con violenza, le case dei nativi, dei contadini e dei pastori della zona. Il che ribadisce come il capitalismo sfoggia in geografie diversi gli stessi dispositivi coloniali e razzisti di discriminazione, pulizia etnica, esproprio e criminalizzazione.
Il “Cartello degli Espropri”
Don Miguel, i compagni e le compagne del CODEDI e delle altre organizzazioni alleate, riunitesi a difesa della spiaggia Salchi, indicano che esiste un gruppo di persone, tra i quali alcuni funzionari di Morena (partito al governo sia a livello statale che federale) che – in combutta con i commissari dei bienes comunales, con le autorità del tribunale agrario, con le forze dell’ordine e il crimine organizzato – si arricchiscono orchestrando le privatizzazioni delle spiagge e dei terreni comunales nella costa di Oaxaca.
Insieme al caso di Salchi hanno reso noti anche i casi della vicina spiaggia El Coyote e della spiaggia El Coyul (vari chilometri più a sud). Questo gruppo di persone, battezzato il “Cartello degli Espropri”, applica ovunque lo stesso modus operandi: manda gente armata a intimidire e sgomberare i contadini con minacce e violenza; si appropria delle terre simulando legalità attraverso i documenti emessi dalle autorità agrarie corrotte; rivende ai consorzi immobiliari stranieri speculando su ogni metro di terra rubato (un lotto di 200mq, sottratto con inganno e violenza, viene rivenduto tra i 50.000 e i 100.000 euro – tra 1 e 2 milioni di pesos messicani). In seguito i consorzi di sviluppo immobiliare a loro volta rivendono a cifre stratosferiche le “villette fronte mare”, nel mercato dei loro Paesi d’origine (spesso Usa, Canadà, Unione Europea ma anche Arabia Saudita e Russia), fatturando in dollari. Il flusso di denaro generato da questa speculazione è immenso e beneficia solo chi è già ricco: funzionari, imprenditori e mafiosi.
Il risultato di tutta questa operazione mafiosa non è nient’altro che una gentrificazione delle spiagge basata su un modello estrattivista che, ribadiscono gli interlocutori, può funzionare solo con il complice appoggio delle istituzioni, le cui operazioni irregolari sono lubrificate da sostanziose tangenti.
Gli attori locali e nazionali di questo “cartello”, segnalati come principali beneficiari del furto di terre sono i deputati federali Alejandro Avilés Álvarez (del Partito Verde Ecologista del Messico ma affiliato a Morena) e Juan Hugo de la Rosa (Morena), l’assistente giuridico Orlando Acevedo (del partito PRI), l’ex comissario dei bienes comunales de Pochutla Jesús “Chucho” Reyes, David Ortega del Valle (Direttore di Gestione Ambientale del Ministero dell’Ambiente di Oaxaca), il politico locale Alfonso Esparza, l’imprenditore Israel Carreño Morales (che sta privatizzando la spiaggia de El Coyote) e il contabile Sergio Castro López. Così il gruppo opera impunemente grazie alla protezione di elementi dei tre livelli di governo (Municipale, Statale e Federale) e con il coinvolgimento sia dei partiti della maggioranza che dell’opposizione.
La costa lava più bianco: spoliazione e riciclaggio di denaro(*)
Il conflitto di Playa Salchi è un po’ l’emblema dell’offensiva dell’ espropriazione territoriale e della mercificazione del litorale di Oaxaca: un vero e proprio terreno di sperimentazione. Qui si intrecciano la storica criminalità finanziaria di personaggi come Sergio Castro Lopez (commercialista di umili origini che ha scalato le gerarchie fino a diventare un riciclatore di miliardi, attraverso il perfezionamento di quegli “schemi fiscali aggressivi” che hanno permesso a governatori e società di evadere ampiamente gli obblighi fiscali. La sua azienda – Inteligencia de Negocios – ha funzionato come centro operativo per reti di 150 prestanome, movimentando più di 100 miliardi di pesos in operazioni di riciclaggio), con quella di operatori politici locali, protetti dal nome di partiti come Morena e Verde Ecologista e sostenuti dalla “Quarta Trasformazione” al governo e dai suoi centri d’interesse.
Questo fenomeno rivela uno schema ricorrente: i progetti alberghieri su terreni espropriati, non sono solo operazioni immobiliari, ma anche meccanismi di riciclaggio di denaro. Gli alberghi consentono di giustificare ingenti flussi finanziari, generando al contempo beni immobili in territori strategici. La costa di Oaxaca, con il suo potenziale turistico e la sua debolezza istituzionale, offre le condizioni ideali per questa simbiosi tra espropriazione territoriale e riciclaggio di denaro. Il governo non solo tollera queste operazioni ma le integra organicamente nel proprio progetto politico, dimostrando che la cosiddetta «Quarta Trasformazione» può convivere tranquillamente con le forme più sofisticate della criminalità capitalista.
Hotel recuperado
Un modello di spoliazione integrale, in cui l’appropriazione del territorio si intreccia con il controllo politico, il riciclaggio di denaro e la cooptazione istituzionale per creare enclave di totale impunità e che opera attraverso diverse fasi: in primo luogo, l’identificazione di territori strategici con comunità istituzionalmente indebolite; in secondo luogo, la costruzione di alleanze con operatori politici locali; in terzo luogo, lo sviluppo di progetti immobiliari che giustificano il riciclaggio di denaro; in quarto luogo, la neutralizzazione delle resistenze attraverso la cooptazione o la criminalizzazione degli oppositori.
Don Miguel Sánchez, con i suoi 87 anni e gli oltre sessant’anni di lavoro su quelle terre, incarna tutto ciò che questo modello mira a eliminare: la memoria storica, i diritti territoriali ancestrali e la resistenza contadina.
La sua espropriazione non è casuale: è metodica.
La resistenza e le alleanze
Ma Don Miguel Sánchez Hernández non è solo. È accompagnato dal CODEDI e dalle organizzazioni sociali della sinistra anticapitalista del FORO (Fronte delle Organizzazioni di Oaxaca) e da altri alleati strategici che sono riusciti a trasformare questo caso in un esempio di resistenza e non di silente spoliazione, come purtroppo è successo in molti, troppi, casi simili nella stessa costa di Oaxaca, così come in altre parti di Messico.
Come già detto, nel giugno del 2025, fra le dune contese di spiaggia Salchi, si sono riunite 14 organizzazioni locali, che a loro volta hanno convocato la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Missione d’Osservazione dei Diritti Umani)realizzata il 12 e 13 luglio 2025 che ha redatto un dettagliato report sulla violazione dei diritti umani nelle spiagge di Salchi ed El Coyote. La missione ha riunito 17 organizzazioni della società civile, i rappresentanti legali del sindacato degli insegnanti della Sezione XXII della CNTE a Oaxaca, nonché cittadini e avvocati della società civile appartenenti a organizzazioni sociali, tutte con una lunga esperienza nella difesa dei diritti umani e collettivi nello Stato di Oaxaca.
