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La Coppa del Mondo in guerra

Di David Barrios Rodríguez
10.06.2025

Lo sport serio non ha nulla a che fare con il fair play. È legato all’odio, alla gelosia, alla vanagloria, al disprezzo di tutte le regole e al piacere sadico di assistere alla violenza: in altre parole, è la guerra senza spari. 

George Orwell

I

L’epigrafe che apre questo testo è stata pubblicata da Eric Arthur Blair, nome di nascita dell’autore di alcuni dei romanzi e reportage più importanti del XX secolo, all’inizio di dicembre 1945. Succedeva a soli tre mesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, nello stesso anno in cui furono liberati i campi di concentramento e sterminio nazisti e lanciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. È stato scritto in occasione di una visita della squadra di calcio Dynamo Mosca in Inghilterra e, anche se non ha fatto esplicitamente riferimento alle componenti ideologiche di quella che sarebbe stata la Guerra Fredda, ha invece apportato una riflessione sui nazionalismi e su cosa significa affrontarli in uno sport d’insieme in cui viene rappresentata la popolazione di un paese nel suo complesso.

La realizzazione della Coppa del Mondo FIFA è stata sospesa nel 1942 e 1946 a causa della conflagrazione mondiale e dei danni inferti da essa alle popolazioni, alle infrastrutture e all’economia. Da allora i mondiali si sono svolti anche sotto dittature militari, con il patrocinio di governi repressivi, sulle spalle della forza lavoro precarizzata e schiavizzata e anche nel contesto di molteplici guerre.

Nel frattempo il mondo si è trasformato in modo profondo, secondo visioni diverse riguardo la staticità e la regolamentazione economica, così come modalità belliche che, seguendo l’andamento della Seconda Guerra Mondiale, hanno nelle popolazioni civili il loro obiettivo prediletto. Il termine genocidio è stato coniato nel 1944 e riconosciuto come crimine dalle Nazioni Unite (ONU) nel 1946  (anche se ha chiari precedenti storici, come è successo alla popolazione armena durante la Prima Guerra Mondiale e prima di essa nel saccheggio e nella rappresaglia coloniale). Oggi lo abbiamo di fronte a noi contro la popolazione di Gaza e dei territori occupati, mentre le guerre si diffondono per il pianeta. La convergenza, anch’essa catastrofica, tra Gianni Infantino, presidente della FIFA, e l’attuale presidente degli Stati Uniti ha approfondito il consolidamento della Coppa del Mondo di calcio (non del calcio come attività umana) come grande merce capace di mostrare le contraddizioni del nostro presente.

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Il secondo mandato di Donald Trump ha accelerato la proliferazione degli scenari bellici. Solo nel marzo di quest’anno, gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi in tre continenti diversi nell’arco di tre giorni. Tra il 6 e l’8 marzo, sono stati effettuati bombardamenti senza l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti in Ecuador, Iran, Somalia e nel Pacifico orientale del nostro continente.

Più in generale, confrontando i 12 gironi in cui saranno suddivise le squadre durante la Coppa del Mondo 2026 e che rappresentano 48 paesi dei cinque continenti, secondo il panorama esposto dall’Osservatorio delle guerre dell’Accademia di Ginevra (War Watch), si può notare che in ogni girone è presente almeno un paese coinvolto in conflitti armati, conflitti armati non internazionali (NIAC) o occupazioni militari. L’osservatorio ha registrato 112 conflitti a livello planetario tra il 2024 e il 2026. Il modo di definire queste forme di conflittualità a partire da criteri formali, di carattere giuridico, permette di includere espressioni che superano le politiche statuali o ciò che, nell’immaginario dominante del XX secolo, si identificava con le guerre. Ma, come vedremo in alcuni casi, può anche invisibilizzare le dinamiche che soggiacciono a questo mondo in cui la vita è diventata la continuazione della guerra con altri mezzi.

Girone A (Messico, Repubblica di Corea, Sudafrica, Repubblica Ceca)

Nel girone A risalta il Messico, dove, secondo l’Osservatorio delle guerre, si registra un conflitto armato non internazionale. Prima, tra lo Stato messicano e il cartello Jalisco Nueva Generación, e poi, tra quest’ultimo e il cartello di Santa Rosa de Lima. Inoltre il paese sta per compiere, con ripercussioni incommensurabili in termini sociali, 20 anni dall’inizio del lancio della strategia di militarizzazione della sicurezza pubblica conosciuta come “guerra contro il narcotraffico”. In una dinamica che coinvolge diversi paesi del mondo, si è osservata la presenza di messicani sul fronte di guerra europeo, con l’obiettivo di addestrarsi alle mutazioni più importanti delle guerre attuali, legate all’uso di aerei senza equipaggio, sistemi integrati, intelligenza artificiale, analisi dei dati o programmazione.

Per quanto riguarda gli altri partecipanti a questo girone, che non figurano tra i dati dell’Osservatorio delle guerre dell’Accademia di Ginevra, si dovrebbe notare che, da un lato la penisola coreana è una delle regioni del pianeta più militarizzate dal 1950, e che, le tensioni legate al conflitto persistono ancora oggi. La Repubblica di Corea è un partner globale della NATO che, pur negandole il diritto di voto all’interno dell’organizzazione, le consente di partecipare ad esercitazioni militari e a diverse attività. In termini regionali si potrebbe aggiungere il coinvolgimento della Corea del Nord nella guerra in Ucraina con la presenza di truppe sul territorio.

Per quanto riguarda il Sud Africa, solo nel 2024 ha ritirato le sue forze armate dalla missione della Commissione per lo sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) in Mozambico, il cui scopo era contrastare le attività del gruppo Ansar Al-sunna a Cabo Delgado. A questo si può aggiungere che, sebbene non sia riconosciuto come conflitto armato in nessuna delle tipizzazioni disponibili, nel paese meridionale sono stati registrati tassi di omicidio dell’ordine di 40,34 per 100.000 abitanti nel 2024  (mentre solo tra ottobre e dicembre 2025 sono stati registrati 71 omicidi al giorno), come risultato diverse espressioni della violenza, tra cui le dispute territoriali tra bande e quelle derivanti dall’estrazione mineraria illegale. Nell’aprile 2026 sono stati dispiegati 2.600 soldati in 5 delle 9 province del paese, il che, oltre a precedenti fallimenti, ha come specchio l’esperienza che abbiamo con le violazioni dei diritti umani quando si affidano alle Forze armate responsabilità proprie delle polizie di prossimità o come parte di compiti di pubblica sicurezza, in virtù del fatto che il loro addestramento è progettato per combattere.

Per quanto riguarda la Repubblica ceca, paese membro della NATO, pur non presentando nessuno degli indicatori sopra indicati, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina ha accolto centinaia di migliaia di rifugiati mentre nel frattempo ha inviato una quantità considerevole di munizioni a sostegno della battaglia contro la Russia.

Girone B (Canada, Qatar, Svizzera e Bosnia-Erzegovina)

In questo girone troviamo il Canada, un altro paese co-ospitante, che, oltre ad essere membro della NATO, ha fatto parte della Joint Combined Task Force (CJTF-OIR) della campagna Inherent Resolve, che ha operato in Siria e in Iraq e contro il cosiddetto Stato islamico (Daesh). Secondo diversi comunicati pubblici, tale missione si è conclusa nel maggio di questo 2026, anche se si tratta di scenari in cui gli scontri persistono e continuano a mutare nel presente. Inoltre, è coinvolto anche il Qatar, che attualmente è in guerra con l’Iran e che, pur non avendo riportato vittime, ha subito numerosi attacchi per ospitare infrastrutture di guerra statunitensi di grande rilevanza. Completano il settore la Svizzera e la Bosnia-Erzegovina, quest’ultima, uno dei luoghi in cui si sono ridefiniti i conflitti armati nell’ultimo decennio del XX secolo.

Girone C (Marocco, Haiti, Scozia e Brasile)

Nel girone si trova il Marocco, che, secondo la definizione giuridica, porta avanti un conflitto armato non internazionale con il Fronte Polisario per la liberazione di Saguía el Hamra e Río de Oro (Fronte POLISARIO) dal 1976 e, allo stesso tempo, è considerata una delle regioni più pericolose del mondo per la presenza di mine antiuomo.

Per quanto riguarda Haiti, le condizioni imperanti nel paese hanno fatto sì che, durante l’intera fase eliminatoria del Mondiale, giocasse le sue partite in casa in una sede parallela a Curaçao. Secondo l’Osservatorio delle guerre, nel paese caraibico è in corso un conflitto armato non internazionale tra lo Stato haitiano e il gruppo Viv Ansanm, anche se ci sono centinaia di piccoli gruppi armati nel paese. Questo è, in parte, il risultato dell’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021, che ha coinvolto mercenari colombiani, almeno sette dei quali erano stati addestrati dagli Stati Uniti per attività di antiterrorismo e antidroga. È stato segnalato che diversi gruppi armati non statali sono arrivati a controllare fino al 90% della capitale, Port-au-Prince. Di conseguenza si vive uno dei più alti record mondiali di sfollamento forzato interno, con circa 1,5 milioni di persone che vivono in condizioni di sfollamento forzato, pari a circa il 13% della popolazione. A questo si aggiunge che, dopo il dispiego dei caschi blu dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sia la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite in Haiti (MINUSTAH) che la Missione Multinazionale di Sostegno alla Sicurezza ad Haiti (MSS), definite come umanitarie ma accusate di commettere abusi di diverso tipo contro la popolazione, attualmente è stata dispiegata la cosiddetta Forza di Soppressione delle Bande (SGF), progettata per contare su oltre 5 mila effettivi e con un chiaro obiettivo coercitivo.

In questo girone gareggia anche la Scozia che, in quanto parte delle forze armate britanniche, fornisce infrastrutture, personale e risorse per le campagne militari decise da Westminster in Inghilterra e partecipa alle Joint Task Forces alle quali partecipa anche il Regno, alleato senza riserve degli Stati Uniti. Oggi in questo scenario si inscrivono la guerra contro l’Iran, così come le operazioni in Siria e Iraq.

