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L’anomalia della guerra in Messico

I dati della fabbrica del terrore

Il 5 marzo il collettivo “Guerreros Buscadores de Jalisco” scopre qualcosa che innalza il livello della crudeltà del potere in Messico: un campo di sterminio del Cartel Jalisco Nueva Generación, uno dei cartelli più feroci del Paese. In un ranch di Teuchitlán, nella campagna a un’ora dalla metropoli di Guadalajara (e a mezz’ora da una caserma militare), dietro un portone come altri milioni in Messico, vengono scovati – da un collettivo di familiari di “desaparecidos” e non dalle autorità competenti, come nella maggioranza schiacciante dei casi – tre forni crematori con ammucchiati frammenti umani e circa 400 paia di scarpe, centinaia di altri oggetti personali come braccialetti, orecchini, cappellini, zaini, quaderni con lunghissime liste di nomi, che proiettano la dimensione dell’orrore su centinaia, forse migliaia, di persone uccise con rigore scientifico in questo campo di sterminio contemporaneo. La vista della montagna di scarpe delle persone scomparse è un pugno al cuore per tutti coloro che, per associazione fotografica, volano con la mente ai peggiori massacri realizzati dalle dittature nazi-fasciste.

Ma Jalisco conta 186 siti di sepoltura clandestina processati dalle autorità, sebbene il ranch Izaguirre non figuri in questa mappa. Tlajomulco de Zúñiga è il comune con il maggior numero di fosse clandestine, per un totale di 75. Guadalajara la ricca, bella, ripulita e turistica capitale dello Stato è costellata di storie di desaparecidos e violenza, alcuni monumenti sono stati deturpati e trasformati in memoria viva con centinaia di foto e striscioni con i volti di persone sparite. Una realtà agghiacciante che va avanti da anni.

Sono più di quindici anni infatti che, come collettivo, ci siamo uniti a quella parte della società civile organizzata messicana che denuncia questa guerra negata, sporca, manipolata o romanticizzata nelle serie televise dedicate ai grandi capi del Narco. Una guerra del tutto capitalista, volta ad accumulare quantità assurde di denaro trafficando merci e corpi. Corpi picchiati, violentati, sfruttati fino all’ultima goccia, torturati e poi fatti a pezzi, sciolti nell’acido, bruciati, evaporati e dispersi nel nulla dell’oblio. Sono giovani uomini attratti da offerte di lavoro ingannevoli, bambini spariti in un angolo qualsiasi di una città, ragazzi reclutati con l’inganno. Sono moltissime donne: bambine, giovani, adulte, intrappolate in circuiti di tratta, abusi e torture inimmaginabili. E’ la fabbrica del terrore, la necro-produttività capitalista. Parliamo di 123.808 persone “desaparecidas”, dati del Registro Nacional de Personas Desaparecidas y No localizadas (RNPDN) aggiornati al 13 marzo 2025. Numeri che, addirittura, superano di gran lunga le cifre già spaventose dello sterminio e della sparizione forzata realizzati durante le dittature in Cile e Argentina. Ma in Messico la maggioranza delle vittime non è militante política, è gente comune e questo riduce di molto la risonanza di questo terrificante crimine, come analizzeremo più avanti. Più di 50.000 persone sono scomparse negli ultimi 6 anni, sotto il governo di centro-sinistra della pomposamente sedicente “4^ Trasformazione”, indicando matematicamente le responsabilità istituzionali di questa drammatica piaga sociale. A questi dati sommiamo gli omicidi realizzati nel paese dall’inizio della cosiddetta guerra al narco, ovvero da dicembre 2006: 532.609, dato aggiornato al 29 gennaio di quest’anno, secondo fonti ufficiali. Più di mezzo milione di vite stroncate, di cui almeno 250.000 durante gli ultimi sei anni, con i governi di centro-sinistra.

Sopravvivere alla “guerra di frammentazione territoriale”

Com’è possibile che tutto ciò passi in (quasi) completo silenzio?

L’elemento fondamentale dell’anomalia della guerra in Messico non risiede solo nell’alto indice di normalizzazione e negazione della stessa, di cui parleremo più avanti, ma soprattutto nella sua comprensione sociale, perché relegata ai margini della politica e delle definizioni classiche di guerra. “Ancora non piovono le bombe dal cielo”, ci diciamo a volte ironicamente, “non stiamo messi male” come in Palestina, in Siria, in Kurdistan, Sudan, in Ucrania. Eppure il numero dei morti è lo stesso o, in certi casi, superiore.
Questa infatti non è una guerra simmetrica, fra eserciti schierati o un’invasione dichiarata da una forza armata nemica; e neanche la tipica guerra contemporanea asimmetrica, che si combatte un po’ ovunque, con forze speciali dello Stato impegnate contro cellule del “nemico interno”. Il fronte messicano è caratterizzato invece da una moltiplicazione indiscriminata di attori armati e da un altissima intensità di fuoco, che frammentano il campo di battaglia in micro-conflitti molto violenti, sparsi e poco visibili che elevano brutalmente il tasso di mortalità fra la popolazione civile mentre l’attività economica, politica e sociale grosso modo va avanti, con black-out e intermittenze nelle gestione della vita pubblica locale. Definiamo quindi questa anomalia bellica come “guerra di frammentazione territoriale”. Del resto le aree più assiduamente colpite dalle offensive e contro-offensive dei vari gruppi armati (illegali o istituzionali), dai rastrellamenti, dalle sparizioni, dai reclutamenti forzati, sono i territori rurali o le periferie semi-rurali, come per esempio Teuchitlan, dove è “apparso” il centro di stermino e addestramento forzato nel ranch Izaguirre. In mezzo alle lande industriali, nei territori di frontiera, nel deserto, sulla costa, sulle montagne la gestione delle rotte, dei campi di coltivazione, del traffico di esseri umani è da decenni in mano a differenti gruppi di potere che si scannano su popolazioni di periferia, spesso indigeni e contadini, che non fanno notizia e, a volte, neanche fanno numero nelle statistiche. Quando la guerra fra i vari attori armati arriva nelle città si rende visibile, “registrabile”, fa scalpore ma spesso l’indignazione evapora nella paura per le rappresaglie e quando la violenza scema localmente in una geografia per intensificarsi in un altra.

Con lo sgretolamento dei grandi cartelli, più o meno stabili fino alla fine degli anni 90, e l’intromissione militare attiva dello Stato messicano come socio del Cartello di Sinaloa (2006) contro tutte le altre organizzazioni criminali, si è arrivati all’esplosiva creazione di centinaia di gruppi armati (240 secondo un’informativa della Secretaria de Gobernación) che a loro volta si diramano in cellule e sotto-gruppi locali, che gestiscono fisicamente in quartieri e villaggi la gestione delle attività illecite come il racket, la prostituzione, i sequestri, la fabbricazione e lo smistamento di armi e droga. La moltiplicazione degli attori armati ha aumentato considerabilemente la frammentazione del territorio, generando una balcanizzazione violenta del Paese, attraversato ampie aree “off limits” o con circolazione ristretta per coprifuoco. Queste numerose strutture/imprese criminali sono affiancate nel lavoro logistico e di controllo del flusso di merci/persone da tutte le forze armate e di sicurezza dello Stato, definite “corrotte” ma in realtà strutturalmente legate all’economia illegale, coinvolte a differenti livelli e divisi in differenti gruppi anche rivali e, quindi, anche in conflitto tra loro. Basta citare che nell’ultima “pulizia” ordinata quest’anno dall’attuale governatore del Chiapas Eduardo Ramirez, nell’affanno di recuperare un’immagine pubblica di decenza e con la necessità di riordinare il flusso di cocaina e migranti nella zona strategica della frontiera sud seguendo interessi di altri gruppi di potere, sono stati arrestati per mafia 270 poliziotti (e almeno tre sindaci) in cinque città differenti della regione, dimostrando implicitamente il livello di cooperazione fatto sistema tra Stato e crimine organizzato. Stato e Crimine che però non bisogna immaginare come due blocchi monolitici contrapposti, ma piuttosto dobbiamo abituarci a vedere e comprendere il panorama messicano come un grandissimo mercato, dove numerose agenzie, punti vendita e succursali, gruppi di pressione, giudici, polítici e burocrati insieme a molti attori armati, in divisa o meno, partecipano, si alleano e lottano a ritmi vertiginosi per assicurarsi una ghiotta percentuale nel controllo delle risorse del Paese (e, solo in parte, del fiume di cocaina che lo attraversa, su richiesta degli Stati Uniti d’America).