Sono state e sono presenti nella costante vigilanza del territorio e della situazione le seguenti organizzazioni: CODEDI, CODEPO (Comité de Defensa de los Derechos del Pueblo de Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Consejo de Comunidades Campesinas y Proletarias), COCISS (Consejo de Comunidades Indígenas de la Sierra Sur), APIIDTT (Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio), la Ong EDUCA, MIUCO (Mujeres Indígenas y Afros Unidas por el Bien de la Costa Oaxaqueña), FPR (Frente Popular Revolucionario), FIZ (Frente Indígena Zapoteco), l’assemblea del villaggio indigeno Puente Madera, l’assemblea del villaggio indigeno El Coyul e la cooperativa Cimarronez.
Il CODEDI, negli anni, ha inoltre costruito una rete di collaborazioni e alleanze nazionali e internazionali con organizzazioni vincolate al Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e con Collettivi europei che sostengono lo zapatismo, come quelli coinvolti nella realizzazione del presente report. Grazie a questi contatti si è dato vita a una visita informativa e solidale di una brigata di attivisti italiani a fine luglio 2025 e l’attuale Brigata Internazionalista di fine marzo 2026.
I collettivi coinvolti hanno preso l’impegno di continuare a monitorare la situazione di furto e di possibile repressione della resistenza nelle terre di Miguel Sánchez Hernández anche a distanza.
L’uso autogestito degli spazi e dei campi
I 14 ettari di terra che ancora resistono all’avanzata della colonizzazione immobiliare e turistica, sono ciclicamente coltivati con mais, fagioli, zucchine, papaya e altri frutti di stagione. I compagni e le compagne del CODEDI organizzano “tequios” con i comitati locali della propria organizzazione per dimostrare un uso sano, alternativo, ecologico e autogestito dei campi, in antitesi al modello estrattivista dei consorzi immobiliari.
A Playa Salchi questi due modelli in completa opposizione, si fronteggiano fisicamente e politicamente.
Pintas en Playa Salchi
Il CODEDI viene da una lunga tradizione di processi autogestiti, partendo dall’esperienza del 2006 dell’insurrezione e della Comuna de Oaxaca e in qualche modo si è ispirato ai percorsi autonomi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), del CIDECI in Chiapas e degli altri popoli indigeni del CNI (Congresso Nazionale Indigeno). Con questa spinta, nel 2013, ha creato un Centro di Formazione nell’Ex Finca Alemania (Sierra Sur) dove i bambinx e le giovani delle proprie comunità e villaggi possono studiare e apprendere diverse arti e mestieri, attraverso un processo pedagogico empirico e autonomo. Questo modello libertario di “scuola viva” viene periodicamente trasferito a Salchi, dove si organizzano workshop per bambinx e adolescenti che vengono realizzati negli spazi di un grande e moderno hotel abusivo, costruito senza permesso alcuno a pochissimi metri dalla spiaggia e recuperato in un secondo momento da chi sta difendendo il territorio. Uno spaccato – totalmente surreale e affiascinante, tanto quanto “comprensibile” o difficilmente spiegabile a parole – delle tante anomalie o particolarità (o contraddizioni?) di un Messico, da sempre alle prese con forme di lotta altrove impensabili.
Da dicembre 2025 ad esempio, ci sono stati vari incontri e workshop per l’infanzia realizzati a Playa Salchi, che hanno trattato temi quali la biologia marina, il cibo sano contro cibo spazzatura, la medicina naturale, la storia orale e offerto spazio a cantastorie. I workshop sono solitamente impartiti da collettivi solidali che si dedicano ai temi menzionati e sono diretti principalmente agli alunni e alunne dell’escuelita autónoma di Finca Alemania e all’infanzia in generale presente a Salchi.
Proveniendo da esperienze, soprattutto urbane, di autogestione e di autonomia, i collettivi e le persone partecipanti alla Brigata Internazionalista, ritengono questa forma – l’autogestione collettiva degli spazi e delle terre – come uno degli elementi fondamentali e decisivi per la costruzione di altri mondi possibili. Infatti, come insegna la storia delle tante esperienze di lotta messicane, la creazione dell’autonomia e di forme autonome di vite, è un cammino da percorrere e da intensificare con determinazione e costanza come forme di gestione collettiva di corpi, menti e territori.
In questo contesto e per creare quelle forme di lotta e di aggregazione per opporsi alle dinamiche di esproprio e di sacchegio dei territori, la proprosta del CODEDI diventa un elemento di costruzione e di opposizione fondamentale.
Actividad de la escuelita autónoma de la ex finca Alemania
La creazione di un futuro “Centro Comunitario di Formazione” dedicato all’infanzia e ai giovani, nelle stesse terre che il sistema capitalista sta cercando di sottrarre alle popolazioni locali, è una visione particolarmente insolente e combattiva, in un panorama globale sempre più accondiscendente e rinunciatario, che si posiziona chiaramente e che sceglie da che parte stare.
Essenziale risulta quindi, da una parte, la volontà di intensificare e di dedicarsi a un lavoro di attenzione, di cura e di formazione specifico verso le giovani generazioni; e dall’altra mantenere la costruzione pratica e reale di alternative collettive autonome, per permettere di visualizzare e di realizzare laboratori effettivi di contropotere di fronte al capitalismo. Pratiche che proprongono al contempo delle forme/sacche di resistenza alla dominazione sempre più totalitaria del connubbio inscindibile capitale-mafia-stato. Situazione per la quale – vista anche la precarizzazione o l’assenza totale di uno sbocco lavorativo, di emancipazione e di autodeterminazione – tantissime persone, in particolari giovani, poveri e donne, negli ultimi anni, non hanno avuto altra opzione possibile se non aderire alla forza lavorativa precaria relegata alle maquilas, ai lavori sottopagati e sfruttati in Messico o negli Stati Uniti, alla prostituzione e alla vendita del proprio corpo o, in ultima istanza, arruolarsi come forza lavoro per la criminalità organizzata.
Riprendersi quindi un territorio, dove al tempo stesso autoprodurre il proprio nutrimento con la coltivazione di alimenti fondamentali che possono generare anche autosussistenza economica, diventa una forma di “barricata sociale, politica e culturale” fronte all’avanzare del sistema criminale/mafioso di Stato e dei principali interessi economici, privati o statali. Sistema che fa della guerra la sua dottrina e la sua imposizione del mondo e per cui lo sforzo in atto nel contrastarlo con pratiche collettive, autogestite e autonome diventa quindi non solo un NO alla privatizzazione-spoliazione ma anche un SÍ a un altro mondo possibile.