Il Brasile, l’ultimo membro del girone, si è distino nell’uso delle forze armate in compiti di pubblica sicurezza, con poteri di polizia, invocando la Garanzia di Legge e Ordine (GLO). Questo è ciò che è accaduto dal 1992, con il vertice di Rio de Janeiro, noto come ECO 92, e da allora questo dispositivo è stato utilizzato circa 150 volte in occasione di mega eventi (come i Giochi Olimpici, i summit dei BRICS, tra gli altri), scioperi dei corpi di polizia o quando è stato segnalato che le forze di sicurezza locali non sono in grado di rispondere a fenomeni di violenza e criminalità. Affinché possa essere impiegata, è necessaria l’approvazione presidenziale, che è stata concessa tra il 2014 e il 2015 come parte delle operazioni militari per incorporare le Unità di Polizia Pacificatrice (UPP) a Rio de Janeiro all’interno del ciclo dei megaeventi (Panamericano, Coppa delle Confederazioni, Coppa del Mondo e Giochi Olimpici) che si è svolto tra il 2007 e il 2016 nella capitale carioca. Senza la necessità di un dispiegamento militare, l’operazione di polizia “Contenção”, condotta nell’ottobre 2025 nei distretti di Penha e Alemão, ha lasciato un bilancio di 122 persone uccise.

Girone D (USA, Australia, Turchia e Paraguay)

In questo girone compaiono gli Stati Uniti, che, come menzionato in precedenza, hanno recentemente effettuato diversi attacchi in tre continenti del pianeta. In termini di tipizzazione giuridica utilizzata dall’Accademia di Ginevra, la potenza nordamericana sostiene conflitti armati con caratteristiche e partecipanti diversi in Iran, Iraq, Yemen e Siria. Sono compresi anche gli attacchi perpetrati a gennaio di quest’anno in Venezuela, come altri eventi avvenuti nel periodo 2024-2026. Sono ancora un membro della NATO.

A questo aggiungiamo, nell’ambito dell’attuazione della Strategia di Sicurezza Nazionale e della Strategia di Difesa Nazionale, insieme al ruolo assegnato al continente all’interno di queste operazioni, il dispiegamento bellico che effettua dal 2025 a partire dall’operazione Southern Spear, che, all’inizio di giugno 2026, conta una cifra che si avvicina alle 200 omicidi come risultato degli attacchi a barche e imbarcazioni nel Pacifico e nei Caraibi, ma con importanti modifiche che hanno riguardato aspetti infrastrutturali e logistici. Oltre a queste attività, si potrebbe prendere in considerazione l’uso di forze operative speciali che operano surrettiziamente in diverse parti del mondo. Anche se le cifre non sono state aggiornate si consideri che, prima dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2020, queste forze erano dispiegate in 141 paesi del mondo (con un picco precedente di 149 nel 2017), che all’epoca rappresentava il 72% del globo. Inoltre, si avvale in modo permanente di diverse agenzie, come il Federal Bureau of Investigations (FBI), la Drug Enforcement Agency (DEA) o la Central Intelligence Agency (CIA), che conducono operazioni segrete in varie parti del mondo.

Per quanto riguarda l’Australia, la potenza dell’Oceania ha fatto parte anche della Joint Combined Task Force (JTF) della campagna Inherent Resolve, dispiegata in Siria e Iraq contro il cosiddetto Stato islamico (Daesh). Queste operazioni si sono concluse nel dicembre 2024. Il tutto in una regione del pianeta che si profila di grande rilevanza geopolitica (l’Indo-Pacifico, nella disputa con la Cina). Oltre a essere un partner globale della NATO, l’Australia fa parte, insieme agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, dell’alleanza AUKUS, con pilastri in materia di guerra navale e sottomarini con capacità nucleari, tra gli altri.

Il girone comprende anche la Turchia, paese membro della NATO, che occupa militarmente una parte di Cipro e con una presenza militare nel nord della Siria nel contesto di un conflitto che coinvolge diversi paesi (conflitto armato internazionale) e gruppi armati non statali (conflitto armato non internazionale). Una situazione analoga si verifica in Iraq.

Per quanto riguarda il Paraguay, alla fine di febbraio di quest’anno, il capo dell’esecutivo, Santiago Peña, ha decretato lo schieramento delle forze armate nell’est del paese sudamericano per contrastare le minacce legate alla cosiddetta criminalità organizzata transnazionale e al terrorismo.

Girone E (Alemania, Ecuador, Costa de Marfil y Curazao)

In questo girone gareggia la Germania, membro della NATO, che ha partecipato all’operazione congiunta Inherent Resolve in Siria e Iraq. Per quanto riguarda l’Ecuador, il capo dell’esecutivo e membro dell’oligarchia del paese, Daniel Noboa, si è qualificato come uno dei principali sostenitori delle politiche coercitive di Donald Trump. Dal 2024 è stato dichiarato un conflitto armato interno e, il paese andino, ha realizzato operazioni congiunte con gli Stati Uniti nell’ambito dell’offensiva continentale decretata dal presidente americano. In Costa d’Avorio, che ha una storia di episodi di violenza derivanti da crisi elettorali che hanno portato il paese persino alla guerra civile. Oggi Alassane Ouattara governa dal 2011 in qualità di principale produttore di cacao del mondo, in un contesto in cui i suoi potenziali contendenti presidenziali sono stati neutralizzati.

Girone F (Paesi Bassi, Giappone, Svezia e Tunisia)

All’interno del girone incontriamo i Paesi Bassi, un paese membro della NATO che ha partecipato all’operazione Inherent Resolve. Per quanto riguarda il Giappone, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha incorporato una clausola di pace, l’articolo 9 della Costituzione, che stabilisce che il paese non possa mantenere forze armate a scopo offensivo, pur preservando il proprio diritto all’autodifesa. In ogni caso il paese asiatico rimane una posizione importante in termini geostrategici per il dispiegamento bellico degli Stati Uniti, che comprende più di un centinaio di basi militari, in particolare a Okinawa. È un partner globale della NATO. Negli ultimi anni la disputa nell’Indo-Pacifico con la Cina e la Corea del Nord ha portato gli Stati Uniti e il Giappone a condurre esercitazioni militari congiunte. Nel 2025 il primo ministro, Takae Sainichi, ha accennato al fatto che una crisi a Taiwan potrebbe essere interpretata come una minaccia alla sopravvivenza del paese, il che richiederebbe l’attivazione delle forze di autodifesa giapponesi (SDF). Qualcosa di simile accade con la Svezia, che dal XIX secolo ha mantenuto una politica di neutralità che la ha tenuta fuori dalle alleanze militari e che, dal 2024, ha concretizzato la sua adesione all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) a seguito delle tensioni nel Mar Baltico.

Girone G (Belgio, Iran, Egitto e Nuova Zelanda)

Il Belgio, che fa parte della NATO, ha anche partecipato alla campagna Inherent Resolve, lanciata in Siria e in Iraq contro Daesh. In questo girone si trova l’Iran, la cui partecipazione alla Coppa del Mondo è stata messa in dubbio a seguito dell’inizio degli attacchi militari al suo territorio da parte di uno dei co-ospitanti, gli Stati Uniti. Attualmente, secondo quanto stabilito dall’Osservatorio delle Guerre, l’Iran è coinvolto in un conflitto armato internazionale con 12 paesi: Azerbaigian, Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Stati Uniti e Israele. Inoltre, in un modo o nell’altro, è coinvolto negli eterogenei conflitti in corso in Iraq, Siria e Libano.

Sebbene non partecipi formalmente ai conflitti armati riconosciuti dall’Accademia di Ginevra, l’Egitto si trova in una situazione complessa poiché confina con due territori dove sono portate avanti operazioni militari e genocidi: da un lato, la Striscia di Gaza, e dall’altro, il Sudan. La Nuova Zelanda, un partner globale della NATO, ha concluso la sua partecipazione alla Joint Combined Task Force (JTF) della campagna Inherent Resolve nel 2023.

Girone H (Spagna, Arabia Saudita, Uruguay e Capo Verde)

Anche se la Spagna non rientra tra i criteri definiti dall’Osservatorio delle Guerre, ha partecipato alla campagna Inherent Resolve in Siria e Iraq e, dal 2023, è a capo della missione NATO in Iraq. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, è uno dei paesi del Golfo che è in guerra con l’Iran. L’Uruguay ha terminato la sua partecipazione alla Minustah nel 2017 e ha reindirizzato parte di queste truppe nell’ambito della Missione di stabilizzazione nella Repubblica democratica del Congo (MONUSCO). Il paese sudamericano partecipa con circa 800 uomini a missioni in Africa, Asia e America Latina.

Girone I (Francia, Senegal, Iraq e Norvegia)

La Francia, come altri paesi che partecipano alla Coppa del Mondo, ha preso parte alla campagna Inherent Resolve in Siria e Iraq. Inoltre, in quanto membro della NATO (uno dei paesi che possiede un arsenale nucleare), partecipa a diverse attività legate al teatro di operazioni europeo, ma mantiene anche dispiegamenti di forze in varie parti del mondo. Nel frattempo, in Senegal, viene riconosciuta l’esistenza di un conflitto armato non internazionale tra lo Stato senegalese e il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance (MFDC). Anche se nel 2025 è stato raggiunto un accordo di pace l’esistenza di diverse fazioni all’interno del MFDC ha continuato a provocare episodi di violenza latenti in una regione anch’essa contaminata da mine antipersona.

Per quanto riguarda l’Iraq, che è un partner globale della NATO, è coinvolto in un conflitto armato internazionale con l’Iran, la Turchia e gli Stati Uniti; allo stesso tempo, all’interno dei suoi confini si sviluppano conflitti armati non internazionali in cui sono coinvolti una varietà di gruppi. La Norvegia, oltre a far parte della NATO, è uno dei paesi coinvolti nelle crescenti dispute per il controllo geostrategico dell’Artico.

Girone J (Giordania, Algeria, Argentina e Austria)

La Giordania attualmente è uno dei paesi in guerra con l’Iran, oltre a partecipare alle missioni dei caschi blu dell’ONU. In Nord Africa, l’Algeria ha posto fine al suo conflitto con il Mali nel 2025, anche se le tensioni continuano nelle aree limitrofe, tanto nel Sahel quanto in Marocco. L’Argentina, governata da un altro emblema dell’avanguardia apocalittica, Javier Milei, ha riprodotto la narrazione della guerra alla droga in luoghi specifici, come a Rosario, dove ha militarizzato la sicurezza pubblica.

Girone K (Repubblica democratica del Congo, Colombia, Portogallo e Uzbekistan)

Secondo l’Accademia di Ginevra la Repubblica Democratica del Congo porta avanti diverse modalità di conflitto, al limite tra occupazione militare e conflitto armato non internazionale, con il Ruanda e il Mozambico. Questo non solo riporta alla memoria la traiettoria del colonialismo belga e l’epoca dell’imperialismo classico, ma ci pone di fronte allo specchio dell’incessante spoliazione di risorse naturali. Gran parte di ciò che accade nel paese africano è legato alle dispute per minerali come il coltan, l’oro e lo stagno. In un palinsesto di attori armati, il conflitto coinvolge le forze armate di diversi stati africani (Ruanda, Uganda, Burundi), missioni e coalizioni internazionali e regionali, nonché attori armati non statali.