L’economia criminale come modo di produzione capitalista

La diffusione dell’economia criminale e della sua organizzazione è una ristrutturazione capitalista del dominio e saccheggio dei territori, un forma di accumulazione che in Messico si mostra con questa specificità che definiamo “guerra di frammentazione territoriale”. In America Latina lo Stato ha costantemente contribuito all’accumulazione (originaria e successiva) di Capitale attraverso le forze armate, con l’aggressione diretta contro chi impediva il saccheggio, spesso i popoli indigeni, gli operai e i contadini. Le classi subalterne nei secoli hanno sviluppato numerose e svariate forme di resistenza, anche armate, aprendo fino a pochi decenni fa un periodo feroce, ma anche formidabile, di lotta guerrigliera contro il potere statale, l’oligarchia e le grandi imprese. In Messico sono numerosissimi i casi di organizzazione della lotta armata, eredi dell’Indipendenza prima e della Rivoluzione poi, entrambe iniziate e portate a termine soprattutto dai contadini, dagli indigeni e successivamente dagli operai. Dopo l’insurrezione zapatista del 1994 e l’ampio consenso globale ottenuto da essa, per il governo messicano reprimere la resistenza popolare con le forze armate ha avuto, e continua ad avere, un costo politico molto alto (ricordiamo per esempio il caso di Ayotzinapa), ragion per cui l’uso delle forze dei sicari come outsorcing della repressione è diventato negli anni un vero e proprio dispositivo per raggiungere dei territori strategici, spopolarli attraverso la politica del terrore implementata dai gruppi criminali, riordinarli secondo la logica economica specifica (impiantare una miniera, un consorzio turistico, un porto, una diga o semplicemente ri-organizzare la forza lavoro e le risorse a favore del gruppo “vincente”). Si è passati dall’uso storico e secolare di mercenari al soldo dello Stato alla creazione di numerose imprese criminali regionali e locali che, indipendenti ma socie dello Stato, gestiscono, controllano e terrorizzano la popolazione per profitto proprio e con finalità condivise con chi governano le istituzioni: l’arricchimento illimitato. La repressione quindi non è più solo contro i guerriglieri e gli attivisti, ma è una forma di governance – flessibile, elastica ma spietata – su tutta la popolazione e sui territori su cui questa vive, lavora e sogna.

Questo dispositivo infernale, oltre a perpetuare la necessità capitalista di cosificazione e valorizazzione di ogni elemento, di ogni territorio e di ogni essere umano, ricopre un ruolo strategico importante nella guerra ideologica: quello di spoliticizzare la lotta di classe, la resistenza contro il saccheggio di ogni spazio vivibile.

L’uso del crimine organizzato, comunemente detto “narco”, come braccio armato del capitalismo permette collocare le vittime nel terreno fangoso del dubbio: l’hanno ammazato perchè lottava o perché magari aveva qualche intrallazzo che non si sapeva? Chi è stato realmente? Non ha la stessa ripercussione nell’opinione pubblica un omicidio realizzato dalla polizia o dall’esercito in uno scontro politico (una manifestazione o in combattimento guerrigliero) che un omicidio, con gli stessi fini, realizzato da sicari legati a un gruppo criminale, durante la “normalità” della vita quotidiana. O a volte neanche la “dignità” terribile dell’omicidio ma la sparizione forzata nel nulla, dove la vittima è inghiottita nel buio da un carnefice invisibile. In questa maniera si perdono più facilmente i connotati di un delitto politico, si “normalizza” l’aggressione facendola scivolare nell’oceano anonimo dei “delitti comuni”, non degni d’attenzione. Allo stesso tempo un omicidio chiaramente politico – così drammaticamente ricorrente nella lunga storia della lotta di classe – scatena effetti e reazioni con responsabilità politiche dirette: “è stato lo Stato!” E la gestione dello Stato, per quanto feroce, può essere messa in discussione, diviene “naturalmente” l’obbiettivo della rabbia popolare, così come storicamente i movimenti sociali hanno denunciato e combattuto la violenza dell’Esercito e della polizia, come bracci armati del potere e in qualche modo “traditori”, come lo Stato, del patto sociale con il popolo, che li mantiene. Quando però la fonte della violenza è un gruppo di imprenditori feroci, senza divisa, senza regole d’ingaggio, senza un’etica e un patto sociale a cui sottostare: come ci si ribella? Contro chi e come si dirige la rabbia sociale? È difficile, nonostante alcune eroiche eccezioni, manifestare, organizzarsi e difendersi contro un nemico senza regole, penetrato nel tessuto sociale e camaleontico, come la mafia.

Domande scomode

Spesso in Italia, tra un’iniziativa di contro-informazione e l’altra, abbiamo ascoltato domande dubbiose: “Ma c’è davvero la guerra in Chiapas? Ma è così proprio in tutto in Messico?” aggiunto magari da un “E’ che io ci sono andato in vacanza e mi sembrava abbastanza tranquillo…”

C’è una tendenza diffusa a minimizzare la portata dell’orrore, della gestione metodica (da campo di sterminio, appunto), istituzionale, sociale e politica del “fenomeno narco”. Da un lato la superficialità dell’analisi del potere, riprodotta dai media mainstream, che al massimo sottolinea solo gli aspetti “folckoristici”, aneddotici e incluso “brillanti” (tipo il Chapo Guzman che apparve nella lista di milionari di Forbes) di molteplici “casi isolati”; e questa è quella che più diffusamente giunge in Europa, una scelta narrativa del potere per distrarre l’attenzione sulle specificità sistemiche del “problema”. Dall’altro lato c’è la normalizzazione che la stessa società fa (che facciamo anche noi che ne denunciamo la barbarie) per sopravvivere: si esce di casa, si va al lavoro o al supermercato, d’un tratto degli spari e… si aspetta, in un riparo improvvisato, che finisca la sparatoria e si riprende poi il tran-tran. O arriva un messaggio della figlia del vicino “scomparsa”, lo si legge con un sospiro, si diffonde nelle chat e si torna alle occupazioni quotidiane, magari sussurrando una preghiera e sperando sommessamente che non tocchi mai a una figlia propria, a un parente, a un amico del cuore. In Messico apparentemente la vita scorre regolare, i bambini vanno a scuola, ogni tanto le chiudono per qualche sparatoria, ma i bambini sanno – come in caso di terremoto – che si devono accovacciare sotto i tavoli o sdraiarsi al suolo, appunto, perché la balacera è vissuta come un’altra catastrofe naturale qualsiasi, interiorizzata e affrontata come tale. Tra la banalizzazione dei media e l’assuefazione alla violenza come istinto di massa di sopravvivenza si getta la polvere (dei corpi carbonizzati) sotto il tappeto della normalità. E così, nonostante certi momenti di indignazione, ribellione e forte protesta popolare (come le mobilitazioni del 2011 del Movimento per la Giustizia con Dignità, quelle del 2014/2015 per i 43 di Ayotzinapa, la creazione di gruppi di “autodifesa” soprattutto nei territori indigeni), siamo giunti a mezzo milione di persone assassinate, oltre 120.000 desaparecidos e alla scoperta dei centri di sterminio in questa grande fossa comune chiamata Messico.

La gravità dei crimini riscontrabili nel ranch di Teuchitlán, perquisito dalle forze dell’ordine nel 2017 e poi nel settembre del 2024 che “non avevano notato la presenza di forni e altri dettagli”, mette a nudo nuovamente la rete di complicità fitte fra il crimine e lo Stato messicano. La gestione di un centro di addestramento ed eliminazione fisica dei corpi a questo livello può funzionare solo d’accordo con il silenzio – e possibilmente l’appoggio diretto – delle istituzioni politiche e di procurazione della giustizia. Un genocidio, un crimine di lesa umanità veniva perpetrato alle porte dalla seconda città più importante del Messico, dove la gente veniva adescata nelle stazioni dei pullman, portata lì, vessata fisicamente e sessualmente, istigata a uccidere e – chi sopravviveva all’inferno – obbligata a farsi sicario, trasformarsi in macchina di morte per la produzione e l’accumulazione di ricchezza del CJNG. Tutte le altre persone torturate atrocemente e poi bruciate, spazzate via come immondizia. Fumo.

Le domande che ne seguono sono terribili: quanti altri centri di sterminio simili stanno funzionando e sono tollerati in altri posti del Messico? Fino a quando volteremo lo sguardo altrove, permettendo alle imprese, ai governi e al loro braccio armato di disporre così atrocemente dei nostri corpi, del nostro futuro? Fino a quando accetteremo di vivere con la paura e il terrore nell’anima?

E per chi vive dall’altra parte dell’oceano: Fino a quando le serie sul narco e il turismo inconsapevole frivolizzeranno le nostre conversazioni sul Messico?

Fino a quando penseremo che quelle “due strisce” date il sabato sera non ci fanno complici del lato più feroce del capitalismo?

Fino a quando resteremo indifferenti?

Fino a quando ci assolveremo?

