In ricordo di Jaime pubblichiamo la traduzione di un estratto dell’introduzione di Nostalgia y ensoñación. Per ricordarlo a 6 anni da quando un sistema di salute per ricchi ce l’ha tolto dal nostro fianco.
Di Jaime Montejo “el cura Mateo” “Padre Mateo” “Il frailejón aspetta paziente sulla montagna” Le poesie che leggerete di seguito riflettono l’orgoglio che mi accompagna per aver deciso, una volta, di entrare nella guerriglia. Mi sento orgoglioso di aver militato negli anni Ottanta nel movimento politico-militare 19 di aprile, M-19. Sono un meccanico di cuore. Orgoglioso di essere stato parte del sogno bolivariano di Jaime Bateman Cayón, che ho fatto mio, così come molti altri combattenti. Orgoglioso di essere un veterano del Battaglione América e delle Milizie Popolari di Aguablanca, della “eme” distrettuale a Cali. Orgoglioso di aver condiviso sogni, rabbia, panico e dolore con i compagni con cui lottai, come il comandante Mauricio Castaño, giustiziato da sicari con tesserino, al servizio di un regime terrorista e totalitario per vocazione. Orgoglioso di entrare in combattimento e resistere all’assedio dei chulos, pur sentendo che la vita se ne andava in ogni sparo, dove loro cercavano di mettermi fuori combattimento, perché ero il bersaglio dei loro attacchi e delle loro paure, così come loro furono al centro del mirino ogni volta che sparai, in ogni scontro militare. Orgoglioso di aver partecipato a innumerevoli giornate propagandistiche. Orgoglio di aver fatto parte di gruppi di studio, dove conobbi i classici del marxismo-leninismo, Manuel Quintín Lame, Paulo Freire e la teologia della liberazione. Orgoglioso di aver amato Karina fino al giorno della sua morte, mentre combatteva sotto il comando del Maggiore Elías, laggiù a Novilleras, nella Forza Militare d’Occidente, nel 1994. Orgoglioso di aver conosciuto la Comandante dei ragazzi di strada e delle lavoratrici sessuali della Quince, nella mia bella Cali, il cui nome di battesimo oggi nessuno sembra ricordare. Orgoglioso
di aver riposato in un’amaca, tra le sterpaglie della cordigliera, dopo una lunga camminata, attraversando il páramo
di nuovo…
Orgoglioso di non aver ceduto, quando fui detenuto dall’F-2 e interrogato dalla polizia politica dell’esercito colombiano, nonostante il terrore che incombe durante una sessione di tortura nella Terza Brigata, dove la minaccia di morte è la cosa meno dannosa che si possa vivere in quel momento. Imparai in questi anni di cammino tra sentieri e mulattiere, che quando il nemico ti accerchia su un crinale montuoso che stai difendendo, o la barricata per strada è insufficiente per avanzare o retrocedere… la prima cosa che devi fare è capire ciò che sta succedendo e prendere una decisione. Che fare? Patria o morte. Vivi oggi e lotta domani. Una contraddizione così grande segna la difficoltà o la semplicità nel prendere una decisione, a vent’anni appena compiuti. Coloro che optarono per la prima scelta fanno parte del nostro memoriale, come molti compagni che non ebbero scelta e persero la vita. Quelli che abbiamo avuto l’opportunità di scegliere, siamo per sempre angeli caduti, che in alcuni casi cerchiamo di fare memoria e lottare in altri fronti di lotta, con mezzi civili e pacifici, fuggendo dalle nostre stesse paure e fantasmi, che ci perseguitano da allora e non cessano di tenderci imboscate nella quotidianità.
Altri sopravvissuti si vendono nel mercato della politica nazionale e legittimano oggi paramilitari che assassinarono molta gente dell’M-19, delle sue basi d’appoggio o semplicemente del popolo lavoratore. Imparai anche che la feticizzazione del denaro arriva a imporsi sia nella lotta armata che nella lotta elettorale, che ci alienano allo stesso modo al pensare che tali strategie abbiano vita propria e indipendente dai loro creatori, oppure se pensiamo che siano le uniche forme di lotta valide e che le altre siano poca cosa, davanti alla nostra “scelta corretta”, che speriamo di imporre a simpatizzanti e collaboratori.
Imparai, che non c’è cosa più gradevole che bere l’acqua raccolta nelle bromelie della selva tropicale.
Sussiste, controcorrente, il ricordo dei nostri morti e dei desaparecidos, che si elevano sopra la nostra eredità, come esempi di vita e modelli di comportamento, nonostante scatti, basse passioni e tentazioni, che poterono accompagnarli nella loro militanza rivoluzionaria e nel quotidiano trascorrere.
Prodotto di queste contraddizioni, nacquero le poesie di questo libro, deliranti ed esaltate per tanta adrenalina, testosterone e sangue versato, che si fusero in un solo scoppio per non assaltare l’eternità.
Aver lasciato la lotta armata ed essere partito oltre l’alto mare, non mi rende un pentito di questa forma di lotta. Non cerco di fare un’apologia della resa. Ancora meno di lodarla tra versi e metafore proprie di un damerino. Non è mia intenzione cantare a quei compagni che si arresero e, consegnando le armi, legittimarono il sistema elettorale colombiano e smisero di lottare. Alcuni di loro, amici carissimi, con i quali condivisi poco più che la mia stessa vita. Altri continuano in piedi nella lotta, senza armi, senza montagna e senza clandestinità. Amnistiati o no. Esiliati o no. Messi a tacere o no. Io invece sono solo un sopravvissuto di un gruppo di poco più di 77 insorti, che caddero in combattimento o furono fatti sparire dalle forze dell’ordine dello Stato colombiano. Un sopravvissuto, ora messicano, con tracce visibili della sindrome post-traumatica, perseguitato da sensi di colpa che si dissolvono nel mio lavoro quotidiano di prevenzione dell’HIV/AIDS, come pratica di libertà, tra lavoratrici sessuali e la mia attuale militanza come aderente e attivista dell’Altra Campagna, iniziativa civile e pacifica convocata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Messico. Tuttavia, è certo che non tornerei più a prendere le armi, senza che ciò implichi minimamente ripudiare questa forma di lotta. Nemmeno indirizzerei il mio lavoro politico verso la presa del potere; il che non è uguale a non lottare per consolidare potere popolare in lungo e in largo
Potere popolare che instauri un governo, con democrazia diretta e non rappresentativa, che comandi obbedendo e che il popolo possa sciogliere se non è al servizio del popolo, dove non consegniamo tutto il potere, né tutte le armi, a nessun comandante o compagno che poi voglia schiacciarci. Posso dire, senza timore di sbagliarmi, che le poesie di questo libro riflettono che non c’è santità nella violenza rivoluzionaria, lì Dio non è presente, né in nessun’altra parte, a dire il vero. Che ingenui fummo!… Ciò che c’è nella violenza rivoluzionaria è una risposta alla violenza istituzionale di un regime che condanna alla miseria milioni di persone e stermina coloro che dissentono dai potenti. Non c’è santità, c’è scontro a morte con chi difende violentemente e senza compassione lo Stato e le sue istituzioni. Non c’è santità, ci sono apparati armati che rappresentano una delle massime espressioni del patriarcato, che competono a morte in una guerra di guerriglia, movimenti e posizioni, con una logica propria del capitale, che genera guerre commerciali per aprirsi strada in altre latitudini e colonizzare la nostra mente e lo spirito di ribellione. Non c’è santità, ma c’è giustizia popolare. Non c’è santità, ma c’è punizione, assassinando chi uccide civili disarmati. Non c’è santità, ma c’è vendetta, esercitata contro i nostri carnefici. Non c’è santità, ma c’è speranza di poter annientare chi ci annienta. Non c’è santità, ma è l’unico cammino che a molti di noi è rimasto, al margine del divino e del mondano, al margine di ciò che è amato e desiderabile, al margine di sé stessi e senza santità, forse.
L’albero piantato in onore a Jaime nel Casale Alba 2, Roma il 05/05/2026
Quale immagine ti commuove? Quella di un bambino smarrito in mezzo a una folla di adulti? Quella di una bambina che ancora non sa di essere soltanto un pezzo di selvaggina? Quella di una donna scomparsa, intrappolata nel limbo di una violenza senza fine, la cui unica speranza è che i suoi cari la cerchino, perché le autorità si preoccupano soltanto delle statistiche (e di quelle ufficiali, perché quelle reali non si possono manipolare)? Quella di una madre, con tutto il dolore tatuato sul volto, che cerca la sua creatura scomparsa? Quella del cadavere dell’infanzia, seppellita tra le macerie di Gaza? Quella del migrante uomo, donna, altrə (non importa solo il genere ma il colore della pelle) che scopre che il terrore non riconosce frontiere né nazionalità, e che insieme alle rimesse spedisce anche paura e disperazione? Quella dell’altrə, orgogliosə del proprio abito di luci, con il volto all’improvviso scomposto nel vedere avvicinarsi le luci rosse e blu della polizia? Quella della famiglia dell’operaio, dell’impiegata, dell’autista, del runner, del muratore, dell’insegnante, che non può usufruire dell’assicurazione perché l’avvocato del padrone ha “dimostrato” che l’incidente che gli è costato la vita “non è avvenuto durante l’orario di lavoro”? Quella del popolo originario (il Tata Juan Chávez ci ha insegnato che così si chiamano quelli che dall’alto nominano “indio”, e che esistono popoli, nazioni, tribù e quartieri originari) che guarda sconcertato chi ha il suo stesso colore di pelle ma non di cuore (ora è un funzionario, che vuol dire che ha il colore del denaro) e che gli dice qualcosa consegnandogli dei documenti; e quel popolo non capisce che gli sta dicendo che verrà sgomberato perché “invasore della terra”, la stessa terra che hanno lavorato suo padre e sua madre, le sue nonne e i suoi nonni, le sue bisnonne e i suoi bisnonni, e così via fino a secoli prima; ma che non deve preoccuparsi perché con quella miniera, quel campo di pannelli fotovoltaici, quel complesso turistico, quell’autostrada, quel treno turistico, quel centro commerciale, arriveranno il progresso e la civiltà e finalmente potrà tornare a essere bracciante di un nuovo latifondista? –– Quale immagine ti indigna? Quella di Trump masturbandosi mentre guarda le notizie sul massacro quotidiano dei bambini in Palestina e si immagina un complesso turistico “grande e bellissimo” costruito sui cadaveri? Quella di Netanyahu che dichiara alla televisione internazionale che l’Iran sta attentando contro civili con le sue bombe e che dovrebbe essere condannato dalla comunità internazionale? Quella del pubblico ministero che guarda con morbosità la ragazzina violentata mentre la giudica, la sentenzia e la condanna: “con quei vestiti, figliola, te la sei cercata”? Quella della funzionaria “trasformatrice” che, per dimostrare di essere impegnata nelle cause giuste, di fronte alla richiesta di cercare le scomparse, “regala” picconi e pale? (“ma scusi, le stanno facendo pagare”; “Bah, a quel prezzo è come regalarle”). Quella del poliziotto dell’ICE statunitense che picchia con ferocia un migrante che gli dice, con il volto sanguinante, di essere negli Stati Uniti da prima che quell’agente nascesse? Quella dell’altrə, con il corpo spezzato coperto di urina e sangue, mentre chi scatta la foto manda al capo l’immagine e il messaggio: “ecco la foto del frocio che hanno fatto a pezzi”? Quella dell’avvocato che argomenta: “le leggi si studiano per sapere come violarle… legalmente, ovviamente”? Quella della chiarissima legislatrice progressista che, per vana superbia, riesce a condannare chi ha scritto un tuit (o come si dica) dicendo ciò che tutti sanno essere vero, ma che allo stesso tempo teme, umiltà imposta, che le cancellino il visto statunitense? Quella dei funzionari che non funzionano se non “si unge la macchina”, o l’equivalente “With money dancing the dog”? –– E perché hai bisogno di quelle immagini — se è che ti commuovono e ti indignano, certo — per riconoscerti come essere umano? –– Nella piramide mondiale, la geografia della modernità e del progresso, la sua mappa insomma, è un gigantesco murale di fotografie. In alto: le immagini ritoccate dei vari marchi del Grande Capitale. Poche. In basso: milioni di immagini di scomparsə, mortə e dimenticatə. Giungle devastate da macchine e stupidità. Fiumi e lagune contaminati dagli escrementi mortali delle miniere. Popoli originari che un tempo erano vita e oggi sono un complesso alberghiero “all inclusive”. I quartieri marginali. I cieli fumosi delle città industriali con ingranaggi di carne e ossa. Guerre dove muoiono i soliti sacrificabili. Un cimitero clandestino come Patria. –– Ma forse non è tutto. Forse, lì, in quell’angolo, in basso e a sinistra, c’è chi resiste e, resistendo, si ribella e si rivela. Forse… “Sono le voci, le braccia e i passi decisivi, e i volti perfetti, e gli occhi di fuoco, e la tattica sospesa di chi oggi ti odia per amarti domani quando l’alba sarà alba e non getto d’insulti, e non fiume di fatiche, e non una porta falsa per fuggire in ginocchio.” Dichiarazione d’Odio. Efraín Huerta (1914-1982).
RAPPORT DE LA BRIGADE INTERNATIONALISTE CONTRE LA PRIVATISATION DE « PLAYA SALCHI »
Introduction
Les 25, 26 et 27 mars 2026, un groupe de camarades du « Nodo Solidale », du Collectif zapatiste de Lugano, du SOA « Il Molino » ainsi que d’autres personnes solidaires venues d’Italie et de Suisse a mené une brigade internationaliste en solidarité avec la lutte contre la privatisation de la « plage de Salchi », sur la côte d’Oaxaca, au Mexique.
Les collectifs mentionnés ont été invités par le Comité de défense des droits autochtones (CODEDI) — une organisation populaire, présente dans plus de 25 communautés de la région et qui lutte depuis 1998 pour la défense de son territoire — afin de découvrir le cas emblématique d’expropriation et de spéculation foncière qui porte préjudice au camarade paysan Miguel Sánchez Hernández. Au cours de ces trois jours d’échanges de connaissances, d’ateliers, de jeux avec les enfants et de pratiques de lutte, plusieurs entretiens ont été menés avec les personnes impliquées dans cette lutte pour la défense du territoire, dont la synthèse est présentée dans ce rapport et dans une vidéo qui sera publiée prochainement.
Contexte de la « question foncière » au Mexique
Au Mexique, à la suite de luttes séculaires, de guerres paysannes et de révolutions, il existe un système de propriété foncière qui reconnaît, outre la propriété publique et privée, la propriété sociale (donc collective) des terres. Une réalité qui couvre plus de la moitié du territoire national. Concrètement, à partir de la révolution d’Emiliano Zapata et de Francisco Villa, le caractère inaliénable de la terre et sa redistribution en noyaux agraires connus sous le nom de « ejidos » et de terres communales ont été consacrées dans la Constitution de 1917. Cette redistribution a eu lieu à partir de la fin des années 1930 et s’est prolongée jusqu’en 1992, année où une réforme constitutionnelle a autorisé la vente partielle des terres des ejidos. Les ejidos ont été attribués par décret présidentiel, tandis que les terres communales l’ont été sur la base de la reconnaissance des terres «ancestrales», telles qu’elles ont été définies par les documents et accords signés entre les peuples autochtones et la Couronne espagnole à l’époque coloniale.
En général, l’utilisation de ces terres collectives est gérée par l’assemblée des « ejidatarios » ou des « comuneros », en tant qu’autorité locale suprême, dans le cadre juridique de la réforme agraire. Ce sont des terres qui peuvent être transmises de père en fils ou échangées au sein du noyau agraire, mais qui ne peuvent être revendues en dehors de celui-ci (sauf exceptions spécifiques). Ce système de gestion des terres représente une véritable forme de pouvoir communautaire, paysan et souvent autochtone, dans lequel s’ancrent ce qu’on appelle les « us et coutumes » (pratiques coutumières).
La terre, c’est la liberté
Au Mexique, les terres collectives, du moins formellement, concernent environ 100 millions d’hectares, gérées par plus de 30 000 noyaux agraires. Ce système a été constamment érodé par des lois, des décrets et des tentatives de réformes constitutionnelles, ainsi que par des pratiques de fait menées par les grandes entreprises et les consortiums économiques et politiques nationaux, tous intéressés à réduire l’espace d’autonomie des paysans et des peuples autochtones du pays. Toutes ces terres « légalement soustraites » au marché capitaliste s’avèrent, en effet, très attrayantes pour de multiples acteurs économiques et politiques.
Ces dernières années, le crime organisé a pris part au pillage constant à l’encontre des peuples autochtones et des paysannexs, intervenant comme bras armé tant dans les territoires où ont été implantés des mégaprojets promus par le gouvernement (comme par exemple le Corridor interocéanique de l’isthme de Tehuantepec ou encore le « Train maya » – un réseau de chemin de fer interurbain qui traverse la péninsule du Yucatán), mais également au niveau local en passant des accords avec des entrepreneurs ou hommes politiques visant à réaliser des gains juteux sur des parcelles de terres collectives.
Il est important de mentionner qu’au Mexique, au cours des 20 dernières années, plus de 500 000 personnes ont été assassinées et quelque 134 000 sont portées « disparues ». Le pays vit une guerre de fragmentation territoriale : une guerre civile « anormale », intermittente, asymétrique, dispersée mais profondément violente ; tout cela forme un système complexe d’expropriation à plusieurs niveaux qui, chaque jour, attaque, réduit et brade les terres collectives et s’acharne contre ceux qui les défendent.
Le cas de la plage de Salchi est un exemple parmi des milliers d’autres, le long de toutes les côtes du Mexique.
Brève histoire du vol des terres à Salchi
La plage de Salchi fait partie de l’ensemble des « terrescommunales » de San Pedro Pochutla, dans l’État d’Oaxaca. Des terres qui, avec la création du complexe touristique de « Bahías de Huatulco » au début des années 90, ont subi une privatisation rapide et illégale. Le mécanisme le plus utilisé a été la vente de terrains via des documents frauduleux signés par le commissaire du « Service chargé des biens communaux ». Le commissaire est la figure élue par l’assemblée des communaux qui est censé protéger et gérer les terres collectives, mais il devient souvent précisément l’autorité agraire locale la plus facile à corrompre par les intérêts accapareurs (ou éliminable par ceux-ci lorsqu’il refuse, au contraire, de se prêter au jeu). Très souvent, les commissaires des biens communaux deviennent ainsi les principaux complices des entrepreneurs : ils reçoivent de ces derniers des pots-de-vin ou une commission pour les terres cédées, bien que les titres de propriété délivrés n’aient aucune valeur formelle devant le tribunal agraire ni le cadastre, c’est-à-dire ces institutions qui, partie inhérente du même système de corruption généralisée, restent éternellement aveugles face à ces violations chroniques.
Playa Salchi
La plupart des villas que les riches érigent sur les côtes du Mexique ont été construites grâce à ces permis falsifiés et sur des terres communales autochtones ou paysannes.
La baie de la plage de Salchi se situe à l’embouchure sur le Pacifique d’une parcelle de 28 hectares de terres communales attribuée à Miguel Sánchez Hernández, un paysan de 87 ans, qui en prend soin depuis qu’il en a hérité, à des fins agricoles, de son grand-père adoptif. Depuis les premières tentatives de privatisation, Don Miguel a refusé de céder les terres qui lui ont été attribuées pour la construction de zones touristiques. Mais son refus, en tant que propriétaire officiel, s’est avéré totalement inefficace pour empêcher leur privatisation.
En 2000, David Ortega del Valle lui a proposé de vendre 10 hectares de terrain « en bord de mer » à un consortium immobilier canadien, avec la promesse initiale d’un paiement pour ces terrains. Accord qui, à ce jour, n’a pas été respecté. Dans cette zone, au cours des dernières années et jusqu’en 2025, 42 logements avec « vue sur la mer » ont été construits, occupés la plupart du temps de façon saisonnière par des retraité·es canadien·nes. Au fil des ans, Miguel Sánchez a tenté de récupérer ces terres avec le soutien de diverses organisations sociales et de défense des droits humains, parmi lesquelles le CODEDI, qui organise depuis longtemps des comités locaux dans la région pour la défense des droits autochtones et se mobilise pour promouvoir la résistance contre les projets capitalistes et extractivistes sur les territoires autochtones, en particulier sur la côte et dans la Sierra Sur de Oaxaca.
En 2017, le CODEDI et d’autres organisations locales alliées ont commencé à cultiver de manière cyclique les quelque 14 hectares de terres qui avaient échappé à la « touristification », en y plantant du maïs, des courgettes et des haricots, ainsi que d’autres denrées alimentaires destinées aux familles des communautés de l’organisation.
En juillet 2018, le coordinateur local du CODEDI, Abraham Hernández González, a été enlevé près de la plage puis assassiné : son corps a été retrouvé dans la localité voisine de Cuatunalco. Les circonstances de ce meurtre n’ont jamais fait l’objet d’une enquête et, à ce jour, les responsables jouissent d’une impunité totale. Cet événement dramatique a aggravé le conflit foncier à Salchi et mis en évidence la complicité du crime organisé avec les entrepreneurs impliqués. « Depuis août 2020, raconte Miguel Sánchez, j’ai été la cible de tentatives répétées d’expropriation de mes terres et de mon logement, avec des personnes cagoulées et armées qui me surveillent et effectuent des rondes incessantes ». En effet, M. Miguel dénonce que, lors d’une Caravane d’observation des droits humains, en septembre 2025, huit fourgonnettes transportant des personnes armées sont arrivées et qu’à cette occasion, il a été enlevé, menacé de mort, agressé et frappé, insulté avec des obscénités et des humiliations de toutes sortes, ce qui a compromis son état de santé au point qu’il a dû subir une opération d’urgence.
la “colonia” canadiense
Nous avons été informéexs d’au moins deux autres actes d’intimidation survenus lors d’activités publiques :
– Le 7 juin 2025 s’est tenu le « Forum pour la défense de la terre et des droits agraires des paysans de la côte », auquel ont participé 17 organisations dénonçant la tentative d’expropriation à Playa Salchi. Au cours de cet événement, 16 personnes armées liées au « Cartel del Despojo » (cartel de la spoliation) ont fait irruption sur les terres de Miguel Sánchez, le menaçant de mort afin d’imposer un autre projet touristique.