Per quanto riguarda la Colombia, attualmente l’unico partner globale della NATO in America Latina e nei Caraibi, è stato stabilito che è in corso un conflitto armato non internazionale a cui partecipa lo Stato colombiano, l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), gruppi dissidenti che non hanno aderito agli accordi di pace tra il governo e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia-Esercito del Popolo (FARC-EP), così come  gruppi paramilitari. Nel 2025 il Comitato internazionale della Croce rossa (CICR) ha riconosciuto che, nel paese andino, sono in corso 8 conflitti armati non internazionali. Altro fenomeno sorprendente per la Colombia è il dispiegamento di ex membri delle Forze Armate in scenari bellici in diversi punti del pianeta, dovuto alla crescente mercificazione della conoscenza e dell’esperienza militare da parte delle Compagnie Militari e di Sicurezza Privata (CMPS), che grazie alla combinazione di diversi fattori favorisce il proliferare del mercenarismo. Per quanto riguarda il Portogallo, membro fondatore della NATO, collabora con l’Ucraina nel conflitto contro la Russia.

Girone L (Inghilterra, Croazia, Ghana e Panama)

L’Inghilterra è in guerra con l’Iran a causa della sua alleanza con gli Stati Uniti. Inoltre è un membro fondatore della NATO e, all’interno dell’alleanza, è uno dei tre paesi che possiedono armi nucleari. Per quanto riguarda la Croazia, è parte della NATO dal 2009.

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Il modo in cui vengono nominate le guerre oscilla tra i criteri formali-giuridici, le dichiarazioni aperte di ostilità e la loro espressione quotidiana di come sono vissute e come sono percepite. Quest’ultimo aspetto ha profonde implicazioni per la cultura e il sentimento della società, proprio come la colonizzazione del linguaggio da parte di metafore belliche si lega ai crescenti processi di militarizzazione della società. Molti altri aspetti caratteristici del fenomeno bellico possono essere analizzati grazie a questo resoconto. Alle dinamiche della “grande geopolitica” si possono aggiungere le conseguenze specifiche imposte ad alcuni gruppi di popolazioni, i legami che si stabiliscono con i processi di accumulazione, il saccheggio dei beni naturali, la devastazione socio-ambientale, e molto altro. Con questo articolo abbiamo cercato di deviare lo sguardo, che rischia di farsi catturare dal calcio-merce, verso lo scenario di guerra e militarizzazione in cui ci troviamo.

Articolo originale: https://fueradelugar.desinformemonos.org/la-copa-del-mundo-en-guerra/

ASSALTARE LA FORTEZZA MUNDIALISTA

10 e 11 Giugno 2026, una cronaca in soggettiva delle proteste contro “el Mundial del Despojo”

Il 10 e 11 Giugno sono state le giornate di vigilia e inaugurazione, rispettivamente, del Mondiale 2026, ospitato in Messico, Stati Uniti e Canada. La partita inauguarale, Messico – Sud Africa, è toccata alla capitale messicana, magra consolazione di un evento sportivo che in realtà è svolto nella sua maggiorparte negli USA.

Sull’ingiustizia, le conseguenze, le contraddizioni profonde, i meccanismi di sfruttamento, impoverimento e gentrificazione ai danni delle classi popolari di Città del Messico (e non solo) di questo mega evento capitalista-estrattivista dai contorni sportivi, ne abbiamo già parlato qui. Altri contributi in italiano su questo tema si possono trovare qui, e in diverse dirette radiofoniche con radio indipendenti italiane.

In questo spazio vorremmo invece offrire, niente più che meno, un racconto totalmente soggettivo, parziale e militante del contenuto, conflitto e immaginario di lotta che è culminato, in alcune delle mobilitazioni avvenute a cavallo del 10 e 11 Giugno. Il perché? Perché sono state mobilitazioni relativamente partecipate, capillari ed eterogenee, ma soprattutto importanti perché hanno manifestato un conflitto esplicito, di diversa natura, non scontato né banale, data la potente la macchina propagandistica e la retorica portata avanti dal governo messicano e dal suo principale partito Morena, dai giornali mainstream e dal gigantesco apparato simbolico ed economico che probabilmente solo una organizzazione come la FIFA è capace di produrre.

Partiamo dalle giornate alla vigilia dell’inizio ufficiale del Mondiale. In generale, le mobilitazioni di questi giorni forse non avrebbero potuto avere la stessa potenza e copertura mediatica se non ci fosse stato, nelle settimane precedenti, la protesta della CNTE, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, corrente conflittuale e indipendente del Sindacato dei Lavoratori dell’Educazione, a fare da apripista. Ormai da quasi due settimane, la CNTE è in lotta per l’abrogazione della riforma pensionistica dell’ISSSTE del 2007 e della sua gestione attraverso enti finanziari privati, per il raddoppio dei salari di base, e più in generale contro la continuità delle politiche di welfare interno tra il governo Morena, che aveva promesso di abrogare la legge, e i suoi predecessori. In questo momento storico, e dentro il grande consenso verso il governo Morena, la CNTE rappresenta di fatto l’unica grande organizzazione di massa riconosciuta come tale che porta una critica da sinistra al governo morenista.

La CNTE ha occupato una parte del centro storico in presidio permanente, con decine di migliaia di militant*, e la scorsa settimana ci sono state manifestazioni duramente represse, quando docenti e maestre hanno provato a sfondare le barriere metalliche che da settimane ormai delimitano l’area attorno allo Zocalo, a difesa del FIFA Fan Fest (un’area adibita per gioire delle gesta calcistiche dove si accede solo con identificazione, tutta in mano alla FIFA e consumando rigorosamente prodotti ufficiali, escludendo le migliaia di venditrici informali che ogni giorno animano il centro storico di Città del Messico). Teste spaccate, persone svenute per terra in chiazze di sangue e un maestro che ha perso la vista a causa di un proiettile di gomma, questo il bilancio parziale di quelle giornate.

Senza trovare un accordo col governo, attraverso i tavoli di negoziazione che avvenivano praticamente ogni giorno, la CNTE ha portato avanti quotidianamente varie mobilitazioni, annunciando di bloccare l’aeroporto e la partita inaugurale del Mondiale. “Senza soluzione, il pallone non si muove”, questo lo slogan. In realtà poi, la grande marcia della CNTE nel giorno dell’inaugurazione che avrebbe dovuto bloccare tutto e gettare nel caos la città, che era un po’ il grande timore raccontato dai giornali, non c’è stata. Anzi, molte iniziative e racconti terroristici di proteste che avrebbero mandato in tilt la città e avrebbero distrutto la festa di milioni di messicani, sono stati creati ad hoc, anche con l’uso dell’AI per la creazione di locandine false, con lo zampino probabilmente di alcune organizzazioni e partiti di istanze destroidi.

Sempre nei giorni precedenti, 17 pullman che accompagnavano familiari dei 43 normalisti di Ayotzinapa scomparsi nel 2014 assieme ad altr* student*, sono stati detenut* all’ingresso di Città del Messico per ore con l’accusa di trasportare esplosivi artigianali, bloccando il loro tentativo di unirsi e appoggiare la lotta della CNTE e ad altri collettivi in protesta.

Da mesi, inoltre, collettivi, famiglie e madres buscadoras, in lotta per la ricerca delle loro persone care scomparse, in un dramma collettivo e politico che indica più di 134.000 persone scomparse in Messico, avevano annunciato grandi mobilitazioni nelle giornate a ridosso dell’inizio del mondiale. Come poter accettare passivamente che sotto gli stessi stadi dove si generano milioni di profitti e dove si festeggia il calcio, giacciono pezzi di corpi scomparsi nella complicità dello Stato e del crimine organizzato? “Mexico campeón de desaparición” è lo slogan portato avanti, con le magliette verdi di calcio con dietro stampato il numero +134mila. Questo è a grandi linee, il contesto con cui si arriva alla settimana del mondiale. A questi compagn* in lotta si aggiungono una marea di altri collettivi, gruppi e sigle. Student*, lavoratori e lavoratrici informali e commercianti, movimenti sociali dal basso e antigentrificazione, assemble anti-mundialiste e antiFIFA, collettivi di lavoratrici sessuali e dissidenze di genere, comitato degli abitanti di Santa Ursula Coapa dove sorge lo stadio Azteca, comunità indigene cittadine e rurali in lotta, collettivi pro-Palestina, organizzazioni contadine, sindacati dei trasporti, lavoratr* della salute. Oltre a molti altri gruppi spontanei e autonomi, senza una sigla o un gruppo definito di appartenenza. Una valanga abbastanza disordinata e caotica, di cui era impossibile avere una panoramica chiara e globale, di chiamate all’azione e punti di incontro, ma tutte unite da un unico slogan: l’11 Giugno, tutti allo Stadio Azteca. Questo mondiale, targato Infantino e Trump, con i biglietti più cari della sua storia, profitti potenziali per la FIFA da record, in un presente storico marcato da guerre, genocidi e distruzione, è inaccettabile. E lo è a maggior ragione per il Messico, paese che soffre una spirale di violenza infinita ai danni dei ceti più poveri ed emarginati, con il saldo medio giornaliero di con circa 50 morti violenti, 12 donne uccise e 40 persone scomparse. Una vera e propria guerra, silenziata e nascosta, contro la popolazione, che non è casuale ma ha delle ragioni ben precise di cui abbiamo raccontato molte volte (leggi qui).

Attorno allo stadio azteca quindi, è stata stabilita una sorte di enorme zona rossa, l’operativo ultima milla, ultimo miglio. Una zona di accesso limitato e trasporto speciale con identificazione e biglietto di accesso allo stadio, dove non posso accedere né auto né taxi normali, ma solamente trasporti privati per chi assisterà al mega spettacolo di inaugurazione, con biglietti che costano in media migliaia di dollari.

Le manifestazioni iniziano i giorni precedenti all’11 Giugno, con diversi blocchi, azioni simboliche, sabotaggi e azioni in giro per la città, ognuno a tema differente. I collettivi e movimenti sociali organizzano diverse partite di calcio popolare bloccando alcune arterie e strade. Le madres buscadoras assieme alla CNTE sono tra i più attivi, le prime affiggendo striscioni e grafiche in alcuni dei monumenti principali, i secondi proclamando un corteo per la mattina del 10 Giugno.