Nodo Solidale

#NarcoEsDespojo #NarcoEsCapitalismo #NarcoEsElEstado

Marcha-caravana de la Dignidad, de Oaxaca a la Cdmx

¡¡¡ Información en constante actualización !!!

Marcha-caravana por justicia, la defensa de nuestros territorios y los derechos humanos

actualización 13.03.2025

📢 Compartimos una entrevista con el compañero Cristóbal del Codedi, presentando un resúmen de la Marcha Caravana del FORO- Frente de Organizaciones Oaxaqueñas, en los días pasados, sobre las demandas, las actividades realizadas y los logros alcanzados.
🚩✊🏾 Las organizaciones de la alianza señalan que la lucha sigue e invitan a vigilar el cumplimiento de los acuerdos de parte del gobierno. También el CODEDI señala la situación de violencia y tensión que sigue en Miahuatlán, por el desalojo y la golpiza que sufrieron los vendedores de esta localidad por orden del presidente municipal represor César Figueroa
Aquí el audio 👇🏾👇🏾👇🏾

🚩 Empezó hoy la movilización de nuestrxs hermanxs del Codedi (Comité de Defensa de los Derechos Indígenas), con los aliados de FORO (Frente de Organizacion Oaxaqueñas) rumbo a la Ciudad de México, una marcha-caravana masiva, por la dignidad y con unas demandas de justicia y defensa del territorio ya urgentes.

📢 Compartimos la entrevista al compañero Fredi García del Codedi en dónde nos detalla algunos casos de despojo de la costa, por mano de grupos armados al servicio de las empresas hoteleras con la complicidad de las instituciones estatales. Un claro ejemplo de contubernio entre Capital, Crimen Organizado y Estado, que involucra hasta al mismo gobernador de Oaxaca, Salomón Jara. Todo esto se traduce también en una ola violencia feroz en todo el territorio, cuya víctima principal son el pueblo y las organizaciones populares que lo defienden, viviendo Oaxaca una etapa más de despojos y masacres por una colonización que aún sigue, a pesar de los dizque cambios en el poder estatal y federal.

 

Los retos de la solidaridad internacional en Chiapas – 30 años de BriCo

Compartimos la intervención del Nodo Solidario en ocasión del conversatorio “Retos de la Solidaridad Internacional en Chiapas” para el aniversario de 30 años de Brigadas Civiles de Observaciòn (BriCO).

Aqui el enlace de la grabación integral del conversatorio.

Los retos de la Solidaridad internacional en Chiapas – 30 años de BriCo

Traduzione in Italiano

Compañeros, compañeras, compañeres,

Estamos felices de poder hoy celebrar los 30 años de las Brigadas Civiles de Observación, un proyecto en que muches de nosotres hemos participado en esos años y que hemos estado acompañando de diferentes formas.

Para empezar, queremos felicitar a todes les compañeres que han estado trabajando duro para que hoy podamos estar aquí festejándolas.

Vamos a hablarles brevemente de nuestro colectivo y lo que para nosotres significa esto de la solidaridad internacional, que para muches de nosotres se ha convertido en el fulcro principal de
nuestra lucha.

El Nodo Solidale nació formalmente en mayo de 2007 y se autodenomina como un colectivo de militantes por la vida con un sueño revolucionario, sembrado en dos orillas del océano, una en
México y la otra en Italia. La idea principal es tejer redes entre las realidades rebeldes de ambas geografías.

Desde el inicio, el colectivo ha tenido esta característica de vivir y actuar políticamente en dos nodos locales: tener raíces en Italia, en los movimientos sociales y en las experiencias de autogestión desde abajo, y por otro lado, a través de un grupo de expatriados establecidos en México, algunos de los cuales llevan casi veinte años aquí.

La idea común y fundacional del colectivo es la voluntad de promover la autonomía y favorecer la autorganización popular a través de la práctica de la autogestión, es decir, construir apoyo mutuo, político y económico entre las organizaciones en lucha.

La contribución del Nodo al archipiélago global de las resistencias es, por lo tanto, la de tejer comunidades, a través de una militancia basada en vínculos de amistad política organizada. En la práctica organizativa del colectivo, tratamos de prolongar la amistad – terreno sólido de la confianza y la afinidad – en el campo político y hacer así que el acto de solidaridad sea un momento cómplice, convivencial pero organizado y, por lo tanto, reproducible. Tejer complicidad global entre las luchas, uniendo en el acto convivencial de la barricada, la cena popular, la manifestación, el campamento, el concierto, la brigada, el taller, un encuentro entre procesos que coinciden en la resistencia, tratando siempre de respetar los tiempos, los modos y los espacios decisionales de
cada une.

Han sido muchas las brigadas que en estos años hemos podido organizar, acompañar o en las que hemos participado. Para nosotres, las brigadas representan una herramienta, un puente para entrar en el mundo de nuestres compañeres, descubrir sus formas, maneras, estrategias y culturas que hacen rica y única su resistencia. Y desde allí, escuchamos, observamos y aprendemos. Diversos han sido los temas puestos en común a lo largo de los años, desde la  comunicaciónpopular hasta la construcción de hornos, desde la panadería comunitaria hasta la serigrafía, desde la autodefensa hasta el deporte, desde la autoformación política hasta la salud comunitaria.

En este caminar hemos intentado siempre mantener unas prácticas activamente anticoloniales, en un ejercicio activo de desmantelar el eurocentrismo, así como construir una postura horizontal, no
paternalista, y consciente de quiénes somos y de dónde venimos.

El Frayba siempre ha representado una referencia política y humana para nosotres, así como un acompañante en el caminar, un espacio seguro. Para muches de les que conformamos el colectivo, las Bricos han sido nuestra primera experiencia de acercamientos a las comunidades en resistencia. Para quienes llegan aquí como visitantes de corto y mediano plazo, las Bricos son una posibilidad construida desde abajo y desde la solidaridad para conocer un poco más, vivir en la piel, contribuir con un granito consciente de arena a la rebeldía y la resistencia, local y global. Representan una posibilidad de encontrar y conocer, desde abajo, a las comunidades indígenas, zapatistas y no zapatistas, que fortalecen su autonomía. Experimentar lo que es vivir con el otro, en un contexto diametralmente opuesto a nuestros contextos de origen, poniendo en práctica la solidaridad internacional en la defensa de los derechos humanos.

Con respecto a los retos y desafíos que existen en practicar la solidaridad activa en este momento en Chiapas, en colectivo hemos analizado que estamos en un contexto de reflujo de los
movimientos sociales en México y también en Europa, por lo cual muy poco las nuevas generaciones llegan a Chiapas en comparación a antes, por lo cual muchos espacios organizativos se han ido hacia adentro y hay menos espacios de articulación.

Sin duda, existe mayor dificultad en crear situaciones de intercambio debido al aumento del costo de la vida y al aumento de la violencia en muchos territorios de Chiapas.

El movimiento zapatista, principal referente para las luchas globales en Chiapas, ha estado desde hace años con una política de cierre de sus comunidades. Nosotros mismos hemos concluido nuestro proyecto de los hornos que era una manera para hacer circular la solidaridad. Así como nosotres, muches otres.

Estos cambios y nuevas condiciones han implicado tener que reinventar las formas y adaptarnos a un contexto diferente. Lo que hemos hecho aquí en Chiapas ha sido, por un lado, fortalecer
nuestro involucramiento en el territorio urbano y desde ahí seguir tejiendo redes de solidaridad. Por ejemplo con el GAP de Cuxtitali y promoviendo la hermandad con gimnasios populares en Italia,
generando una circulación de personas interesadas al deporte popular. También nos hemos concentrado en las redes de médicos solidario con el proyecto de la Casa de salud Comunitaria de
Cuxtitali.

Hemos activado y participado en comités de solidaridad con otras luchas y resistencias en otras partes del mundo (Kurdistán y Palestina).

Sobre todo, y es la razón principal por estar aquí el día de hoy, hemos seguido participando en la formación de los y las brigadistas del Frayba.

Porque las Bricos representan una posibilidad de ponerse en la alteridad desde la ternura de la complicidad global, desde la periferia de una capital del norte global hacia el mundo campesino de
Chiapas, ofreciendo la posibilidad de encontrarse y leerse en la misma lucha. Una fogata que une las barricadas de Roma y la resistencia pacífica de Las Abejas de Acteal. Una fogata que reúne
unos punkis de las periferias con el sonido de una marimba en resistencia. Una fogata que une las luchas, en sus diferencias de historia y geografía, pero desde el sabor del buen vivir,  reconociéndose en la misma resistencia a un sistema de opresión. Un aliento de esperanza.