– Le 29 janvier 2026, un groupe de civil·es, parmi lesquels se trouvait le Colombien Arturo Peralta (responsable du projet immobilier du consortium canadien susmentionné), a fait irruption sur les terres de Miguel Sánchez, qui ne sont pas encore envahies par la « touristification », avec des pelleteuses et des engins de chantier, accompagné de trois patrouilles de la police d’État. Au cours de cette agression, les pelleteuses, escortées par les forces de sécurité et par certains civils armés, ont complètement démoli quelques petites maisons et constructions dispersées sur les terres agricoles, également utilisées par d’autres paysannexs qui viennent souvent aider Don Miguel à travailler la terre. Armes à la main, les insultes et les menaces se sont multipliées à l’encontre du vieux paysan et des autres personnes présentes. La participation de la police d’État, en protégeant manifestement une agression illégitime et illégale aux côtés de civils armés non identifiés, illustre encore plus la complicité des institutions avec les agissements criminels du « Cartel del Despojo ».
En tant qu’internationalistes, nous ne pouvons manquer de souligner la similitude effrayante entre ce dernier événement et les bulldozers de l’armée israélienne en Palestine qui, au nom des lois tordues du « colonialisme de peuplement », fortifient les zones accaparées par les colons « blancs » et démolissent, armes à la main et avec violence, les maisons des autochtones, des paysans et des bergers de la région. Ceci nous rappelle à quel point le capitalisme déploie, dans différentes régions du monde, les mêmes mécanismes coloniaux et racistes de discrimination, de nettoyage ethnique, d’expropriation et de criminalisation.
Le « Cartel de la spoliation »
Don Miguel, les camarades du CODEDI et d’autres organisations alliées, réunis pour défendre la plage de Salchi, signalent qu’il existe un groupe de personnes, parmi lesquelles se trouvent certains fonctionnaires du parti Morena (parti au pouvoir au niveau de l’État ainsi que fédéral) qui — de mèche avec les commissaires des biens communaux, les autorités du tribunal agraire, les forces de l’ordre et le crime organisé — s’enrichissent en orchestrant la privatisation des plages et des terres communales sur la côte d’Oaxaca.
Outre le cas de Salchi, d’autres affaires ont été rendues publiques, notamment sur la plage voisine de « El Coyote » et de la plage de « El Coyul » (à plusieurs kilomètres plus au sud). Ce groupe de personnes, surnommé le « Cartel de la spoliation », applique partout le même mode opératoire : il envoie des hommes armés pour intimider et expulser les paysannexs par la menace et la violence ; ensuite il s’approprie les terres en simulant la légalité à l’aide de documents délivrés par des autorités agraires corrompues ; terres qu’il revend à des consortiums immobiliers étrangers en spéculant sur chaque mètre carré de terre volée (une parcelle de 200 m², soustraite par la tromperie et la violence, se revend entre 50 000 et 100 000 euros — soit entre 1 et 2 millions de pesos mexicains). Les groupes immobiliers revendent à leur tour, à des prix stratosphériques, les « petites maisons en bord de mer » sur le marché de leurs territoires d’origine (souvent les États-Unis, le Canada, l’Union européenne, mais aussi l’Arabie saoudite et la Russie), en facturant en dollars. Les flux financiers générés par cette spéculation sont colossaux et ne profitent qu’à ceux qui sont déjà riches : fonctionnaires, entrepreneurs et mafieux.
Le résultat de toute cette opération mafieuse n’est rien d’autre qu’une gentrification des plages fondée sur un modèle extractiviste qui, comme le répètent nos interlocuteuricexs, ne peut fonctionner qu’avec le soutien complice des institutions, dont les opérations irrégulières sont facilitées par des pots-de-vin substantiels.
Les acteurs locaux et nationaux de ce « cartel », désignés comme les principaux bénéficiaires du vol de terres, sont les députés fédéraux Alejandro Avilés Álvarez (du Parti vert écologiste du Mexique, mais affilié au Parti Morena) et Juan Hugo de la Rosa (Morena), l’assistant juridique Orlando Acevedo (du Parti PRI), l’ancien commissaire aux biens communaux de Pochutla, Jesús « Chucho » Reyes, David Ortega del Valle (directeur de la gestion environnementale au ministère de l’Environnement de l’État d’Oaxaca), le politicien local Alfonso Esparza, l’homme d’affaires Israel Carreño Morales (responsable de l’accaparement de la plage El Coyote) et le comptable Sergio Castro López. Ainsi, le groupe opère en toute impunité grâce à la protection d’acteurs des trois niveaux de gouvernement (municipal, étatique et fédéral) et avec la participation tant des partis de la majorité que de l’opposition.
Le « blanchiment » de la côte : spoliation et blanchiment d’argent (*)
Le conflit de « Playa Salchi » est en quelque sorte l’emblème de l’offensive d’expropriation territoriale et de marchandisation du littoral d’Oaxaca : un véritable terrain d’expérimentation. C’est ici que s’entremêlent les activités financières criminelles historiques de personnages tels que Sergio Castro López (un comptable d’origine modeste qui a gravi les échelons jusqu’à devenir un blanchisseur de milliards, en perfectionnant ces « montages fiscaux agressifs » qui ont permis à des gouverneurs et à des entreprises d’échapper largement à leurs obligations fiscales. Son entreprise — « Inteligencia de Negocios » — a servi de centre opérationnel à des réseaux de 150 prête-noms, brassant plus de 100 milliards de pesos dans des opérations de blanchiment), et celle d’opérateurs politiques locaux, protégés par des partis tels que Morena et Verde Ecologista ou encore soutenus par la «Quatrième Transformation» au sein du gouvernement et de ses centres d’intérêt.
Ce phénomène révèle une tendance : les projets hôteliers sur des terrains expropriés ne sont pas seulement des opérations immobilières, mais aussi des mécanismes de blanchiment d’argent. Les hôtels permettent de justifier d’énormes flux financiers, tout en générant des actifs immobiliers sur des territoires stratégiques. La côte d’Oaxaca, avec son potentiel touristique et sa faiblesse institutionnelle, offre les conditions idéales pour cette symbiose entre l’expropriation territoriale et le blanchiment d’argent. Le gouvernement ne se contente pas de tolérer ces opérations, il les intègre organiquement à son propre projet politique, démontrant ainsi que la soi-disant « Quatrième Transformation » peut cohabiter sans problème avec les formes les plus sophistiquées de la criminalité capitaliste.
Un modèle d’expropriation intégrale, dans lequel l’appropriation du territoire s’entremêle avec le contrôle politique, le blanchiment d’argent et la cooptation institutionnelle pour créer des enclaves de totale impunité, et qui opère en plusieurs phases : tout d’abord, l’identification de territoires stratégiques abritant des communautés institutionnellement affaiblies ; ensuite, la construction d’alliances avec des acteurs politiques locaux ; troisièmement, le développement de projets immobiliers justifiant le blanchiment d’argent ; quatrièmement, la neutralisation des résistances par la cooptation ou la criminalisation des opposantexs.
Hotel recuHôtel construit sans permis sur des terres accaparées et récupéré par la communauté
Don Miguel Sánchez, âgé de 87 ans et fort de plus de soixante ans de travail sur ces terres, incarne tout ce que ce modèle cherche à éliminer : la mémoire historique, les droits territoriaux ancestraux et la résistance paysanne.
Sa spoliation n’est pas fortuite : elle est méthodique.
La résistance et les alliances
Don Miguel Sánchez Hernández n’est pas seul. Il bénéficie du soutien du CODEDI et des organisations sociales de la gauche anticapitaliste du FORO (Front des organisations d’Oaxaca), ainsi que d’autres alliés stratégiques qui ont réussi à faire de cette affaire un exemple de résistance et non d’expropriation silencieuse, comme cela s’est malheureusement produit dans de trop nombreux cas similaires sur la même côte d’Oaxaca, ainsi que dans d’autres régions du Mexique.
Comme nous l’avons déjà mentionné, en juin 2025, parmi les dunes contestées de la plage de Salchi, 14 organisations locales se sont réunies, convoquant la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Mission d’observation des droits humains), qui a été menée les 12 et 13 juillet 2025. La mission a rédigé un rapport détaillé sur la violation des droits humains sur les plages de Salchi et de El Coyote. La mission a réuni 17 organisations de la société civile, des représentants légaux du syndicat des enseignants de la Section XXII de la CNTE à Oaxaca, ainsi que des citoyens et des avocats de la société civile appartenant à des organisations civiles, toutes ayant une longue expérience dans la défense des droits humains et collectifs dans l’État d’Oaxaca.
Les organisations suivantes ont participé et participent toujours à la surveillance constante du territoire et de la situation : CODEDI, CODEPO (Comité de défense des droits du peuple d’Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Conseil des communautés paysannes et prolétariennes), COCISS (Conseil des communautés autochtones de la Sierra Sur), APIIDTT (Assemblée des peuples autochtones de l’isthme pour la défense de la terre et du territoire), l’ONG EDUCA, MIUCO (Femmes autochtones et afro-descendantes unies pour le bien de la côte d’Oaxaca), FPR (Front populaire révolutionnaire), FIZ (Front autochtone zapotèque), l’Assemblée de la communauté autochtone de Puente Madera, l’Assemblée de la communauté autochtone de El Coyul et la coopérative Cimarronez.
De plus, au fil des ans, le CODEDI a construit un réseau de collaborations et d’alliances nationales et internationales avec d’autres organisations autochtones, dont certaines sont liées au Congrès national autochtone (CNI), ainsi qu’avec des collectifs européens qui soutiennent le zapatisme, comme par exemple les collectifs qui ont participé à l’élaboration du présent rapport. Grâce à ces contacts, une visite d’information et de solidarité d’une brigade d’activistes italiens a pu être organisée fin juillet 2025, ainsi que la visite de l’actuelle Brigade internationaliste, fin mars 2026.
Les collectifs impliqués se sont engagés à continuer de surveiller, même à distance, la situation d’appropriation illicite et de répression potentielle de la résistance sur les terres de Miguel Sánchez Hernández.
L’utilisation autogérée des espaces et des champs
Les 14 hectares de terres qui résistent encore à l’avancée de la colonisation immobilière et touristique sont cultivés de manière cyclique avec du maïs, des haricots, des courgettes, des papayes et d’autres fruits de saison. Les camarades du CODEDI organisent des « tequios » avec les comités locaux de leur organisation pour démontrer une utilisation saine, alternative, écologique et autogérée des champs, en opposition au modèle extractiviste des consortiums immobiliers.
À Playa Salchi, ces deux modèles diamétralement opposés s’affrontent physiquement et politiquement.
Le CODEDI s’inscrit dans une longue tradition de processus autogérés, s’appuyant sur l’expérience de l’insurrection et de la Commune d’Oaxaca de 2006, et s’est, dans une certaine mesure, inspiré des processus autonomes de l’Armée zapatiste de libération nationale (EZLN), du CIDECI au Chiapas et des autres peuples autochtones du CNI. Fort de cette dynamique, il a créé en 2013 un Centre de formation dans l’ancienne Finca Alemania (Sierra Sur) où les enfantexs et les jeunes des communautés et villages peuvent étudier et apprendre divers arts et métiers, à travers un processus pédagogique empirique et autonome. Ce modèle libertaire d’« école vivante » est régulièrement transposé à Salchi, où des ateliers sont organisés pour les enfantexs et les adolescentexs dans les locaux d’un grand hôtel illégal et moderne, construit sans aucun permis à quelques mètres de la plage et récupéré par la suite par ceux qui défendent le territoire.
Graffitis à Playa Salchi
Au cours des premiers mois de 2026, par exemple, plusieurs rencontres et ateliers pour les enfantexs ont eu lieu à Playa Salchi, abordant des thèmes tels que la biologie marine, l’alimentation saine face à la malbouffe, la médecine naturelle et l’histoire orale à travers des espaces offerts aux conteurs coutumiers. Les ateliers sont généralement animés par des collectifs solidaires qui se consacrent aux thèmes mentionnés et s’adressent principalement aux élèves de la petite école autonome de Finca Alemania ainsi qu’ aux enfantexs de Salchi en général.
En s’appuyant sur des expériences, surtout urbaines, d’autogestion et d’autonomie, les collectifs et les personnes qui participent à la Brigade internationaliste considèrent cette forme d’organisation — l’autogestion collective des espaces et des terres — comme l’un des éléments fondamentaux et décisifs pour la construction d’autres mondes possibles. En effet, comme nous l’enseigne l’histoire des nombreuses expériences de lutte tout au long de l’histoire du Mexique, la création de l’autonomie et de modes de vie autogérés est une voie qu’il faut emprunter et intensifier avec détermination et constance, en tant que formes de gestion collective des corps, des esprits et des territoires.
Dans ce contexte, et pour créer des formes de lutte et d’union qui s’opposent aux dynamiques de spoliation et de pillage des territoires, la proposition du CODEDI devient un élément fondamental de construction et d’opposition.
La création d’un futur « Centre communautaire de formation » dédié à l’enfance et à la jeunesse, sur les mêmes terres que celles que le système capitaliste tente d’arracher aux populations locales, est une vision particulièrement audacieuse et combative, dans un panorama mondial de plus en plus complaisant et résigné. A l’inverse, ce projet prend clairement position et choisit son camp.
Activité de la petite école autonome de l’ancienne Ferme Alemania
Il nous semble donc essentiel de souligner la volonté d’intensifier les efforts et de consacrer plus de travail, plus de prise en charge et de formation spécifique envers les jeunes générations, ainsi que celle de maintenir la construction pratique et réelle d’alternatives collectives autonomes, qui permettent de visualiser et de mettre en place des laboratoires efficaces de contre-pouvoir face au capitalisme. Élaborer des pratiques qui proposent en même temps des formes ou des foyers de résistance face à la domination de plus en plus totalitaire de l’union indissoluble entre le capital, la mafia et l’État. Une situation qui — compte tenu également de la précarité ou de l’absence totale de perspectives d’emploi, d’émancipation et d’autodétermination — a forcé de très nombreuses personnes, en particulier les jeunes, les pauvres et les femmes, ces dernières années, à rejoindre la main-d’œuvre précaire, n’ayant pas d’autre choix que de se soumettre à l’exploitation dans les usines maquiladoras, dans les emplois précaires et mal rémunérés et exploités au Mexique ou aux États-Unis, au travail du sexe ou, en dernier recours, de s’enrôler comme main-d’œuvre au service du crime organisé.
Se réapproprier un territoire où l’on subvient à ses propres besoins, en cultivant des denrées alimentaires de base qui peuvent également générer une autosuffisance économique, devient une forme de « barricade sociale, politique et culturelle » face à l’avancée du système criminel/mafieux de l’État et des principaux intérêts économiques, privés ou publics. Dans un système qui fait de la guerre sa doctrine et son mode d’imposition au monde, l’effort en cours pour le contrer par des pratiques collectives, autogérées et autonomes devient donc non seulement un NON à la privatisation-spoliation, mais aussi un OUI à un autre monde possible.
Conclusion : la « touristification » comme instrument colonial de spoliation
Pour le vieux paysan Miguel Sánchez Hernández et les habitants de Playa Salchi et de ses environs, l’agriculture, tout comme la pêche en rivière et en mer, constitue l’une des principales activités et une source fondamentale de subsistance pour les familles. Ces pratiques économiques et traditionnelles ont subi de profondes transformations ces dernières années, en raison d’une logique qui vise à instaurer un « développement » dans cette région, par le biais d’un tourisme de masse destructeur et de projets d’infrastructures logistiques, dont des routes reliant Oaxaca à Guerrero et Veracruz dans le cadre des projets complémentaires au grand chantier du Corridor interocéanique de l’isthme de Tehuantepec (CIIT). Cela a eu un impact négatif sur la forme de la propriété sociale et a introduit dans la région une vision mercantiliste de la terre, favorisant le blanchiment d’argent et la la livrant aux intérêts des agences immobilières et de spéculateurs.
Les grandes infrastructures et les pôles touristiques — en contradiction avec le discours officiel et « progressiste » du gouvernement — s’abattent sur les terres autochtones comme des projets néocoloniaux impitoyables. Ce sont de véritables formes contemporaines de conquête qui s’attaque à un mode de vie de subsistance, considéré par le système capitaliste comme étant primitif, superflu et inutile économiquement.
La « touristification » massive des ressources naturelles et, en particulier, de territoires spécifiques, n’est absolument pas nouvelle pour nous. Nous aussi, en tant que personnes présentes ici avec la Brigade internationaliste, nous vivons ou avons vécu sur des territoires dont l’exploitation, liée à la privatisation des terres et des ressources (eaux, forêts, jungles, montagnes), a généré d’immenses quantités d’argent à blanchir, contribuant massivement à la dévastation sociale, culturelle et territoriale en cours.
C’est une tempête planétaire qui vient de loin et qui balaye toute forme de vie ne s’adaptant pas au capital. Une forme de nécropolitique ou de capitalisme gore qui ne sait plus quoi faire des corps excédentaires, improductifs et qui ne se plient pas aux diktats du système. Et qui, en même temps, accapare les richesses et les ressources naturelles des communautés locales pour les valoriser dans son propre modèle économique.
Une guerre qui, historiquement, par ses spécificités coloniales et de domination, a dévasté des territoires et des populations entières, créant un contexte de dépendance et d’exploitation, à l’origine de l’enrichissement, d’une certaine suprématie, d’un développement mal défini et aussi — ne l’oublions pas — de certains « droits » conquis dans le monde occidental, un Occident depuis toujours prédateur et colonial.
« Le cas de Playa Salchi symbolise l’un des défis fondamentaux de notre époque : faire face à des formes de criminalité qui ont réussi à se fondre parfaitement dans les structures légales et institutionnelles. Il ne s’agit pas de délinquants opérant en marge du système, mais de délinquants qui sont le système lui-même », résume Kino Balu.
Playa Salchi devient ainsi en un paradigme de l’expropriation coloniale, répandu non seulement au Mexique mais dans de nombreuses régions de la planète, où les terres riches en diversité et en humanité du soi-disant « Sud global » sont arrachées à leurs populations respectives, marchandisées et rendues hyper-productives afin d’intensifier un tourisme agressif, riche et « blanc », qui se moque éperdument des spécificités des communautés locales. Un tourisme qui privatise les ressources, fait grimper le coût de la vie de manière insoutenable et expulse les pauvres des lieux touristiques ou les exploite en tant que main-d’œuvre bon marché.
Une gentrification et une « touristification », à la fois massives et destinées aux élites aisées, avec pour résultat que des populations entières, des zones géographiques et des territoires perdent leur mémoire, leur dignité et leurs perspectives de vie, les reléguant aux marges du système économique actuel.
La résistance
Une dignité, comme le montrent les initiatives décrites ici, qu’il est possible de retrouver par l’action directe dans la résistance, la reconnexion avec la terre et la nature, ainsi que par l’autogestion collective des espaces et des temps.
Face à cette machine d’expropriation, les communautés de la Sierra Sur et de Playa Salchi ont développé des exemples de résistance qui vont au-delà de la simple défense du territoire. Leur lutte remet en cause le modèle de développement en lui-même, qui considère les territoires comme des marchandises et les communautés comme des obstacles au progrès.
Ici, comme ailleurs, le choix du camp dans lequel se situer devient impératif et l’opposition au système-guerre se fait concrète et réelle : dans la construction d’un pouvoir populaire autonome, dans des réseaux de solidarité territoriale qui dépassent les frontières imposées par l’État-nation et dans des formes d’organisation conflictuelles et directes, dont la légitimité ne dépend pas de la médiation institutionnelle.
« La terre ne se vend pas, on l’aime et on la défend »
Brigade internationaliste, Playa Salchi, mars 2026
BERICHT DER INTERNATIONALISTISCHEN BRIGADE GEGEN DIE PRIVATISIERUNG VON „PLAYA SALCHI“
Einleitung
Am 25., 26. und 27. März 2026 führte eine Gruppe von Genoss*innen des „Nodo Solidale“, des Zapatistischen Kollektivs von Lugano, der SOA „Il Molino“ sowie weiterer solidarischer Personen aus Italien und der Schweiz eine internationalistische Brigade aus, in Solidarität mit dem Kampf gegen die Privatisierung des Strandes „Playa Salchi“ an der Küste von Oaxaca in Mexiko.
Die genannten Kollektive wurden vom Komitee zur Verteidigung der indigenen Rechte (CODEDI) – einer Basisorganisation, die in mehr als 25 Gemeinden der Region vertreten ist und seit 1998 für die Verteidigung ihres Territoriums kämpft – eingeladen, um sich über den symbolträchtigen Fall von Enteignung und Grundstücksspekulation zu informieren, von der der Bauernkamerad Miguel Sánchez Hernández direkt betroffen ist. Im Laufe dieser drei Tage, die von Wissensaustausch, Workshops, Spielen mit den Kindern und Kampftaktiken geprägt waren, wurden mehrere Interviews mit den an diesem Kampf zur Verteidigung des Territoriums beteiligten Personen geführt, deren Zusammenfassung in diesem Bericht und in einem Video, das in Kürze veröffentlicht wird, präsentiert wird.
Hintergrund der „Landfrage“ in Mexiko
In Mexiko gibt es nach jahrhundertelangen Kämpfen, Bauernkriegen und Revolutionen ein Grundbesitzsystem, das neben öffentlichem und privatem Eigentum auch das soziale (also kollektive) Landeigentum anerkennt. Eine Realität, die mehr als die Hälfte des Staatsgebiets abdeckt. Konkret wurden seit der Revolution von Emiliano Zapata und Francisco Villa die Unveräußerlichkeit des Bodens und seine Umverteilung in landwirtschaftliche Kerngebiete, bekannt als „Ejidos“,sowie in Gemeindeland in der Verfassung von 1917 verankert. Diese Umverteilung fand ab Ende der 1930er Jahre statt und dauerte bis 1992, dem Jahr, in dem eine Verfassungsreform den teilweisen Verkauf von Ejido-Ländereien erlaubte. Die Ejidos wurden per Präsidialdekret zugeteilt, während die Gemeindelandflächen auf der Grundlage der Anerkennung von „Eingeborenen Stammland“ zugeteilt wurden, wie es in den Dokumenten und Abkommen definiert wurde, die während der Kolonialzeit zwischen den indigenen Völkern und der spanischen Krone unterzeichnet wurden.