La prima grande mobilitazione è pero il la sera del 10 Giugno. Alle 19, è stata proclamata, tra le tante, una manifestazione e una “velada” (una veglia) da molti collettivi di madres buscadoras da tutto il Messico, lungo calzada de Tlalpan, un grande viale che dal centro arriva quasi direttamente allo Stadio Azteca. Dati gli scontri dei giorni precedenti e la militarizzazione soprattutto nella parte sud della città c’è un po’ di preoccupazione, e forse per questo all’inizio si è in poche persone. La partenza della marcia tarda, nell’attesa di gruppi di famiglie e collettivi di busqueda, anche perché i trasporti soffrono ritardi enormi e molte stazioni della metro e del tram sono chiuse. Poi piano piano, il corteo si raggruma e inizia a partire lungo la Calzada de Tlalpan. Come ogni volta che si marcia con i collettivi dei familiari di desaparecidos, le sensazioni sono forti. Il corteo alterna momenti di silenzio profondo ad altri di slogan e urla, contro il governo, contro il potere, contro il sistema responsabile di queste sparizioni, contro Morena e la presidenta Clauda Sheinbaum, traditrice rispetto ad un cambio di rotta promesso e mai atteso. Si urlano i numeri dei compagn* di Ayotzinapa scomparsi, i 43 student*. Si urla contro la polizia, braccio operante e responsabile, o quantomeno connivente, delle sparizioni. I numeri si ingrossano e il corteo procede tra lunghe fasi di stallo e momenti di camminata. Lo stomaco si contorce a vedere enormi striscioni con le facce dei figli e figlie sparite.

Si imbrattano muri, si affiggono centinaia e centinaia di fichas de busqueda, cioè di annunci di sparizioni, con le foto delle persone scomparse, spesso vestite e modificate da apparire con la “camiceta” verde della squadra messicana. Le facce sono piene di odio, rabbia, tristezza, lacrime, alcune silenti e altre urlanti, alcune sorridenti e molte altre tristi. Avere una persona cara sparita ti spacca la vita e l’unica consolazione è la possibilità di trasformare il dolore in lotta, di trovare altri e altre compagn* che in questa sofferenza, ma anche in questa comunità, ti accompagnano e ti supportano. Ci sono gruppi e collettivi di ricerca da molti stati, Jalisco, Guanajuato, Estado de Mexico, Chiapas, Oaxaca, Guerrero. E’ strano definire l’aria che si respira, un misto di tristezza mista ad un orgoglio e dignità profonda. Gli slogan non sono i classici di una lotta di classe contro il capitale e il potere, sono più personali e umani ma altrettanto densi di significati politici. Il traffico dall’altro lato della strada è paralizzato, e alcune persone salutano e supportano dalle finestre e dai palazzi.

Ad un certo punto si iniziano a vedere le luci blu e rosse della polizia e uno scintillio che sembra quasi un effetto ottico: sono le centinaia di caschi neri dei granaderos, le truppe antisommossa, che scintillano nella notte e bloccano la continuazione del grande corso verso lo stadio. Alcuni camion e macchine della polizia, oltre che un container, sono messi di traverso a chiudere ogni accesso possibile. Il corteo si avvicina e le persone, ma soprattutto le madres buscadoras, iniziano ad arrampicarsi sui camion e sulle macchine della polizia, a urlare e a esporre i loro striscioni con i volti dei lori cari, scomparsi da pochi mesi o da decine di anni. La polizia è in assetto antisommossa ma non c’è un atteggiamento direttamente violento o un attacco, sanno che non possono permettersi di reprimere in maniera così evidente questa manifestazione. Lo scontro simbolico è fortissimo: da un lato i corpi neri e rigidi delle forze del potere, e dall’altro i corpi contorti dalle lacrime, dalla rabbia e dal dolore. Alcune madri iniziano a saltare sulle macchine della polizia, a fottersene altamente dei richiami alla calma degli osservatori dei derechos umanos, forze di interposizione con le magliette bianche al soldo del governo convocate per vigilare apparentemente su eventuali maltrattamenti. La situazione permane così per diverso tempo, con alcuni gruppi di madres che si riuniscono per cantare, altre per leggere dei comunicati, altre occupano la strada organizzando una partitella di calcio, altre cercano di passare dall’altra parte della strada per bloccare un ponte pedonale ma vengono bloccate dalla polizia. La manifestazione inizia a diluire e scemare, rimangono diversi gruppi in presidio e quello che domani sarà l’accesso principale allo stadio per turisti, giornalisti e persone che si possono permettere il prezzo folle di accesso alla partita inaugurale per vedere Shakira e i potenti del mondo, nonché tutta la pletora politica di miliardari e politici messicani, è tappezzato di scritte contro uno stato genocida e corrotto, contro il mondiale dello sfruttamento e della violenza, di locandine con i volti di chi da troppo tempo continua ad essere scomparso senza risposte. Il simbolo di questa notte, ridisegnato, non è più quello dell’aquila verde col pallone presente sulla maglia del’11 calciatori messicani, ma quello invece di una pala che si interra: è il tratto distintivo delle madres buscadoras, che si organizzano per cercare, letteralmente, a mani nude e con le pale i possibili resti dei corpi delle persone loro care.  Si torna a casa così, con la sensazione di una ingiustizia profonda e di una lotta necessaria e fondamentale, in cui mettere le mani vuol dire mostrare il marcio dello stato repressivo, criminale e capitalista quale è il Messico.

Il giorno dopo, ci si alza presto. Il giorno dell’inizio del Mondiale, la città sembra sospesa e rarefatta, in un ambiente assolutamente anomalo considerando che la capitale messicana è normalmente un groviglio pressochè costante e magico di umanità disperata, traffico, rumore e caos in equilibrio precario di una bellezza struggente. È come se le strade emanassero a aria di festa, con moltissime persone con la camiceta verde messicana, ma allo stesso tempo quasi surreale, da non potersi vivere davvero, carica di tensione. Le università e le scuole sono state chiuse, le attività sospese, i lavori pubblici e istituzionali si svolgono da remoto, e ci sono inviti pubblici a non muoversi troppo. La metro è semideserta e diverse stazioni sono state chiuse dove avvengono già i primi presidi e azioni di protesta. In alcune fermate, collettivi in protesta bloccano i tornelli di accesso rendendo gratuito il trasporto metropolitano. Tra i vari concentramenti, c’è quello del contigente studentesco che parte dall’UNAM, l’università pubblica più grande del latinoamerica, a sud della città. La città universitaria è serrata, quasi tutti gli accessi chiusi, le uniche persone sono le compagn* che vanno al corteo e qualche corridore mattiniero davvero volenteroso. Molti altri punti e concentramenti sono già attivi: la CNTE alla fine sta marciando per la Calzada di Tlalpan con gli studenti di Ayotzinapa, a cui si aggiungeranno il Congreso Nacional Indigena (CNI) e la comunità del popolo indigeno Otomì. Collettivi di madres buscadoras sono presenti in diversi punti. Arriva notizia di due compagn* dei medios libres (gruppi di controinformazione dal basso) già fermat*, ma presto liberat* per fortuna. Giungono le prime notizie di alcuni scontri lungo la Calzada di Tlalpan, dove si donne indigene Otomì ballano attorno a una enorme coppa del mondo data alle fiamme. Alcune madri buscadoras esibiscono i loro grandi striscioni con i volti dei loro cari spariti proprio all’ingresso dello stadio dove entra il pubblico pagante, e ovviamente vengono represse, nascoste, silenziate.

Il corteo studentesco parte dal cuore dell’università e si incammina per bloccare Avenida Insurgentes, grande arteria che taglia da Nord a Sud la città. Sono in centinaia e il corteo si ingrossa strada facendo. Vengono sanzionati tutti i simboli del potere universitario, le casette della sicurezza interna universitaria, le stazioni del Metrobus. Il corteo a un certo punto devia, rientrando dentro la UNAM, perché Avenida Insurgentes è bloccata da un plotone di granaderos, la polizia antisommossa della Città del Messico, in passato allenata e formata militarmente da forze militari israeliane. Il corteo continua, uscendo dalla zona universitaria e muovendosi verso un presidio dell’assemblea antimundialista e antiFIFA, assieme a madres buscadoras e collettivi pro-palestina. Prima di riunirsi al presidio, viene bersagliata con pietre, petardi e oggetti di vario tipo, una sede della Guardia Nacional, una polizia militarizzata utilizzata anche nei contesti di grandi operativi militari.

Prima di ricongiungersi al resto dei compagni, il contingente si prende un momento di pausa. Nel presidio, si organizzano partite di calcio, si occupa l’incrocio con striscioni giganti e la statua di Frida Khalo nel mezzo è bardata da teli e lenzuola con slogan contro la FIFA e il mondiale dello sfruttamento e dei desaparecidos. La partecipazione è diversa ed eterogena, c’è un po’ di tutto: gente del quartiere, madres e famiglia buscadoras, persone solidali e curiose, student*, molt* attivist* appartenenti a progetti di medios libres e controinformazione.

Avenida Iman, la strada che porta direttamente al lato sud-ovest dello Stadio Azteca, è apparentemente libera, dunque dopo qualche tempo un grande corpo principalmente studentesco, ma non solo, si mette in marcia con un obiettivo che sembra piuttosto ambizioso se non impossibile, quello di arrivare alle porte dello stadio. Si entra quindi nella ultima milla, la zona rossa. Il corteo acquista energia e carica: le persone e le compas cantano, si animano, si scrive sui muri, si danno volantini alla gente del quartiere, vengono divelte diverse telecamere, c’è una certa euforia rabbiosa che si autoalimenta e che cresce passo dopo passo. I corpi bianchi di interposizione, delle persone civili che lavorano nelle istituzioni della città e che sono obbligate dal governo cittadino a stare per strada per controllare e limitare i danni delle eventuali proteste, si fanno da parte, insultati e derisi da tutto il corteo, come traditori del popolo. La realtà è più complessa di questa: le facce esprimono vergogna e disagio, molte di queste persone hanno denunciato anonimamente che sono obbligate e minacciate a rendersi disponibili per questo tipo di “presenza civile”, altrimenti rischiano di perdere il lavoro, senza sapere realmente cosa devono fare e quali devono essere i loro compiti. Un modo, da parte del governo della città, in apparenza per mostrare meno i muscoli e di non utilizzare le forze di polizia antisommosa. Una strategia, per dividere e alimentare la guerra tra le classi più popolari. Sono le 12.45 circa e manca un quarto d’ora all’inizio ufficiale della Coppa del Mondo 2026. Avenida Iman fa una leggera curva verso sinistra e di fronte a noi si erge il monumentale Stadio Azteca, oggi rinominato “Estadio Banorte – Ciudad de Mexico”. Si divelgono le centinaia di fiori chempasuchil, piantati per abbellire il passaggio dei turisti e renderlo ricco di colori messicano-folcloristici, e si abbattono le transenne che ostacolano il percorso. Lo stadio è a meno di qualche centinaio di metri, e il corteo accelera compatto ed energico. Manca qualche minuto, Shakira termina di cantare “Dai dai”, la sua nuova hit mondiale come da tradizione, si alzano i fuochi d’artificio dallo stadio e il corteo composto da migliaia di persone arriva urlando ed euforico all’entrata numero 8 della mega struttura. Sembra incredibile, ma esattamente nel momento in cui inizia il mondiale più grande della storia della FIFA e forse il più discusso finora, si riesce ad assaltare lo stadio e tutto ciò che rappresenta. Ciò che era stato dichiarato impossibile e inavvicinabile, è ora tangibile e reale.