Giornate di lotta globali per Samir Flores

 

Video della giornata di lotta tratto da La Jornada

Il 20 Febbraio decorrevano 6 anni dall’assassinio di Samir Flores Soberanes.
Compagno instancabile nelle lotte territoriali ed ambientali contro la devastazione ambientale del Proyecto Integral Morelos.
Per approfondire clicca qui

Il 20 siamo stati sotto l’ambasciata messicana a Roma con il busto di Samir, mentre altri busti bloccavano la strada per cholula, venivano esposti a Parigi, a San Francisco, mentre si svolgevano azioni di protesta in moltissime città messicane.
Migliaia di Zapatisti si mobilitavano nei Caracol per ricordare Samir e per rivendicare giustizia

   

Nei link i racconti delle giornate di lotta su Radio Onda d’Urto e su Radio Onda Rossa

L’omicidio ancora è impune, ma si alza in tutto il globo un grido.
JUSTICIA PARA SAMIR FLORES SOBERANES.

Riportiamo la traduzione del comunicato del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra y el Agua Morelos, Puebla, Tlaxcala e Congreso Nacional Indígena.

Comunicato a 6 anni dall’assassinio di Samir Flores Soberanes, impunità e imposizioni regnano nel narcostato messicano. 

Questo 20 febbraio ricorrono 6 anni dall’assassinio del nostro fratello Samir Flores Soberanes, 6 anni dall’esplosione di un ennesimo proiettile contro la forza della ribellione e dell’autonomia. Non sono poche le pallottole vigliacche esplose e dirette contro la lotta per la vita che si solleva con dignità in migliaia di luoghi del pianeta terra, e quando una pallottola tocca un compagno come Samir, la morte diventa un seme, un esempio, memoria degna, ed è da lì che inizia a fiorire la giustizia dal basso, per il nostro compagno.

Perché di fronte alla tormenta, l’organizzazione, il fiore, il canto e la memoria saranno la nostra nave guida per ottenere giustizia collettiva per il nostro fratello Samir Flores Soberanes e la lotta per la vita. 

Quest’anno segna 13 anni di imposizioni per mettere in funzione il Progetto Integrale Morelos (PIM), 6 anni dal sanguinoso tradimento di López Obrador e della 4T nei confronti dei popoli originari del Messico e del vulcano Popocatépetl, 6 anni da quel 10 febbraio in cui Samir, insieme ai rappresentanti di decine di popoli colpiti dal PIM, hanno assistito al cambio di idea del Presidente che in campagna elettorale si era pronunciato contro il PIM e da quando è arrivato al potere lo ha sostenuto. Samir e il popolo hanno gridato a Obrador: “Acqua sì, termoelettrica no! Vita sì, gasdotto no! Esigiamo che tu mantenga la parola data e l’annullamento del PIM!”

López Obrador li ha additati in maniera furiosa: “che gridino pure, che gridino pure e che sventolino cappelli”, “radicali di sinistra, per me non sono altro che conservatori”, “ sono quelli che non votano e se lo sono già dimenticato, che invitano alla radicalità, e che non votando si comportano da conservatori”. Non sapevamo che quel giorno avrebbero lanciato il grido di battaglia, la condanna a morte del nostro compagno Samir, assassinato 10 giorni dopo. 

Il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra y el Agua ha denunciato la rete di potere e le relazioni che esistono tra gli autori intellettuali e materiali dell’omicidio di Samir, dove Obrador ha lanciato dall’alto i suo grido di battaglia, affinchè il superdelegato federale Hugo Erik Flores (avvocato degli assassini di Acteal e leader del PES) lo mettesse in atto, insieme agli impegni presi dall’ex governatore di Morelos Cuauhtémoc Blanco con il Cartel Jalisco Nuova Generacion “in cambio della pacificazione”, ordinando al gruppo criminale “Los Aparicio” di giustiziare Samir. 

Hugo Erik Flores è stato l’inviato di Obrador per gestire la consultazione sul PIM a Morelos e Samir lo ha fronteggiato, smascherando le sue menzogne davanti a centinaia di persone che hanno partecipato al forum del governo federale a Jonacatepec il 19 febbraio 2019, strappando applausi al pubblico. 

Da Radio Amiltzinko, Samir informava la zona orientale di Morelos e parte di Puebla sulle conseguenze del PIM e del tradimento di Obrador, che nel 2014 aveva detto: “Non vogliamo un gasdotto a Morelos, installare una centrale termoelettrica nella terra di Zapata è come installare una discarica a Gerusalemme, cosa succede a questi, sono dei pazzi”, parole più, parole meno. La sua voce amplificata contro il PIM e la sua coerenza sono costate la vita a Samir.  

Perché Samir? Perché ha commesso il peccato più grande che il potere non può tollerare: continuare a lottare quando le condizioni sembrano perse e risalire… costruire autonomia, continuare a lottare… La costruzione del gasdotto è stata imposta ad Amilcingo nel 2014 con la forza pubblica e gli spari sulla popolazione, 5 sono stati i feriti della comunità a causa dei proiettili e decine di poliziotti sono stati feriti dalle ondate di pietre lanciate dalla comunità. La popolazione si è difesa con ogni mezzo, ma il potere del governo-capitale era troppo grande di fronte a una sola comunità e sono riusciti ad interrare il gasdotto. Ma il popolo non è rimasto fermo, né sconfitto, anzi, si è svegliato di più, ha continuato a lottare, a festeggiare e a ribellarsi, a costruire altre radio, salute comunitaria, solidarietà, il governo basato si usos y costumbres, la difesa dei propri spazi educativi e la promozione di nuovi spazi educativi, come l’ultima richiesta che Samir ha lasciato in sospeso ad Amilcingo, (oltre alla cancellazione del PIM), una scuola preparatoria per la comunità. 

La violenza, l’illegalità, il razzismo e l’arbitrarietà con cui è stato imposto il Progetto Integrale Morelos hanno raggiunto la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), per cui nei prossimi mesi i popoli del vulcano e lo Stato messicano consegneranno alla CIDH le prove e le argomentazioni sulla problematica installazione del PIM in una zona a rischio eruttivo e senza il consenso dei popoli. Chiediamo giustizia per Samir e per i popoli del vulcano Popocatépetl!

In Messico viviamo praticamente in una situazione di guerra, centinaia di comunità e città sono sottomesse a un narco-stato che sta sfollando i nostri popoli, instillando terrore e disorganizzazione. Si uccidono e si fanno scomparire i giornalisti e le persone che difendono la madre terra e i diritti umani, oltre a migliaia di sorelle e fratelli del paese vittime del crimine organizzato e dal malgoverno. Si, c’è un narco-stato, Samir ne è la prova, l’omicidio di un difensore della terra da parte del narco-stato è un favore al capitalismo gringo, europeo e transnazionale a cui il PIM porta benefici.

Claudia Sheinbaum dice che non esiste un narcogoverno in Messico, ma la rete criminale dietro l’omicidio di Samir afferma il contrario, vediamo che al comando dei munici di questo narcogoverno ci sono gruppi criminali, che i comandi intermedi (governi statali) sono plurisegnalati nelle narcomantas e sono traditi dale loro foto con i leader dei cartelli della droga, Cuauhtémoc Blanco, ex governatore di Morelos e Hugo Erik Flores, ex superdelegato federale a Morelos inviato da López Obrador, ne sono un esempio così come centinaia di politici nel Paese, deputati, deputate, senatori, a tutti i livelli di governo, nei 3 poteri del Paese, c’è il narco-stato. Sorelle e fratelli ci chiediamo: che cosa faremo? Non ci resta che rispondere organizzandoci, immaginando, creando legami, senza lasciarci.  

Esigiamo progressi nelle indagini, nel processo, nella cattura e nella punizione degli assassini materiali e intellettuali di Samir e, soprattutto, CHIEDIAMO: 

  1. Lo smantellamento e la cattura del gruppo criminale “Los Aparicio” e punizioni per la loro partecipazione all’omicidio di Samir;
  2. Indagini, azioni penali e punizioni per gli autori intellettuali dell’omicidio di Samir, come Hugo Erik Flores, Cuauhtémoc Blanco e Andrés Manuel López Obrador; 
  3. La cancellazione del Progetto Integrale Morelos. 

Noi siamo la dignità ribelle, il cuore dimenticato della terra.

Samir vive, la lotta continua! Acqua sì, termoelettrica no! Stop alla guerra alle comunità zapatiste! Stop al genocidio e allo sfollamento della Palestina! Morte al narco-stato e al malgoverno! Morte al capitalismo, viva la vita! Viva i popoli del Messico e del mondo! 

Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra y el Agua Morelos, Puebla, Tlaxcala – Congreso Nacional Indígena

 

Fai click qui per  i video della mobilitazione delle basi d’appoggio zapatiste in memoria di Samir Flores Soberanes

Di seguito alcune delle immagini delle differenti azioni svolte nel mondo a 6 anni dall’assassinio di Samir

       

Samir ucciso dall’estrattivismo – Gli interessi italiani nel Proyecto Integral Morelos e l’uccisione di Samir Flores

[Ringraziamo Recommon per la foto di copertina]

Il 20 febbraio è una data fondamentale nelle agende dei movimenti messicani che lottano per la vita, in questo giorno di 6 anni fa, Samir Flores Soberanes venne brutalmente assassinato sulla porta di casa sua. Samir era un contadino, un fabbro, un insegnante, uno zapatista e una voce della radio comunitaria di Amilcingo.

La sua voce ha animato la lotta contro il Proyecto Integral Morelos (PIM). Un megaprogetto molto esteso, che sta portando alti consumi energetici, in inquinamento e consumo di acqua senza precedenti. L’opera è composta da un gasdotto, una centrale a gas e una serie di parchi industriali che stravolgeranno le radici contadine dell’area, nello stato del Morelos. Il progetto al momento non ha dato molti risultati in termini di occupazione, come promesso, in compenso, con l’estrattivismo ha portato morte e disgregazione sociale. Continua la lettura di Samir ucciso dall’estrattivismo – Gli interessi italiani nel Proyecto Integral Morelos e l’uccisione di Samir Flores

GIUSTIZIA PER SAMIR FLORES SOBERANES! 6 ANNI DI IMPUNITÀ

Questo 20 febbraio si compiono 6 anni dal vile assassinio del nostro compagno Samir Flores Soberanes. Sei anni nella totale impunità di un governo che funge da mano armata per il grande capitale. Samir è stato ucciso da 4 colpi di pistola davanti a casa sua ad Amilcingo, nello stato messicano del Morelos, perché difendeva la terra dalla devastazione dei grandi progetti. I nomi di coloro che lo hanno assassinato non li conosciamo ancora, ma sappiamo bene a che interessi rispondevano.

Vi invitiamo questo 20 febbraio alle 12.00 di fronte all’ambasciata messicana a Roma (Via Lazzaro Spallanzani 16) per esigere, dopo sei anni, con la stessa forza, giustizia per Samir! Giustizia per chi difende la terra! Continua la lettura di GIUSTIZIA PER SAMIR FLORES SOBERANES! 6 ANNI DI IMPUNITÀ

La violenza in Messico, a Guerrero, e l’invenzione della realtà ai tempi della 4T

Pubblichiamo la traduzione del comunicato del 19.11.2024 del CIPOG-EZ come contributo ai racconti del contesto di profonda violenza in cui versa il Messico intero e soprattutto la forma parossistica che assume nei territori più remoti del paese, come lo stato di Guerrero. 
Il contesto che ci viene raccontato è quello di una guerra civile promossa dall’alto, che chiamiamo guerra di frammentazione territoriale, una disputa intrapresa dal grande capitale transnazionale che si dispiega con tutta la sua violenza alla conclusione dell’ultimo ciclo presidenziale di MORENA sotto la direzione di Andres Manuel Lopez Obrador. All’inizio del nuovo mandato di Claudia Scheinbaum il paese versa in uno stato di violenza diffusa e ci restituisce le conseguenze di questa aggressione ai territori, alle comunità e alle organizzazioni autonome che si rifiutano di svendere i territori ancestrali che custodiscono. Una lotta per l’accaparramento di risorse che si fa sempre più pressante e che usa il crimine organizzato come braccio armato del gran Capitale,  che in Messico si materializza in megaprogetti come il Corridoio Interoceanico dell’Istmo, il Malchiamato Tren Maya, il Proyecto Integral Morelos.

Attraverso questdettagliata denuncia della situazione di violenza diffusa nello stato di Guerrero scorgiamo lo stesso schema che si riproduce in tutto il paese, principalmente in Chiapas e Oaxaca, dove osserviamo una fluida continuità tra differenti istituzioni di governo, forze di poliziamilitari e organizzazioni criminali. Un un processo frammentato ma a sua volta unitario, orientato a distruggere per ricorstruire,  a spopolare per ripopolare nel tentativo di accaparrarsi la fetta più grande di una torta sempre più piccola.

È in questo scenario e nel moltiplicarsi di attori armati che emerge chiaramente il ruolo delle organizzazione narco-paramilitari nella creazione di un clima di instabilità e violenza sistemica che permette – attraverso il terrore – una nuova accumulazione originaria, scagliata contro i popoli indigeni, ultimo antidoto all’aggressione estrattivista e baluardo nella lotta per la difesa del territorio e della vita; granelli di sabbia negli ingranaggi di una guerra che dal 2006 ad oggi ha mietuto oltre 480.000 vittime e 115.000 desaparecidos.

È di questa stessa guerra che è caduto vittima padre Marcelo Perez a San Cristobal in Chiapas,nel mese scorso, così come lo sono i 43 normalisti di Ayotzinapa, inghiottiti nel nulla da ormai 10 anni; è all’interno di questo stesso macabro quadro che si inserisce la guerra, sempre meno a bassa intensità, contro le comunità dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, colpevoli di ostinarsi a creare un mondo migliore, senza Stato e senza padroni, nel bel mezzo di un Paese (e un mondo) al bordo del collasso.

#NarcoEsDespojo 
#NarcoEsCapitalismo

 

19 novembre 2024

All’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
Al Congresso Nazionale Indigeno
Al Consiglio Indigeno di Governo
Alla Sesta Internazionale
A chi ha sottoscritto “Una dichiarazione per la vita”
Alle Reti di Resistenza e Ribellione
Alle Organizzazioni per i diritti umani
Ai Popoli del Messico
Al Movimento sociale di Guerrero
Ai Mezzi di comunicazione liberi e autonomi

 

Fratelli e sorelle del Messico e del mondo, vogliamo condividere con voi le nostre parole sulla situazione che stiamo vedendo e vivendo nello stato di Guerrero e in Messico:

Con tutto l’apparato dello Stato, con 4 canali televisivi pubblici dove quotidianamente vengono trasmesse le conferenze stampa mattutine, giornali, notiziari radio e TV, su internet e  a stampa, l’attuale governo della Quarta Trasformazione guidato da Claudia Sheinbaum, con Omar García Harfuch come Segretario di Sicurezza e Protezione Civile del Messico, ripete fino allo sfinimento discorsi su ciò che il suo governo fa – o dice di fare – per ristabilire la pace nel paese. Attraverso questi discorsi, costruisce una realtà inesistente e cerca di ingannare la popolazione, facendo credere che il male sia esterno all’apparato statale e che provenga solo da alcuni individui che creano l’intera violenza nel paese. Con una narrativa da telenovela, parlano durante le conferenze stampa mattutine di coordinamento tra stati, di spionaggio, di sicurezza e di arresti di persone importanti all’interno delle diverse strutture criminali.

Ma ciò che vediamo e viviamo quotidianamente nello stato di Guerrero è completamente l’opposto di tutto questo:

Sparatorie e omicidi di innocenti, decapitazioni di sindaci, sequestri di gruppo che coinvolgono donne, bambini e bambine, incenerimento di corpi, che secondo il capo della Segreteria della Difesa Nazionale, Ricardo Trevilla Trejo, sono dovuti a “scontri tra gruppi locali”; partendo da questa affermazione, ci chiediamo: a quale gruppo criminale locale apparteneva il sindaco di Chilpancingo, Alejandro Arcos Catalán, per meritarsi di essere decapitato? E a quale gruppo appartenevano le donne e i bambini sequestrati a Mochitlán?

Vediamo e viviamo sfollamenti forzati, estorsioni, il controllo delle risorse economiche dei comuni da parte di gruppi criminali, le telecamere di videosorveglianza nel comune di Chilapa sotto il controllo degli Ardillos, il traffico di stupefacenti su tutte le strade dello stato con la compiacenza della Polizie Municipale, Statale e delle autorità dello Stato; molestie, intimidazioni e furti nei confronti di appartenenti al mondo del giornalismo di Guerrero; pranzi e conversazioni cordiali tra sindaci, sindache e produttori di violenza – così come vengono chiamati oggi nelle conferenze stampa mattutine -, come il pranzo di Norma Otilia Montaño (ex-sindaca di Chilpancingo) con Celso Ortega, leader degli Ardillos; osserviamo anche incarcerazioni di capri espiatori e indagini pilotate per evitare l’arresto dei capi dei gruppi criminali, i mandanti intellettuali; in questi casi, è evidente la complicità e la partecipazione diretta di autorità municipali, statali e federali, insieme alle corporazioni di “sicurezza”, compresa la Guardia Nazionale, la SEDENA e la Marina, il cui numero di effettivi raggiungono già i 12.675 tra Tecpan, Quechultenango, Acapulco e altri comuni dello stato, secondo Ricardo Trevilla Trejo, lo stesso capo della SEDENA la cui analisi della realtà indica che il problema di Guerrero sono gli “scontri tra gruppi locali”.