Conclusione: la turistificazione come strumento coloniale di spoliazione
Per l’anziano contadino Miguel Sánchez Hernández e gli abitanti di Playa Salchi e dintorni, l’agricoltura, così come la pesca nei fiumi e in mare, costituisce una delle attività principali e una fonte fondamentale di sostentamento per le famiglie. Queste pratiche economiche e tradizionali hanno subito grandi trasformazioni negli ultimi anni, a causa di una logica che vuole instaurare in questa regione lo “sviluppo” attraverso un turismo di massa e distruttivo e attraverso progetti di infrastrutture logistiche e stradali che collegano Oaxaca con Guerrero e Veracruz nell’ambito dei progetti accessori della grande opera del Corredor Interoceanico del Istmo de Tehuantepec (CIIT). Ciò ha avuto un impatto negativo sulla forma della proprietà sociale e ha introdotto nella regione una visione mercantilistica della terra, fomentando il lavaggio di denaro e mettendola nelle mani di agenzie immobiliari e privati.
Le grandi infrastrutture e i poli turistici – contraddicendo il discorso ufficiale e “progressista” del governo – si avventano sulle terre indigene come spietati progetti neocoloniali. Vere e proprie forme contemporanee di conquista contro un modo di vita di sussistenza, considerato primitivo, eccedente e inutile per il sistema capitalista.
La turistificazione massiva delle risorse naturali e particolarmente di territori specifici, non ci è decisamente nuova. Anche noi, come persone qui presenti con la Brigata Internazionalista, viviamo o abbiamo vissuto territori il cui sfruttamento legato alla privatizzazione di terre e di risorse (acque, boschi, foreste, montagne) ha generato immense quantità di soldi da riciclare e da sbiancare (l’emblematico caso dell’incendio divampato in un bar a Crans Montana, in Svizzera, gestito tra speculazione e riciclaggio, con la presenza di tutti gli attori, i fattori e le particolarità del caso, ne è un esempio indicativo) contribuendo in modo massiccio all’attuale devastazione sociale, culturale e territoriale in atto.
Excavadora en la playa
Una tormenta planetaria che viene da lontano e che sta spazzando via ogni forma di vita non consona al capitale. Una forma di necropolitica o di capitalismo gore che non sa più cosa farsene dei corpi in eccesso, non produttivi e che non corrispondono ai dettami del sistema. E che al contempo sottrae le ricchezze e le risorse naturali alle comunità locali per metterle a valore nel proprio modello economico.
Una guerra che, storicamente nelle sue specifiche coloniali e di dominio, ha devastato interi territori e popolazioni, creando un contesto di dipendenza e di sfruttamento, all’origine dell’arricchimento, di una certa supremazia, del mal definito sviluppo e anche – non dimentichamolo – di certi “diritti” conquistati nel mondo occidentale, da sempre predatore e coloniale.
“Il caso di Playa Salchi sintetizza una delle sfide fondamentali del nostro tempo: affrontare forme di criminalità che sono riuscite a mimetizzarsi perfettamente con le strutture legali e istituzionali. Non criminali che operano ai margini del sistema, ma con criminali che sono il sistema stesso”, riassume Kino Balu.
Spiaggia Salchi diventa dunque un paradigma di spoliazione coloniale, diffuso non solo in Messico ma in tante parti del pianeta, dove le terre ricche di diversità e di umanità dei cosidetti “sud del mondo” vengono strappate alle rispettive popolazioni, mercificate e rese iperproduttive allo scopo di intensificare un turismo aggressivo, ricco e “bianco”, a cui non importa nulla delle specificità delle comunità locali. Turismo per cui le risorse vengono privatizzate, il costo della vita subisce dei rincari insostenibili e i poveri vengono espulsi dai centri di interessi o sfruttati negli stessi, come mano d’opera a basso costo.
Una gentrificazione e una turistificazione, sia di massa che per le élite benestanti, che vede intere popolazioni, geografie e territori perdere memoria, dignità e possibilità di vita, relegandole ai margini dell’attuale sistema economico.
Una dignità che, anche qui, ci insegnano si può recuperare con l’azione diretta nella resistenza, il ricongiungimento con la terra e la natura, con l’autogestione collettiva degli spazi e dei tempi.
La resistencia
Di fronte a questa macchina di espropriazione, le comunità della Sierra Sur e di Playa Salchi hanno sviluppato esempi di resistenza che vanno oltre la semplice difesa del territorio. La loro lotta mette in discussione il modello stesso di sviluppo che considera i territori come merce e le comunità come ostacoli al progresso.
Qui, come altrove, la scelta della parte della barricata in cui stare, diventa precisa e l’opposizione al sistema-guerra si fa concreta e reale: nella costruzione di un potere popolare autonomo, in reti di solidarietà territoriale che superano i confini imposti dallo Stato-nazione e in forme di organizzazione conflittuali e dirette, la cui legittimità non dipenda dalla mediazione istituzionale.
“La tierra no se vende, se ama y se defiende” Brigata Internazionalista, Playa Salchi, Marzo 2026
Questo articolo è stato scritto per la rivista ufficiale della quattordicesima edizione di Enotica Festival del Vino e dell’Eros, realizzato nel CSOA Forte Prenestino (Roma), in questo mese di marzo del 2026.
La mia terra, la tua terra
“El común zapatista” come proposta pratica anticapitalista
In molti sanno che il 1º gennaio 1994 un’insurrezione armata in Chiapas scosse non solo il Messico, ma anche i movimenti sociali di mezzo mondo. Erano gli anni in cui il blocco capitalista dichiarava “la fine della storia” e ostentava il suo trionfo sul comunismo di Stato, facendo evaporare indirettamente gli aneliti rivoluzionari di ampi settori popolari in lotta. Eppure, quella “piccola” guerriglia di migliaia di indigeni armati di fucili e passamontagna, riaccese la speranza e il fuoco della rivolta contro l’ultima brutale espressione del sistema capitalista: il neoliberismo.
Molti ricordano sicuramente il Subcomandante Marcos, la sua pipa fumante nella selva umida, le sue parole roventi di ribellione e filosofia maya, inevitabilmente romantiche, che hanno reso famoso l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e hanno diffuso in tutto il mondo le ragioni profonde di quella rivolta indigena: pane, terra, casa, lavoro, educazione, salute, dignità, giustizia, pace, indipendenza e democrazia.