Le forze di polizia tardano ad arrivare, all’inizio con un piccolo, goffo, stanco, e davvero sfortunato plotone: la discrepanza numerica è abnorme e l’entusiasmo rabbioso di essere arrivati fino a lì è incontrollabile. Iniziano i caroselli e gli scontri, la rabbia contro una città espropriata e militarizzata, venduta alla FIFA e al profitto calcistico, esplode. Le compas si dimostrano estremamente organizzate e preparate. C’è chi si occupa di tenere a bada la polizia, chi di proteggere la retroguardia, chi di soccorrere i primi feriti, chi di documentare gli abusi delle forze di polizia. Successivamente arrivano le forze antisommossa e poco dopo, dal lato sinistro, una dozzina di cavalli che iniziano a caricare. Spuntano le prime teste spaccate, feriti al corpo, alla testa, agli occhi. Lo spettacolo è allo stesso tempo distopico, mitico e doloroso, il sipario costituito dalle transenne e dai corpi della polizia: nel giro di qualche minuto passano prima tre jet ultrasonici, poi le frecce tricolori messicane e infine due elicotteri che trasportano una bandiera sventolante enorme del Messico. La distanza fisica tra questi mondi è minima, anzi entrano in contatto violento. Ma c’è un abisso di significato, di composizione di classe, di visione del mondo e della vita. La violenza della polizia e di tutto l’apparato di sicurezza è ancora più odioso e inaccettabile. Dentro lo stadio lo spettacolo del capitalismo sportivo nella sua essenza, il profitto nella sua forma estetica più patinata e odiosa, obnubilante e capace di un lavaggio del cervello e dei sentimenti senza precedenti, un’opera fondata sulla violenza e lo sfruttamento di un paese (e di un intero mondo) sull’orlo del baratro. Fuori, quella violenza si esprime fisicamente, a suon di gas lacrimogeni, botte, cavalli lanciati sulla gente e sangue. L’odio e la mancanza di giustizia di questo presente non potrebbe avere immagine migliore. Non ci può essere contrasto più essenziale e immediato da capire, un conflitto necessario e giusto da esprimere in tutta la sua forza.

La polizia tenta di chiudere e incapsulare la testa del corteo ma, con determinazione, la manifestazione riesce a sfuggire al blocco e indietreggiare con ordine senza disperdersi e farsi dividere troppo. Continuano le cariche a singhiozzi e si ergono barricate a cui viene dato fuoco. Il corteo si ritira retrocedendo lungo Avenida Iman e, col passare del tempo, si inizia ad avere contezza de* fermat* e delle compas che mancano. La situazione si congela, le forze di polizia, ora molto più numerose, si attestano ad una certa altezza della Avenida e ci si ferma, cercando di capire quante persone manchino. Il conflitto prende un’altra forma: si iniziano ad espropriare i diversi negozi appartenenti a grandi catene capitalistiche. Un paio di Oxxo (la più grande catena di supermarket commerciali dell’America Latina, facente parte della FEMSA, la più grande azienda imbottigliatrice di prodotti CocaCola al mondo), una farmacia YZA+ (sempre parte di FEMSA), e un Little Caesars (la terza catena di pizza più grande al mondo). La strada diventa uno spazio gioioso, una festa collettiva. C’è cibo e bere per tutti e tutte, i residenti del quartiere e i ragazzi del barrio ne approfittano con enorme piacere e gusto: volano gelati, caramelle, patatine, panini a rifocillare sia le stanchezze e gli sforzi del corteo in giro da questa mattina presto, quanto gli umori del quartiere. L’esproprio del Little Caesars ha una dinamica estremamente nobile ed interessante: prima vengono fatti uscire con estrema cura e attenzione i lavoratori e lavoratrici, ringraziandoli per la loro comprensione e applaudendoli, e poi in secondo luogo si entra dentro il negozio e ci si divide la succosa mercanzia tra tutti, in primis coi lavoratori che vengono invitati a gustare le stesse pizze che ogni maledetto giorno devono impastare e vendere per guadagnarsi uno stipendio da fame. Una buona parte delle pizze e delle bibite si mettono da parte per portarle alle madres buscadoras e alle maestr* della CNTE, in strada anche loro dalla mattina presto. Si ride, si balla, si parla con qualche turista sudafricano rinchiuso in un bar a vedere la partita e si scherza con loro, dicendogli “Bienvenid@s a Mexico, quieren una pizza? Offre il governo!”, spiegando le motivazioni della protesta e cercando sempre il dialogo con la gente. Il clima è estremamente ilare, disteso, la gioia di una giornata fino ad adesso positiva, conflittuale e in qualche modo vittoriosa. Non c’è alcuna paranoia, né senso di colpa, tantomeno preoccupazione per gli espropri, il conflitto messo in campo, le decine di barricate erette. Fa parte della giornata, della vita, della lotta. Certo sì, qualche persona incazzata c’è ed eccome, ma le relazioni informali con la gente aiutano a spiegarsi, senza tragedie. L’unica preoccupazione è per le compas fermat*, di cui non si ha bene contezza dei numeri e dei nomi, anche se a fine giornata saranno 12. Tutt* portate alla Fiscalia di Coyoacan, rilasciate entro la notte stessa, alcuni con denunce pendenti individuali o collettive. Molti, sono stati pestati gravemente durante la detenzione, un compagno ha letteralmente la testa aperta. 

Dopo alcuni momenti di pausa, il corteo del contingente universitario riprende a marciare, con l’obiettivo di portare i viveri espropriati agli altri collettivi in lotta. I numeri si sono ridotti molto, c’è stanchezza ma non ci si perde troppo d’animo e si raggiunge Avenida Santa Ursula, sempre limitando la zona rossa dell’ultima milla. La partita inaugurale è praticamente finita, il Messico ha vinto nettamente 2 – 0 sul Sud Africa, giocando male e con 3 espulsioni. La gente vuole festeggiare, il conflitto nelle strade ora invece è visibile. Molte persone sono solidali con la marcia e gli studenti, altri per nulla se non ostili. La parentesi da aprire è importante, e meriterebbe ben altri approfondimenti e considerazioni: c’è una sorta di cortocircuito fortissimo che prende forma, in un paese dove il calcio è amatissimo e l’affezione verso la camiceta verde e il Mondiale in casa è inscalfibile. Il seleccion mexicana, pur non avendo mai vinto nulla e non eccellendo come squadra mondiale, ha sempre avuto un fortissimo attaccamento alla Coppa del Mondo e alle gesta sportive mostrate in questa competizione. Aldilà di chi si può permettere di andare allo stadio pagando migliaia di dollari, o della retorica populista del governo Morena, el futbol è un tema di identità popolare, un momento di festa collettiva per le strade, un momento per condividere la allergica allegria messicana, la buena onda e la grande ospitalità sempre dimostrata. Per quanto la FIFA tenti di trasformare tutto in un enorme profitto, è chiaro che questa giornata soprattutto nei quartieri popolari è una festa, in tutti i sensi, ed è anche un enorme momento di evasione comprensibile dagli orrori e sfruttamenti della vita quotidiana, tra salari da fame e il rischio di non tornare a casa. Contestare il Mondiale e i suoi meccanismi di sfruttamento, riconoscere che il Messico è un paese dove esista una guerra civile ai danni dei più poveri, guardare in faccia alle desapariciones, sembra che provochi un tilt nella maggior parte delle persone comuni, come se non si possa riconoscere l’ingiustizia da un lato e l’amore per il proprio paese e la propria cultura, a maggior ragione in un momento dove tutto il mondo ti sta guardando e in una fase storica in cui il tuo paese è costantemente minacciato e screditato dall’ingombrante vicino degli Stati Uniti. È estremamente complesso, non solo politicamente ma umanamente, trovarsi, attraversare e vivere questo scontro dentro i settori popolari della società messicana.

Il corteo questo conflitto lo attraversa, fisicamente, con qualche diverbio e provocazione da parte di alcune persone. Ad un certo punto, da una strada laterale, i granaderos attaccano con gas e caricano la manifestazione, disperdendola, dividendola e spingendola dentro le piccole strade del quartiere Pedregal Santa Ursula. Inizia a diluviare. A quel punto, la giornata sembra al culmine, il corteo cerca di uscire indenne dalla morsa repressiva, la manifestazione si scioglie in un posto sicuro dopo quasi dieci ore di protesta attiva e azione diretta. I viveri per gli altri collettivi si porteranno l’indomani.

Cosa rimane di queste due giornate?  La determinazione, certamente, inscalfibile e ostinata, messa in campo con forme e modalità diverse, contro la Idra Capitalista, un nemico dai mille tentacoli (economici, politici, militari e mediatici) che quest’oggi mostra la testa della FIFA e del governo messicano. Rimane il coraggio di aver cercato e voluto avvicinarsi al simbolo di questo Mondiale e delle sue ingiustizie, l’immenso e storico Estadio Azteca, e di esserci riusciti, a dispetto di un clima di terrore che non ha paralizzato la voglia di scendere in piazza. Rimane l’organizzazione dei movimenti sociali cittadini dal basso che da mesi lavorano per creare e alimentare giornate di mobilitazione come questa. E soprattutto, rimane la dignità, profonda e immensa, di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi all’apparente ineluttabilità di avere una persona cara desaparecida, di dover soffrire per un salario da fame, di dovere scegliere tra i due mostri identici del crimine organizzato e Stato, di accettare passivamente un meccanismo di sfruttamento internazionale che nasconde dietro un pallone che rotola, un presente e futuro di ingiustizia, controllo e impoverimento. 

Che la gioia del calcio si espropri ai ricchi e potenti di questo mondo, che la gioia del calcio torni ai quartieri, ai villaggi, alle comunità e si collettivizzi.