Il semplicismo delle loro affermazioni dovrebbe essere una prova sufficiente per capire che: 1. Le capacità cognitive di coloro che dirigono le corporazioni di sicurezza dello Stato sono inesistenti. 2. La criminalità organizzata ha il suo volto più visibile in chi spara, uccide, rapisce, traffica, ecc., ma il volto occulto della criminalità veste in giacca e cravatta e si trova in ogni istituzione dello Stato e in ogni corporazione di “sicurezza”. Per noi, popoli indigeni che abbiamo vissuto da vicino la violenza dei gruppi criminali e il silenzio dello Stato, è chiaro che la criminalità sono tutti e tutte loro.

Dal nostro punto di vista, il governo ha tollerato l’esistenza di gruppi paramilitari, narco-paramilitari e cartelli che arrivano a controllare interi territori in tutto il paese, spesso per appropriarsi delle risorse naturali custodite dai popoli e dalle comunità indigene, per poi consegnarle al capitale transnazionale; i partiti politici sono collusi con la mafia, con cartelli locali e non, per controllare il territorio e cooptare le popolazioni del paese affinché gli fossero affidate cariche pubbliche (sindaci, governatori, presidenti), con la conseguenza evidente di dover restituire il favore a chi li ha messi al potere.

Lo stesso governo federale ha tollerato l’esistenza dei cartelli per controllare il movimento sociale-popolare di Guerrero e del paese, i sistemi comunitari e di giustizia sorti da assemblee popolari e dalle comunità; le corporazioni di sicurezza percepiscono un secondo stipendio, più redditizio rispetto a quello che ricevono per il loro lavoro legale, dal servizio che offrono alla criminalità; il denaro che circola nelle sfere del potere, da qualsiasi fonte provenga, legale o illegale, è più importante della vita del popolo, sia esso di Guerrero, Chiapas, Sinaloa, Guanajuato, Oaxaca, Michoacán o di qualsiasi stato del paese. Per questo affermiamo con chiarezza che la criminalità è lo Stato.

È per questo che non accettiamo la narrazione dei buoni contro i cattivi, ciò che vediamo è l’intervento assoluto, non di sola complicità, ma di coinvolgimento dello Stato nei crimini contro la popolazione messicana. In Guerrero, il Consiglio Indigeno e Popolare di Guerrero Emiliano Zapata (CIPOG-EZ), durante l’intero mandato di Andrés Manuel, ha denunciato il gruppo narco-paramilitare Los Ardillos, che ha rapito, torturato, fatto a pezzi e ucciso 63 abitanti delle comunità della Montagna Bassa di Guerrero, oltre alla desaparicion forzata di altri 22 fratelli e sorelle, allo sfollamento e all’assedio di queste comunità.

Lo abbiamo detto in faccia allo stesso Andrés Manuel quando è stato intercettato dal CIPOG-EZ nell’ottobre 2022, sulla strada che va da Chilapa a Tlapa: “CI STANNO UCCIDENDO! Evelyn Salgado (governatrice dello stato di Guerrero) sa chi sono e dove si trovano Los Ardillos, i presidenti municipali lavorano con Los Ardillos, pubblici ministeri e giudici dello stato lavorano con loro, le polizie municipali e statali sono Ardillos, Bernardo Ortega Jiménez, attuale deputato del PRD, è il capo degli Ardillos insieme ai suoi fratelli. Chilapa, Quechultenango, Tixtla, Colotlipa, Acatepec, ecc., sono municipi sotto il controllo degli Ardillos”.

Nonostante quanto già detto, lo scorso 13 novembre, Harfuch ha annunciato trionfalmente l’arresto di Vicente Gerardo, detto “El Garza”, a Querétaro (sono andati fin là a cacciare Ardillos, pur sapendo dove operano), capo zona degli Ardillos. Come se avessero sradicato il male dallo stato di Guerrero, hanno annunciato il suo arresto collegandolo alla decapitazione del sindaco di Chilpancingo, alla sparizione e all’omicidio della famiglia di Mochitlán, al controllo di ampie regioni di Guerrero come Tecoanapa, Ayutla de los Libres e San Marcos, ecc., come se fosse lui il capo degli Ardillos; ma noi sappiamo e abbiamo già denunciato dove si trovano i veri capi di questo gruppo criminale.

È sufficiente chiedersi perché non arrestano Bernardo Ortega Jiménez, deputato del PRD di Guerrero e capo degli Ardillos, o Jesús Parra García, ex sindaco del PRI di Chilapa, oggi deputato locale al congresso di Guerrero, che sa come e dove operano gli Ardillos e come si finanziano le campagne elettorali affinché persone come lui diventino deputati o accedano a incarichi pubblici.

Quindi è sufficiente chiedersi per quale motivo arrestino piccoli delinquenti e non coloro che dirigono le organizzazioni criminali per comprendere che la violenza a Guerrero non avrà fine poiché è provocata dallo stesso Stato, in tutte le sue strutture, e lo Stato non può attaccare se stesso. Per questo, la cosa più comoda è simulare operazioni, reinventare la realtà e mantenere intatta la struttura criminale. Pace a parole, violenza nei fatti.

Di quanto detto finora riteniamo direttamente responsabili Claudia Sheinbaum, Evelyn Salgado, Harfuch, i presidenti municipali e le corporazioni di sicurezza; per la violenza che si vive nel paese e per la morte delle persone che ogni giorno sono vittime della violenza causata dal disprezzo dei gruppi al governo. Li riteniamo responsabili della sicurezza del nostro fratello Jesús Plácido Galindo, promotore del CIPOG-EZ, come di altre autorità comunitarie, minacciate di morte dagli Ardillos, e per le quali non sono è stata messa in atto alcun tipo di misura di sicurezza; sappiamo perché.

Facciamo un appello alla società affinché metta in dubbio e  e si interroghi sul discorso portato avanti dai mezzi di comunicazione e attraverso cui pretendono convincerci che il governo di Morena stia disarticolando la criminalità e lavorando per la sicurezza del popolo, mentre in realtà sta solo assicurando la consegna delle risorse naturali del paese al capitale e la sua permanenza al potere per molti mandati.

Facciamo appello ai maestri, agli intellettuali, a rendere visibile attraverso il pensiero critico la realtà del paese e la costruzione di discorsi provenienti dal potere. Rivolgiamo inoltre un appello ai contadini, alle organizzazioni sociali, agli studenti e al movimento popolare di Guerrero affinché si organizzino per la difesa della vita delle loro comunità e per la difesa del territorio, poiché la giustizia non arriverà mai dall’alto.

Ai popoli e alle comunità del Messico, chiediamo di rimanere in allerta, poiché lo scenario che descriviamo non si verifica solo a Guerrero, ma in tutto il paese. Gli omicidi e gli arresti continueranno, perché prolungare la permanenza di Morena al potere e posizionare politicamente Harfuch, personaggio dal passato tetro (con un nonno militare assassino di studenti nel 1968, un padre torturatore membro della Direzione Federale di Sicurezza durante la Guerra Sucia, e lui stesso artefice, insieme ad altri, della cosiddetta “verità storica” nel caso della sparizione dei normalisti di Ayotzinapa), come figura centrale del prossimo mandato, implica spianare la strada e riordinare il territorio, le forze economiche, politiche e sociali in Messico, uccidendo persone innocenti e chi lotta per difendere la vita e il territorio, distruggendo storie per imporre la propria, quella del vincitore, cosa che ci rende fortemente vulnerabili.

Alle organizzazioni per i diritti umani solidali, alla Sesta Nazionale e all’Altra Europa, quella che non si arrende, chiediamo di continuare a vegliare su di noi, come hanno sempre fatto fino ad oggi.

A 114 anni dall’inizio della Rivoluzione Messicana, rivendichiamo la lotta di Emiliano Zapata, di Francisco Villa, di Magón e di tutte quelle persone che hanno lottato per la vita e per la costruzione di una realtà senza tiranni e sfruttatori, con libertà, giustizia e democrazia.

Abbracciamo i nostri fratelli e sorelle dell’EZLN per i loro 41 anni di lunga ribellione e resistenza. Come CIPOG-EZ, continuiamo a resistere, senza arrenderci, senza venderci e senza claudicare.

FERMIAMO LA GUERRA CONTRO I POPOLI DEL MESSICO E DEL MONDO!

Con rispetto:

Consiglio Indigeno e Popolare di Guerrero Emiliano Zapata.