Ma cosa è successo dopo? Oggi, a 32 anni da quel formidabile evento storico, cosa resta di quel movimento?
All’inizio del nuovo millennio, i riflettori dei media mainstream si sono gradualmente spenti e gli zapatisti sono passati di moda. Anche i movimenti, soprattutto in Europa, hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione verso altre lotte significative. In questo “silenzio” mediatico, l’organizzazione sociale zapatista si è consolidata e radicalizzata, creando un proprio progetto di autonomia che il governo messicano non ha mai voluto riconoscere ai popoli indigeni e che le comunità zapatiste hanno cominciato a esercitare unilateralmente. Oggi si contano circa un migliaio di villaggi zapatisti, tutti nello stato sudorientale del Chiapas, con la presenza dell’EZLN su un territorio di circa 20.000 km2. Si tratta di qualche centinaia di migliaia di persone, per lo più maya e contadine che vivono in una società parallela (e contrapposta) allo Stato messicano, senza dichiararne la secessione, sancendo piuttosto un’indipendenza politica nei fatti.
Fino al 2003, la struttura militare dell’EZLN amministrava e gestiva i territori liberati durante l’offensiva del 1994. Con il tempo, si crearono trenta Municipi Autonomi Zapatisti (MAREZ, acronimo spagnolo) che facevano riferimento a cinque Giunte del Buon Governo (JBG), insediate in altrettanti Caracoles, ovvero centri regionali di amministrazione autonoma. Nel 2003 si verificò una trasformazione importante: le forze guerrigliere, riconoscendo il proprio carattere intrinsecamente verticale e militare, cedettero la gestione territoriale alle forze civili dello zapatismo, dando vita a una separazione dei poteri inedita nella storia delle guerriglie marxiste latinoamericane. L’obiettivo era quello di favorire l’esercizio dell’autonomia politica in modo il più orizzontale possibile. Nel 2019 i Caracoles sono diventati dodici, favorendo la decentralizzazione delle attività politiche e assembleari del movimento. Infine, nel 2023, una nuova e radicale trasformazione della struttura zapatista ha abolito le Giunte di Buon Governo e i MAREZ, dando vita a una rete più capillare di Governi Autonomi Locali (assemblee locali dei villaggi zapatisti), coordinati tra loro dai Collettivi del Governo Autonomo Zapatista e dall’Assemblea dei Collettivi del Governo Autonomo Zapatista (l’assemblea generale di tutti i delegati di una zona che si riunisce solo per questioni non risolvibili a livello locale e regionale). Questa complessa “federazione” di villaggi è una struttura flessibile, ma salda su principi condivisi, tutti orientati al rafforzamento della democrazia diretta, alla tutela politica e sociale del ruolo delle donne, al rispetto profondo della natura e alla difesa del territorio contro la penetrazione di progetti estrattivisti o capitalisti in generale.
In poche parole, gli uomini e le donne zapatisti, con la creazione di scuole e cliniche autonome, stanno costruendo e vivendo un “altro mondo possibile”, in cui il salario è stato abolito e la rappresentanza è considerata un servizio comunitario rotativo e non retribuito. Non senza contraddizioni e con infinito sforzo (che deve anche affrontare gli attacchi narco-paramilitari, favoriti dallo Stato messicano, per minare la loro resistenza), i contadini e le contadine del Chiapas hanno creato un’alternativa reale ai modelli sociali e economici statali e capitalisti, così come dall’altra parte del pianeta, i popoli curdi in Rojava hanno costruito una società egualitaria nel deserto dei fondamentalismi. Gli aspetti di questa organizzazione sociale “altra” sono moltissimi e meriterebbero un’analisi che qui non possiamo approfondire, ma partendo da un punto che l’EZLN stessa considera prioritario, vorremmo raccontare della gestione collettiva della terra, cuore e motore dell’autonomia zapatista.
La Riforma Agraria, sancita dalle conquiste della Rivoluzione del 1910 che in qualche modo ridistribuì 31 milioni di ettari ai contadini messicani, non era mai stata del tutto applicata in Chiapas, a causa della forte capacità di resistenza dell’oligarchia locale, ferocemente conservatrice e ancora legata alle dinastie spagnole del tempo della Conquista. Fu solo a metà degli anni Novanta, subito dopo l’insurrezione armata, che la geografia politica ed economica del Chiapas venne ridisegnata dal basso: le azioni dirette dei contadini contro il latifondo sfociarono in centinaia di occupazioni che, cacciando i vecchi e ricchi terratenientes, portarono a una ridistribuzione dal basso della terra e alla creazione di nuovi villaggi, dove prima sorgevano le ville dei signori e i dormitori dei loro braccianti. Si stima che circa duecentomila ettari siano stati “recuperati”, ovvero strappati ai colonizzatori e riappropriati dai popoli nativi, la maggior parte dei quali era organizzata nell’EZLN. I zapatisti definirono senza mezzi termini questo processo, inizialmente armato, una “riappropiazione originaria dei mezzi di produzione sui quali è stato possibile costruire tutto il resto”. Per i popoli indigeni della regione, però, la terra è molto più di un semplice mezzo di produzione: è territorio sacro, è madre che nutre, è sudario che avvolge gli antenati, è casa condivisa con tutti gli altri esseri viventi. Tuttavia, queste centinaia di migliaia di ettari “in mano al popolo” rappresentano la base materiale delle condizioni di esistenza delle migliaia di persone affiliate allo zapatismo (e non solo).
Queste terre sono state assegnate a diversi nuclei agrari che le gestiscono tramite la propria assemblea, con un modello simile a quello dell’ejido, riconosciuto dalla Riforma Agraria. Nessun zapatista possiede legalmente la terra all’interno del proprio nucleo, che non può quindi essere venduta o ipotecata. La proprietà è intesa solo come possesso comune e, pertanto, ogni nucleo familiare riceve una parcella per uso domestico. Le terre restanti sono adibite sia a coltivazioni collettive (i cui turni di lavoro sono a rotazione e il cui raccolto viene distribuito o venduto in base alla decisione dell’assemblea di tutti i partecipanti del nucleo agrario) sia a spazi pubblici silvestri (boschi non deforestabili, lagune e fiumi lasciati per la rigenerazione idrica del suolo e per garantire l’accesso all’acqua potabile alla comunità). In tutto il territorio zapatista è proibito l’uso di fertilizzanti o diserbanti chimici e la produzione di concimi naturali o pesticidi biologici è affidata a gruppi di promotores de agroecologia, nominati in assemblea in ogni villaggio, con l’obiettivo di migliorare la produzione agricola senza danneggiare il suolo o compromettere l’ecosistema. Il prodotto più coltivato è il granturco, cereale simbolo della cosmovisione mesoamericana, tanto che le popolazioni native sono solite definirsi “figlie del mais”. Tuttavia, il mais non viene coltivato come monocoltura, ma in un sistema di agricoltura sinergica chiamato milpa, in cui il mais funge da sostegno per i fagioli, entrambi protetti dal peperoncino, mentre le ampie foglie delle zucchine, delle zucche e del chayote mantengono il terreno umido e privo di erbacce. La milpa è lo spazio sacro del contadino maya, il nucleo spirituale e materiale della sua autosussistenza, nonché la metafora della logica solidale della comunità indigena intesa come soggetto collettivo: si è ciò che si è insieme, perché ognuno cresce ed esiste grazie allo sforzo del prossimo. Spesso le parcelle famigliari sono coltivate insieme al vicino e un parente aiuta l’altro e viceversa, in un sistema chiamato “mano vuelta” o “cambio de mano”, dove concretamente una mano aiuta l’altra.