PODCAST: IL MONDIALE DELLO SFRUTTAMENTO

Dietro la festa del calcio, Il Mondiale 2026 visto da chi ne paga il prezzo e le sue ingiustizie

Ascolta qui:


Tra gli echi lontani delle imprese di Maradona e della “Partita del Secolo”, lo Stadio Azteca si prepara a entrare ancora una volta nella storia ospitando il Mondiale 2026. Ma dietro il luccichio della grande festa del calcio globale della FIFA, targata Infantino e Trump, Città del Messico racconta un’altra storia: quella dei cantieri che avanzano senza sosta e senza diritti, dei quartieri che cambiano volto schiacciando chi in quei quartieri ci vive, delle lavoratrici sessuali senza ascolto, degli affitti che schizzano alle stelle, del saccheggio dell’acqua e delle comunità che resistono. E quello di un paese intero sospeso nella violenza criminale narcostatale quotidiana, dove mentre si gioca una partita di calcio scompaiono in media 2 persone.  Questo podcast attraversa le contraddizioni di una metropoli sospesa tra mito sportivo e gentrificazione, dando voce a Sofia Pontiroli, giornalista indipendente che vive a Città del Messico, e un compagno attivista dell’Assemblea AntiMundialista, che ci raccontano i diversi impatti economici, sociali e politici del megaevento estrattivista per eccellenza. Tra le lotte delle madres buscadoras, le mobilitazioni sociali e le partite popolari organizzate nelle strade, emerge un racconto in cui il calcio diventa lente per denunciare un modello, tanto messicano quanto globale, che privilegia il profitto rispetto alla vita delle persone. Osservare il presente del Messico, un viaggio tra calcio e lotta, per ascoltare e portare solidarietà e complicità a chi resiste al “Mondiale dello sfruttamento”.

Ps. Alla fine del podcast, un omaggio a Eduardo Galeano e al suo El Fin del Partido, perchè nessuno come lui ha saputo raccontare e significare, in tutti i sensi e nel bene e nel male, el fútbol.

Traduzione di un estratto di “Nostalgia y ensoñación” di Jaime Montejo

In ricordo di Jaime pubblichiamo la traduzione di un estratto dell’introduzione di Nostalgia y ensoñación. Per ricordarlo a 6 anni da quando un sistema di salute per ricchi ce l’ha tolto dal nostro fianco.



Di Jaime Montejo “el cura Mateo” “Padre Mateo”
“Il frailejón
aspetta paziente
sulla montagna”
Le poesie che leggerete di seguito riflettono l’orgoglio che mi accompagna per aver deciso, una volta, di entrare nella guerriglia. Mi sento orgoglioso di aver militato negli anni Ottanta nel movimento politico-militare 19 di aprile, M-19.
Sono un meccanico di cuore. Orgoglioso di essere stato parte del sogno bolivariano di Jaime Bateman Cayón, che ho fatto mio, così come molti altri combattenti.
Orgoglioso di essere un veterano del Battaglione América e delle Milizie Popolari di Aguablanca, della “eme” distrettuale a Cali.
Orgoglioso di aver condiviso sogni, rabbia, panico e dolore con i compagni con cui lottai, come il comandante Mauricio Castaño, giustiziato da sicari con tesserino, al servizio di un regime terrorista e totalitario per vocazione.
Orgoglioso di entrare in combattimento e resistere all’assedio dei chulos, pur sentendo che la vita se ne andava in ogni sparo, dove loro cercavano di mettermi fuori combattimento, perché ero il bersaglio dei loro attacchi e delle loro paure, così come loro furono al centro del mirino ogni volta che sparai, in ogni scontro militare.
Orgoglioso di aver partecipato a innumerevoli giornate propagandistiche.
Orgoglio di aver fatto parte di gruppi di studio, dove conobbi i classici del marxismo-leninismo, Manuel Quintín Lame, Paulo Freire e la teologia della liberazione.
Orgoglioso di aver amato Karina fino al giorno della sua morte, mentre combatteva sotto il comando del Maggiore Elías, laggiù a Novilleras, nella Forza Militare d’Occidente, nel 1994.
Orgoglioso di aver conosciuto la Comandante dei ragazzi di strada e delle lavoratrici sessuali della Quince, nella mia bella Cali, il cui nome di battesimo oggi nessuno sembra ricordare.
Orgoglioso

di aver riposato in un’amaca,
tra le sterpaglie della cordigliera,
dopo una lunga camminata,
attraversando il páramo

di nuovo…

Orgoglioso di non aver ceduto, quando fui detenuto dall’F-2 e interrogato dalla polizia politica dell’esercito colombiano, nonostante il terrore che incombe durante una sessione di tortura nella Terza Brigata, dove la minaccia di morte è la cosa meno dannosa che si possa vivere in quel momento.
Imparai in questi anni di cammino tra sentieri e mulattiere,
che quando il nemico ti accerchia su un crinale montuoso che stai difendendo, o la barricata per strada è insufficiente per avanzare o retrocedere… la prima cosa che devi fare è capire ciò che sta succedendo e prendere una decisione.
Che fare? Patria o morte. Vivi oggi e lotta domani.
Una contraddizione così grande segna la difficoltà o la semplicità nel prendere una decisione, a vent’anni appena compiuti.
Coloro che optarono per la prima scelta fanno parte del nostro memoriale, come molti compagni che non ebbero scelta e persero la vita.
Quelli che abbiamo avuto l’opportunità di scegliere, siamo per sempre angeli caduti, che in alcuni casi cerchiamo di fare memoria e lottare in altri fronti di lotta, con mezzi civili e pacifici, fuggendo dalle nostre stesse paure e fantasmi, che ci perseguitano da allora e non cessano di tenderci imboscate nella quotidianità.

Altri sopravvissuti si vendono nel mercato della politica nazionale e legittimano oggi paramilitari che assassinarono molta gente dell’M-19, delle sue basi d’appoggio o semplicemente del popolo lavoratore.
Imparai anche che la feticizzazione del denaro arriva a imporsi sia nella lotta armata che nella lotta elettorale, che ci alienano allo stesso modo al pensare che tali strategie abbiano vita propria e indipendente dai loro creatori, oppure se pensiamo che siano le uniche forme di lotta valide e che le altre siano poca cosa, davanti alla nostra “scelta corretta”, che speriamo di imporre a simpatizzanti e collaboratori.

Imparai,
che non c’è cosa più gradevole
che bere l’acqua
raccolta nelle bromelie
della selva tropicale.

Sussiste,
controcorrente,
il ricordo dei nostri morti e dei desaparecidos,
che si elevano sopra la nostra eredità,
come esempi di vita
e modelli di comportamento,
nonostante scatti,
basse passioni
e tentazioni,
che poterono accompagnarli
nella loro militanza rivoluzionaria
e nel quotidiano trascorrere.

Prodotto di queste contraddizioni, nacquero le poesie di questo libro,
deliranti ed esaltate
per tanta adrenalina,
testosterone
e sangue versato,
che si fusero in un solo scoppio
per non assaltare l’eternità.

Aver lasciato la lotta armata
ed essere partito
oltre l’alto mare,
non mi rende un pentito
di questa forma di lotta.
Non cerco di fare un’apologia della resa.
Ancora meno di lodarla tra versi e metafore proprie di un damerino.
Non è mia intenzione cantare a quei compagni che si arresero e, consegnando le armi, legittimarono il sistema elettorale colombiano e smisero di lottare. Alcuni di loro, amici carissimi, con i quali condivisi poco più che la mia stessa vita.
Altri continuano in piedi nella lotta, senza armi, senza montagna e senza clandestinità. Amnistiati o no. Esiliati o no. Messi a tacere o no.
Io invece sono solo un sopravvissuto di un gruppo di poco più di 77 insorti, che caddero in combattimento o furono fatti sparire dalle forze dell’ordine dello Stato colombiano.
Un sopravvissuto, ora messicano, con tracce visibili della sindrome post-traumatica, perseguitato da sensi di colpa che si dissolvono nel mio lavoro quotidiano di prevenzione dell’HIV/AIDS, come pratica di libertà, tra lavoratrici sessuali e la mia attuale militanza come aderente e attivista dell’Altra Campagna, iniziativa civile e pacifica convocata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Messico.
Tuttavia, è certo che non tornerei più a prendere le armi, senza che ciò implichi minimamente ripudiare questa forma di lotta.
Nemmeno indirizzerei il mio lavoro politico verso la presa del potere;
il che non è uguale
a non lottare per consolidare
potere popolare
in lungo e in largo

Potere popolare che instauri un governo,
con democrazia diretta e non rappresentativa,
che comandi obbedendo
e che il popolo possa sciogliere
se non è al servizio del popolo,
dove non consegniamo tutto il potere,
né tutte le armi,
a nessun comandante o compagno
che poi voglia schiacciarci.
Posso dire,
senza timore di sbagliarmi,
che le poesie di questo libro riflettono
che non c’è santità nella violenza rivoluzionaria,
lì Dio non è presente,
né in nessun’altra parte,
a dire il vero.
Che ingenui fummo!…
Ciò che c’è nella violenza rivoluzionaria
è una risposta alla violenza istituzionale di un regime
che condanna alla miseria milioni di persone
e stermina coloro che dissentono dai potenti.
Non c’è santità, c’è scontro a morte
con chi difende violentemente e senza compassione
lo Stato e le sue istituzioni.
Non c’è santità, ci sono apparati armati
che rappresentano una delle massime espressioni del patriarcato,
che competono a morte in una guerra di guerriglia, movimenti e posizioni,
con una logica propria del capitale,
che genera guerre commerciali per aprirsi strada in altre latitudini
e colonizzare la nostra mente e lo spirito di ribellione.
Non c’è santità, ma c’è giustizia popolare.
Non c’è santità, ma c’è punizione, assassinando chi uccide civili disarmati.
Non c’è santità, ma c’è vendetta, esercitata contro i nostri carnefici.
Non c’è santità, ma c’è speranza di poter annientare
chi ci annienta.
Non c’è santità,
ma è l’unico cammino
che a molti di noi è rimasto,
al margine del divino e del mondano,
al margine di ciò che è amato e desiderabile,
al margine di sé stessi
e senza santità, forse.

L’albero piantato in onore a Jaime nel Casale Alba 2, Roma il 05/05/2026

Conversatorio – “Los pueblos iraníes entre dos demonios”

Si les interesa conocer más sobre la situación en Irán, el complejo panorama político y la resistencia histórica de su pueblo, les invitamos a escuchar este audio del conversatorio que se realizó el 1° de abril en la Librería “La Cosecha” (en San Cristóbal de Las Casas, Chiapas), con dos compañerxs iraníes del colectivo “Andisheh va Peykar” (Pensamiento y Lucha).