Im Allgemeinen wird die Nutzung dieser kollektiven Ländereien von der Versammlung der „Ejidatarios“ oder „Comuneros“ als oberste lokale Behörde im rechtlichen Rahmen der Agrarreform verwaltet. Es handelt sich um Grundstücke, die innerhalb des Agrarkerns von Vater zu Sohn vererbt oder ausgetauscht werden können, aber nicht außerhalb dieses Kerns weiterverkauft werden dürfen (abgesehen von bestimmten Ausnahmen). Dieses System der Landbewirtschaftung stellt eine echte Form der gemeinschaftlichen, bäuerlichen und oft indigenen Macht dar, in der die sogenannten „usos y costumbres“ (Gebräuche und Sitten) verankert sind.
Land ist Freiheit
In Mexiko umfassen die kollektiven Ländereien, zumindest formal, etwa 100 Millionen Hektar, die von mehr als 30.000 Agrargemeinschaften verwaltet werden. Dieses System wurde ständig durch Gesetze, Dekrete und Versuche von Verfassungsreformen sowie durch faktische Praktiken großer Unternehmen und nationaler wirtschaftlicher und politischer Konsortien untergraben, die alle daran interessiert sind, den Autonomiebereich der Bauern und indigenen Völker des Landes einzuschränken. All diese dem kapitalistischen Markt „rechtlich entzogenen“ Flächen erweisen sich in der Tat als sehr attraktiv für zahlreiche wirtschaftliche und politische Akteure.
In den letzten Jahren hat sich das organisierte Verbrechen an der fortwährenden Ausbeutung der indigenen Völker und Bauern beteiligt und fungiert dabei als bewaffneter Arm sowohl in den Gebieten, in denen von der Regierung geförderte Megaprojekte umgesetzt wurden (wie beispielsweise der Interozeanische Korridor der Landenge von Tehuantepec oder der „Maya-Zug “ – ein interurbanes Eisenbahnnetz, das die Halbinsel Yucatán durchquert), als auch auf lokaler Ebene, indem sie Vereinbarungen mit Unternehmern oder Politikern schloss, um saftige Gewinne auf Grundstücken aus Gemeinschaftsbesitz zu erzielen.
Es ist wichtig zu erwähnen, dass in Mexiko in den letzten 20 Jahren mehr als 500.000 Menschen ermordet wurden und etwa 134.000 als „vermisst“ gelten. Das Land erlebt einen Krieg der territorialen Zersplitterung: einen „abnormalen“, zeitweiligen, asymmetrischen, verstreuten, aber zutiefst gewalttätigen Bürgerkrieg; all dies bildet ein komplexes System der Enteignung auf mehreren Ebenen, das täglich das Kollektivland angreift, verkleinert und raubt und diejenigen verfolgt, die es verteidigen.
Der Fall des Strandes von Salchi ist nur eines von Tausenden von Beispielen entlang der gesamten Küste Mexikos.
Kurze Geschichte des Landraubs in Salchi
Der Strand von Salchi ist Teil der „Gemeindelandflächen“ von San Pedro Pochutla im Bundesstaat Oaxaca. Ländereien, die mit der Errichtung des Tourismuskomplexes „Bahías de Huatulco“ Anfang der 90er Jahre einer raschen und illegalen Privatisierung unterzogen wurden. Der am häufigsten angewandte Mechanismus war der Verkauf von Grundstücken mittels gefälschter Dokumente, die vom Kommissar des „Amtesfür Gemeindegüter“ unterzeichnet wurden. Der Kommissar ist die von der Gemeindeversammlung gewählte Person, die eigentlich das Gemeinschaftsland schützen und verwalten soll, doch oft ist es gerade diese lokale Agrarbehörde die sich am leichtesten von den Interessen der Landraubenden bestechen lässt (oder von ihnen beseitigt wird, wenn sie sich weigert, mitzumachen). Sehr oft werden die Kommissare für Gemeindegüter so zu den wichtigsten Komplizen der Unternehmer: sie erhalten von ihnen Bestechungsgelder oder Provisionen für die abgetretenen Grundstücke, obwohl die ausgestellten Eigentumsurkunden vor dem Agrargericht oder dem Katasteramt keinerlei formellen Wert haben – also vor jenen Institutionen, die als fester Bestandteil desselben Systems der weit verbreiteten Korruption diesen chronischen Verstößen gegenüber ewig blind bleiben.
Die meisten Villen, die die Reichen an den Küsten Mexikos errichten, wurden dank dieser gefälschten Genehmigungen und auf indigenem oder bäuerlichem Gemeindeland gebaut.
Playa Salchi
Die Bucht des Strandes von Salchi liegt an der Pazifikmündung eines 28 Hektar großen Grundstücks, das Miguel Sánchez Hernández, einem 87-jährigen Bauern, zugeteilt wurde, der es seit der Erbschaft von seinem Adoptivgroßvater für landwirtschaftliche Zwecke bewirtschaftet. Seit den ersten Privatisierungsversuchen weigert sich Don Miguel, das ihm zugeteilte Land für den Bau von Tourismusgebieten abzutreten. Doch seine Weigerung als offizieller Eigentümer erwies sich als völlig wirkungslos, um die Privatisierung zu verhindern.
Im Jahr 2000 bot David Ortega del Valle ihm an, 10 Hektar Land „direkt am Meer“ an ein kanadisches Immobilienkonsortium zu verkaufen, mit der ursprünglichen Zusage einer Zahlung für diese Grundstücke. Eine Vereinbarung, die bis heute nicht eingehalten wurde. In diesem Gebiet wurden in den letzten Jahren und bis 2025 42 Wohnungen mit „Seeblick“ gebaut, die meist saisonal von kanadischen Rentnern bewohnt werden. Im Laufe der Jahre versuchte Miguel Sánchez, dieses Land mit Unterstützung verschiedener sozialer und Menschenrechtsorganisationen zurückzugewinnen, darunter CODEDI, die seit langem lokale Komitees in der Region zur Verteidigung der indigenen Rechte organisiert und sich für den Widerstand gegen kapitalistische und rohstoffausbeuterische Projekte auf indigenen Gebieten einsetzt, insbesondere an der Küste und in der Sierra Sur von Oaxaca.
Die kanadische „Kolonie“
Im Jahr 2017 begannen CODEDI und andere verbündete lokale Organisationen, die rund 14 Hektar Land, die der „Touristifizierung“ entgangen waren, zyklisch zu bewirtschaften, indem sie dort Mais, Zucchini und Bohnen sowie andere Nahrungsmittel für die Familien der Gemeinden der Organisation anbauten.
Im Juli 2018 wurde der lokale Koordinator von CODEDI, Abraham Hernández González, in Strandnähe entführt und anschließend ermordet: Seine Leiche wurde in der Nachbarortschaft Cuatunalco gefunden. Die Umstände dieses Mordes wurden nie untersucht, und bis heute genießen die Schuldigen völlige Straffreiheit. Dieses dramatische Ereignis verschärfte den Landkonflikt in Salchi und machte die Komplizenschaft des organisierten Verbrechens mit den beteiligten Unternehmern deutlich. „Seit August 2020“, berichtet Miguel Sánchez, „bin ich Ziel wiederholter Versuche, mein Land und meine Wohnung zu enteignen, wobei vermummte und bewaffnete Personen mich überwachen und ununterbrochen Patrouillen durchführen“. Tatsächlich berichtet Miguel, dass während einer Karavane zur Beobachtung der Menschenrechte, im September 2025 acht Kleinbusse mit bewaffneten Personen bei ihm vorfuhren und er bei dieser Gelegenheit entführt, mit dem Tod bedroht, angegriffen und geschlagen sowie mit Obszönitäten und Spott aller Art beleidigt wurde, was seinen Gesundheitszustand so stark beeinträchtigte, dass er sich einer Notoperation unterziehen musste.
Uns wurden mindestens zwei weitere Einschüchterungsversuche bei öffentlichen Veranstaltungen gemeldet:
– Am 7. Juni 2025 fand das „Forum zur Verteidigung des Landes und der Agrarrechte der Bauern an der Küste“ statt, an dem 17 Organisationen teilnahmen, die den Enteignungsversuch in Playa Salchi anprangerten. Im Verlauf dieser Veranstaltung drangen 16 bewaffnete Personen, die mit dem „Cartel del Despojo“ (Kartell der Enteignung) in Verbindung stehen, auf das Land von Miguel Sánchez ein und bedrohten ihn mit dem Tod, um ein weiteres Tourismusprojekt durchzusetzen.
– Am 29. Januar 2026 drang eine Gruppe von Zivilisten, darunter der Kolumbianer Arturo Peralta (Leiter des Immobilienprojekts des oben genannten kanadischen Konsortiums), mit Baggern und Baumaschinen und begleitet von drei Patrouillen der Staatspolizei auf dem Landstück von Miguel Sánchez ein, das noch nicht von der „Touristifizierung“ erfasst wurde. Im Zuge dieses Übergriffs haben die Bagger, eskortiert von Sicherheitskräften und einigen bewaffneten Zivilisten, einige kleine Häuser und Gebäude, die auf dem Gelände stander und auch von anderen Bauern genutzt wurden, die oft kommen, um Don Miguel bei der Feldarbeit zu helfen, vollständig abgerissen. Mit Waffen in der Hand hagelte es Beleidigungen und Drohungen gegen den alten Bauern und die anderen Anwesenden. Die Beteiligung der Staatspolizei, die offensichtlich einen unrechtmäßigen und illegalen Angriff an der Seite nicht identifizierter bewaffneter Zivilisten schützte, verdeutlicht einmal mehr die Komplizenschaft der Institutionen mit den kriminellen Machenschaften des „Cartel del Despojo“.
Las viviendas arrasadas
Als Internationalisten können wir nicht umhin, auf die erschreckende Ähnlichkeit zwischen diesem jüngsten Vorfall und den Bulldozern der israelischen Armee in Palästina hinzuweisen, die im Namen der verdrehten Gesetze des „Siedlungskolonialismus“ die von „weißen“ Siedlern besetzten Gebiete befestigen und mit Waffen in der Hand und unter Anwendung von Gewalt die Häuser der Ureinwohner, Bauern und Hirten der Region zerstören. Dies erinnert uns daran, in welchem Maße der Kapitalismus in verschiedenen Regionen der Welt dieselben kolonialen und rassistischen Mechanismen der Diskriminierung, ethnischen Säuberung, Enteignung und Kriminalisierung einsetzt.
Das „Kartell der Ausbeutung“
Don Miguel, die Genoss*innen von CODEDI und anderen verbündeten Organisationen, die sich zur Verteidigung des Strandes von Salchi versammelt haben, weisen darauf hin, dass es eine Gruppe von Personen gibt, darunter einige Funktionäre der Morena-Partei (die auf Landes- und Bundesebene an der Macht ist), die – im Komplott mit den Kommissar*innen für Gemeindegüter, den Behörden des Agrargerichts, den Ordnungskräften und dem organisierten Verbrechen – sich bereichern, indem sie die Privatisierung der Strände und Gemeindegrundstücke an der Küste von Oaxaca orchestrieren.
Neben dem Fall von Salchi wurden weitere Fälle öffentlich gemacht, insbesondere am benachbarten Strand „El Coyote“ und am Strand „El Coyul“ (mehrere Kilometer weiter südlich). Diese Gruppe von Personen, die als „Kartell der Enteignung“ bezeichnet wird, wendet überall dieselbe Vorgehensweise an: Sie schickt bewaffnete Männer, um die Bauern durch Drohungen und Gewalt einzuschüchtern und zu vertreiben; anschließend eignet sie sich das Land an, indem sie mit Hilfe von Dokumenten, die von korrupten Agrarbehörden ausgestellt wurden, den Anschein von Rechtmäßigkeit erweckt; diese Grundstücke werden dann an ausländische Immobilienkonsortien weiterverkauft, wobei sie mit jedem Quadratmeter gestohlenen Landes spekuliert (ein durch Täuschung und Gewalt erlangtes Grundstück von 200 m² wird für 50.000 bis 100.000 Euro – also zwischen 1 und 2 Millionen mexikanischen Pesos – weiterverkauft). Die Immobilienkonzerne verkaufen ihrerseits die „kleinen Häuser am Meer“ zu astronomischen Preisen auf dem Markt ihrer Herkunftsländer (oft die USA, Kanada, die Europäische Union, aber auch Saudi-Arabien und Russland) und stellen die Rechnungen in Dollar aus. Die durch diese Spekulationen generierten Finanzströme sind kolossal und kommen nur denjenigen zugute, die bereits reich sind: Beamte, Unternehmer und Mafiosi.
Das Ergebnis dieser ganzen mafiösen Operation ist nichts anderes als eine Gentrifizierung der Strände nach einem extraktivistischen Modell, das, wie unsere Gesprächspartner immer wieder betonen, nur mit der stillschweigenden Unterstützung der Institutionen funktionieren kann, deren unrechtmäßige Machenschaften durch erhebliche Bestechungsgelder erleichtert werden.
Die lokalen und nationalen Akteure dieses „Kartells“, die als Hauptnutznießer des Landraubs bezeichnet werden, sind die Bundesabgeordneten Alejandro Avilés Álvarez (von der Grünen Partei Mexikos, aber der Morena-Partei angehörig) und Juan Hugo de la Rosa (Morena), der Rechtsassistent Orlando Acevedo (von der PRI-Partei), der ehemalige Kommissar für Gemeindegüter von Pochutla, Jesús „Chucho“ Reyes, David Ortega del Valle (Leiter der Abteilung für Umweltmanagement im Umweltministerium des Bundesstaates Oaxaca), der Lokalpolitiker Alfonso Esparza, der Geschäftsmann Israel Carreño Morales (verantwortlich für den Lanbdraub am Strand von El Coyote) und der Buchhalter Sergio Castro López. So agiert die Gruppe dank des Schutzes von Akteuren auf allen drei Regierungsebenen (kommunal, staatlich und föderal) und unter Beteiligung sowohl der Mehrheits- als auch der Oppositionsparteien völlig straffrei.
Die „Weißwaschung“ der Küste: Enteignung und Geldwäsche (*)
Der Konflikt um „Playa Salchi“ ist gewissermaßen das Symbol für die Offensive der Landenteignung und der Kommerzialisierung der Küste von Oaxaca: ein wahres Experimentierfeld. Hier verflechten sich die historischen kriminellen Finanzaktivitäten von Persönlichkeiten wie Sergio Castro López (ein Buchhalter aus einfachen Verhältnissen, der die Karriereleiter hinaufstieg, bis er zu einem Geldwäscher von Milliarden wurde, indem er jene „aggressiven Steuerkonstrukte“ perfektionierte, die es Gouverneuren und Unternehmen ermöglichten, sich weitgehend ihren Steuerpflichten zu entziehen. Sein Unternehmen – „Inteligencia de Negocios“ – diente als operative Zentrale für Netzwerke von 150 Strohmännern, die in Geldwäschegeschäften mehr als 100 Milliarden Pesos umschufen) – mit den Aktivitäten lokaler politischer Akteure, die von Parteien wie Morena und Verde Ecologista geschützt oder von der „Vierten Transformation“ innerhalb der Regierung und ihrer Interessengruppen unterstützt werden.
Construcciones ilegales
Dieses Phänomen offenbart einen Trend: Hotelprojekte auf enteignetem Land sind nicht nur Immobiliengeschäfte, sondern auch Mechanismen zur Geldwäsche. Die Hotels dienen dazu, enorme Geldströme weisszuwaschen und gleichzeitig Immobilienvermögen in strategisch wichtigen Gebieten zu generieren. Die Küste von Oaxaca bietet mit ihrem touristischen Potenzial und ihrer institutionellen Schwäche ideale Bedingungen für diese Symbiose aus Landenteignung und Geldwäsche. Die Regierung begnügt sich nicht damit, diese Vorgänge zu tolerieren, sondern integriert sie organisch in ihr eigenes politisches Projekt und zeigt damit, dass die sogenannte „Vierte Transformation“ problemlos mit den raffiniertesten Formen kapitalistischer Kriminalität koexistieren kann.
Ein Modell der umfassenden Enteignung, bei dem sich die Aneignung von Land mit politischer Kontrolle, Geldwäsche und institutioneller Kooptierung vermischt, um Enklaven völliger Straffreiheit zu schaffen, und das in mehreren Phasen abläuft: Zunächst die Identifizierung strategischer Gebiete, in denen institutionell geschwächte Gemeinschaften leben; dann der Aufbau von Allianzen mit lokalen politischen Akteuren; drittens die Entwicklung von Immobilienprojekten, die die Geldwäsche rechtfertigen; viertens die Neutralisierung des Widerstands durch Kooptierung oder Kriminalisierung der Gegner.
Ohne Genehmigung auf enteignetem Land erbautes Hotel
Don Miguel Sánchez, 87 Jahre alt und mit mehr als sechzig Jahren Erfahrung auf diesem Land, verkörpert alles, was dieses Modell zu elimineren sucht: das historische Gedächtnis, die angestammten Landrechte und den Widerstand der Bauern.
Seine Enteignung ist kein Zufall: Sie erfolgt methodisch.
Widerstand und Bündnisse
Don Miguel Sánchez Hernández ist nicht allein. Er wird vom CODEDI und den sozialen Organisationen der antikapitalistischen Linken des FORO (Front der Organisationen von Oaxaca) unterstützt, sowie von anderen strategischen Verbündeten, denen es gelungen ist, diesen Fall zu einem Beispiel für Widerstand und nicht für stille Enteignung zu machen, wie es leider in allzu vielen ähnlichen Fällen an derselben Küste von Oaxaca sowie in anderen Regionen Mexikos geschehen ist.
Wie bereits erwähnt, versammelten sich im Juni 2025 inmitten der umstrittenen Dünen des Strandes von Salchi 14 lokale Organisationen und beriefen die Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Menschenrechtsbeobachtungsmission) ein, die am 12. und 13. Juli 2025 durchgeführt wurde. Die Mission verfasste einen detaillierten Bericht über die Menschenrechtsverletzungen an den Stränden von Salchi und El Coyote. Die Mission brachte 17 zivilgesellschaftliche Organisationen, gesetzliche Vertreter der Lehrergewerkschaft der Sektion XXII der CNTE in Oaxaca sowie Bürger und Anwälte aus der Zivilgesellschaft zusammen, die zivilgesellschaftlichen Organisationen angehören und alle über langjährige Erfahrung in der Verteidigung der Menschen- und Kollektivrechte im Bundesstaat Oaxaca verfügen.
Die folgenden Organisationen haben sich an der ständigen Überwachung des Gebiets und der Lage beteiligt und tun dies weiterhin: CODEDI, CODEPO (Komitee zur Verteidigung der Rechte des Volkes von Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Rat der bäuerlichen und proletarischen Gemeinschaften), COCISS (Rat der indigenen Gemeinschaften der Sierra Sur), APIIDTT (Versammlung der indigenen Völker der Landenge zur Verteidigung von Land und Territorium), die NGO EDUCA, MIUCO (Vereinigte indigene und afro-stämmige Frauen zum Schutz der Küste von Oaxaca), FPR (Revolutionäre Volksfront), FIZ (Indigene Front der Zapoteken), die Versammlung der indigenen Gemeinschaft von Puente Madera, die Versammlung der indigenen Gemeinschaft von El Coyul und die Genossenschaft Cimarronez.
Darüber hinaus hat CODEDI im Laufe der Jahre ein Netzwerk nationaler und internationaler Kooperationen und Bündnisse mit anderen indigenen Organisationen aufgebaut, von denen einige mit dem Nationalen Indigenen Kongress (CNI) verbunden sind, sowie mit europäischen Kollektiven, die den Zapatismus unterstützen, wie beispielsweise die Kollektive, die an der Erstellung des vorliegenden Berichts mitgewirkt haben. Dank dieser Kontakte konnte Ende Juli 2025 ein Informations- und Solidaritätsbesuch einer Brigade italienischer Aktivist*innen organisiert werden, ebenso wie der Besuch der aktuellen Internationalistischen Brigade Ende März 2026.
Die beteiligten Kollektive haben sich verpflichtet, die Situation der illegalen Aneignung und der potenziellen Unterdrückung des Widerstands auf den Ländereien von Miguel Sánchez Hernández auch aus der Ferne weiterhin zu beobachten.
Die selbstverwaltete Nutzung des Landes
Die 14 Hektar Land, die sich noch immer dem Vormarsch der Immobilien- und Tourismuskolonisierung widersetzen, werden zyklisch mit Mais, Bohnen, Zucchini, Papayas und anderen saisonalen Früchten bewirtschaftet. Die Genoss*innen von CODEDI organisieren gemeinsam mit den lokalen Komitees ihrer Organisation „Tequios“, um eine nachhaltige, alternative, ökologische und selbstverwaltete Nutzung der Felder zu demonstrieren – im Gegensatz zum extraktivistischen Modell der Immobilienkonsortien.
In Playa Salchi stehen sich diese beiden diametral entgegengesetzten Modelle physisch und politisch gegenüber.