Link originale: https://www.congresonacionalindigena.org/2024/11/19/la-violencia-en-mexico-en-guerrero-y-la-creacion-de-realidades-en-tiempos-de-la-4t/

Per saperne di più: https://radiozapote.org/denuncia-urgente-hostigamiento-y-amenazas-a-companers-de-la-mision-civil-de-observacion-sexta/

Una sala operatoria nella Selva Lacandona

È iniziata domenica 17 novembre la campagna europea “Un Quirófano en La Selva Lacandona (Una Sala Operatoria nella Selva Lacandona”).

Di che cosa si tratta è presto detto: una campagna di solidarietà e appoggio al Sistema di Salute Autonomo zapatista, nata in seguito ad un post scriptum del Capitán Marcos contenuto nel comunicato “Una idea genial” del passato agosto https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2024/08/21/una-idea-genial/

nel quale ironicamente segnalava: “Abbiamo bisogno di attrezzare diverse sale operatorie. Ci sono i “macellai” (N.d.T.: chirurghi) fraterni, ci sono i candidati per l’intervento chirurgico, ci sono i luoghi per costruirle, ci sono i giovani e le giovani disposte a imparare. Manca solo l’attrezzatura. E la formazione per il suo uso e manutenzione, naturalmente.”

La campagna è stata lanciata dalla rete europea EuropaZapatista, di cui facciamo parte anche noi del Nodo Solidale. Le date scelte non sono casuali: quella di lancio, il 17 novembre, è quella in cui nel lontano 1983 nacque l’EZLN, mentre quella di chiusura, il 10 aprile, è quella in cui morì Emiliano Zapata, in un ideale abbraccio e continuità tra zapatismo chiapaneco e quello storico.

Durante i 40 anni di esistenza dell’EZLN, e i 30 dal primo gennaio del 1994 quando migliaia di indigeni maya dello stato del Chiapas, nel sud est messicano, si sollevarono in armi al grido di “Ya basta!” nei confronti dello Stato, l’esercito zapatista e la capacità organizzativa delle sue basi di appoggio hanno sempre puntato al benessere delle proprie comunità. Come scrivevamo nell’introduzione al testo “Autodifesa Medica – Pantere Nere e EZLN” Ed. Kairos:

“…Ad oggi gli zapatisti e le zapatiste hanno costruito un sistema autonomo di cura che si avvale di sale operatorie, ambulanze per le emergenze, case di salute sparse nelle comunità, campagne di prevenzione e vaccinazione, laboratori di analisi. Inoltre con un sistema di formazione, approfondendo temi come la salute pubblica, primo soccorso, fitoterapia e medicina ancestrale educano promotori e promotrici di salute che si prendono cura della comunità…”

In piena tormenta del narco-stato e della repressione dei narco-paramilitari, gli e le zapatiste hanno deciso di fare un passo avanti nella costruzione e nella pratica dell’autonomia nella salute. Questo è quello che vogliamo appoggiare con questa campagna.

“Perché se la lotta è per la vita, non può che essere una lotta per la salute”

 

Una sala operatoria nella Selva Lacandona – Campagna di solidarietà con la salute autonoma zapatista
17 Novembre 2024– 10 Aprile 2025

“Non puoi pensare alla salute senza pensare al fiume”
“Non puoi pensare alla salute senza pensare alla Madre Terra. Se lei non è sana, non c’è salute. Dunque, abbiamo iniziato da qui, dalla cura della Madre Terra, togliendole il dolore, le ferite, la stanchezza e la malattia che le hanno imposto alcuni nel suo corpo con la chimica, con i fertilizzanti, violentandola per avere più profitti. Bene… questo la chiamiamo “prevenzione”. E questa è la salute, e non solo la cura con le pasticche e le medicine…”
(dal dialogo con un compagno promotore di salute nel 2008 nel Caracol di Oventik)

 

Cos’è la Campagna “Una sala operatoria nella Selva Lacandona”?
La Rete EuropaZapatista, composta da organizzazioni, collettivi e gruppi di vari territori europei, che appoggiano e solidarizzano con le comunità autonome e in ribellione zapatiste del Chiapas nel sud-est del territorio chiamato Messico, ha lanciato questa campagna con tre obiettivi:
–  Ottenere l’attrezzatura necessaria per le sale operatorie nelle cliniche e negli ospedali zapatisti.
– Diffondere la lotta zapatista per una salute integrale per i popoli indigeni del Chiapas.
– Far conoscere nelle nostre comunità le realtà, le difficoltà e i successi dei popoli zapatisti nella costruzione di un sistema sanitario autonomo, indipendente dai governi, dai loro fondi e dalle loro politiche.

Perché in Chiapas?
Il 1º gennaio 1994, i popoli indigeni del sud-est messicano si sollevarono contro secoli di repressione, razzismo e violenza esercitati su di essi dai vari governi del Paese. Da allora, i diversi governi che si sono succeduti ogni sei anni hanno condotto nella regione una guerra implacabile di logoramento, detta impropriamente “a bassa intensità”, tentando di far arrendere i ribelli. Contro di loro non vi sono stati solo i vari livelli di governo (federale, statale e municipale), ma anche l’esercito federale, le numerose bande paramilitari e di narcotrafficanti, i grandi proprietari terrieri e le multinazionali che cercano di appropriarsi delle ricchezze naturali del Chiapas, uno degli stati più ricchi del Messico.

Questa situazione non appartiene al passato. Ancora oggi la guerra non è cessata. I megaprogetti imposti nelle terre indigene dal precedente presidente López Obrador, che trovano continuità nell’attuale governo di Claudia Sheinbaum, e soprattutto il megaprogetto “Sembrando Vida”, hanno portato il Chiapas sull’orlo di una guerra civile. Organizzazioni vicine al governo da un lato, e gruppi legati al narcotraffico dall’altro, cercano di sottrarre e di appropriarsi delle terre recuperate dai ribelli nel 1994, terre oggi coltivate collettivamente. Ciò ha provocato conflitti molto gravi, come ad esempio le costanti intimidazioni e attacchi alle comunità di Moisés Gandhi e di Seis de Octubre.

Di fronte a tutto questo le comunità zapatiste in ribellione lottano da oltre 30 anni per costruire la loro vita quotidiana secondo i loro principi e valori, rispettando la natura, la Madre Terra, la vita e l’essere umano. Contro la guerra stanno costruendo una cultura di resistenza alla barbarie capitalista. Contro la guerra costruiscono quotidianamente il loro sistema di produzione, di coltivazione e distribuzione dei prodotti, di istruzione e di salute.

Perché nella Selva Lacandona e non altrove?
La Rete EuropaZapatista non è un’associazione umanitaria. Non aiuta i poveri – indigeni o non indigeni – con gli avanzi dei ricchi in cambio di una sorta di espiazione delle proprie colpe. Non è un gruppo culturale che cerca di preservare le tradizioni indigene mentre questi ultimi cercano solo di sopravvivere.
La Rete EuropaZapatista si solidarizza e sostiene i popoli ribelli zapatisti del Chiapas perché questi si sono alzati in lotta.
Perché hanno gridato “¡Ya basta!” alla miseria, all’umiliazione e alla repressione.

Perché cercano di realizzare la loro visione collettiva “qui e ora”.
Perché hanno il coraggio di avere speranza e sanno ascoltare il silenzio mentre resistono e costruiscono.
Perché hanno la forza di aspettare senza cedere, di imparare dai loro errori, di mettere in discussione anche le loro tradizioni pur desiderando di conservare la loro memoria collettiva.
Di più. Perché i popoli originari in ribellione delle montagne del sud-est messicano ci hanno insegnato cosa significa dignità: lottare per la vita. Ci hanno ispirato e continuano a ispirarci a costruire, anche qui nelle nostre terre, un “noi”.
Chiamiamo questa forma di azione, questo sostegno reciproco: politica della solidarietà praticata.

Questa è la nostra risposta, come Rete EuropaZapatista, alla domanda: “Perché nella Selva Lacandona?”

La Salute Autonoma Zapatista
All’epoca dell’insurrezione armata zapatista del 1994, la morte e la povertà colpivano duramente l’infanzia nelle comunità indigene del Chiapas. Le cosiddette “malattie della povertà” come infezioni intestinali, respiratorie ed epidemiche, malnutrizione infantile, febbre e diarrea, abbondavano tra i bambini e le bambine. Sebbene si trattasse di malattie perfettamente curabili, un alto numero di morti avvenivano per mancanza di cure mediche e farmaci, rendendo l’aspettativa di vita alla nascita tra le più basse del Paese. All’epoca non si aveva una chiara idea del numero delle nascite e dei decessi dei bambini e delle bambine poiché le istituzioni governative basavano le statistiche sui certificati di nascita e di morte, documenti ufficiali inesistenti per la popolazione indigena della maggior parte dei municipi, considerati ad alta e altissima marginalità.