Il lavoro collettivo di queste terre travalica la comunità locale e coinvolge, in un complesso sistema di turni, anche campi coltivati e gestiti a livello regionale, i cui raccolti servono a mantenere le vedove, gli anziani senza famiglia e, soprattutto, a finanziare le spese del governo autonomo, delle cliniche e dei centri di formazione locali. Uno dei pochi prodotti esportati e venduti sul mercato nazionale per questi scopi è il caffè, che germoglia facilmente nelle montagne boscose del Chiapas e attorno al quale si sono create numerose cooperative autonome di piccoli produttori. Quindi, gli uomini e le donne zapatisti non pagano le tasse, ma si alternano nella cura e nella lavorazione dei campi per risolvere, sia a livello alimentare che economico, i bisogni di tutta la popolazione che aderisce al progetto autonomo. Un welfare state contadino e autogestito.
Ma nel 2023 la società zapatista radicalizza ulteriormente questa concezione della proprietà sociale della terra. Dopo un lungo dibattito, in parte reso pubblico, sulla contraddizione irrisolvibile tra l’aumento della popolazione e l’assegnazione sempre più ridotta di parcelle ai contadini secondo i criteri istituzionali della Riforma Agraria, gli zapatisti lanciano una proposta chiamata “El Común”. Si tratta di un tentativo dal basso per ammortizzare la crisi economica della regione, ridurre la frammentazione esponenziale causata dalla privatizzazione delle parcelle e, di conseguenza, frenare la forte migrazione giovanile verso gli Stati Uniti o il reclutamento nel crimine organizzato, viste come uniche opzioni di fronte alla mancanza di condizioni sufficienti per una sopravvivenza dignitosa. I villaggi zapatisti aprono dunque le proprie terre (e non solo) a chi ne ha bisogno e desidera coltivarle, senza distinzioni fra membri dell’EZLN e non, rendendo coerentemente reale lo slogan del rivoluzionario Emiliano Zapata: “La terra è di chi la lavora”. Gli ettari di terra recuperati durante l’insurrezione vengono quindi messi a disposizione di tutta la popolazione rurale per la coltivazione collettiva, a condizione che vengano rispettati i principi definiti dall’organizzazione zapatista: la terra non può essere lottizzata, venduta o affittata; non possono essere coltivate piante per stupefacenti o assegnate a progetti di monocolture promossi dal governo federale e dalle imprese; i turni di lavoro, il calendario agricolo, le regole specifiche e la ripartizione del raccolto sono definiti dall’assemblea degli agricoltori e delle agricoltrici partecipanti, senza interferenze da parte di attori esterni.
“El Común” quindi mira a rafforzare il tessuto sociale comunitario, al di là dell’affiliazione o meno al progetto zapatista, e a risolvere il problema della sovranità alimentare dal basso per le popolazioni locali, con una proposta che, nei fatti, si rivela radicalmente anticapitalista, in quanto nega il principio di proprietà della terra, il suo uso individualista e la depredazione chimica da parte delle grandi imprese. “Todo para todos, nada para nosotros” era uno degli slogan della ribellione zapatista del 1994. “Tutto per tutt*, niente per noi” è ancora oggi la realtà di un mondo diverso, solidale, egualitario di questi uomini e queste donne “del colore della terra”.
Tutto ciò ci è stato riportato con una narrazione corale nell’Encuentro de Resistencias y Rebeldías, uno dei periodici incontri internazionali zapatisti, realizzato nei pressi del Caracol de Morelia. Dal 2 al 16 agosto 2025, circa 800 persone provenienti da 30 Paesi del mondo hanno convissuto, dialogato e scambiato idee e progetti di resistenza con oltre mille persone giunte in rappresentanza dell’EZLN, tra cui contadini, miliziani, promotores, donne delle cooperative e comandanti (e bambini che correvano ovunque). I temi proposti dall’EZLN e affrontati dalle decine di organizzazioni e collettivi presenti riguardavano: la distruzione della natura, gli attacchi alla diversità in tutte le sue forme, la distruzione delle identità culturali, dei popoli e delle comunità, la resistenza nell’arte e nella cultura, la migrazione, il razzismo e la segregazione, le guerre e la distruzione della vita in tutti i suoi aspetti. In quella verde valle, cuore del territorio ribelle di questi indomiti popoli maya, l’idea del “Común” ha però superato i tavoli di lavoro e le discussioni politiche delle numerose commissioni presenti, trasformandosi in pane, tortillas e fagioli garantiti per tutti, diffondendosi nelle aree del campeggio, nelle mense, nei bagni collettivi e nei prati fangosi, dove ci si scambiava i contatti in lingue diverse, si condividevano risate, coperte, impermeabili, ironia e sogni, ovvero si condivideva la vita nella sua forma più diversa, ribelle e collettiva.
Como compañeras del Nodo Solidale estuvimos presentes en la PRIMERA CONFERENCIA DE LA RED DE MUJERES TEJIENDO FUTURO EN ABYA YALA (Colombia, febrero de 2026). Desde luego compartimos para su difusión la siguiente DECLARACIÓN FINAL, con la esperanza de seguir tejiendo más y más entre tantas dignas rebeldías en el planeta
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FLORECEREMOS PORQUE LA GUERRA NO PUEDE ACABAR CON NUESTRAS RAÍCES – DESDE ABYA YALA HASTA KURDISTÁN
PRIMERA CONFERENCIA DE LA RED DE MUJERES TEJIENDO FUTURO EN ABYA YALA – DECLARACIÓN FINAL
Queridas compañeras, compañeres, mujeres y disidencias revolucionarias que aman la vida, entre el 11 y el 15 de febrero estas tierras fueron testigo de una decisión histórica. Desde Abya Yala y Kurdistán, con las delegadas, pero también con todas las compañeras y hermanas que formaron parte de este proceso pero que no pudieron asistir a la conferencia, debatimos cómo construir nuestro futuro.