Das CODEDI steht in einer langen Tradition selbstverwalteter Prozesse, stützt sich auf die Erfahrungen des Aufstands und der Kommune von Oaxaca von 2006 und hat sich in gewissem Maße von den autonomen Prozessen der Zapatistischen Nationalen Befreiungsarmee (EZLN), vom CIDECI in Chiapas und von anderen indigenen Völkern des CNI inspiriert. Gestärkt durch diese Dynamik gründete er 2013 ein Ausbildungszentrum auf der ehemaligen Finca Alemania (Sierra Sur), wo Kinder und Jugendliche aus den Gemeinden und Dörfern durch einen empirischen und autonomen pädagogischen Prozess verschiedene Künste und Handwerke erlernen können. Dieses libertäre Modell einer „lebendigen Schule“ wird regelmäßig in Salchi umgesetzt, wo in den Räumlichkeiten eines großen, illegalen und modernen Hotels, das ohne jegliche Genehmigung nur wenige Meter vom Strand entfernt errichtet und später von den Verteidigern des Territoriums zurückerobert wurde, Workshops für Kinder und Jugendliche organisiert werden.
Graffitis in Playa Salchi
In den ersten Monaten des Jahres 2026 fanden beispielsweise mehrere Treffen und Workshops für Kinder in Playa Salchi statt, bei denen Themen wie Meeresbiologie, gesunde Ernährung im Gegensatz zu Junkfood, Naturheilkunde und mündlich überlieferte Geschichte durch Räume behandelt wurden, die traditionellen Geschichtenerzählern zur Verfügung gestellt wurden. Die Workshops werden in der Regel von solidarischen Kollektiven geleitet, die sich den genannten Themen widmen und sich hauptsächlich an die Schüler*innen der kleinen autonomen Schule von Finca Alemania sowie an die Kinder von Salchi im Allgemeinen richten.
Aufbauend auf Erfahrungen, vor allem aus städtischen Kontexten, mit Selbstverwaltung und Autonomie betrachten die Kollektive und Personen, die an der Internationalistischen Brigade teilnehmen, diese Organisationsform – die kollektive Selbstverwaltung von Räumen und Land – als eines der grundlegenden und entscheidenden Elemente für den Aufbau anderer möglicher Welten. Denn wie uns die Geschichte der zahlreichen Kampferfahrungen im Laufe der mexikanischen Geschichte lehrt, ist die Schaffung von Autonomie und selbstverwalteten Lebensweisen ein Weg, den es mit Entschlossenheit und Beharrlichkeit zu beschreiten und zu intensivieren gilt, als Formen der kollektiven Verwaltung von Körpern, Geistern und Territorien.
In diesem Zusammenhang und um Formen des Kampfes und der Vereinigung zu schaffen, die sich den Dynamiken der Ausbeutung und Plünderung von Territorien entgegenstellen, wird das Projekt des CODEDI zu einem grundlegenden Element des Aufbaus und des Widerstands.
Aktivitäten der kleinen autonomen Schule auf dem ehemaligen Bauernhof „Allemana“
Die Schaffung eines zukünftigen „Gemeinschaftlichen Bildungszentrums“ für Kinder und Jugendliche auf genau jenem Land, das das kapitalistische System der lokalen Bevölkerung zu entreißen versucht, ist eine besonders kühne und kämpferische Vision in einem globalen Umfeld, das zunehmend nachgiebig und resigniert ist. Im Gegensatz dazu bezieht dieses Projekt klar Stellung und zeigt auf welcher Seite es steht.
Es erscheint uns daher unerlässlich, den Willen zu betonen, die Anstrengungen zu verstärken und den jüngeren Generationen mehr Arbeit, mehr Betreuung und spezifische Ausbildung zukommen zu lassen, sowie den praktischen und konkreten Aufbau autonomer kollektiver Alternativen fortzusetzen, die es ermöglichen, wirksame Laboratorien der Gegenmacht zum Kapitalismus zu visualisieren und zu etablieren. Es gilt, Praktiken zu entwickeln, die gleichzeitig Formen oder Zentren des Widerstands gegen die zunehmend totalitäre Herrschaft der unauflöslichen Verbindung zwischen Kapital, Mafia und Staat bieten.
Eine Situation, die – auch angesichts der Armut oder des völligen Mangels an Perspektiven für Beschäftigung, Emanzipation und Selbstbestimmung – in den letzten Jahren sehr viele Menschen, insbesondere junge Menschen, Arme und Frauen, dazu gezwungen hat, sich der prekären Arbeitswelt anzuschließen, da sie keine andere Wahl hatten, als sich der Ausbeutung in den Maquiladora-Fabriken zu unterwerfen, in prekären, schlecht bezahlten und ausbeuterischen Arbeitsverhältnissen in Mexiko oder den Vereinigten Staaten zu arbeiten, der Prostitution und dem Verkauf ihres eigenen Körpers sich auszusetzen oder sich als letztes Mittel als Arbeitskräfte im Dienste des organisierten Verbrechens zu verpflichten.
Sich ein Territorium zurückzuerobern, in dem man seinen eigenen Lebensunterhalt bestreitet, indem man Grundnahrungsmittel anbaut, die auch wirtschaftliche Selbstversorgung ermöglichen, wird zu einer Form der „sozialen, politischen und kulturellen Barrikade“ angesichts des Vormarsches des kriminellen/mafiösen Systems des Staates und der wichtigsten wirtschaftlichen Interessen, seien sie privat oder öffentlich. In einem System, das den Krieg zu seiner Doktrin und seiner Methode der Weltherrschaft macht, wird das derzeitige Bestreben, dem durch kollektive, selbstverwaltete und autonome Praktiken entgegenzuwirken, somit nicht nur zu einem NEIN zur Privatisierung und Ausbeutung, sondern auch zu einem JA zu einer anderen möglichen Welt.
Fazit: Die „Touristifizierung“ als koloniales Instrument der Ausbeutung
Für den alten Bauern Miguel Sánchez Hernández und die Bewohner von Playa Salchi und Umgebung stellt die Landwirtschaft ebenso wie die Fischerei in Flüssen und im Meer eine der wichtigsten Tätigkeiten und eine grundlegende Lebensgrundlage für die Familien dar. Diese wirtschaftlichen und traditionellen Praktiken haben in den letzten Jahren tiefgreifende Veränderungen erfahren, bedingt durch eine Logik, die darauf abzielt, in dieser Region eine „Entwicklun “ in dieser Region durchzsetzen will, und zwar mittels eines zerstörerischen Massentourismus und logistischer Infrastrukturprojekte, darunter Straßen, die Oaxaca mit Guerrero und Veracruz verbinden, im Rahmen der Begleitprojekte zum Großprojekt des Interozeanischen Korridors der Landenge von Tehuantepec (CIIT). Dies hat sich negativ auf die Form des sozialen Eigentums ausgewirkt und in der Region eine merkantilistische Sichtweise auf das Land eingeführt, die Geldwäsche begünstigt und es den Interessen von Immobilienagenturen und Spekulanten ausliefert.
Große Infrastrukturprojekte und Tourismuszentren – im Widerspruch zum offiziellen und „progressiven“ Diskurs der Regierung – fallen als gnadenlose neokoloniale Projekte über indigene Gebiete herein. Es handelt sich um tatsächliche zeitgenössische Formen der Eroberung, die eine Lebensweise der Subsistenzwirtschaft angreifen, die vom kapitalistischen System als primitiv, überflüssig und wirtschaftlich nutzlos angesehen wird.
Die massive „Touristifizierung“ der natürlichen Ressourcen und insbesondere bestimmter Gebiete ist für uns keineswegs neu. Auch wir, die wir hier mit der Internationalistischen Brigade anwesend sind, leben oder haben auf Gebieten gelebt, deren Ausbeutung – verbunden mit der Privatisierung von Land und Ressourcen (Wasser, Wälder, Dschungel, Berge) – immense Mengen an Reichtum und Geldwäsche generiert hat und massiv zur fortschreitenden sozialen, kulturellen und territorialen Verwüstung beiträgt.
Es ist ein globaler Sturm, der von weit her kommt und jede Lebensform hinwegfegt, die sich nicht dem Kapital anpasst. Eine Form der Nekropolitik oder des „Gore-Kapitalismus“, der nicht mehr weiß, was er mit den überschüssigen, unproduktiven Körpern anfangen soll, die sich nicht den Diktaten des Systems beugen. Und der gleichzeitig den Reichtum und die natürlichen Ressourcen der lokalen Gemeinschaften an sich reißt, um sie in seinem eigenen Wirtschaftsmodell zu verwerten.
Ein Krieg, der historisch gesehen durch seine kolonialen und Herrschaftsmerkmale ganze Gebiete und Bevölkerungen verwüstet hat und ein Umfeld der Abhängigkeit und Ausbeutung geschaffen hat, das die Grundlage für Bereicherung, eine gewisse Vorherrschaft, eine schlecht definierte Entwicklung und auch – das dürfen wir nicht vergessen – für bestimmte „Rechte“ bildet, die in der westlichen Welt errungen wurden, einem Westen, der seit jeher räuberisch und kolonialistisch ist.
„Der Fall von Playa Salchi symbolisiert eine der grundlegenden Herausforderungen unserer Zeit: der Bekämpfung von Formen der Kriminalität, denen es gelungen ist, sich nahtlos in die rechtlichen und institutionellen Strukturen einzufügen. Es handelt sich nicht um Kriminelle, die am Rande des Systems agieren, sondern um Kriminelle, die das System selbst sind“, fasst Kino Balu zusammen.
Playa Salchi wird so zu einem Symbol-Paradigma der kolonialen Enteignung, die nicht nur in Mexiko, sondern in vielen Regionen der Welt verbreitet ist, wo die an Vielfalt und Menschlichkeit reichen Gebiete des sogenannten „globalen Südens“ ihren jeweiligen Bevölkerungen entrissen, kommerzialisiert und hyperproduktiv gemacht werden, um einen aggressiven, reichen und „weißen“ Tourismus zu intensivieren, der sich nicht im Geringsten um die Besonderheiten der lokalen Gemeinschaften schert. Ein Tourismus, der Ressourcen privatisiert, die Lebenshaltungskosten unhaltbar in die Höhe treibt und die Armen aus den Tourismusgebieten vertreibt oder sie als billige Arbeitskräfte ausbeutet.
Der Widerstand
Eine massive Gentrifizierung und „Touristifizierung“, die sich an wohlhabende Eliten richtet, mit dem Ergebnis, dass ganze Bevölkerungsgruppen, geografische Gebiete und Territorien ihr Gedächtnis, ihre Würde und ihre Lebensperspektiven verlieren und an den Rand des aktuellen Wirtschaftssystems gedrängt werden.
Eine Würde, wie die hier beschriebenen Initiativen zeigen, die durch direkten Widerstand, die Wiederverbindung mit der Erde und der Natur sowie durch die kollektive Selbstverwaltung von Räumen und Zeiten wiedererlangt werden kann.
Angesichts dieser Enteignungsmaschinerie haben die Gemeinschaften der Sierra Sur und von Playa Salchi Beispiele des Widerstands entwickelt, die über die bloße Verteidigung des Territoriums hinausgehen. Ihr Kampf stellt das Entwicklungsmodell an sich in Frage, das Territorien als Waren und Gemeinschaften als Hindernisse für den Fortschritt betrachtet.
Hier wie anderswo wird die Entscheidung, auf welcher Seite man steht, unabdingbar, und der Widerstand gegen das Kriegssystem wird konkret und real: im Aufbau einer autonomen Volksmacht, in Netzwerken territorialer Solidarität, die über die vom Nationalstaat auferlegten Grenzen hinausgehen, und in konfliktreichen und direkten Organisationsformen, deren Legitimität nicht von institutioneller Vermittlung abhängt.
„Das Land ist nicht zu verkaufen, wir lieben es und verteidigen es“
Proponemos este informe redactado inicialmente en italiano, francés y alemán con el propósito de darle difusión en Europa, por lo mismo puede que algunos párrafos que resumen el contexto sociopolítico de México se perciban como redundantes para el lector mexican@, aun así, decidimos mantenerlos para que otrxs lectorxs hispanohablantes puedan tener acceso a más información.
INFORME DE LA BRIGADA INTERNACIONALISTA CONTRA LA PRIVATIZACIÓN DE «PLAYA SALCHI»
Introducción
Los días 25, 26 y 27 de marzo de 2026 un grupo de compañerxs del Nodo Solidale, del Colectivo Zapatista de Lugano, del SOA Il Molino y otras personas solidarias de Italia y Suiza llevamos a cabo una brigada internacionalista de solidaridad con la lucha contra la privatización de la «playa de Salchi», en la costa de Oaxaca, México.
Los colectivos mencionados fuimos invitados por el Comité de Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI) — una organización popular, presente en más de 25 comunidades de la región que desde 1998 lucha por la defensa del territorio — a conocer el caso emblemático de despojo y especulación de las tierras que perjudican al compañero campesino Miguel Sánchez Hernández. Durante los tres días de intercambio de conocimientos, talleres, juegos con las infancias y prácticas de lucha, se realizaron varias entrevistas con las personas involucradas en esta lucha en defensa del territorio, cuya síntesis se presenta en este informe y en un vídeo que se publicará próximamente.
Contexto sobre la «cuestión de la tierra» en México
En México, como resultado de las luchas seculares, las guerras campesinas y las revoluciones, existe un sistema de propiedad de la tierra que reconoce, además de la propiedad pública y privada, también la propiedad social (por lo tanto, colectiva) de las tierras. Una realidad que abarca más de la mitad del territorio nacional. Concretamente, a partir de la revolución de Emiliano Zapata y Francisco Villa, se consagró en la Constitución de 1917 la inalienabilidad de la tierra y su redistribución en núcleos agrarios conocidos como ejidos y tierras comunales. Redistribución que tuvo lugar a partir de finales de los años 30 y que se prolongó hasta 1992, año en el que mediante una reforma constitucional se sancionó la vendibilidad parcial de las tierras ejidales. Los ejidos fueron asignados por decreto presidencial, mientras que las tierras comunales se asignaron sobre la base del reconocimiento de las tierras «ancestrales», definidas por los documentos y acuerdos firmados entre los pueblos indígenas y la Corona Española durante la época colonial.
En general, el uso de estas tierras colectivas es gestionado por la asamblea de los ejidatarios o comuneros, como máxima autoridad local, dentro del marco legal de la Reforma Agraria. Son tierras que pueden heredarse de padres a hijos o intercambiarse dentro del núcleo agrario, pero que no pueden revenderse fuera del mismo (salvo excepciones específicas). Este sistema de gestión de las tierras representa una verdadera forma de poder comunitario, campesino y a menudo indígena, en la que se ancla el llamado sistema de «usos y costumbres».
Tierra es Libertad
En México, las tierras colectivas, al menos formalmente, se extienden sobre unos 100 millones de hectáreas, gestionadas por más de 30 000 núcleos agrarios. Este sistema ha sido constantemente erosionado por leyes, decretos e intentos de reformas constitucionales y, de hecho, por prácticas favorecidas por las grandes empresas y los consorcios económicos y políticos nacionales, todos interesados en reducir el espacio de autonomía del campesinado y los pueblos indígenas del país. Toda esta tierra «legalmente sustraída» al mercado capitalista resulta, de hecho, muy atractiva para múltiples actores económicos y políticos.
En los últimos años, el crimen organizado ha participado en el saqueo constante contra los pueblos indígenas y los campesinos, interviniendo como brazo armado tanto en los territorios donde se han llevado a cabo los mega-proyectos promovidos por el gobierno (como el Corredor Transístmico y el Tren Maya), como a nivel local asociándose con cualquier empresario o político que tenga en juego jugosas ganancias sobre parcelas de tierra colectivas.
Es importante mencionar que en México, en los últimos 20 años, han sido asesinadas más de 500 000 personas y unas 134 000 figuran como «desaparecidas». El país vive una guerra de fragmentación territorial: una guerra civil «anómala», intermitente, asimétrica, dispersa pero profundamente violenta; todo esto conforma un complejo sistema de expoliación a varios niveles que cada día ataca, reduce y malvende las tierras colectivas y se ensaña contra quienes las defienden.
El caso de la playa de Salchi es un ejemplo entre miles de otros, a lo largo de todas las costas de México.
Breve historia del robo de tierras en Salchi
Playa Salchi forma parte del conjunto de tierras comunales de San Pedro Pochutla, en el estado de Oaxaca. Tierras que con la creación del complejo turístico de Bahías de Huatulco a principios de los años 90 sufrieron una privatización rápida e ilegal. El mecanismo más utilizado fue la compraventa de terrenos mediante la emisión de documentos fraudulentos firmados por el comisario de turno de los bienes comunales. El comisario es la figura elegida por la asamblea de los comuneros que debería proteger y gestionar las tierras colectivas, pero a menudo se convierte precisamente en la autoridad agraria local más fácilmente corruptible por parte de los intereses privatizadores (o eliminable por estos cuando, por el contrario, se niega a entrar en el negocio). Muy a menudo, los comisarios de los bienes comunales se convierten así en los principales cómplices de los empresarios: reciben de ellos un soborno o una comisión por las tierras cedidas, a pesar de que los títulos de propiedad emitidos no tengan ningún valor formal ante el Tribunal Agrario y el Catastro, es decir,estas instituciones que inmersas en el mismo sistema de corrupción generalizada se vuelven eternamente ciegas ante estas irregularidades crónicas.
Playa Salchi
La mayoría de las villas que los ricos lucen en las costas de México se han construido con estos permisos falsificados y sobre tierras comunales indígenas o campesinas.
La bahía de la playa de Salchi es la salida al Pacífico de una parcela de 28 hectáreas de tierra comunal asignada a Miguel Sánchez Hernández, un campesino de 87 años, que la ha cuidado desde que la heredó, para uso agrícola, de su abuelo adoptivo. Desde los primeros intentos de privatización, Don Miguel se ha negado a ceder las tierras que le fueron asignadas para la construcción de zonas turísticas. Pero su negativa como propietario formal ha sido totalmente insuficiente para impedir su privatización.
En el año 2000, David Ortega del Valle le propuso vender 10 hectáreas de terreno «frente al mar» a un consorcio inmobiliario canadiense, con la promesa inicial de un pago por los terrenos. Acuerdo que al día de hoy no se ha cumplido. En esta zona, en los últimos años hasta 2025, se han construido 42 viviendas con «vistas al mar», ocupadas estacionalmente en su mayoría por jubilados canadienses. A lo largo de los años, Miguel Sánchez ha intentado recuperar las tierras con el apoyo de diversas organizaciones sociales y de derechos humanos, entre ellas el CODEDI, que históricamente organiza comités locales en la región para la defensa de los derechos indígenas y se moviliza promoviendo la resistencia contra los proyectos capitalistas y extractivistas en los territorios indígenas, especialmente en la Costa y la Sierra Sur de Oaxaca.
En 2017, el CODEDI y otras organizaciones locales aliadas comenzaron a trabajar cíclicamente las aproximadamente 14 hectáreas de tierras que habían quedado libres de la turistificación, cultivando maíz, calabacitas y frijoles, así como otros alimentos destinados a las familias de las comunidades de la organización.
la “colonia” canadiense
En julio de 2018, el coordinador local del CODEDI, Abraham Hernández González, fue secuestrado cerca de la playa y posteriormente asesinado: su cuerpo fue hallado en la localidad cercana de Cuatunalco. Las circunstancias del asesinato nunca se investigaron y al día de hoy los responsables gozan de total impunidad. Este dramático suceso agravó el conflicto por las tierras de Salchi y puso de manifiesto la complicidad del crimen organizado con los empresarios implicados. «Desde agosto de 2020 —cuenta Miguel Sánchez— he sido objeto de repetidos intentos de despojo de las tierras y de mi vivienda, con personas encapuchadas y armadas que me vigilan y realizan rondas continuas». De hecho don Miguel denuncia, durante una Caravana de Observación de los Derechos Humanos en septiembre de 2025, que un día llegaron 8 furgonetas con personas armadas en la y en esa ocasión fue secuestrado, amenazado de muerte, agredido con empujones, obscenidades y burlas de diversa índole, lo que comprometió su estado de salud hasta el punto de tener que ser operado de urgencia.
Se tiene constancia de al menos otras dos acciones de intimidación ocurridas durante el desarrollo de actividades públicas:
– El 7 de junio de 2025 se celebró el «Foro en defensa de la tierra y los derechos agrarios de los campesinos de la costa», con la participación de 17 organizaciones que denunciaron el intento de despojo en Playa Salchi. Durante el evento, 16 personas armadas vinculadas al «Cartel del Despojo» irrumpieron en los terrenos de Miguel Sánchez, amenazando su vida para imponer otro proyecto turístico.
– El 29 de enero de 2026, un grupo de civiles, entre los que se encontraba el colombiano Arturo Peralta (responsable del proyecto inmobiliario del mencionado consorcio canadiense), irrumpió en las tierras de Miguel Sánchez, las que aún no están invadidas por la turistificación, con excavadoras y maquinaria pesada, acompañado de tres patrullas de la policía estatal. Durante la agresión, las excavadoras, escoltadas por las fuerzas de seguridad y por algunos civiles armados, demolieron por completo algunas casitas y construcciones dispersas en los terrenos agrícolas, utilizadas también por otros campesinos que suelen acudir a ayudar a don Miguel a trabajar la tierra. Armas en mano, se repitieron los insultos y las amenazas contra el anciano campesino y las demás personas presentes. La participación de la policía estatal, en evidente defensa de una agresión ilegítima e ilegal y al lado de civiles armados no identificados, pone aún más de manifiesto la complicidad de las instituciones con la actuación criminal del «Cartel del Despojo».
Como internacionalistas, no podemos dejar de señalar la escalofriante similitud de este último hecho con las excavadoras del ejército israelí en Palestina que, en nombre de las retorcidas leyes del «colonialismo de asentamiento», fortifican las zonas privatizadas por los colonos «blancos» y demuelen, armas en mano y con violencia, las casas de los nativos, los campesinos y los pastores de la zona. Lo cual nos reitera cómo el capitalismo despliega en diferentes geografías los mismos dispositivos coloniales y racistas de discriminación, limpieza étnica, expropiación y criminalización.