En el audio, un recorrido histórico de los proyectos neoliberales impulsados por el régimen de los Ayatolás y las constantes represiones contra los movimientos sociales de los pueblos iraníes. Al mismo tiempo en su conversatorio lxs compañerxs del colectivo “Andisheh va Peykar” analizan critcamente y rechazan la mortífera injerencia imperialista de Israel y Estados Unidos.

¡No a las guerras del capitalismo!
¡Por la revolución social, abajo y a la izquierda!

https://www.youtube.com/watch?v=mvDxZhpTyxs





LA RESISTENCIA DE PLAYA SALCHI (ESP)

Proponemos este informe redactado inicialmente en italiano, francés y alemán con el propósito de darle difusión en Europa, por lo mismo puede que algunos párrafos que resumen el contexto sociopolítico de México se perciban como redundantes para el lector mexican@, aun así, decidimos mantenerlos para que otrxs lectorxs hispanohablantes puedan tener acceso a más información.

INFORME DE LA BRIGADA INTERNACIONALISTA CONTRA LA PRIVATIZACIÓN DE «PLAYA SALCHI»

Introducción

Los días 25, 26 y 27 de marzo de 2026 un grupo de compañerxs del Nodo Solidale, del Colectivo Zapatista de Lugano, del SOA Il Molino y otras personas solidarias de Italia y Suiza llevamos a cabo una brigada internacionalista de solidaridad con la lucha contra la privatización de la «playa de Salchi», en la costa de Oaxaca, México.

Los colectivos mencionados fuimos invitados por el Comité de Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI) — una organización popular, presente en más de 25 comunidades de la región que desde 1998 lucha por la defensa del territorio — a conocer el caso emblemático de despojo y especulación de las tierras que perjudican al compañero campesino Miguel Sánchez Hernández. Durante los tres días de intercambio de conocimientos, talleres, juegos con las infancias y prácticas de lucha, se realizaron varias entrevistas con las personas involucradas en esta lucha en defensa del territorio, cuya síntesis se presenta en este informe y en un vídeo que se publicará próximamente.

Contexto sobre la «cuestión de la tierra» en México

En México, como resultado de las luchas seculares, las guerras campesinas y las revoluciones, existe un sistema de propiedad de la tierra que reconoce, además de la propiedad pública y privada, también la propiedad social (por lo tanto, colectiva) de las tierras. Una realidad que abarca más de la mitad del territorio nacional. Concretamente, a partir de la revolución de Emiliano Zapata y Francisco Villa, se consagró en la Constitución de 1917 la inalienabilidad de la tierra y su redistribución en núcleos agrarios conocidos como ejidos y tierras comunales. Redistribución que tuvo lugar a partir de finales de los años 30 y que se prolongó hasta 1992, año en el que mediante una reforma constitucional se sancionó la vendibilidad parcial de las tierras ejidales. Los ejidos fueron asignados por decreto presidencial, mientras que las tierras comunales se asignaron sobre la base del reconocimiento de las tierras «ancestrales», definidas por los documentos y acuerdos firmados entre los pueblos indígenas y la Corona Española durante la época colonial.

En general, el uso de estas tierras colectivas es gestionado por la asamblea de los ejidatarios o comuneros, como máxima autoridad local, dentro del marco legal de la Reforma Agraria. Son tierras que pueden heredarse de padres a hijos o intercambiarse dentro del núcleo agrario, pero que no pueden revenderse fuera del mismo (salvo excepciones específicas). Este sistema de gestión de las tierras representa una verdadera forma de poder comunitario, campesino y a menudo indígena, en la que se ancla el llamado sistema de «usos y costumbres».

Tierra es Libertad

En México, las tierras colectivas, al menos formalmente, se extienden sobre unos 100 millones de hectáreas, gestionadas por más de 30 000 núcleos agrarios. Este sistema ha sido constantemente erosionado por leyes, decretos e intentos de reformas constitucionales y, de hecho, por prácticas favorecidas por las grandes empresas y los consorcios económicos y políticos nacionales, todos interesados en reducir el espacio de autonomía del campesinado y los pueblos indígenas del país. Toda esta tierra «legalmente sustraída» al mercado capitalista resulta, de hecho, muy atractiva para múltiples actores económicos y políticos.

En los últimos años, el crimen organizado ha participado en el saqueo constante contra los pueblos indígenas y los campesinos, interviniendo como brazo armado tanto en los territorios donde se han llevado a cabo los mega-proyectos promovidos por el gobierno (como el Corredor Transístmico y el Tren Maya), como a nivel local asociándose con cualquier empresario o político que tenga en juego jugosas ganancias sobre parcelas de tierra colectivas.

Es importante mencionar que en México, en los últimos 20 años, han sido asesinadas más de 500 000 personas y unas 134 000 figuran como «desaparecidas». El país vive una guerra de fragmentación territorial: una guerra civil «anómala», intermitente, asimétrica, dispersa pero profundamente violenta;  todo esto conforma un complejo sistema de expoliación a varios niveles que cada día ataca, reduce y malvende las tierras colectivas y se ensaña contra quienes las defienden.

El caso de la playa de Salchi es un ejemplo entre miles de otros, a lo largo de todas las costas de México.

Breve historia del robo de tierras en Salchi

Playa Salchi forma parte del conjunto de tierras comunales de San Pedro Pochutla, en el estado de Oaxaca. Tierras que con la creación del complejo turístico de Bahías de Huatulco a principios de los años 90 sufrieron una privatización rápida e ilegal. El mecanismo más utilizado fue la compraventa de terrenos mediante la emisión de documentos fraudulentos firmados por el comisario de turno de los bienes comunales. El comisario es la figura elegida por la asamblea de los comuneros que debería proteger y gestionar las tierras colectivas, pero a menudo se convierte precisamente en la autoridad agraria local más fácilmente corruptible por parte de los intereses privatizadores (o eliminable por estos cuando, por el contrario, se niega a entrar en el negocio). Muy a menudo, los comisarios de los bienes comunales se convierten así en los principales cómplices de los empresarios: reciben de ellos un soborno o una comisión por las tierras cedidas, a pesar de que los títulos de propiedad emitidos no tengan ningún valor formal ante el Tribunal Agrario y el Catastro, es decir,estas instituciones que inmersas en el mismo sistema de corrupción generalizada se vuelven eternamente ciegas ante estas irregularidades crónicas.

Playa Salchi

La mayoría de las villas que los ricos lucen en las costas de México se han construido con estos permisos falsificados y sobre tierras comunales indígenas o campesinas.

La bahía de la playa de Salchi es la salida al Pacífico de una parcela de 28 hectáreas de tierra comunal asignada a Miguel Sánchez Hernández, un campesino de 87 años, que la ha cuidado desde que la heredó, para uso agrícola, de su abuelo adoptivo. Desde los primeros intentos de privatización, Don Miguel se ha negado a ceder las tierras que le fueron asignadas para la construcción de zonas turísticas. Pero su negativa como propietario formal ha sido totalmente insuficiente para impedir su privatización.

En el año 2000, David Ortega del Valle le propuso vender 10 hectáreas de terreno «frente al mar» a un consorcio inmobiliario canadiense, con la promesa inicial de un pago por los terrenos. Acuerdo que al día de hoy no se ha cumplido. En esta zona, en los últimos años hasta 2025, se han construido 42 viviendas con «vistas al mar», ocupadas estacionalmente en su mayoría por jubilados canadienses. A lo largo de los años, Miguel Sánchez ha intentado recuperar las tierras con el apoyo de diversas organizaciones sociales y de derechos humanos, entre ellas el CODEDI, que históricamente organiza comités locales en la región para la defensa de los derechos indígenas y se moviliza promoviendo la resistencia contra los proyectos capitalistas y extractivistas en los territorios indígenas, especialmente en la Costa y la Sierra Sur de Oaxaca.

En 2017, el CODEDI y otras organizaciones locales aliadas comenzaron a trabajar cíclicamente las aproximadamente 14 hectáreas de tierras que habían quedado libres de la turistificación, cultivando maíz, calabacitas y frijoles, así como otros alimentos destinados a las familias de las comunidades de la organización.

la “colonia” canadiense

En julio de 2018, el coordinador local del CODEDI, Abraham Hernández González, fue secuestrado cerca de la playa y posteriormente asesinado: su cuerpo fue hallado en la localidad cercana de Cuatunalco. Las circunstancias del asesinato nunca se investigaron y al día de hoy los responsables gozan de total impunidad. Este dramático suceso agravó el conflicto por las tierras de Salchi y puso de manifiesto la complicidad del crimen organizado con los empresarios implicados. «Desde agosto de 2020 —cuenta Miguel Sánchez— he sido objeto de repetidos intentos de despojo de las tierras y de mi vivienda, con personas encapuchadas y armadas que me vigilan y realizan rondas continuas». De hecho don Miguel denuncia, durante una Caravana de Observación de los Derechos Humanos en septiembre de 2025, que un día llegaron 8 furgonetas con personas armadas en la y en esa ocasión fue secuestrado, amenazado de muerte, agredido con empujones, obscenidades y burlas de diversa índole, lo que comprometió su estado de salud hasta el punto de tener que ser operado de urgencia.

Se tiene constancia de al menos otras dos acciones de intimidación ocurridas durante el desarrollo de actividades públicas:

– El 7 de junio de 2025 se celebró el «Foro en defensa de la tierra y los derechos agrarios de los campesinos de la costa», con la participación de 17 organizaciones que denunciaron el intento de despojo en Playa Salchi. Durante el evento, 16 personas armadas vinculadas al «Cartel del Despojo» irrumpieron en los terrenos de Miguel Sánchez, amenazando su vida para imponer otro proyecto turístico.

– El 29 de enero de 2026, un grupo de civiles, entre los que se encontraba el colombiano Arturo Peralta (responsable del proyecto inmobiliario del mencionado consorcio canadiense), irrumpió en las tierras de Miguel Sánchez, las que aún no están invadidas por la turistificación, con excavadoras y maquinaria pesada, acompañado de tres patrullas de la policía estatal. Durante la agresión, las excavadoras, escoltadas por las fuerzas de seguridad y por algunos civiles armados, demolieron por completo algunas casitas y construcciones dispersas en los terrenos agrícolas, utilizadas también por otros campesinos que suelen acudir a ayudar a don Miguel a trabajar la tierra. Armas en mano, se repitieron los insultos y las amenazas contra el anciano campesino y las demás personas presentes. La participación de la policía estatal, en evidente defensa de una agresión ilegítima e ilegal y al lado de civiles armados no identificados, pone aún más de manifiesto la complicidad de las instituciones con la actuación criminal del «Cartel del Despojo».