En nuestra conferencia escuchamos cómo el capitalismo ha devastado nuestros cuerpos, nuestras montañas, ríos y bosques, en nombre de la industrialización, el desarrollo y el progreso.
Manifestamos nuestra determinación de romper el ciclo sistemático del colonialismo y el fascismo que ataca de diferentes formas a los territorios, la mapu, la pacha, y que hoy mantiene el genocidio en Palestina, en Rojava, el Congo y muchos otros países, los ataques y masacres en Abya Yala, la intervención imperialista en Haití, Venezuela y Cuba. ¡No podrán con nosotras!
Hemos descifrado las políticas del patriarcado, las multinacionales, las fuerzas paramilitares, fascistas y genocidas, que intentan arrebatarnos nuestras vidas, explotando el idioma, la cultura y el conocimiento de nuestros pueblos y tratando de mantenerlos bajo su control. Desciframos las políticas de los Estados-nación, que buscan mantener su poder, causando problemas económicos, migratorios, de desplazamiento, desempleo, de mercantilización de los saberes ancestrales, y tantos otros que atentan contra la vida digna. Desafiamos a la academia, que desvaloriza, monopoliza, mercantiliza y limita el conocimiento que compartimos para el buen vivir.
Nombramos a Berta Cáceres, Julia Chuñil, Alina Sánchez-Lêgerîn, Bety Cariño, Sakîne Cansiz, Rosa Luxemburgo y muchas otras compañeras que lucharon por reverdecer y hacer florecer estas tierras, que les arrebataron la vida. Recordamos a todas aquellas cuyos nombres no podemos mencionar, pero que lucharon por mantener viva la esperanza, estuvieron con nosotras, aquí y ahora; y siguen vivas porque son semillas para la lucha. Nos preguntamos cuánto hemos avanzado en el camino que ellas han abierto. Cuestionamos nuestros métodos de resistencia, nuestras barreras materiales y mentales que intentaban debilitar nuestra
resistencia tanto interna como externamente. Mantuvimos debates honestos, contundentes y ambiciosos, centrados en la complementariedad y no en la competencia, en los puntos en común y no en las diferencias. Conscientes de la gravedad y la responsabilidad de este momento histórico, decidimos desarrollar una alternativa para el futuro a la luz de la seriedad, la responsabilidad y el colectivismo que surgieron en la conferencia frente a la guerra mundial que ahora sentimos en nuestros cuerpos.
El confederalismo de Kurdistán, como la diversidad de formas, modos y proyectos de luchas de los pueblos en Abya Yala nos convocan a seguir tejiendo y aprendiendo de los caminos de resistencia y destrucción de los sistemas de dominación. Estamos decididas a continuar la resistencia milenaria, a vivir y a organizar nuestras fuerzas. Estamos del lado de los pueblos, de las mujeres y disidencias que resisten al patriarcado, al capitalismo, al colonialismo, al fascismo, al sionismo y al poder en todo el mundo.
Estamos decididas a tejer esta red, construida con el esfuerzo de todas, desde Abya Yala hasta Kurdistán. Nos hemos reunido hermanas, compañeres de muchos territorios, cientas que han llegado y otras que han enviado sus voces, y desde ahí compartimos esta declaración final, que recoge nuestros pensamientos y sentires:
– Reconocemos que venimos andando un camino entre organizaciones de Abya Yala y la revolución de las mujeres de Kurdistán, y hemos manifestado nuestra decisión de seguir alimentado el fuego de una lucha común, mirándonos y aprendiendo de nuestros caminos.
– Sabemos de la urgencia de tener un intercambio mundial de las mujeres para enfrentar la guerrapatriarcal extractivista colonialista capitalista y genocida, por eso vamos apurando el paso en este camino entre Abya Yala y Kurdistán.
– Reconocemos que somos pueblos y procesos políticos con memoria ancestral, y sabemos que es importante ir alimentando esta memoria común de la lucha de las mujeres, que son nuestras resistencias.
– Les contamos hermanas, compañeres, que hemos discutido en distintos ejes: salud, educación, Jineolojî, ciencia y saberes de las mujeres, confederalismo democrático, autodefensa cuerpo territorio, arte y cultura, comunicación y economía, reconociendo que tenemos experiencias y propuestas de mundos posibles para todos estos temas, que hoy son una realidad que nos da esperanza. Vamos a compartir las memorias y debates, asumiendo la responsabilidad política de seguir este intercambio en cada uno de estos ejes, para profundizar nuestras propuestas y experiencias frente a este sistema de muerte.
– Para seguir este camino que hacemos juntas vamos a organizarnos según nuestros tiempos y formas. Como nos han enseñado las zapatistas, apalabramos nuestros debates que van a ser activados por un grupo corazón de la Red de Mujeres Tejiendo Futuro, un grupo que seguirá organizando este caminar juntas.
– Nos llevamos la tarea de compartir en nuestros territorios lo que aquí hemos discutido, las experiencias que nos hemos compartido. De acuerdo a nuestras realidades, las reflexiones y acciones que vayamos recogiendo serán parte de este gran tejido.
– En esta Conferencia, desde Abya Yala hemos reconocido que necesitamos conocernos más,mirar más las luchas en las que estamos, los saberes ancestrales desde los que caminamos, que esto es importantes para construir juntas las formas de relacionarnos con el movimiento de la revolución de las mujeres.
– Queremos decir que los ataques que suceden en Colombia, los asesinatos, nos indignan a todas, necesitamos tener una posición, luchamos para no solo ser solidarias sino para ser respuesta juntas. Por estos asesinatos y genocidios tenemos que movilizarnos más, definir una acción mundial para reafirmar que las wawas, – las niñeces – no son para la guerra, para denunciar la militarización y las guerras. ¡Tenemos que definir esta fecha!
– Con dolor e indignación, reconocemos que no estamos todas ¡Ni una asesinada más, ni una desaparecida más! Reivindicamos la exigencia de las madres y familias buscadoras de personas y de justicia, frente a la crisis de desaparición y la violencia generalizada.
¡Les buscamos porque les amamos, hasta encontrarles!
Hermanas, compañeres, les compartimos también las tareas que debe asumir el grupo corazón para seguir en este gran tejido:
– Tenemos como tarea principal seguir tejiendo movimiento desde Abya Yala, Kurdistán, y otros continentes, hasta que ninguna mujer se quede sin organización, debemos pensar y acordar cómo hacerlo.
– Vamos a hacer más diálogos entre el confederalismo y las propuestas desde Abya Yala.