El «Cartel del Despojo»
Don Miguel, los compañeros y compañeras del CODEDI y de otras organizaciones aliadas, reunidos en defensa de la playa de Salchi, señalan que existe un grupo de personas, entre las que se encuentran algunos funcionarios de Morena (partido en el poder tanto a nivel estatal como federal) que —en contubernio con los comisarios de los bienes comunales, las autoridades del tribunal agrario, con las fuerzas del orden y el crimen organizado— se enriquecen orquestando las privatizaciones de las playas y de los terrenos comunales en la costa de Oaxaca.
Junto con el caso de Salchi, también se han dado a conocer los casos de la cercana playa de El Coyote y de la playa de El Coyul (varios kilómetros más al sur). Este grupo de personas, bautizado como el «Cartel del Despojo», aplica en todas partes el mismo modus operandi: envía gente armada para intimidar y desalojar a los campesinos con amenazas y violencia; se apropia de las tierras simulando legalidad mediante documentos emitidos por autoridades agrarias corruptas; revende a consorcios inmobiliarios extranjeros especulando con cada metro de tierra robada (una parcela de 200 m², sustraída con engaño y violencia, se revende entre 50 000 y 100 000 euros —entre 1 y 2 millones de pesos mexicanos). Para que después los consorcios de desarrollo inmobiliario revendan a su vez, a precios estratosféricos, las «casitas frente al mar» en el mercado de sus países de origen (a menudo EE. UU., Canadá, la Unión Europea, pero también Arabia Saudí y Rusia), facturando en dólares. El flujo de dinero generado por esta especulación es inmenso y solo beneficia a quienes ya son ricos: funcionarios, empresarios y mafiosos.
El resultado de toda esta operación mafiosa no es más que una gentrificación de las playas basada en un modelo extractivista que, reiteran los interlocutores, solo puede funcionar con el apoyo cómplice de las instituciones, cuyas operaciones irregulares se ven lubricadas por sustanciales sobornos.
Los actores locales y nacionales de este «cartel», señalados como principales beneficiarios del robo de tierras, son los diputados federales Alejandro Avilés Álvarez (del Partido Verde Ecologista de México, pero afiliado a Morena) y Juan Hugo de la Rosa (Morena), el asistente jurídico Orlando Acevedo (del PRI), el ex comisionado de bienes comunales de Pochutla Jesús «Chucho» Reyes, David Ortega del Valle (director de Gestión Ambiental de la Secretaría de Medio Ambiente de Oaxaca), el político local Alfonso Esparza, el empresario Israel Carreño Morales (despojador de playa El Coyote )y el contable Sergio Castro López. Así, el grupo opera con impunidad gracias a la protección de elementos de los tres niveles de gobierno (municipal, estatal y federal) y con la participación tanto de los partidos de la mayoría como de la oposición.
La costa lava más blanco: expoliación y lavado de dinero (*)
El conflicto de Playa Salchi es en cierto modo el emblema de la ofensiva de expropiación territorial y mercantilización del litoral de Oaxaca: un auténtico campo de experimentación. Aquí se entrelazan la histórica criminalidad financiera de personajes como Sergio Castro López (un contable de origen humilde que ascendió en las jerarquías hasta convertirse en un blanqueador de miles de millones, mediante el perfeccionamiento de esos «esquemas fiscales agresivos» que han permitido a gobernadores y empresas evadir ampliamente sus obligaciones fiscales. Su empresa —Inteligencia de Negocios— ha funcionado como centro operativo para redes de 150 testaferros, moviendo más de 100 000 millones de pesos en operaciones de blanqueo), con la de operadores políticos locales, protegidos por el nombre de partidos como Morena y Verde Ecologista y respaldados por la «Cuarta Transformación» en el Gobierno y sus centros de interés.
Este fenómeno revela un patrón: los proyectos hoteleros en terrenos expropiados no son sólo operaciones inmobiliarias, sino también mecanismos de lavado de dinero. Los hoteles permiten justificar enormes flujos financieros, al tiempo que generan activos inmobiliarios en territorios estratégicos. La costa de Oaxaca, con su potencial turístico y su debilidad institucional, ofrece las condiciones ideales para esta simbiosis entre la expropiación territorial y el lavado de dinero. El gobierno no solo tolera estas operaciones, sino que las integra orgánicamente en su propio proyecto político, demostrando que la llamada «Cuarta Transformación» puede convivir tranquilamente con las formas más sofisticadas de la criminalidad capitalista.
Hotel recuperado
Un modelo de expoliación integral, en el que la apropiación del territorio se entrelaza con el control político, el lavado de dinero y la cooptación institucional para crear enclaves de total impunidad, y que opera a través de varias fases: en primer lugar, la identificación de territorios estratégicos con comunidades institucionalmente debilitadas; en segundo lugar, la construcción de alianzas con actores políticos locales; en tercer lugar, el desarrollo de proyectos inmobiliarios que justifican el blanqueo de capitales; en cuarto lugar, la neutralización de las resistencias mediante la cooptación o la criminalización de los opositores.
Don Miguel Sánchez, con sus 87 años y más de sesenta años de trabajo en esas tierras, encarna todo lo que este modelo pretende eliminar: la memoria histórica, los derechos territoriales ancestrales y la resistencia campesina.
Su despojo no es casual: es metódico.
La resistencia y las alianzas
Don Miguel Sánchez Hernández no está solo. Cuenta con el apoyo del CODEDI y de las organizaciones sociales de la izquierda anticapitalista del FORO (Frente de Organizaciones de Oaxaca), así como de otros aliados estratégicos que han logrado convertir este caso en un ejemplo de resistencia y no de despojo silencioso, como lamentablemente ha ocurrido en muchos, demasiados, casos similares en la misma costa de Oaxaca, así como en otras partes de México.
Como ya se ha dicho, en junio de 2025, entre las dunas disputadas de la playa de Salchi, se reunieron 14 organizaciones locales, que a su vez convocaron la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Misión de Observación de los Derechos Humanos), llevada a cabo los días 12 y 13 de julio de 2025, la cual redactó un informe detallado sobre la violación de los derechos humanos en las playas de Salchi y El Coyote. La misión reunió a 17 organizaciones de la sociedad civil, a los representantes legales del sindicato de docentes de la Sección XXII de la CNTE en Oaxaca, así como a ciudadanos y abogados de la sociedad civil pertenecientes a organizaciones sociales, todas ellas con una larga experiencia en la defensa de los derechos humanos y colectivos en el estado de Oaxaca.
Las siguientes organizaciones han estado y están presentes en la vigilancia constante del territorio y de la situación: CODEDI, CODEPO (Comité de Defensa de los Derechos del Pueblo de Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Consejo de Comunidades Campesinas y Proletarias), COCISS (Consejo de Comunidades Indígenas de la Sierra Sur), APIIDTT (Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio), la ONG EDUCA, MIUCO (Mujeres Indígenas y Afros Unidas por el Bien de la Costa Oaxaqueña), FPR (Frente Popular Revolucionario), FIZ (Frente Indígena Zapoteco), la Asamblea de la Comunidad Indígena Puente Madera, la Asamblea de la Comunidad Indígena El Coyul y la Cooperativa Cimarronez.
Además, a lo largo de los años, el CODEDI ha construido una red de colaboraciones y alianzas nacionales e internacionales con otras organizaciones indígenas, alguna de ellas vinculadas al Congreso Nacional Indígena (CNI), y con colectivos europeos que apoyan el zapatismo, como los que han participado en la elaboración del presente informe. Gracias a estos contactos se ha dado vida a una visita informativa y solidaria de una brigada de activistas italian@s a finales de julio de 2025 y a la actual Brigada Internacionalista de finales de marzo de 2026.
Los colectivos implicados se han comprometido a seguir vigilando, incluso a distancia, la situación de apropiación indebida y de posible represión de la resistencia en las tierras de Miguel Sánchez Hernández.
El uso autogestionado de los espacios y los campos
Las 14 hectáreas de tierra que aún resisten el avance de la colonización inmobiliaria y turística se cultivan cíclicamente con maíz, frijoles, calabacitas, papaya y otras frutas de temporada. Los compañeros y compañeras del CODEDI organizan «tequios» con los comités locales de su organización para demostrar un uso sano, alternativo, ecológico y autogestionado de los campos, en antítesis al modelo extractivista de los consorcios inmobiliarios.
En Playa Salchi, estos dos modelos en completa oposición se enfrentan física y políticamente.
El CODEDI proviene de una larga tradición de procesos autogestivos, partiendo de la experiencia en el 2006 de la insurrección y de la Comuna de Oaxaca, y en cierta medida se ha inspirado en los caminos autónomos del Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), del CIDECI en Chiapas y de los demás pueblos indígenas del CNI. Con este impulso, en 2013 creó un Centro de Formación en la Ex Finca Alemania (Sierra Sur) donde niños y jóvenes de sus propias comunidades y aldeas pueden estudiar y aprender diversas artes y oficios, a través de un proceso pedagógico empírico y autónomo. Este modelo libertario de «escuela viva» se traslada periódicamente a Salchi, donde se organizan talleres para niñxs y adolescentes que se llevan a cabo en los espacios de un gran y moderno hotel ilegal, construido sin ningún permiso a pocos metros de la playa y recuperado posteriormente por quienes defienden el territorio.
Pintas en Playa Salchi
En los primeros meses de 2026, por ejemplo, se celebraron varios encuentros y talleres para la infancia en Playa Salchi, que trataron temas como la biología marina, la comida sana frente a la comida basura, la medicina natural y la historia oral, ofreciendo un espacio a los cuentacuentos. Los talleres suelen ser impartidos por colectivos solidarios que se dedican a los temas mencionados y están dirigidos principalmente a los alumnos y alumnas de la escuelita autónoma de Finca Alemania y a las infancias en general presentes en Salchi.
Partiendo de experiencias, sobre todo urbanas, de autogestión y autonomía, los colectivos y las personas que participamos en la Brigada Internacionalista consideramos esta forma —la autogestión colectiva de los espacios y las tierras— como uno de los elementos fundamentales y decisivos para la construcción de otros mundos posibles. De hecho, como nos enseña la historia de las numerosas experiencias de lucha mexicanas, la creación de la autonomía y de formas autónomas de vida son un camino que hay que recorrer e intensificar con determinación y constancia como formas de gestión colectiva de cuerpos, mentes y territorios.
En este contexto, y para crear formas de lucha y de unión que se opongan a las dinámicas de despojo y saqueo de los territorios, la propuesta del CODEDI se convierte en un elemento fundamental de construcción y de oposición.
Actividad de la escuelita autónoma de la ex finca Alemania
La creación de un futuro «Centro Comunitario de Formación» dedicado a la infancia y a los jóvenes, en las mismas tierras que el sistema capitalista está tratando de arrebatar a las poblaciones locales, es una visión particularmente insolente y combativa, en un panorama global cada vez más complaciente y resignado, que se posiciona claramente y elige de qué lado estar.
Por lo tanto, nos resulta esencial resaltar la voluntad de intensificar y dedicarse a una labor de atención, cuidado y formación específica hacia las jóvenes generaciones, y la de mantener la construcción práctica y real de alternativas colectivas autónomas, que permiten visualizar y realizar laboratorios efectivos de contrapoder frente al capitalismo. Prácticas que proponen al mismo tiempo formas o focos de resistencia a la dominación cada vez más totalitaria de la unión indisoluble entre capital, mafia y Estado. Situación que —dada también la precariedad o la ausencia total de una salida laboral, de emancipación y de autodeterminación— muchísimas personas, en particular jóvenes, pobres y mujeres, en los últimos años, no han tenido otra opción posible que la de incorporarse a la mano de obra precaria relegada a las maquilas, a los trabajos mal remunerados y explotados en México o en Estados Unidos, al trabajo sexual que muchas veces cae en manos de tratantes, y en última instancia, alistarse como mano de obra para el crimen organizado.
Recuperar un territorio en el que al mismo tiempo se autoproduce el propio sustento, mediante el cultivo de alimentos básicos que pueden generar también autosuficiencia económica, se convierte en una forma de «barricada social, política y cultural» frente al avance del sistema criminal/mafioso del Estado y de los principales intereses económicos, privados o estatales. En un sistema que hace de la guerra su doctrina y su imposición del mundo, el esfuerzo en curso para contrarrestarlo con prácticas colectivas, autogestionadas y autónomas se convierte, por tanto, no solo en un NO a la privatización-despojo, sino también en un SÍ a otro mundo posible.
Conclusión: la turistificación como instrumento colonial de expoliación
Para el anciano campesino Miguel Sánchez Hernández y los habitantes de Playa Salchi y sus alrededores, la agricultura, al igual que la pesca en los ríos y en el mar, constituye una de las principales actividades y una fuente fundamental de sustento para las familias. Estas prácticas económicas y tradicionales han sufrido grandes transformaciones en los últimos años, debido a una lógica que pretende instaurar en esta región el «desarrollo» a través de un turismo de masas destructivo y mediante proyectos de infraestructuras logísticas, viarias de ellas que conectan a Oaxaca con Guerrero y Veracruz en el marco de los proyectos complementarios a la gran obra del Corredor Interoceánico del Istmo de Tehuantepec (CIIT). Esto ha tenido un impacto negativo en la forma de la propiedad social y ha introducido en la región una visión mercantilista de la tierra, fomentando el lavado de dinero y poniéndola en manos de agencias inmobiliarias y particulares.
Las grandes infraestructuras y los polos turísticos —contradiciendo el discurso oficial y «progresista» del gobierno— se abalanzan sobre las tierras indígenas como despiadados proyectos neocoloniales. Auténticas formas contemporáneas de conquista contra un modo de vida de subsistencia, considerado primitivo, excedente e inútil para el sistema capitalista.
La turistificación masiva de los recursos naturales y, en particular, de territorios específicos, no es en absoluto nueva para nosotros. También nosotros, como personas aquí presentes con la Brigada Internacionalista, vivimos o hemos vivido en territorios cuya explotación, ligada a la privatización de tierras y recursos (aguas, bosques, selvas, montañas), ha generado inmensas cantidades de dinero para blanquear, contribuyendo de manera masiva a la actual devastación social, cultural y territorial en curso.
Una tormenta planetaria que viene de lejos y que está arrasando con toda forma de vida que no se ajusta al capital. Una forma de necropolítica o de capitalismo gore que ya no sabe qué hacer con los cuerpos sobrantes, improductivos y que no se ajustan a los dictados del sistema. Y que, al mismo tiempo, sustrae las riquezas y los recursos naturales a las comunidades locales para valorizarlos en su propio modelo económico.
Una guerra que, históricamente en sus especificidades coloniales y de dominio, ha devastado territorios y poblaciones enteras, creando un contexto de dependencia y explotación, origen del enriquecimiento, de una cierta supremacía, del mal definido desarrollo y también —no lo olvidemos— de ciertos «derechos» conquistados en el mundo occidental, desde siempre depredador y colonial.
«El caso de Playa Salchi sintetiza uno de los retos fundamentales de nuestro tiempo: hacer frente a formas de criminalidad que han logrado camuflarse perfectamente con las estructuras legales e institucionales. No se trata de delincuentes que operan al margen del sistema, sino de delincuentes que son el sistema mismo», resume Kino Balu.
Playa Salchi se convierte, por tanto, en un paradigma de expoliación colonial, extendido no solo en México sino en muchas partes del planeta, donde las tierras ricas en diversidad y humanidad del llamado «sur global» son arrebatadas a sus respectivas poblaciones, mercantilizadas y convertidas en hiperproductivas con el fin de intensificar un turismo agresivo, rico y «blanco», al que no le importan en absoluto las especificidades de las comunidades locales. Un turismo por el que se privatizan los recursos, el coste de la vida sufre subidas insostenibles y los pobres son expulsados de los centros de interés o explotados en y por ellos, como mano de obra barata.
La resistencia
Una gentrificación y una turistificación, tanto masiva como dirigida a las élites acomodadas, que hace que poblaciones enteras, geografías y territorios pierdan memoria, dignidad y posibilidades de vida, relegándolos a los márgenes del sistema económico actual.
Una dignidad que, también aquí, nos enseñan que se puede recuperar con la acción directa en la resistencia, la reconexión con la tierra y la naturaleza, con la autogestión colectiva de los espacios y los tiempos.
Frente a esta maquinaria de expropiación, las comunidades de la Sierra Sur y de Playa Salchi han desarrollado ejemplos de resistencia que van más allá de la simple defensa del territorio. Su lucha pone en tela de juicio el propio modelo de desarrollo que considera los territorios como mercancía y las comunidades como obstáculos al progreso.
Aquí, como en otros lugares, la elección del bando en el que situarse se vuelve precisa y la oposición al sistema-guerra se hace concreta y real: en la construcción de un poder popular autónomo, en redes de solidaridad territorial que superan las fronteras impuestas por el Estado-nación y en formas de organización conflictivas y directas, cuya legitimidad no dependa de la mediación institucional.
«La tierra no se vende, se ama y se defiende»
Brigada Internacionalista, Playa Salchi, marzo de 2026
REPORT DELLA BRIGATA INTERNAZIONALISTA CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DI “PLAYA SALCHI”
Introduzione
I giorni 25, 26 e 27 marzo 2026 un gruppo di compagnx del Nodo Solidale, del Collettivo Zapatista di Lugano, del SOA Il Molino e altre persone solidali d’Italia e Svizzera hanno realizzato una brigata internazionalista di solidarietà con la lotta contro la privatizzazione della “spiaggia di Salchi” nella costa di Oaxaca, Messico.
I collettivi suddetti sono stati invitati dal Comité de Defensa de los Derechos Indigenas (CODEDI) – organizzazione popolare, presente in oltre 25 villaggi della regione che dal 1998 lotta per la difesa del territorio – a conoscere il caso emblematico di sfruttamento e speculazione delle terre a danno del contadino Miguel Sánchez Hernández. Durante le tre giornate di condivisione di saperi, workshop, giochi con l’infanzia e pratiche di lotta, si sono realizzate diverse interviste con le persone coinvolte in questa lotta in difesa del territorio, la cui sintesi si presenta in questo report e in un video che seguirà.
Contesto sulla “questione della terra” in Messico
In Messico, come risultato delle lotte secolari, delle guerre contadine e delle rivoluzioni avvenute, esiste un sistema di proprietà della terra che riconosce, oltre alla proprietà pubblica e privata, anche la proprietà sociale (quindi collettiva) delle terre. Realtà che copre più della metà del territorio nazionale. Nello specifico a partire dalla rivoluzione di Emiliano Zapata e Francisco Villa venne sancito, nella Costituzione del 1917, l’invendibilità della terra e la sua ridistribuzione in nuclei agrari conosciuti come ejidos e tierras comunales. Ridistribuzione avvenuta a partire dalla fine degli anni 30 e in atto fino al 1992; anno in cui con una riforma costituzionale si è sancita la parziale vendibilità delle terre ejidali. Gli ejidos furono assegnati per decreto presidenziale, le tierras comunales vennero assegnate sulla base del riconoscimento delle terre “ancestrali”, definite dai documenti e accordi firmati tra i popoli indigeni e la Corona Spagnola, durante gli anni della Colonia.
Tierra es Libertad
In generale l’uso di queste terre collettive è gestito dall’assemblea degli ejidatarios o comuneros, come massima autorità locale, dentro la cornice legale della Riforma Agraria. Sono terre che possono essere ereditate di padre in figlio o scambiate all’interno del nucleo agrario ma che non possono essere rivendute all’esterno dello stesso (salvo specifiche eccezioni). Queste forme di gestione delle terre rappresentano una vera e propria forma di potere comunitario, contadino e spesso indigeno a cui si ispira il cosidetto sistema degli “usi e costumi” (norme comunitarie ancestrali che regolano la vita politica, sociale e culturale delle comunità indigene che hanno una propria assemblea, elezioni per le cariche pubbliche senza la presenza di partiti politici e praticano il “tequio”, una forma di lavoro collettivo o di servizio comunitario, gratuito e a favore, appunto, della comunità).
In Messico le terre collettive, almeno formalmente, si estendono su circa 100 milioni di ettari, gestite da più di 30.000 nuclei agrari. Questo sistema è stato costantemente erosionato da leggi, decreti e tentativi di riforme costituzionali e, nei fatti, con pratiche favorite dalle grandi imprese e consorzi economici e politici nazionali, tutti interessati a ridurre lo spazio di autonomia dei contadini e dei popoli indigeni nel Paese. Tutta questa terra “legalmente sottratta” al mercato capitalista, fa infatti gola a molteplici attori economici e politici.
Negli ultimi anni il crimine organizzato ha preso parte a questo saccheggio costante contro i popoli indigeni e i contadini, intervenendo come braccio armato tanto nei territori dove si sono realizzate o si vogliono realizzare le grandi opere promosse dal governo di turno (come il Corredor Transismico e il Tren Maya), quanto localmente associandosi con qualsiasi imprenditore o politico abbia in ballo guadagni succulenti su pezzi di terra collettivi.
È necessario menzionare, per dare un quadro del contesto, che in Messico negli ultimi 20 anni sono state assassinate più di 500.000 persone e circa 134.000 risultano “desaparecidas”, cioè scomparse. Il Paese vive una guerra di frammentazione territoriale: una guerra civile “anomala”, intermittente, asimmetrica, sparsa ma profondamente violenta; tutto ciò si traduce in un sistema complesso di spoliazione a più livelli che tutti i giorni aggredisce, riduce e svende le terre collettive e si accanisce contro chi le difende.
Il caso di spiaggia Salchi, dunque, è un esempio fra migliaia di altri, lungo tutte le coste del Messico.
Breve storia del furto di terre a Salchi
Playa Salchi
Playa Salchi è parte dell’insieme delle terre comunales di San Pedro Pochutla nello stato di Oaxaca. Terre che, con la creazione del polo turistico di Bahias de Huatulco nei primi anni ’90, hanno subito una privatizzazione rapida e illegale. Il meccanismo più utilizzato è stato la compravendita di terreni attraverso l’emissione di documenti fraudolenti firmati dal commissario di turno dei bienes comunales. Il commissario è la figura eletta dall’assemblea dei comuneros che dovrebbe tutelare e gestire le terre collettive ma spesso diviene proprio l’autorità agraria locale più facilmente corrompibile da parte degli interessi privatizzatori (o eliminabile dagli stessi quando invece si rifiuta di entrare nel business). Molto spesso i commissari dei bienes comunales diventano così i complici principali degli imprenditori: ricevono da parte loro una tangente o una percentuale per i terreni ceduti, nonostante il fatto che gli atti di proprietà emessi non hanno alcun valore formale di fronte al Tribunale Agrario e al Catasto, ovvero quelle stesse istituzioni che, immerse nel medesimo sistema di corruzione generalizzato, diventano eternamente cieche di fronte a queste irregolarità croniche.