Il caso di Paticha, una bambina indigena di meno di 5 anni, è emblematico. Raccontava il Sup Marcos:

“..Quella notte, il compagno Samuel venne a cercarmi, sua figlia stava molto male. Andammo a casa loro e lei aveva la febbre. Non avevamo nemmeno un termometro per capire quanto fosse alta, né sapevamo cosa avesse. L’unica cosa che potemmo fare fu immergerla nel fiume, così com’era con tutti i vestiti, per abbassarle la temperatura. E quando tornammo dal fiume, i vestiti si erano già asciugati per quanto la febbre era alta. Morì poche ore dopo… tra le mie braccia, per dirlo in modo crudo, no? Come Paticha c’era tutta una generazione di bambini e bambine sotto i cinque anni che venivano persi lungo il cammino. E per malattie assurde, curabili con poco.”
Nella Granja, Colonia G. Tepeyac, Puebla. 15 de febrero de 2006

Ed è per questo che decisero di sollevarsi in armi, per costruire una vita per i loro bambini e bambine, per i loro anziani e anziane, per le loro donne e i loro uomini basi di appoggio zapatista, e per costruire una salute, un’educazione e una vita dignitosa per tutti e per tutte.
In questi trent’anni sono riusciti a creare un sistema di salute autonomo gestito dai promotori e dalle promotrici della salute che, ponendo particolare attenzione alla prevenzione, ha costruito farmacie, dispensari e cliniche nelle comunità, anche nelle più remote, e cliniche più grandi che permettono anche il ricovero a livello regionale. Esempi di queste cliniche sono “La Guadalupana” a Oventik e la “Clínica de la Mujer, Comandanta Ramona” a La Garrucha, dove è possibile effettuare analisi e studi clinici e offrire servizi di oftalmologia e odontoiatria. In queste cliniche, i pazienti, siano essi
zapatisti o no, vengono trattati senza differenza, con una sapiente combinazione di conoscenze tradizionali e medicina moderna allopatica. Oggi, la mortalità infantile e quella materna al momento del parto appartengono al passato.

 

Un passo avanti
Ora, i compas e le compas hanno deciso di fare un passo avanti nella pratica dell’autonomia nella salute:

“Abbiamo bisogno di attrezzare diverse sale operatorie. Ci sono i “macellai” (N.d.T.: chirurghi) fraterni, ci sono i candidati per l’intervento chirurgico, ci sono i luoghi per costruirle, ci sono i giovani e le giovani disposte a imparare. Manca solo l’attrezzatura. E la formazione per il suo uso e manutenzione, naturalmente.”
Postdata del comunicado “Una Idea Genial”. Agosto del 2024
https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2024/08/21/una-idea-genial/

E questo è quello che vogliamo appoggiare.

Come partecipare alla Campagna “Una sala operatoria nella Selva Lacandona”

– Organizzando eventi e presentazioni pubbliche sulla Campagna

– Informando di questo progetto persone e collettivi che potrebbero essere interessati a partecipare

– Diffondendo gli eventi e le attività della Rete EuropaZapatista

– Contattando direttamente la Rete EuropaZapatista all’indirizzo email: eurozapweb@riseup.net

Potete anche scriverci per qualsiasi domanda, proposta o idea.

Sulla violenza in Chiapas

Insieme a Radio OndaRossa 87.9, come Nodo Solidale abbiamo parlato della situazione di crescente violenza in Messico, in corrispondenza del cambio di presidenza che ha visto l”installarsi di Claudia Sheinbaum. Questo è il contesto all’interno di cui si inseriscono le pressioni da parte  di gruppi paramilitari nei confronti della comunità zapatista 6 de octubre, nel caracol Nuevo Jerusalem, e l’omicidio di Padre Marcelo Perez nella città di San Cristobal de las Casas:

https://www.ondarossa.info/redazionali/2024/11/nodo-solidale-messico-e-chiapas

 

Video realizzato dalla Sexta di San Cristóbal de las Casas: immagini della mobilitazione del passato 24 ottobre, a San Cristóbal, testo: “Alto a la guerra contra a los pueblos zapatistas”:
https://www.congresonacionalindigena.org/2024/10/21/pronunciamiento-alto-a-la-guerra-contra-los-pueblos-zapatistas/

Traduzione in italiano:

A coloro che non vedono la guerra con indifferenza

“Chiapas al bordo della Guerra Civile” era il titolo di un comunicato dell’EZLN del 19 settembre 2021; oggi il Chiapas è un campo di Guerra Civile. Secondo quanto denunciato dallo stesso EZLN il 16 ottobre scorso, da settimane i residenti della comunità chiamata Palestina in Chiapas hanno minacciato gli abitanti del villaggio zapatista “6 ottobre” con armi ad alto calibro, hanno violentato donne, incendiato case e commesso furti delle loro proprietà, raccolti e animali, per sfrattarli dalle terre che occupano e lavorano pacificamente da oltre 30 anni.
I residenti di questa comunità chiamata Palestina hanno segnalato pressioni da parte della criminalità organizzata affinché i compagni zapatisti vengano sfrattati, e che esiste un accordo della criminalità organizzata con i diversi livelli di governo per dare un carattere “legale” a questo esproprio.

Dal 2021, l’EZLN aveva già avvertito dei legami tra il governo del Chiapas e i cartelli della droga e denunciava da allora la crescita del narcoparamilitarismo che ha portato adesso il Chiapas nella più sanguinosa violenza. In Chiapas, il narcoparamilitarismo sta espropriando il territorio e, come affermano le compagne zapatiste, opera insieme ai vari livelli di governo per legalizzare questi espropri. Le stesse terre che l’EZLN liberò dalle mani dei latifondisti nel 1994 sono quelle che ora i governi dei tre livelli pretendono, per poi favorire passivamente o attivamente, che siano consegnate a dei criminali.

In Messico la guerra non solo non è finita, ma si è acutizzata in alcuni stati, e uno di questi è il Chiapas. La gestione della guerra da parte del governo si è concentrata sull’esproprio del territorio, sulla criminalizzazione della ribellione e, ovviamente, su un discorso che minimizza le atrocità e giustifica il crescente e inefficace militarismo, come ha dimostrato la militarizzazione incessante in Chiapas. La guerra del narcotraffico che ha insanguinato il confine nord del Messico e gradualmente tutto il paese, ora si estende verso il sud-est e il confine meridionale, dove gli interessi criminali estrattivi, narcoeconomici e controinsurrezionali si incontrano e si trasformano in una guerra narcoparamilitare particolarmente ostile contro le Comunità Zapatiste, mentre la Guardia Nazionale e il resto delle Forze Armate non solo tollerano queste pratiche criminali, ma le proteggono e, dall’altra parte, assassinano migranti.

Come afferma il Subcomandante Moisés nel più recente comunicato dell’EZLN, la situazione è più grave di quanto si possa percepire; il rischio rappresentato da queste minacce ha portato a sospendere ogni forma di comunicazione e a prendere in considerazione la cancellazione degli incontri annunciati per quest’anno e per il prossimo.
Il Chiapas ha vissuto una guerra di bassa intensità per 30 anni dalla presidenza di Carlos Salinas; il Messico ha vissuto una narcoguerra per quasi 20 anni dalla presidenza di Felipe Calderón e, dopo tre anni della presidenza di Andrés Manuel López Obrador, l’EZLN ha avvertito del recrudescimento della violenza favorita dal governatore Rutilio Escandón e di una possibile guerra civile in Chiapas. A poco più di due settimane dalla presidenza di Claudia Sheinbaum, il Chiapas si trova in uno scenario di guerra civile e uno dei pochi angoli di dignità rimasti al Messico e al pianeta, il territorio zapatista, è nuovamente minacciato dalla morte e dalla distruzione. Come afferma il comunicato dell’EZLN: “questa è la realtà della ‘continuità del cambiamento’ nei cattivi governi”.

Noi che firmiamo questa lettera ci troviamo profondamente indignati, preoccupati e in allerta per quanto sta accadendo nei territori zapatisti del Chiapas. Invitiamo coloro che credono ancora che la dignità e la ribellione siano il cammino verso la speranza, a denunciare quanto sta accadendo e a esercitare pressione sul governo messicano e sul governo del Chiapas affinché cessino queste aggressioni e crimini, si sospenda ogni supporto a organizzazioni narcoparamilitari, che la smettano con il militarismo e la militarizzazione come presunta soluzione. Questa dinamica di guerra ostacola la possibilità che le comunità zapatiste continuino a costruire, a partire dalla loro autonomia e dal comune, quella realtà piena di speranza che esse chiamano quotidianità, affinché nel loro specchio possiamo intravedere i sentieri per sopravvivere al collasso e pensare al giorno dopo.