– Seguiremos defendiendo la importancia de cuidar las semillas, el alimento es nuestra primera resistencia, es lucha contra las grandes compañías explotadoras y extractivistas, es parte de defender la Pachamama, la Mapu, construir la autonomía alimentaria.
– Nos resistimos como Red, al borrado de la memoria de las luchas, vamos a recuperar la memoria de las mujeres guerrilleras, excombatientes, en la historia de Abya Yala: Cuba,Colombia, Santa María.
– Vamos a hacer un llamado a todas las mujeres para construir medios populares en toda Abya Yala, Kurdistán y el mundo.
– Necesitamos compartir tácticas de defensa y solidaridad entre organizaciones y pueblos, para las mujeres, disidencias y niñeces.
– Para la próxima conferencia es importante que hablemos sobre: migración y desplazamiento, movimiento del clima, deudas ilegítimas, pago de deudas como práctica colonial, imperialismo financiero, justicia, paz, niñeces y educación.
Con nuestra conferencia hemos dado un paso más desde el Abya Yala para hilar esta red, la Red de Mujeres Tejiendo Futuro, una red que se está tejiendo alrededor del mundo, con el objetivo de caminar juntas hacia nuestros sueños. Será un camino de largo aliento, sin embargo, tenemos la convicción de que juntas y conectadas, fortaleciendo nuestro pensamiento, acercando nuestras prácticas, enraizadas a nuestros territorios y organizadas.
¡Mujer, vida y libertad! ¡Jin Jiyan Azadi! ¡Domo, mongen, kisu ngünen! ¡Cihua, yoliztli, temakixtiliztli! ¡Ukay inambi amal, udimar! ¡Bacaçthepa çxaçxa u’ywesxa ujunkhaw! ¡Kuma, Kuma! ¡Kaipi mikanchi chuq shuk shingala! ¡Koj kuni’q yuk uchukreb le winaq utailaj kaselemal! ¡Tut mun son mun! ¡Somos iguales porque somos diferentes! ¡La hermandad es la ternura de la sociedad!
Acordamos, firmamos, nos comprometemos, hermanas, compañeras, compañeres, mujeres y disidencias de territorios Muishca, Lenca, Nasa, Wallmapu, Kurdistán, Qollasuyo marka, Shuar, Ixim Ulew, Cholulteca, Nuntajiiyi’, El Salto de Juanacatlán, Catalunya, Puerto Rico, Khuzestán, Wet’suwet’en y de países: Argentina, Australia, Austria, Brasil, Bélgica, Bolivia, Canadá, Chile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, España, Estados Unidos de América, Francia, Guatemala, Haití, Honduras, Inglaterra, Italia, México, Noruega, Perú, Rep. Dominicana, Suiza, Turquía, Uruguay y Venezuela.
Territorio Muishca, Bacatá Colombia, 15 de febrero, 2026
Compartimos la memoria de fechas significativas para nuestras luchas, recogidas en la conferencia, como puntos de encuentro:
15.02. 1999: Conspiración internacional contra el líder del pueblo kurdo Reber Apo ¡Libertad para Abdullah Öcalan!
09.01.2013: Asesinato de Sakine Cansız, mártir de la revolución de las mujeres.
15.02.1966: Asesinato del compañero guerrillero, sacerdote Camilo Torres.
03.03.2016 Asesinato de Berta Cáceres, compañera lenca, defensora
del agua y territorio.
17.03.2018: siembra de la compañera Alina Sánchez-Legerin, puente entre Abya Yala y Kurdistan, es una responsabilidad que nos acompaña, su sueño y sus semillitas están floreciendo.
15.01.1919: Asesinato de Rosa Luxemburgo, teórica y activista socialista.
14.03.2018: Asesinato de la compañera Marielle Franco, luchadora negra feminista lesbiana.
20.02.2019: Asesinato del compañero nahua Samir Flores defensor del territorio y la vida.
08.11.2024: Desaparición de Julia Chuñil Catricura, hermana mapuche defensora de los bosques y el territorio.
Insieme a Radio Black Out analizziamo quanto successo in Messico in questi ultimi giorni a seguito dell’uccisione del capo del Cartello di Jalisco Nuova Generazione (CJNG). L’ondata di violenza conseguita in tutto il paese ha portato il governo a schierare più di 10 000 soldati e dichiarare lo stato di massima allerta. Ma l’innalzamento del livello del conflitto non è altro che la punta dell’iceberg: la realtà è complessa ed è quella che vede una guerra interna continuativa, amplificata dalle pressioni degli Stati Uniti sul paese – e la regione tutta.
Una corrispondenza del 23 febbraio 2026 del Nodo Solidale con Radio Onda d’Urto
L’accelerazione della violenza in vista del Mondiale, sotto la pressione delle politiche imperialiste di Trump, è la cornice in cui si iscrivono i fatti che recentemente hanno coinvolto Jalisco e buona parte del Paese.
La stessa mattina dello sgombero di ZK Squat, il 29 gennaio, è stato dato un mese di tempo alle compagne e ai compagni del Sesto Ponte del Laurentino 38 per abbandonare un’occupazione abitativa e sociale che resiste da 35 anni, in una delle periferie popolari di Roma.
Entrambi questi spazi appartengono alla nostra storia attraverso una complicità che dura sin dalla nascita, quasi due decadi fa, del Nodo Solidale. I centri sociali, gli squat, le occupazioni abitative e sociali sono il territorio naturale della solidarietà popolare e internazionalista, in questi ambiti il Nodo Solidale ha realizzato, insieme a centinaia di compagn* negli anni, cene sociali, dibattiti, mostre, concerti, riunioni e manifestazioni, divenendo cuore pulsante, militante, collettivo della metropoli.
L’attacco a ZK e la volontà di sgombero di L38 Squat, due realtà del quadrante Roma Sud/Ostia, si inseriscono nel tentativo da parte dello Stato di mettere fine all’esperienza di un intero movimento che ha dimostrato anche quest’anno durante la grande mobilitazione per la Palestina di essere l’unico antidoto alla svolta autoritaria in atto in Italia e non solo. Vogliono sottrarre gli spazi fisici di questa forza.
Prima il Leonkavallo a Milano, poi Askatasuna a Torino e le minacce a Officina 99 a Napoli e qui a Roma a Spin Time. Vogliono sgomberare la storia, vogliono reprimere il presente.
Da entrambe le sponde dell’oceano in cui è attivo il nostro collettivo inviamo un abbraccio solidale e ribelle alle sorelle e ai fratelli da sempre nostri complici e invitiamo a partecipare a tutti i passaggi di mobilitazione per difendere gli spazi sociali. Uno per uno, metro per metro.