La maggioranza delle ville che i ricchi sfoggiano sulle coste del Messico sono state costruite con questi permessi falsificati e su terre collettive indigene o contadine.
La baia della spiaggia di Salchi è lo sbocco sul Pacifico di un appezzamento di 28 ettari di tierra comunal assegnati a Miguel Sánchez Hernández, contadino di 87 anni, che se n’è preso cura da quando l’ereditò, per uso agricolo, da suo nonno adottivo. A partire dai primi tentativi di privatizzazione, Don Miguel si è rifiutato di cedere i terreni a lui assegnati per la costruzione di zone di turismo. Ma il suo diniego come proprietario formale è stato totalmente insufficiente per impedirne la privatizzazione.
Nel 2000 David Ortega del Valle gli propose di vendere 10 ettari di terreno “fronte mare” a un consorzio immobiliare canadese, con la promessa iniziale di un pagamento per i terreni. Accordo che ad oggi non è stato rispettato. In questa zona, da allora fino al 2025, sono state costruite 42 abitazioni “vista mare”, occupate stagionalmente per lo più da canadesi in pensione. Negli anni Miguel Sánchez ha cercato di recuperare le terre attraverso l’appoggio di diverse organizzazioni sociali e di diritti umani, tra queste il CODEDI, che storicamente organizza comitati locali nella regione per la difesa dei diritti indigeni e si mobilita promovendo la resistenza contro i progetti capitalisti ed estrattivisti nei territori indigeni, specialmente sulla Costa e sulla Sierra Sur di Oaxaca.
la “colonia” canadiense
Nel 2017 il CODEDI e altre organizzazioni locali alleate hanno iniziato a lavorare ciclicamente i circa 14 ettari di terre rimaste libere dalla turistificazione, coltivando mais, zucchine e fagioli, cosi come altri alimenti destinati alle famiglie dei villaggi dell’organizzazione.
Nel luglio del 2018, il coordinatore locale del Codedi, Abraham Hernández Gónzalez, viene sequestrato nei pressi della spiaggia e in seguito assassinato: il suo corpo verrà ritrovato nella vicina Cuatunalco. Le circostanze dell’omicidio non verranno mai realmente indagate e i responsabili ad oggi godono di assoluta impunità. Questo drammatico fatto innalza il conflitto per le terre di Salchi e rende palese la complicità della criminalità organizzata con gli imprenditori coinvolti. “Dall’agosto 2020 – racconta Miguel Sánchez – sono stato oggetto di ripetuti tentativi di esproprio delle terre e della mia dimora, con persone incappucciate e armate che mi sorvegliano ed effettuano ronde continue”. Infatti denuncia l’anziano contadino durante una Carovana di Osservazione dei Diritti Umani nel settembre 2025, che nel 2020 giunsero 8 furgoni con persone armate e che fu sequestrato, minacciato di morte, attaccato con spintoni, volgarità e scherni di vario genere, atti che ne hanno compromesso lo stato di salute, al punto da dover essere operato d’urgenza.
Si ha la testimonianza di almeno altre due azioni di intimidazione avvenute durante lo svolgimento di attività pubbliche:
– Il 7 giugno 2025 si tenne il “Forum in difesa della terra e dei diritti agrari dei contadini della costa”, con la partecipazione di 14 organizzazioni che hanno denunciato il tentativo di esproprio a Playa Salchi. Durante l’attività 16 persone armate legate al “Cartello degli Espropri” hanno fatto irruzione nei terreni di Miguel Sánchez, minacciando la sua vita per imporre un altro progetto turistico.
Las viviendas arrasadas
– Il 29 gennaio 2026 un gruppo di civili, fra cui il colombiano Arturo Peralta (responsabile del progetto immobiliario del sudetto consorzio canadese), fece incursione nelle terre di Miguel Sánchez, non ancora invase dalla turistificazione, con ruspe e macchinari pesanti, accompagnato da tre pattuglie della polizia statale. Durante l’aggressione le ruspe, scortate dalle forze dell’ordine e da alcuni civili con armi da fuoco, demolirono completamente alcune case e delle costruzioni sparse nei terreni agricoli, usate anche da altri contadini che sono soliti venire ad aiutare don Miguel a lavorare le terre. Armi in mano, ripetono gli insulti e le minacce contro l’anziano contadino e le altre persone presenti. La partecipazione della polizia statale, in evidente difesa di un’aggressione illegitima e illegale e al fianco di civili armati non identificati, rende ancor più palese la complicità delle istituzioni con l’agire criminale del “Cartello degli Espropri”.
Come internazionalisti non possiamo non notare l’agghiacciante similitudine di quest’ultimo fatto con le ruspe dell’esercito israeliano in Palestina che, in nome delle contorte leggi del “colonialismo di insediamento”, fortificano le aree privatizzate dai coloni “bianchi” e demoliscono, armi in mano e con violenza, le case dei nativi, dei contadini e dei pastori della zona. Il che ribadisce come il capitalismo sfoggia in geografie diversi gli stessi dispositivi coloniali e razzisti di discriminazione, pulizia etnica, esproprio e criminalizzazione.
Il “Cartello degli Espropri”
Don Miguel, i compagni e le compagne del CODEDI e delle altre organizzazioni alleate, riunitesi a difesa della spiaggia Salchi, indicano che esiste un gruppo di persone, tra i quali alcuni funzionari di Morena (partito al governo sia a livello statale che federale) che – in combutta con i commissari dei bienes comunales, con le autorità del tribunale agrario, con le forze dell’ordine e il crimine organizzato – si arricchiscono orchestrando le privatizzazioni delle spiagge e dei terreni comunales nella costa di Oaxaca.
Insieme al caso di Salchi hanno reso noti anche i casi della vicina spiaggia El Coyote e della spiaggia El Coyul (vari chilometri più a sud). Questo gruppo di persone, battezzato il “Cartello degli Espropri”, applica ovunque lo stesso modus operandi: manda gente armata a intimidire e sgomberare i contadini con minacce e violenza; si appropria delle terre simulando legalità attraverso i documenti emessi dalle autorità agrarie corrotte; rivende ai consorzi immobiliari stranieri speculando su ogni metro di terra rubato (un lotto di 200mq, sottratto con inganno e violenza, viene rivenduto tra i 50.000 e i 100.000 euro – tra 1 e 2 milioni di pesos messicani). In seguito i consorzi di sviluppo immobiliare a loro volta rivendono a cifre stratosferiche le “villette fronte mare”, nel mercato dei loro Paesi d’origine (spesso Usa, Canadà, Unione Europea ma anche Arabia Saudita e Russia), fatturando in dollari. Il flusso di denaro generato da questa speculazione è immenso e beneficia solo chi è già ricco: funzionari, imprenditori e mafiosi.
Il risultato di tutta questa operazione mafiosa non è nient’altro che una gentrificazione delle spiagge basata su un modello estrattivista che, ribadiscono gli interlocutori, può funzionare solo con il complice appoggio delle istituzioni, le cui operazioni irregolari sono lubrificate da sostanziose tangenti.
Gli attori locali e nazionali di questo “cartello”, segnalati come principali beneficiari del furto di terre sono i deputati federali Alejandro Avilés Álvarez (del Partito Verde Ecologista del Messico ma affiliato a Morena) e Juan Hugo de la Rosa (Morena), l’assistente giuridico Orlando Acevedo (del partito PRI), l’ex comissario dei bienes comunales de Pochutla Jesús “Chucho” Reyes, David Ortega del Valle (Direttore di Gestione Ambientale del Ministero dell’Ambiente di Oaxaca), il politico locale Alfonso Esparza, l’imprenditore Israel Carreño Morales (che sta privatizzando la spiaggia de El Coyote) e il contabile Sergio Castro López. Così il gruppo opera impunemente grazie alla protezione di elementi dei tre livelli di governo (Municipale, Statale e Federale) e con il coinvolgimento sia dei partiti della maggioranza che dell’opposizione.
La costa lava più bianco: spoliazione e riciclaggio di denaro(*)
Il conflitto di Playa Salchi è un po’ l’emblema dell’offensiva dell’ espropriazione territoriale e della mercificazione del litorale di Oaxaca: un vero e proprio terreno di sperimentazione. Qui si intrecciano la storica criminalità finanziaria di personaggi come Sergio Castro Lopez (commercialista di umili origini che ha scalato le gerarchie fino a diventare un riciclatore di miliardi, attraverso il perfezionamento di quegli “schemi fiscali aggressivi” che hanno permesso a governatori e società di evadere ampiamente gli obblighi fiscali. La sua azienda – Inteligencia de Negocios – ha funzionato come centro operativo per reti di 150 prestanome, movimentando più di 100 miliardi di pesos in operazioni di riciclaggio), con quella di operatori politici locali, protetti dal nome di partiti come Morena e Verde Ecologista e sostenuti dalla “Quarta Trasformazione” al governo e dai suoi centri d’interesse.
Questo fenomeno rivela uno schema ricorrente: i progetti alberghieri su terreni espropriati, non sono solo operazioni immobiliari, ma anche meccanismi di riciclaggio di denaro. Gli alberghi consentono di giustificare ingenti flussi finanziari, generando al contempo beni immobili in territori strategici. La costa di Oaxaca, con il suo potenziale turistico e la sua debolezza istituzionale, offre le condizioni ideali per questa simbiosi tra espropriazione territoriale e riciclaggio di denaro. Il governo non solo tollera queste operazioni ma le integra organicamente nel proprio progetto politico, dimostrando che la cosiddetta «Quarta Trasformazione» può convivere tranquillamente con le forme più sofisticate della criminalità capitalista.
Hotel recuperado
Un modello di spoliazione integrale, in cui l’appropriazione del territorio si intreccia con il controllo politico, il riciclaggio di denaro e la cooptazione istituzionale per creare enclave di totale impunità e che opera attraverso diverse fasi: in primo luogo, l’identificazione di territori strategici con comunità istituzionalmente indebolite; in secondo luogo, la costruzione di alleanze con operatori politici locali; in terzo luogo, lo sviluppo di progetti immobiliari che giustificano il riciclaggio di denaro; in quarto luogo, la neutralizzazione delle resistenze attraverso la cooptazione o la criminalizzazione degli oppositori.
Don Miguel Sánchez, con i suoi 87 anni e gli oltre sessant’anni di lavoro su quelle terre, incarna tutto ciò che questo modello mira a eliminare: la memoria storica, i diritti territoriali ancestrali e la resistenza contadina.
La sua espropriazione non è casuale: è metodica.
La resistenza e le alleanze
Ma Don Miguel Sánchez Hernández non è solo. È accompagnato dal CODEDI e dalle organizzazioni sociali della sinistra anticapitalista del FORO (Fronte delle Organizzazioni di Oaxaca) e da altri alleati strategici che sono riusciti a trasformare questo caso in un esempio di resistenza e non di silente spoliazione, come purtroppo è successo in molti, troppi, casi simili nella stessa costa di Oaxaca, così come in altre parti di Messico.
Come già detto, nel giugno del 2025, fra le dune contese di spiaggia Salchi, si sono riunite 14 organizzazioni locali, che a loro volta hanno convocato la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Missione d’Osservazione dei Diritti Umani)realizzata il 12 e 13 luglio 2025 che ha redatto un dettagliato report sulla violazione dei diritti umani nelle spiagge di Salchi ed El Coyote. La missione ha riunito 17 organizzazioni della società civile, i rappresentanti legali del sindacato degli insegnanti della Sezione XXII della CNTE a Oaxaca, nonché cittadini e avvocati della società civile appartenenti a organizzazioni sociali, tutte con una lunga esperienza nella difesa dei diritti umani e collettivi nello Stato di Oaxaca.
Sono state e sono presenti nella costante vigilanza del territorio e della situazione le seguenti organizzazioni: CODEDI, CODEPO (Comité de Defensa de los Derechos del Pueblo de Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Consejo de Comunidades Campesinas y Proletarias), COCISS (Consejo de Comunidades Indígenas de la Sierra Sur), APIIDTT (Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio), la Ong EDUCA, MIUCO (Mujeres Indígenas y Afros Unidas por el Bien de la Costa Oaxaqueña), FPR (Frente Popular Revolucionario), FIZ (Frente Indígena Zapoteco), l’assemblea del villaggio indigeno Puente Madera, l’assemblea del villaggio indigeno El Coyul e la cooperativa Cimarronez.
Il CODEDI, negli anni, ha inoltre costruito una rete di collaborazioni e alleanze nazionali e internazionali con organizzazioni vincolate al Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e con Collettivi europei che sostengono lo zapatismo, come quelli coinvolti nella realizzazione del presente report. Grazie a questi contatti si è dato vita a una visita informativa e solidale di una brigata di attivisti italiani a fine luglio 2025 e l’attuale Brigata Internazionalista di fine marzo 2026.
I collettivi coinvolti hanno preso l’impegno di continuare a monitorare la situazione di furto e di possibile repressione della resistenza nelle terre di Miguel Sánchez Hernández anche a distanza.
L’uso autogestito degli spazi e dei campi
I 14 ettari di terra che ancora resistono all’avanzata della colonizzazione immobiliare e turistica, sono ciclicamente coltivati con mais, fagioli, zucchine, papaya e altri frutti di stagione. I compagni e le compagne del CODEDI organizzano “tequios” con i comitati locali della propria organizzazione per dimostrare un uso sano, alternativo, ecologico e autogestito dei campi, in antitesi al modello estrattivista dei consorzi immobiliari.
A Playa Salchi questi due modelli in completa opposizione, si fronteggiano fisicamente e politicamente.
Pintas en Playa Salchi
Il CODEDI viene da una lunga tradizione di processi autogestiti, partendo dall’esperienza del 2006 dell’insurrezione e della Comuna de Oaxaca e in qualche modo si è ispirato ai percorsi autonomi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), del CIDECI in Chiapas e degli altri popoli indigeni del CNI (Congresso Nazionale Indigeno). Con questa spinta, nel 2013, ha creato un Centro di Formazione nell’Ex Finca Alemania (Sierra Sur) dove i bambinx e le giovani delle proprie comunità e villaggi possono studiare e apprendere diverse arti e mestieri, attraverso un processo pedagogico empirico e autonomo. Questo modello libertario di “scuola viva” viene periodicamente trasferito a Salchi, dove si organizzano workshop per bambinx e adolescenti che vengono realizzati negli spazi di un grande e moderno hotel abusivo, costruito senza permesso alcuno a pochissimi metri dalla spiaggia e recuperato in un secondo momento da chi sta difendendo il territorio. Uno spaccato – totalmente surreale e affiascinante, tanto quanto “comprensibile” o difficilmente spiegabile a parole – delle tante anomalie o particolarità (o contraddizioni?) di un Messico, da sempre alle prese con forme di lotta altrove impensabili.
Da dicembre 2025 ad esempio, ci sono stati vari incontri e workshop per l’infanzia realizzati a Playa Salchi, che hanno trattato temi quali la biologia marina, il cibo sano contro cibo spazzatura, la medicina naturale, la storia orale e offerto spazio a cantastorie. I workshop sono solitamente impartiti da collettivi solidali che si dedicano ai temi menzionati e sono diretti principalmente agli alunni e alunne dell’escuelita autónoma di Finca Alemania e all’infanzia in generale presente a Salchi.
Proveniendo da esperienze, soprattutto urbane, di autogestione e di autonomia, i collettivi e le persone partecipanti alla Brigata Internazionalista, ritengono questa forma – l’autogestione collettiva degli spazi e delle terre – come uno degli elementi fondamentali e decisivi per la costruzione di altri mondi possibili. Infatti, come insegna la storia delle tante esperienze di lotta messicane, la creazione dell’autonomia e di forme autonome di vite, è un cammino da percorrere e da intensificare con determinazione e costanza come forme di gestione collettiva di corpi, menti e territori.
In questo contesto e per creare quelle forme di lotta e di aggregazione per opporsi alle dinamiche di esproprio e di sacchegio dei territori, la proprosta del CODEDI diventa un elemento di costruzione e di opposizione fondamentale.
Actividad de la escuelita autónoma de la ex finca Alemania
La creazione di un futuro “Centro Comunitario di Formazione” dedicato all’infanzia e ai giovani, nelle stesse terre che il sistema capitalista sta cercando di sottrarre alle popolazioni locali, è una visione particolarmente insolente e combattiva, in un panorama globale sempre più accondiscendente e rinunciatario, che si posiziona chiaramente e che sceglie da che parte stare.
Essenziale risulta quindi, da una parte, la volontà di intensificare e di dedicarsi a un lavoro di attenzione, di cura e di formazione specifico verso le giovani generazioni; e dall’altra mantenere la costruzione pratica e reale di alternative collettive autonome, per permettere di visualizzare e di realizzare laboratori effettivi di contropotere di fronte al capitalismo. Pratiche che proprongono al contempo delle forme/sacche di resistenza alla dominazione sempre più totalitaria del connubbio inscindibile capitale-mafia-stato. Situazione per la quale – vista anche la precarizzazione o l’assenza totale di uno sbocco lavorativo, di emancipazione e di autodeterminazione – tantissime persone, in particolari giovani, poveri e donne, negli ultimi anni, non hanno avuto altra opzione possibile se non aderire alla forza lavorativa precaria relegata alle maquilas, ai lavori sottopagati e sfruttati in Messico o negli Stati Uniti, alla prostituzione e alla vendita del proprio corpo o, in ultima istanza, arruolarsi come forza lavoro per la criminalità organizzata.
Riprendersi quindi un territorio, dove al tempo stesso autoprodurre il proprio nutrimento con la coltivazione di alimenti fondamentali che possono generare anche autosussistenza economica, diventa una forma di “barricata sociale, politica e culturale” fronte all’avanzare del sistema criminale/mafioso di Stato e dei principali interessi economici, privati o statali. Sistema che fa della guerra la sua dottrina e la sua imposizione del mondo e per cui lo sforzo in atto nel contrastarlo con pratiche collettive, autogestite e autonome diventa quindi non solo un NO alla privatizzazione-spoliazione ma anche un SÍ a un altro mondo possibile.
Conclusione: la turistificazione come strumento coloniale di spoliazione
Per l’anziano contadino Miguel Sánchez Hernández e gli abitanti di Playa Salchi e dintorni, l’agricoltura, così come la pesca nei fiumi e in mare, costituisce una delle attività principali e una fonte fondamentale di sostentamento per le famiglie. Queste pratiche economiche e tradizionali hanno subito grandi trasformazioni negli ultimi anni, a causa di una logica che vuole instaurare in questa regione lo “sviluppo” attraverso un turismo di massa e distruttivo e attraverso progetti di infrastrutture logistiche e stradali che collegano Oaxaca con Guerrero e Veracruz nell’ambito dei progetti accessori della grande opera del Corredor Interoceanico del Istmo de Tehuantepec (CIIT). Ciò ha avuto un impatto negativo sulla forma della proprietà sociale e ha introdotto nella regione una visione mercantilistica della terra, fomentando il lavaggio di denaro e mettendola nelle mani di agenzie immobiliari e privati.
Le grandi infrastrutture e i poli turistici – contraddicendo il discorso ufficiale e “progressista” del governo – si avventano sulle terre indigene come spietati progetti neocoloniali. Vere e proprie forme contemporanee di conquista contro un modo di vita di sussistenza, considerato primitivo, eccedente e inutile per il sistema capitalista.
La turistificazione massiva delle risorse naturali e particolarmente di territori specifici, non ci è decisamente nuova. Anche noi, come persone qui presenti con la Brigata Internazionalista, viviamo o abbiamo vissuto territori il cui sfruttamento legato alla privatizzazione di terre e di risorse (acque, boschi, foreste, montagne) ha generato immense quantità di soldi da riciclare e da sbiancare (l’emblematico caso dell’incendio divampato in un bar a Crans Montana, in Svizzera, gestito tra speculazione e riciclaggio, con la presenza di tutti gli attori, i fattori e le particolarità del caso, ne è un esempio indicativo) contribuendo in modo massiccio all’attuale devastazione sociale, culturale e territoriale in atto.
Excavadora en la playa
Una tormenta planetaria che viene da lontano e che sta spazzando via ogni forma di vita non consona al capitale. Una forma di necropolitica o di capitalismo gore che non sa più cosa farsene dei corpi in eccesso, non produttivi e che non corrispondono ai dettami del sistema. E che al contempo sottrae le ricchezze e le risorse naturali alle comunità locali per metterle a valore nel proprio modello economico.
Una guerra che, storicamente nelle sue specifiche coloniali e di dominio, ha devastato interi territori e popolazioni, creando un contesto di dipendenza e di sfruttamento, all’origine dell’arricchimento, di una certa supremazia, del mal definito sviluppo e anche – non dimentichamolo – di certi “diritti” conquistati nel mondo occidentale, da sempre predatore e coloniale.
“Il caso di Playa Salchi sintetizza una delle sfide fondamentali del nostro tempo: affrontare forme di criminalità che sono riuscite a mimetizzarsi perfettamente con le strutture legali e istituzionali. Non criminali che operano ai margini del sistema, ma con criminali che sono il sistema stesso”, riassume Kino Balu.
Spiaggia Salchi diventa dunque un paradigma di spoliazione coloniale, diffuso non solo in Messico ma in tante parti del pianeta, dove le terre ricche di diversità e di umanità dei cosidetti “sud del mondo” vengono strappate alle rispettive popolazioni, mercificate e rese iperproduttive allo scopo di intensificare un turismo aggressivo, ricco e “bianco”, a cui non importa nulla delle specificità delle comunità locali. Turismo per cui le risorse vengono privatizzate, il costo della vita subisce dei rincari insostenibili e i poveri vengono espulsi dai centri di interessi o sfruttati negli stessi, come mano d’opera a basso costo.
Una gentrificazione e una turistificazione, sia di massa che per le élite benestanti, che vede intere popolazioni, geografie e territori perdere memoria, dignità e possibilità di vita, relegandole ai margini dell’attuale sistema economico.
Una dignità che, anche qui, ci insegnano si può recuperare con l’azione diretta nella resistenza, il ricongiungimento con la terra e la natura, con l’autogestione collettiva degli spazi e dei tempi.
La resistencia
Di fronte a questa macchina di espropriazione, le comunità della Sierra Sur e di Playa Salchi hanno sviluppato esempi di resistenza che vanno oltre la semplice difesa del territorio. La loro lotta mette in discussione il modello stesso di sviluppo che considera i territori come merce e le comunità come ostacoli al progresso.
Qui, come altrove, la scelta della parte della barricata in cui stare, diventa precisa e l’opposizione al sistema-guerra si fa concreta e reale: nella costruzione di un potere popolare autonomo, in reti di solidarietà territoriale che superano i confini imposti dallo Stato-nazione e in forme di organizzazione conflittuali e dirette, la cui legittimità non dipenda dalla mediazione istituzionale.
“La tierra no se vende, se ama y se defiende” Brigata Internazionalista, Playa Salchi, Marzo 2026
SOLIDARIDAD ANTE EL DESALOJO DE LAS Y LOS CUIDADORES DE PLAYA SALCHI EN OAXACA
Con profunda rabia e indignación, hacemos eco del comunicado de diferentes organizaciones sociales de Oaxaca, quienes denuncian que el día 29 de enero un grupo de civiles, acompañados por excavadoras, maquinarias y por patrullas de la Policía Estatal de Oaxaca incursionaron en los terrenos comunales de Playa Salchi,defendidos y cuidados por la lucha colectiva de los pueblos de la Costa. Estos terrenos comunales son asignados al compañero Miguel Sánchez Hernández, campesino que, con el respaldo colectivo de familias y varias organizaciones locales, entre ellas nuestros compañeros del Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI), lleva años negándose a rendirse vendiendo y cediendo sus tierras y playa a lo que las organizaciones populares defensoras llaman el “Cartel del Despojo”.
Este cartel está integrado por funcionarios públicos de la 4T en Oaxaca, quienes avalan con su trabajo institucional y operativo la privatización de las playas, ilegítima e ilegal ante la Reforma Agraria, llevada acabo por un grupo de personas que desde hace años despojan y revenden ilegalmente los terrenos de la zona, con prácticas mafiosas como amenazas, armas y violencia.
Desde el Nodo Solidale (Italia/México) nos unimos al coro de rabia y de indignación de las diferentes organizaciones involucradas en la defensa colectiva del territorio y seguiremos denunciando en México, en Italia y en todos los lugares en donde nos corresponda, el abuso de poder y el contubernio de las más altas instituciones de Oaxaca y de los políticos de Morena con el crimen organizado y los despojadores de la región de la Costa.
Un fuerte abrazo combativo y solidario a don Miguel, las familias afectadas y a las organizaciones en resistencia, porque las playas, como los bosques y los montes, no son recursos a explotar sino bienes colectivos de los pueblos del mundo.
La lucha no se frena con una excavadora: ¡la tierra para quien la ama, la trabaja y la cuida!
Este articulo se escribió en italiano para darle difusión en aquella geografía, porque consideramos dramáticamente emblemático el caso de persecución contra el compañero anarquista Yorch. Le tocó a él, pero podría tocar a cualquiera que hace de la lucha un camino “otro” ante la horrorosa y explotadora normalidad capitalista. Proponemos el mismo articulo en español, para su mayor difusión. ¡Yorch vive, la lucha sigue!
Guerra afuera, guerra adentro, guerra por doquier
En varias ocasiones como colectivo hemos intentado proponer y escribir un análisis del México que vivimos cotidianamente, y no sólo, basándonos en el concepto de guerra, como instrumento de destrucción, acumulación y gestión del presente en clave capitalista. Una guerra que asume formas y tiempos enloquecidos y frenéticos, pero lleva consigo un común denominador: el ataque a la vida, a través del horror y el dominio de la violencia, del genocidio de masa a las fosas clandestinas del narco-estado, pasando por la desaparición forzada y el terror como método de domínimo de los territorios, terminando en un siempre más oprimente tecno-control social direccionado a la aniquilación de cualquier forma de resistencia o alteridad. La vida, debe de ser optimizable y manipulable, sino es considerada inútil, según el paradigma vigente y ya establecido sin ningún tipo de pudor. Una gran parte de la humanidad es considerada sacrificable, no solo a través de las guerras en campo, armadas y dirigidas a distancia hacia el “sur global” o el “otro de Occidente” (Palestina, Siria, Ucrania, Sudan, República Democrática del Congo, Yemen, Venezuela, Colombia y muchos otros territorios), pero también al interno de los Estados Nación y sus meandros administrativos: lxs que no se alinean, que luchan, que no se acoplan, no se venden y no están disponibles, las alteridades todas, se vuelven víctimas reales de una guerra interna. La cárcel y la represión, en este esquema, son los instrumentos fundamentales de la gestión y de la reconversión de la vida misma en clave capitalista y sus políticas de seguridad. No hay ningún derecho, ninguna justicia escrita o constitución nacional, ninguna ética formal, con la capacidad de parar esta máquina devoradora.
El caso del compañero Yorch. El primer arresto
El compañero anarquista Jorge Emilio Esquivel Muñoz, apodado “El Yorch”, artesano y cocinero, prisionero político, fue asesinado el pasado 9 de diciembre por esta máquina, en las patrióticas celdas del Estado mexicano en la Ciudad de México. Años de un secuestro e innumerables violencias y omisiones por parte del sistema penitenciario, le arrancaron la vida. Una historia terrible que nos provoca una intensa rabia y una profunda tristeza. En la Ciudad de México estandarte de la 4T morenista, a la espera del Mundial, de un proyecto político y económico extractivista basado en el despojo de la ya saqueada ciudad por el mercado inmobiliario, no hay espacio para una vida que se escapa de los márgenes del trabajo y la producción. La vida de Yorch, estaba empapada de cultura punk y autogestión, en el auditorio ocupado Che Guevara, una de las pocas ocupaciones políticas todavía vivas en la Ciudad de México, espacio anarquista al interno de la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Un espacio que Yorch vivía y hacía vivir cotidianamente antes de ser arrestado y asesinado.
No fue la suerte la que mató a Yorch, sino una conspiración y una historia de violencia e injusticia por parte del Estado y de la tan renombrada y prestigiosa UNAM.
Yorch fue secuestrado en una violenta emboscada el 24 de febrero de 2016, cerca del campus universitario de la UNAM, al término de un evento cultural en el Okupa Che, donde fue capturado y subido a una furgoneta sin matrícula por unos 15 hombres vestidos de civil. Sobre la base de acusaciones inventadas y una denuncia anónima falsificada, Yorch fue acusado por la Procuraduría General de la República (PGR) de tráfico de drogas después de que le ocultaran una gran cantidad de drogas diferentes en una mochila que le atribuyeron (mochila que nunca aparece durante su captura en los vídeos de las cámaras de vigilancia, cuyas pruebas demostraron que no contenían sus huellas dactilares). Juzgado por el delito de posesión de drogas, fue trasladado primero a la prisión federal de Miahuatlán (Oaxaca) y luego a la prisión de máxima seguridad de Hermosillo (Sonora), a miles de kilómetros de distancia entre el sur y el norte del territorio federal mexicano, en un intento de complicar su defensa legal y romper la solidaridad y el apoyo de sus compañer@s. En marzo del mismo año fue puesto en libertad bajo fianza, con una reducción del delito a simple posesión de drogas. Sin embargo, continuaron las amenazas, la estigmatización mediática y una campaña de criminalización en su contra, incluso por parte de círculos internos de la universidad, llegando a acusarlo de pertenecer al crimen organizado o incluso a declararlo muerto en un enfrentamiento armado entre bandas.
La segunda detención
La historia se repite tristemente. La noche del 8 de diciembre de 2022, cinco personas vestidas de civil siguen a Yorch desde el Okupa Che a la salida de la UNAM y, junto con otras doce personas, también vestidas de civil, lo secuestran de nuevo con tres coches sin matrícula y un coche de la policía local del distrito de Coyoacán, sin ninguna orden de detención ni comunicación de los motivos de su detención. Trasladado al centro penitenciario Oriente de Ciudad de México, la PGR presenta un recurso y restablece los cargos de 2016. Encarcelado preventivamente durante 18 meses, en junio de 2024 Yorch es condenado injustamente a 7 años y seis meses de prisión. El proceso se caracteriza por continuos retrasos y cancelaciones, incluida la nueva presentación de las pruebas en noviembre de 2023. Posteriormente, la pena se fija en 5 años y 100 días de multa. No vivirá lo suficiente para cumplirla.
Represión contra Okupa Che
La criminalización pasa aquí por la detención arbitraria y la fabricación de delitos contra Yorch, una forma de condenar su vida, su activismo dentro de la Okupa Che, así como un ataque directo al espacio anarquista y a su existencia política. De hecho, ya en años anteriores, la Okupa Che ha sido objeto de diversos ataques por parte de porros (grupos de matones organizados y pagados por la Universidad cuyo objetivo es provocar y agredir a los movimientos estudiantiles y las luchas sociales) y constantemente acosada, espiada y controlada por los guardias de seguridad privada de la UNAM. Un modus operandi histórico y eficaz para el gobierno de la Ciudad de México, que utiliza constantemente la fabricación de delitos para desmantelar y criminalizar los movimientos sociales políticos radicales, como ocurrió recientemente en el caso de algunas compañeras durante el desalojo de la ocupación Okupa Cuba en 2022.
De la cárcel a la tumba
Durante los años de reclusión entre los penitenciarios Oriente y Sur, la cárcel y su entorno minan la salud de Yorch. Es torturado, aislado y castigado en varias ocasiones, lo que agrava un progresivo deterioro de su salud a partir de una apendicitis no tratada desde hace tiempo; tal y como han denunciado en repetidas ocasiones sus familiares y compañer@s, Yorch nunca recibió atención médica concreta. A pesar de presentar síntomas graves, el centro sanitario penitenciario se limitó a administrarle analgésicos básicos como el paracetamol. La situación llegó a un punto extremo con problemas neurológicos muy graves que le impedían respirar por sí mismo. Solo después de varias presiones, el 1º de noviembre de 2025 fue trasladado al Hospital General de Topilejo, donde ingresó en un estado avanzado de deterioro debido al largo período de negligencia y a los efectos que el criminal sistema penitenciario y judicial tienen sobre la salud de todas las personas presas, y más aún en este caso, donde la violencia del Estado y de la UNAM orquestaron la represión contra él. En las últimas semanas, Yorch vagó de un lugar a otro sin que las autoridades penitenciarias y hospitalarias proporcionaran información precisa sobre su estado. Solo al final, las personas solidarias y que estaban a su lado supieron que había sido intubado. La situación de Jorge Emilio Esquivel era, por desgracia, irreversible, su cuerpo estaba agotado y el 9 de diciembre de 2025, el compañero Yorch falleció.
Una advertencia contra tod@s l@s rebeldes
Su muerte es, a todos los efectos, un asesinato ejemplar y brutal, un mensaje dirigido a la comunidad anarquista y a quienes intentan resistir en esta monstruosa metrópolis y en este México en guerra. La sociedad carcelaria, la arrogancia autoritaria, la falta de atención médica y el Estado mataron a Jorge, como a tantos otros compañeros antes que él en la historia de los oprimidos. Si, por un lado, la brutalidad del Estado capitalista a la hora de eliminar a sus enemigos y las vidas improductivas no es nada nuevo, por otro, con profunda rabia, consternación y tristeza, nos despedimos de un compañero, con la promesa de no olvidar un crimen de Estado. Nos despedimos de Yorch y de lo que representaba por última vez, este miércoles 10 de diciembre de 2025, en el cementerio de San Juan Iztapalapa, en la Ciudad de México.
Consideramos muy grave que un compañero, un preso político, muera en las cárceles de esta manera, tras años de reclusión y negligencias médicas reiteradas, sin que ninguna institución asuma la responsabilidad de lo sucedido. Porque la guerra contra la vida es tan necesaria y está tan avanzada, que matar de inanición a un punk anarquista en prisión pretende ser la nueva normalidad que se utilizará como advertencia para aquellas «otras vidas» inútiles, sobrantes, para el Estado capitalista y sus paradigmas de necesidad.
Y es la misma historia gravísima que comparte el horror y la tragedia de la violencia institucional y la guerra total contra la vida, mecanismo cotidiano que se da hoy en México, lo que en algunas ocasiones hemos definido como “guerra de fragmentación territorial”, cuyo saldo nos habla de más de medio millón de muertos asesinados y 130,000 desaparecidos en 19 años. Sólo que esta vez no hay ningún cártel ni grupo criminal detrás del cual esconderse, ninguna operación especial en nombre de la seguridad que interponer. Solo hay la violencia institucional y penitenciaria más siniestra, destinada a destruir horizontes de vida diferentes, como el de Jorge y su mundo rebelde.
La criminalización continua y capilar de los movimientos sociales y de los compañeros es simplemente otra arma, la enésima, a través de la cual el gobierno mexicano sigue alimentando el negocio y la retórica de la guerra, de la que se benefician políticos, mafiosos y empresarios, mientras que comunidades enteras, urbanas y rurales, en resistencia, son desgarradas por la violencia que está devorando este país.
Un muerto más, un compañero menos, un nombre que se convierte en cifra, como para cada desaparecid@, para cada campesin@ oprimid@, para cada marginad@ metropolitan@, para cada pres@ en las cárceles, para cada mujer asesinada, para cada migrante asesinado en las mil fronteras de este México. Jorge es la enésima víctima inaceptable de un capitalismo que mata para acumular y expandirse cada vez más ferozmente.
La llama aún arde
Ahora queda la tarea más grande y complicada: expresar la venganza en clave social, convertir el dolor en lucha, organizar la resistencia y luchar para que lo que sufrió Jorge no lo sufra nunca más nadie.
Abrazamos con solidaridad y cariño a los amig@s y compañer@s cercan@s a Yorch, a la banda del Okupa Che, la comunidad anarkopunk chilanga, l@s compañer@s anarquistas de la ciudad de México y a todos los que acompañaron a Yorch tanto en su vida en libertad como en la de recluso. Miramos con desprecio, horror y rechazo a las instituciones inhumanas que violaron su cuerpo, la cárcel y sus malditos muros, el gobierno de la Ciudad de México y las autoridades de la UNAM, que mataron a Jorge por ser punk, anarquista y rebelde.
Que la memoria de Yorch permanezca viva en todos los lugares de lucha.
Que se multipliquen las acciones solidarias en todas partes.
Più volte come collettivo abbiamo scritto e cercato di proporre un’analisi del Messico odierno, e non solo, basata sul concetto della guerra, come strumento di distruzione, accumulazione e gestione del presente in chiave capitalista. Una guerra che assume forme e tempi disparati, ma che ha sempre un comune denominatore: l’attacco alla vita, in una riconversione e stracciamento di quest’ultima, attraverso l’orrore e il dominio della violenza, dal genocidio di massa fino alle fosse clandestine del narco-stato, passando per la sparizione forzata e il terrore come metodo di gestione dei territori, culminando in un sempre più opprimente tecno-controllo sociale volto all’annientamento di qualsiasi forma di resistenza o alterità. La vita, deve essere ottimizzabile e manipolabile, altrimenti è inutile, secondo un paradimga vigente ormai sdoganato senza pudori. Una parte consistente di umanità è considerata quindi sacrificabile, non solo attraverso le guerre guerreggiate, armate e comandate da remoto verso il “il sud-globale” o “l’altro dall’occidente” (Palestina, Siria, Ucraina, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Venezuela, Colombia, e molti altri luoghi), ma dentro i confini territoriali degli stati nazionali e nei meandri amministrativi degli stessi: chi non si allinea, chi lotta, chi non si adagia, chi non è disponibile, chi è alterità, diventa vittima reale di una guerra interna. Il carcere e la repressione, in questo schema, sono lo strumento fondamentale della gestione e della riconversione della vita stessa in chiave capitalista e securitaria. Non c’è alcun diritto che tenga, nessuna giustizia scritta o costituzione nazionale, nessun etica formale, in grado di frenare questa macchina divoratrice.
Il caso del compagno Yorch, il primo arresto
Il compagno anarchico Jorge Emilio Esquivel Muñoz, chiamato “El Yorch”, artigiano e cuoco, prigioniero politico, è stato assassinato lo scorso 9 dicembre da questa macchina, nelle patrie galere dello Stato messicano a Città del Messico. Anni di sequestro e una serie di violenze e omissioni da parte del sistema penitenziario, gli hanno strappato la vita. In una storia schifosa che provoca un’enorme rabbia bruciante, una tristezza nel doverlo nominare al passato. Nella Città del Messico vessillo della 4T morenista (quindi “progressista”), all’ombra di un Mondiale calcistico in arrivo, di un progetto politico ed economico estrattivista basato sul dominio culturale e sull’esproprio territoriale in nome del turismo e profitto immobiliare urbano, non c’è spazio per una vita fuori dai canoni del lavoro e della produzione. La vita di Yorch, infatti, era fatta di cultura punk e autogestione attorno all’Auditorio Occupato Che Guevara, una delle poche occupazioni politiche ancora viventi in Città del Messico, spazio anarchico all’interno dei confini universitari della Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Uno spazio che Yorch viveva e animava prima di essere arrestato ed eliminato.
Non è stato nessun destino a far morire Yorch, ma un complotto e una storia di violenza e ingiustizia da parte dello Stato e della tanto nominata e prestigiosa UNAM.
Yorch è stato sequestrato in un agguato violento e armato il 24 febbraio 2016, nei pressi del Campus Universitario dell’UNAM, al termine di un evento culturale all’Okupa Che, preso e caricato su un furgone senza targa da circa 15 uomini in vestiti civili. Sulla base di accuse inventate e di una denuncia anonima falsificata, Yorch è stato imputato da parte della Procuraduría General de la República (PGR) di traffico di stupefacenti dopo che gli è stata nascosta una grande quantità di droghe diverse in uno zaino a lui attribuitogli (zaino che non appare mai durante la sua cattura nei video delle telecamere di sorveglianza, le cui le prove hanno dimostrato non riportare le sue impronte digitali). Processato per il reato di possesso di droga, è stato spostato tra il carcere federale di Miahuatlán (Oaxaca) prima, e quello di massima sicurezza a Hermosillo (Sonora) dopo, a distanza di migliaia di chilometri tra sud e nord del territorio federale messicano, nel tenativo di complicare la sua difesa legale e di spezzare la solidarietà e la vicinanza da parte dell@ compagn@. Nel marzo dello stesso anno è stato rilasciato su cauzione, con una riduzione del reato a semplice possesione di droga. Continuano però le minacce, la stigmatizzazione mediatica e una campagna di criminalizzazione nei suoi confronti, da parte anche di ambienti interni all’università, arrivando ad accusarlo di appartenere alla criminalità organizzata o addirittura di dichiararlo morto in uno scontro armato tra bande.
Il secondo arresto
La storia tristemente si ripete. La sera dell’8 dicembre 2022, cinque persone vestite da civili seguono Yorch dall’Okupa Che all’uscita dell’UNAM e, assieme ad altre dodici persone, anch’esse in abiti civili, lo sequestrano nuovamente con tre automobili senza targa e una auto della polizia locale del distretto di Coyoacán, senza ovviamente alcun ordine di arresto né comunicazione della motivazione per la sua detenzione. Portato al penitenziario Oriente di Città del Messico, la PGR presenta ricorso e ripristina le accuse del 2016. Incarcerato preventivamente per 18 mesi, nel giugno 2024 Yorch viene condannato ingiustamente a 7 anni e sei mesi di reclusione. Il processo è caratterizzato da continui ritardi e cancellazioni, compresa la ripresentazione delle prove nel novembre 2023. In seguito, la pena si assesta a 5 anni e 100 giorni di multa. Non vivrà abbastanza per scontarla.
Repressione contro la Okupa Che
La criminalizzazione qui passa attraverso l’arresto arbitrario e la fabbricazione di reati contro Yorch, una maniera per condannare la sua vita, il suo attivismo all’interno dell’Okupa Ché, nonché un attacco diretto allo spazio anarchico e alla sua esistenza politica. Infatti, già negli anni passati l’Okupa Che è stato oggetto di divesi attacchi da parte di porros (gruppi di picchiatori organizzati e pagati dall’Università il cui obiettivo è quello di provocare e aggredire i movimenti studenteschi e le lotte sociali) e costantemente vessato, spiato e controllato dalle guardie della sicurezza privata dell’UNAM. Un modus operandi storico ed efficace per il governo della Città del Messico, che utilizza costantemente la fabbricazione di reati falsi per smantellare e criminalizzare i movimenti sociali politici radicali, come successo recentemente nel caso di alcune compagne durante lo sgombero dell’occupazione Okupa Cuba nel 2022.
Dalla prigione alla tomba
Durante gli anni di reclusione tra penitenziario Oriente e Sur, il carcere e il suo mondo logorano la salute di Yorch. Viene torturato, isolato e punito in diverse occasioni, aggravando un progressivo deterioramento della salute a partire da una appendicite non curata da tempo; come denunciato più volte da familiari e compagn@, Yorch non ha mai ricevuto attenzioni mediche concrete. Nonostante presentasse sintomi gravi, la sanità penitenziaria si è limitata a somministrargli analgesici di base come il paracetamolo. La situazione è arrivata a un punto estremo con problemi neurologici gravissimi che gli impedivano di respirare da solo. Solo dopo diverse pressioni, il 1° novembre 2025 è stato trasferito all’Ospedale Generale di Topilejo, dove è stato ricoverato in uno avanzato stato di deterioramento dovuto al lungo periodo di negligenza e agli effetti che il criminale sistema carcerario e giudiziario comportano sulla salute di tutt@ le persone prigioniere, e ancora di più in questo caso, dove la violenza dello Stato e dell’UNAM hanno orchestrato la repressione contro di lui. Nelle ultime settimane, Yorch ha vagato da un posto all’altro senza che siano state fornite alcune informazioni precise da parte delle autorità penitenziarie e ospedaliere sulle sue condizioni. Solo all’ultimo, le persone solidali e al suo fianco hanno saputo che era stato intubato. La situazione di Yorch era purtroppo irreversibile, il suo corpo esausto e il 9 dicembre 2025, Yorch è venuto a mancare.