SOLIDARIDAD ANTE EL DESALOJO DE LAS Y LOS CUIDADORES DE PLAYA SALCHI EN OAXACA
Con profunda rabia e indignación, hacemos eco del comunicado de diferentes organizaciones sociales de Oaxaca, quienes denuncian que el día 29 de enero un grupo de civiles, acompañados por excavadoras, maquinarias y por patrullas de la Policía Estatal de Oaxaca incursionaron en los terrenos comunales de Playa Salchi,defendidos y cuidados por la lucha colectiva de los pueblos de la Costa. Estos terrenos comunales son asignados al compañero Miguel Sánchez Hernández, campesino que, con el respaldo colectivo de familias y varias organizaciones locales, entre ellas nuestros compañeros del Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI), lleva años negándose a rendirse vendiendo y cediendo sus tierras y playa a lo que las organizaciones populares defensoras llaman el “Cartel del Despojo”.
Este cartel está integrado por funcionarios públicos de la 4T en Oaxaca, quienes avalan con su trabajo institucional y operativo la privatización de las playas, ilegítima e ilegal ante la Reforma Agraria, llevada acabo por un grupo de personas que desde hace años despojan y revenden ilegalmente los terrenos de la zona, con prácticas mafiosas como amenazas, armas y violencia.
Desde el Nodo Solidale (Italia/México) nos unimos al coro de rabia y de indignación de las diferentes organizaciones involucradas en la defensa colectiva del territorio y seguiremos denunciando en México, en Italia y en todos los lugares en donde nos corresponda, el abuso de poder y el contubernio de las más altas instituciones de Oaxaca y de los políticos de Morena con el crimen organizado y los despojadores de la región de la Costa.
Un fuerte abrazo combativo y solidario a don Miguel, las familias afectadas y a las organizaciones en resistencia, porque las playas, como los bosques y los montes, no son recursos a explotar sino bienes colectivos de los pueblos del mundo.
La lucha no se frena con una excavadora: ¡la tierra para quien la ama, la trabaja y la cuida!
«Nací en Palestina y eso no fue una elección mía.Resistir, en cambio, fue la mejor decisión de mi vida» Anan Yaeesh, preso político
El día 16 de enero nos enteramos que el Tribunal Penal de L’Aquila (Italia) ha condenado al preso político palestino Anan Yaeesh a una pena de 5 años y 6 meses de prisión en el juicio por asociación con fines terroristas. Afortunadamente los otros dos compañeros acusados, Ali Irar y Mansour Doghmosh, fueron absueltos en esta sentencia de primer grado. Consideramos este veredicto parte de un juicio político contra la resistencia palestina y el inmenso movimiento internacional en su solidaridad.
¿Quíen es Anan Yaeesh?
El compañero, un activista y militante de Palestina que vive en Italia, sigue encarcelado en las prisiones de alta seguridad desde enero de 2024. Se le acusa de ser parte de una facción de las Brigadas de Al-Aqsa en Tulkarem, Cisjordania, lugar en donde el compañero nació hace 37 años. Anan nunca ha negado haber tomado parte en la resistencia armada en su tierra natal, como necesaria forma de supervivencia ante el sistemático y violento genocidio perpetrado por el ejército invasor y colonial del estado de Israel. Tras ser herido en una emboscada y haber pasado 4 años en una cárcel sionista, desde el 2017 el compañero vive en Italia, siguiendo con su lucha en el movimiento social, especialmente el movimiento en solidaridad con la liberación de Palestina. Por esta terquedad de seguir la lucha, se le ha arrestado y ahora se le sentencia.
Un proceso político
Desde su arresto, los fiscales italianos no han conseguido ninguna prueba de la participación directa de Anan Yaeesh en los hechos específicos contestados, de hecho por esta misma razón los otros dos compañeros detenidos, Alí y Mansour, han sido primero excarcelados y ahora absueltos. Las supuestas pruebas de “terrorismo” han sido aportadas sólo por una carpeta proporcionada por el Shin Bet (servicio secreto interno israelí) al MP italiano, en un intento político de crear un peligroso antecedente en donde el derecho de resistencia de un pueblo invadido sea traducido, interpretado y castigado como “actos de terrorismo”.
Durante el juicio, la campaña “Free Anan” afirmó: “La fiscalía no logró probar la participación de los tres en acciones violentas contra civiles ni colonos israelíes. No se demostró ninguna violación de los límites impuestos por el derecho internacional en cuanto al derecho a la resistencia. De hecho, la fiscalía ni siquiera logró probar que tales hechos ocurrieran. Esto confirma la naturaleza política de un juicio que, cada vez más, parece un intento de criminalizar la solidaridad y la resistencia palestinas”. Toda la acusación de los fiscales italianos ha buscado imponer una interpretación empapada de harto racismo porque juega sucio, usando el teorema “árabe = musulmán = terrorista” con el cual han bombardeado a la opinión pública en Italia y en el mundo durante años.
Por estas razones, el proceso de Anan se ha vuelto motivo de constante movilización en Italia y en muchas partes del mundo, siendo paradigmático de cómo los tentáculos de las políticas coloniales sionistas llegan a otros países y cómo los Tribunales y gobiernos de Occidente (y no sólo) se presten como mano de obra mercenaria en contra del derecho de resistencia de los pueblos del mundo. Los dueños del planeta – como quedó manifiesto con el genocidio en Gaza y la incursión en Venezuela – hacen y deshacen sus mismas reglas. Reprimir hoy a los palestinos abre el camino para reprimir cualquier resistencia ante las invasiones militares que se vienen y la disidencia interna de cualquier país y gobierno.
Por todo ello, las organizaciones abajo-firmantes repudiamos el teorema racista y colonial aceptado por el Tribunal de L’Aquila y señalamos que este está actuando como títere de los servicios de inteligencia de Israel. Sabemos que lo que está pasando en Italia y otros países puede pasar en México, porque todos los gobiernos del mundo anhelan con poder tildar y castigar de “terrorismo” los actos de disidencia y rebelión de los pueblos que oprimen.
¡Anan Yaeesh libre! ¡Todxs somos palestinxs!
Firmas:
Grupo de Trabajo No Estamos Todxs Nodo Solidale (Italia/México) Colectivo Editorial A Tinta Negra Organizaciones Indias por los Derechos Humanos en Oaxaca (Oidho) Comité de Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI) Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer, E.M. A.C. Red Mexicana de Trabajo Sexual Coordinadora de Organizaciones, Colectivxs e Individuxs por Palestina en Chiapas Observatorio Memoria y Libertad Acción Palestina Chiapas
Costruendo la resistenza globale – Construyendo la Resistencia Global