Un monito contro tutt* i/le ribelli*
La sua morte è, a tutti gli effetti, un assassinio esemplare e brutale, un messaggio rivolto alla comunità anarchica e a chi prova a resistere in questa metropoli mostruosa e in questo Messico in guerra. La società carceraria, l’arroganza autoritaria, la mancanza di cure mediche e lo Stato hanno ucciso Jorge, come tanti altri compagni prima di lui nella storia degli oppressi.
Se per l’appunto da un lato non è una storia nuova quella della brutalità dello Stato capitalista nell’eliminare i suoi nemici e le vite non produttive, dall’altro con profonda rabbia, sgomento e tristezza diamo addio un compagno, con la promessa di non dimenticare un crimine di Stato. Abbiamo salutato Yorch e ciò che rappresentava per l’ultima volta, questo mercoledì 10 dicembre 2025 nel cimitero di San Juan Iztapalapa a Città del Messico.
Consideriamo molto grave che un compagno,un prigioniero politico, muoia dentro le carceri in questo modo, dopo anni di reclusione e negligenze mediche reiterate, senza che nessuna istituzione si prenda la responabilità di ciò che è successo. Perché la guerra alla vita è talmente necessaria e avanzata, che ammazzare di stenti un punk anarchico in prigione vuole essere la nuova normalità da usare come monito nei confronti di quelle “vite altre” inutili, in esubero, per lo stato capitalista e i suoi paridgmi di necessità.
Ed è la stessa storia gravissima che condivide l’orrore e la tragedia della violenza istituzionale e della guerra totale alla vita, meccanismo quotidiano che si dà in Messico oggi, quello che più volte abbiamo definito in alcuni frangenti, come guerra di frammentazione territoriale, il cui saldo ci parla di più di mezzo milione di morti ammazzati e 130.000 desaparecidos in 19 anni. Solo che questa volta, non c’è nessun cartello o gruppo criminale dietro il quale nascondersi, nessun operativo speciale in nome della sicurezza da tirare in mezzo. C’è solo la violenza istituzionale e penitenziaria più bieca tesa a distruggere orizzonti di vita diversi, come quello di Jorge e del suo mondo ribelle.
La criminalizzazione continua e capillare dei movimenti sociali e dei compagn@ è semplicemente un’altra arma, l’ennesima, tramite cui il governo messicano continua ad alimentare il business e la retorica della guerra, di cui politici, mafiosi e imprenditori traggono vantaggio, mentre intere comunità resistenti, urbane e rurali, sono dilaniate dalla violenza che sta divorando questo paese.
Un morto in più, un compagno in meno, un nome che si converte in cifra, come per ogni desaparecidxs, per ogni oppressx contadinx, per ogni marginatx metropolitanx, per ogni prigionerix nelle carceri, per ogni donna uccisa, per ogni migrante ammazzato nelle mille frontiere di questo Messico. Jorge è l’ennesima inaccettabile vittima di un capitalismo che uccide per accumulare ed espandersi sempre più ferocemente.
La fiamma ancora brucia
Ora, rimane il compito più grande e complicato: quello di esprimere la vendetta in chiave sociale, di convertire il dolore in lotta, di organizzare la resistenza e di battersi per far sì che quello che ha subito Jorge, non lo subisca mai più nessunx.
Abbracciamo con solidarietà e affetto gli amici e i compagni vicini a Yorch, la banda dell’Okupa Che, la comunità anarkopunk chilanga, i/le compagnx anarchichx della città del Messico e chiunque abbia accompagnato Yorch tanto nella sua vità in libertà, quanto in quella da recluso. Guardiamo con disprezzo, orrore e rifiuto le istituzioni disumane che hanno violato il suo corpo, il carcere e le sue mura maledette, il governo della Città del Messico e le autorità della UNAM, che hanno ammazzato Jorge per il fatto di essere punk, anarchico e ribelle.
Che resti viva la memoria di Yorch in ogni luogo di lotta.
Che si moltiplichino le azioni in solidarietà in ogni dove.
En marzo de 2025, ante la difusión de los horrores del centro de exterminio del Rancho Izaguirre, buscamos las palabras para contar a nuestrxs compas en Italia la indignación, el miedo y la rabia de vivir y luchar en México con tanta obscuridad encima. Salió este texto colectivo – primeramente en italiano – como un análisis que hacemos desde el Nodo Solidale, una mirada empírica y limitada que hoy compartimos en español para aportar a una reflexión más amplia entre quienes luchamos por la vida contra la guerra narco-capitalista que nos imponen.
Los datos de la fábrica del terror
El 5 de marzo de 2025, el colectivo «Guerreros Buscadores de Jalisco» descubre algo que eleva el nivel de crueldad del poder en México: un campo de exterminio del Cartel Jalisco Nueva Generación (CJNG), uno de los cárteles más feroces del país. En un rancho de Teuchitlán, en el campo, a una hora de la metrópoli de Guadalajara (y a media hora de un cuartel militar), detrás de una puerta como otras millones en México, un colectivo de familiares de «desaparecidos» —y no las autoridades competentes, como en la inmensa mayoría de los casos— descubre tres hornos crematorios con fragmentos humanos amontonados y unas 400 pares de zapatos, cientos de otros objetos personales como pulseras, pendientes, gorras, mochilas, cuadernos con larguísimas listas de nombres, que proyectan la dimensión del horror sobre cientos, quizás miles, de personas asesinadas con rigor científico en este campo de exterminio contemporáneo. La visión de la montaña de zapatos de las personas desaparecidas es un puñetazo en el corazón para todos aquellos que, por asociación fotográfica, vuelan con la mente a las peores masacres perpetradas por las dictaduras nazi-fascistas.
Pero Jalisco cuenta con 186 sitios de entierros clandestinos procesados por las autoridades, aunque el rancho Izaguirre no figura en este mapa. Tlajomulco de Zúñiga es el municipio con mayor número de fosas clandestinas, con un total de 75. Guadalajara, la rica, bella, limpia y turística capital del estado, está salpicada de historias de desaparecidos y violencia, algunos monumentos han sido desfigurados y transformados en memoria viva con cientos de fotos y pancartas con los rostros de personas desaparecidas. Una realidad escalofriante que se prolonga desde hace años.
De hecho, hace más de quince años que, como colectivo Nodo Solidale, nos unimos a esa parte de la sociedad civil organizada mexicana que denuncia esta guerra negada, sucia, manipulada o idealizada en las series de televisión dedicadas a los grandes capos del narco. Una guerra totalmente capitalista, destinada a acumular cantidades absurdas de dinero traficando con mercancías y cuerpos. Cuerpos golpeados, violados, explotados hasta la última gota, torturados y luego destrozados, disueltos en ácido, quemados, evaporados y dispersos en la nada del olvido. Son jóvenes atraídos por ofertas de trabajo engañosas, niños desaparecidos en cualquier rincón de una ciudad, chicos reclutados con engaños. Son muchísimas mujeres: niñas, jóvenes, adultas, atrapadas en circuitos de trata, abusos y torturas inimaginables. Es la fábrica del terror, la necro-productividad capitalista. Hablamos de 123.808 personas «desaparecidas», según datos del Registro Nacional de Personas Desaparecidas y No Localizadas (RNPDN) actualizados al 13 de marzo de 2025. Cifras que superan con creces las ya aterradoras cifras del exterminio y las desapariciones forzadas llevadas a cabo durante las dictaduras de Chile y Argentina. Pero en México la mayoría de las víctimas no son militantes políticos, son gente común, lo que reduce en gran medida la repercusión de este terrible crimen, como analizaremos más adelante. Más de 50.000 personas han desaparecido en los últimos seis años, bajo el gobierno de centroizquierda de la pomposamente autodenominada «4^a Transformación», lo que indica matemáticamente la responsabilidad institucional de esta dramática lacra social. A estas cifras hay que sumar los homicidios cometidos en el país desde el inicio de la llamada guerra contra el narcotráfico, es decir, desde diciembre de 2006: 532.609, cifra actualizada al 29 de enero del 2025, según fuentes oficiales. Más de medio millón de vidas truncadas, de las cuales al menos 250.000 durante los últimos seis años, bajo los gobiernos de centroizquierda.
Sobrevivir a la «guerra de fragmentación territorial»
¿Cómo es posible que todo esto pase (casi) totalmente desapercibido?
El elemento fundamental de la anomalía de la guerra en México no reside solo en el alto índice de normalización y negación de la misma, del que hablaremos más adelante, sino sobre todo en su comprensión social, ya que queda relegada a los márgenes de la política y de las definiciones clásicas de guerra. «Todavía no llueven bombas del cielo», nos decimos a veces con ironía, «no estamos tan mal» como en Palestina, Siria, Kurdistán, Sudán o Ucrania. Sin embargo, el número de muertos es el mismo o, en algunos casos, superior.
De hecho, esta no es una guerra simétrica, entre ejércitos desplegados o una invasión declarada por una fuerza armada enemiga; ni tampoco es la típica guerra asimétrica contemporánea, que se libra un poco por todas partes, con fuerzas especiales del Estado enfrentadas a células del «enemigo interno». El frente mexicano se caracteriza, en cambio, por una multiplicación indiscriminada de actores armados y una altísima intensidad de fuego, que fragmentan el campo de batalla en micro-conflictos muy violentos, dispersos y poco visibles, que elevan brutalmente la tasa de mortalidad entre la población civil, mientras que la actividad económica, política y social continúa en general, con apagones e intermitencias en la gestión de la vida pública local. Definimos, por tanto, esta anomalía bélica como «guerra de fragmentación territorial». Por otra parte, las zonas más afectadas por las ofensivas y contraofensivas de los distintos grupos armados (ilegales o institucionales), por las redadas, las desapariciones y los reclutamientos forzados, son los territorios rurales o las periferias semi-rurales, como por ejemplo Teuchitlán, donde «apareció» el centro de exterminio y entrenamiento forzado en el rancho Izaguirre. En medio de las áreas industriales, en los territorios fronterizos, en el desierto, en la costa, en las montañas, la gestión de las rutas, los campos de cultivo y el tráfico de seres humanos está desde hace décadas en manos de diferentes grupos de poder que se enfrentan entre sí sobre las poblaciones periféricas, a menudo indígenas y campesinas, que no son noticia y, a veces, ni siquiera aparecen en las estadísticas. Cuando la guerra entre los distintos actores armados llega a las ciudades, se hace visible, «registrable», causa revuelo, pero a menudo la indignación se evapora por el miedo a las represalias y cuando la violencia disminuye localmente en una zona, se intensifica en otra.
Con el desmoronamiento de los grandes cárteles, más o menos estables hasta finales de los años 90, y la intromisión militar activa del Estado mexicano como socio del Cártel de Sinaloa (2006) contra todas las demás organizaciones criminales, se ha llegado a la explosiva creación de cientos de grupos armados (240 según un reciente informe de la Secretaría de Gobernación) que, a su vez, se ramifican en células y subgrupos locales, que gestionan físicamente en barrios y pueblos actividades ilícitas como el cobro de piso, la prostitución, los secuestros y la fabricación y distribución de armas y drogas. La multiplicación de los actores armados ha aumentado considerablemente la fragmentación del territorio, generando una violenta balcanización del país, atravesado por amplias zonas «prohibidas» o con circulación restringida por el toque de queda. Estas numerosas estructuras/empresas criminales cuentan con el apoyo logístico y de control del flujo de mercancías/personas de todas las fuerzas armadas y de seguridad del Estado, definidas como «corruptas» pero en realidad estructuralmente vinculadas a la economía ilegal, involucradas en diferentes niveles y divididas en diferentes grupos, incluso rivales y, por lo tanto, también en conflicto entre sí. Basta con mencionar que en la última «limpieza» ordenada este año por el actual gobernador de Chiapas, Eduardo Ramírez, en su afán por recuperar una imagen pública decente y con la necesidad de reordenar el flujo de cocaína y migrantes en la zona estratégica de la frontera sur siguiendo los intereses de otros grupos de poder, fueron detenidos por vínculo con el narco-trafico 270 policías (y al menos tres alcaldes) en cinco ciudades diferentes de la región, lo que demuestra implícitamente el nivel de cooperación que existe entre el Estado y el crimen organizado. Sin embargo, no hay que imaginar al Estado y al crimen como dos bloques monolíticos opuestos, sino que debemos acostumbrarnos a ver y comprender el panorama mexicano como un gran mercado, donde numerosas agencias, puntos de venta y sucursales, grupos de presión, jueces, políticos y burócratas, junto con muchos actores armados, uniformados o no, participan, se alían y luchan a un ritmo vertiginoso para asegurarse un jugoso porcentaje en el control de los recursos del país (y, solo en parte, del torrente de cocaína que lo atraviesa, a petición de los “clientes” de Estados Unidos de América).
La economía criminal como modo de producción capitalista
La difusión de la economía criminal y su organización es una reestructuración capitalista del dominio y saqueo de los territorios, una forma de acumulación que en México se manifiesta con esta especificidad que definimos como «guerra de fragmentación territorial». En América Latina, el Estado ha contribuido constantemente a la acumulación (primitiva y posterior) de capital a través de las fuerzas armadas, con la agresión directa contra quienes impedían el saqueo, a menudo los pueblos indígenas, los obreros y los campesinos. Las clases subalternas han desarrollado a lo largo de los siglos numerosas y variadas formas de resistencia, incluso armadas, lo que ha dado lugar, hasta hace unas décadas, a un período feroz, pero también formidable, de lucha guerrillera contra el poder estatal, la oligarquía y las grandes empresas. En México son numerosos los casos de organización de la lucha armada, herederos primero de la Independencia y luego de la Revolución, ambas iniciadas y llevadas a cabo principalmente por los campesinos, los indígenas y, posteriormente, los obreros. Tras la insurrección zapatista de 1994 y el amplio consenso global que obtuvo, para el Gobierno mexicano reprimir la resistencia popular con las fuerzas armadas ha tenido, y sigue teniendo, un coste político muy alto (recordemos, por ejemplo, el caso de Ayotzinapa), razón por la cual el uso de sicarios como outsourcing de la represión se ha convertido a lo largo de los años en un verdadero dispositivo para alcanzar territorios estratégicos, despoblarlos mediante la política del terror implementada por los grupos criminales y reorganizarlos según la lógica económica específica (implantar una mina, un consorcio turístico, un puerto, una presa o simplemente reorganizar la mano de obra y los recursos a favor del grupo «ganador»). Se ha pasado del uso histórico y secular de mercenarios a sueldo del Estado a la creación de numerosas empresas criminales regionales y locales que, independientes pero asociadas al Estado, gestionan, controlan y aterrorizan a la población para su propio beneficio y con un objetivo compartido con quienes gobiernan las instituciones: el enriquecimiento ilimitado. Por lo tanto, la represión ya no es sólo contra lxs guerrillerxs y lxs activistas, sino que es una forma de gobernanza —flexible, elástica pero despiadada— sobre toda la población y los territorios en los que esta vive, trabaja y sueña.
Este dispositivo infernal, además de perpetuar la necesidad capitalista de cosificación y valorización de cada elemento, cada territorio y cada ser humano, desempeña un papel estratégico importante en la guerra ideológica: el de despolitizar la lucha de clases, la resistencia contra el saqueo de cada espacio habitable.
El uso del crimen organizado, comúnmente llamado «narco», como brazo armado del capitalismo permite situar a las víctimas en el terreno fangoso de la duda: ¿lo mataron porque luchaba o porque tal vez tenía alguna tranza por ahí que no se sabía? ¿Quién fue realmente? Un asesinato cometido por la policía o el ejército en un enfrentamiento político (una manifestación o un combate guerrillero) no tiene la misma repercusión en la opinión pública que un asesinato, con los mismos fines, cometido por sicarios vinculados a un grupo criminal, durante la «normalidad» de la vida cotidiana. O a veces ni siquiera la terrible «dignidad» del asesinato, sino la desaparición forzada en la nada, donde la víctima es engullida por la oscuridad por un verdugo invisible. De esta manera se pierden más fácilmente los rasgos de un delito político, se «normaliza» la agresión haciéndola deslizar en el océano anónimo de los «delitos comunes», que no merecen atención. Al mismo tiempo, un asesinato claramente político —tan dramáticamente recurrente en la larga historia de la lucha de clases— desencadena efectos y reacciones con responsabilidades políticas directas: «¡Ha sido el Estado!». Y la gestión del Estado, por muy feroz que sea, puede ser cuestionada, se convierte «naturalmente» en el objetivo de la ira popular, al igual que históricamente los movimientos sociales han denunciado y combatido la violencia del ejército y la policía, como brazos armados del poder y, en cierto modo, «traidores», como el Estado, al pacto social con el pueblo, que los mantiene. Pero cuando la fuente de la violencia es un grupo de empresarios feroces, sin uniforme, sin reglas de combate, sin una ética y un pacto social al que someterse: ¿cómo se rebela uno? ¿Contra quién y cómo se dirige la ira social? Es difícil, a pesar de algunas excepciones heroicas, manifestarse, organizarse y defenderse contra un enemigo sin reglas, que se ha infiltrado en el tejido social y es camaleónico, tal como las mafias.
Preguntas incómodas
A menudo, en Italia (de dónde somos originarixs o descendientes la mayoría de nuestro colectivo internacionalista), entre una actividad de contra-información y otra, hemos escuchado preguntas dudosas: «¿Pero realmente hay guerra en Chiapas? ¿Es así en todo México?», a lo que se añade quizá: «Es que yo fui allí de vacaciones y me pareció bastante tranquilo…».
Existe una tendencia generalizada a minimizar el alcance del horror, de la gestión metódica (propia de un campo de exterminio), institucional, social y política del «fenómeno narco». Por un lado, la superficialidad del análisis del poder, reproducida por los medios de comunicación dominantes, que como mucho solo destaca los aspectos «folclóricos», anecdóticos e incluso «brillantes» (como El Chapo Guzmán, que apareció en la lista de millonarios de Forbes) de múltiples «casos aislados»; y esta es la que llega más ampliamente afuera de México, una elección narrativa del poder para distraer la atención sobre las especificidades sistémicas del «problema». Por otro lado, está la normalización que la propia sociedad lleva a cabo (y que también hacemos nosotros, que denunciamos su barbarie) para sobrevivir: salimos de casa, vamos al trabajo o al súper, de repente se oyen disparos y… esperamos, en un refugio improvisado, a que termine el tiroteo y luego retomamos la rutina. O llega un mensaje de la hija del vecino «desaparecida», lo leemos con un suspiro, lo difundimos en los chats y volvemos a nuestras ocupaciones cotidianas, tal vez susurrando una oración y esperando en silencio que nunca le toque a nuestra propia hija, a un familiar, a un amigo del corazón. En México, aparentemente, la vida transcurre con normalidad, los niños van al colegio, de vez en cuando lo cierran por algún tiroteo, pero los niños saben, como en caso de terremoto, que deben agacharse debajo de las mesas o tumbarse en el suelo, precisamente porque la balacera se vive como cualquier otra catástrofe natural, interiorizada y afrontada como tal. Entre la banalización de los medios de comunicación y la habituación a la violencia como instinto de supervivencia masivo, se esconde la ceniza (de los cuerpos carbonizados) bajo la alfombra de la normalidad. Y así, a pesar de ciertos momentos de indignación, rebelión y fuerte protesta popular (como las movilizaciones de 2011 del Movimiento por la Justicia con Dignidad, las de 2014/2015 por los 43 de Ayotzinapa, la creación de «Guardias Comunitarias», sobre todo en los territorios indígenas), hemos llegado a medio millón de personas asesinadas, más de 120 000 desaparecidos y al descubrimiento de centros de exterminio en esta gran fosa común llamada México.
La gravedad de los crímenes encontrados en el rancho de Teuchitlán, registrado por las fuerzas del orden en 2017 y luego en septiembre de 2024, que «no habían notado la presencia de hornos y otros detalles», pone de manifiesto una vez más la densa red de complicidad entre el crimen y el Estado mexicano. La gestión de un centro de entrenamiento y eliminación física de cadáveres a este nivel solo puede funcionar con el silencio —y posiblemente el apoyo directo— de las instituciones políticas y judiciales. Un genocidio, un crimen contra la humanidad, se perpetraba a las puertas de la segunda ciudad más importante de México, donde se captaba a la gente en las estaciones de autobuses, se la llevaba allí, se la maltrataba física y sexualmente, se la incitaba a matar y, a quienes sobrevivían al infierno, se les obligaba a convertirse en sicarios, en máquinas de muerte para la producción y acumulación de riqueza del CJNG. Todas las demás personas eran torturadas atrozmente y luego quemadas, barridas como basura. Humo.
Las preguntas que se derivan de ello son terribles: ¿cuántos otros centros de exterminio similares están funcionando y son tolerados en otros lugares de México? ¿Hasta cuándo seguiremos mirando hacia otro lado, permitiendo que las empresas, los gobiernos y sus brazos armados dispongan de forma tan atroz de nuestros cuerpos, de nuestro futuro? ¿Hasta cuándo aceptaremos vivir con miedo y terror en el alma?
Y para quienes viven al otro lado del océano: ¿hasta cuándo las series sobre el narcotráfico y el turismo inconsciente trivializarán nuestras conversaciones sobre México?
¿Hasta cuándo pensaremos que esas «dos rayas de falopa» que nos echamos los sábados por la noche no nos convierten en cómplices del lado más feroz del capitalismo?