Como internacionalistas, no podemos dejar de señalar la escalofriante similitud de este último hecho con las excavadoras del ejército israelí en Palestina que, en nombre de las retorcidas leyes del «colonialismo de asentamiento», fortifican las zonas privatizadas por los colonos «blancos» y demuelen, armas en mano y con violencia, las casas de los nativos, los campesinos y los pastores de la zona. Lo cual nos reitera cómo el capitalismo despliega en diferentes geografías los mismos dispositivos coloniales y racistas de discriminación, limpieza étnica, expropiación y criminalización.

El «Cartel del Despojo»

Don Miguel, los compañeros y compañeras del CODEDI y de otras organizaciones aliadas, reunidos en defensa de la playa de Salchi, señalan que existe un grupo de personas, entre las que se encuentran algunos funcionarios de Morena (partido en el poder tanto a nivel estatal como federal) que —en contubernio con los comisarios de los bienes comunales, las autoridades del tribunal agrario, con las fuerzas del orden y el crimen organizado— se enriquecen orquestando las privatizaciones de las playas y de los terrenos comunales en la costa de Oaxaca.

Junto con el caso de Salchi, también se han dado a conocer los casos de la cercana playa de El Coyote y de la playa de El Coyul (varios kilómetros más al sur). Este grupo de personas, bautizado como el «Cartel del Despojo», aplica en todas partes el mismo modus operandi: envía gente armada para intimidar y desalojar a los campesinos con amenazas y violencia; se apropia de las tierras simulando legalidad mediante documentos emitidos por autoridades agrarias corruptas; revende a consorcios inmobiliarios extranjeros especulando con cada metro de tierra robada (una parcela de 200 m², sustraída con engaño y violencia, se revende entre 50 000 y 100 000 euros —entre 1 y 2 millones de pesos mexicanos). Para que después los consorcios de desarrollo inmobiliario revendan a su vez, a precios estratosféricos, las «casitas frente al mar» en el mercado de sus países de origen (a menudo EE. UU., Canadá, la Unión Europea, pero también Arabia Saudí y Rusia), facturando en dólares. El flujo de dinero generado por esta especulación es inmenso y solo beneficia a quienes ya son ricos: funcionarios, empresarios y mafiosos.

El resultado de toda esta operación mafiosa no es más que una gentrificación de las playas basada en un modelo extractivista que, reiteran los interlocutores, solo puede funcionar con el apoyo cómplice de las instituciones, cuyas operaciones irregulares se ven lubricadas por sustanciales sobornos.

Los actores locales y nacionales de este «cartel», señalados como principales beneficiarios del robo de tierras, son los diputados federales Alejandro Avilés Álvarez (del Partido Verde Ecologista de México, pero afiliado a Morena) y Juan Hugo de la Rosa (Morena), el asistente jurídico Orlando Acevedo (del PRI), el ex comisionado de bienes comunales de Pochutla Jesús «Chucho» Reyes, David Ortega del Valle (director de Gestión Ambiental de la Secretaría de Medio Ambiente de Oaxaca), el político local Alfonso Esparza, el empresario Israel Carreño Morales (despojador de playa El Coyote )y el contable Sergio Castro López. Así, el grupo opera con impunidad gracias a la protección de elementos de los tres niveles de gobierno (municipal, estatal y federal) y con la participación tanto de los partidos de la mayoría como de la oposición.

La costa lava más blanco: expoliación y lavado de dinero (*)

(* Este capítulo es un extracto de un artículo de Kino Balu https://elgirodelarueda.net/despojo-playa-salchi-castro-lopez-oaxaca/)

Construcciones ilegales

El conflicto de Playa Salchi es en cierto modo el emblema de la ofensiva de expropiación territorial y mercantilización del litoral de Oaxaca: un auténtico campo de experimentación. Aquí se entrelazan la histórica criminalidad financiera de personajes como Sergio Castro López (un contable de origen humilde que ascendió en las jerarquías hasta convertirse en un blanqueador de miles de millones, mediante el perfeccionamiento de esos «esquemas fiscales agresivos» que han permitido a gobernadores y empresas evadir ampliamente sus obligaciones fiscales. Su empresa —Inteligencia de Negocios— ha funcionado como centro operativo para redes de 150 testaferros, moviendo más de 100 000 millones de pesos en operaciones de blanqueo), con la de operadores políticos locales, protegidos por el nombre de partidos como Morena y Verde Ecologista y respaldados por la «Cuarta Transformación» en el Gobierno y sus centros de interés.

Este fenómeno revela un patrón: los proyectos hoteleros en terrenos expropiados no son sólo operaciones inmobiliarias, sino también mecanismos de lavado de dinero. Los hoteles permiten justificar enormes flujos financieros, al tiempo que generan activos inmobiliarios en territorios estratégicos. La costa de Oaxaca, con su potencial turístico y su debilidad institucional, ofrece las condiciones ideales para esta simbiosis entre la expropiación territorial y el lavado de dinero. El gobierno no solo tolera estas operaciones, sino que las integra orgánicamente en su propio proyecto político, demostrando que la llamada «Cuarta Transformación» puede convivir tranquilamente con las formas más sofisticadas de la criminalidad capitalista.

Hotel recuperado

Un modelo de expoliación integral, en el que la apropiación del territorio se entrelaza con el control político, el lavado de dinero y la cooptación institucional para crear enclaves de total impunidad, y que opera a través de varias fases: en primer lugar, la identificación de territorios estratégicos con comunidades institucionalmente debilitadas; en segundo lugar, la construcción de alianzas con actores políticos locales; en tercer lugar, el desarrollo de proyectos inmobiliarios que justifican el blanqueo de capitales; en cuarto lugar, la neutralización de las resistencias mediante la cooptación o la criminalización de los opositores.

Don Miguel Sánchez, con sus 87 años y más de sesenta años de trabajo en esas tierras, encarna todo lo que este modelo pretende eliminar: la memoria histórica, los derechos territoriales ancestrales y la resistencia campesina.

Su despojo no es casual: es metódico.

La resistencia y las alianzas

Don Miguel Sánchez Hernández no está solo. Cuenta con el apoyo del CODEDI y de las organizaciones sociales de la izquierda anticapitalista del FORO (Frente de Organizaciones de Oaxaca), así como de otros aliados estratégicos que han logrado convertir este caso en un ejemplo de resistencia y no de despojo silencioso, como lamentablemente ha ocurrido en muchos, demasiados, casos similares en la misma costa de Oaxaca, así como en otras partes de México.

Como ya se ha dicho, en junio de 2025, entre las dunas disputadas de la playa de Salchi, se reunieron 14 organizaciones locales, que a su vez convocaron la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Misión de Observación de los Derechos Humanos), llevada a cabo los días 12 y 13 de julio de 2025, la cual redactó un informe detallado sobre la violación de los derechos humanos en las playas de Salchi y El Coyote. La misión reunió a 17 organizaciones de la sociedad civil, a los representantes legales del sindicato de docentes de la Sección XXII de la CNTE en Oaxaca, así como a ciudadanos y abogados de la sociedad civil pertenecientes a organizaciones sociales, todas ellas con una larga experiencia en la defensa de los derechos humanos y colectivos en el estado de Oaxaca.

Las siguientes organizaciones han estado y están presentes en la vigilancia constante del territorio y de la situación: CODEDI, CODEPO (Comité de Defensa de los Derechos del Pueblo de Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Consejo de Comunidades Campesinas y Proletarias), COCISS (Consejo de Comunidades Indígenas de la Sierra Sur), APIIDTT (Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio), la ONG EDUCA, MIUCO (Mujeres Indígenas y Afros Unidas por el Bien de la Costa Oaxaqueña), FPR (Frente Popular Revolucionario), FIZ (Frente Indígena Zapoteco), la Asamblea de la Comunidad Indígena Puente Madera, la Asamblea de la Comunidad Indígena El Coyul y la Cooperativa Cimarronez.

Además, a lo largo de los años, el CODEDI ha construido una red de colaboraciones y alianzas nacionales e internacionales con otras organizaciones indígenas, alguna de ellas vinculadas al Congreso Nacional Indígena (CNI), y con colectivos europeos que apoyan el zapatismo, como los que han participado en la elaboración del presente informe. Gracias a estos contactos se ha dado vida a una visita informativa y solidaria de una brigada de activistas italian@s a finales de julio de 2025 y a la actual Brigada Internacionalista de finales de marzo de 2026.

Los colectivos implicados se han comprometido a seguir vigilando, incluso a distancia, la situación de apropiación indebida y de posible represión de la resistencia en las tierras de Miguel Sánchez Hernández.

El uso autogestionado de los espacios y los campos

Las 14 hectáreas de tierra que aún resisten el avance de la colonización inmobiliaria y turística se cultivan cíclicamente con maíz, frijoles, calabacitas, papaya y otras frutas de temporada. Los compañeros y compañeras del CODEDI organizan «tequios» con los comités locales de su organización para demostrar un uso sano, alternativo, ecológico y autogestionado de los campos, en antítesis al modelo extractivista de los consorcios inmobiliarios.

En Playa Salchi, estos dos modelos en completa oposición se enfrentan física y políticamente.

El CODEDI proviene de una larga tradición de procesos autogestivos, partiendo de la experiencia en el 2006 de la insurrección y de la Comuna de Oaxaca, y en cierta medida se ha inspirado en los caminos autónomos del Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), del CIDECI en Chiapas y de los demás pueblos indígenas del CNI. Con este impulso, en 2013 creó un Centro de Formación en la Ex Finca Alemania (Sierra Sur) donde niños y jóvenes de sus propias comunidades y aldeas pueden estudiar y aprender diversas artes y oficios, a través de un proceso pedagógico empírico y autónomo. Este modelo libertario de «escuela viva» se traslada periódicamente a Salchi, donde se organizan talleres para niñxs y adolescentes que se llevan a cabo en los espacios de un gran y moderno hotel ilegal, construido sin ningún permiso a pocos metros de la playa y recuperado posteriormente por quienes defienden el territorio.

Pintas en Playa Salchi

En los primeros meses de 2026, por ejemplo, se celebraron varios encuentros y talleres para la infancia en Playa Salchi, que trataron temas como la biología marina, la comida sana frente a la comida basura, la medicina natural y la historia oral, ofreciendo un espacio a los cuentacuentos. Los talleres suelen ser impartidos por colectivos solidarios que se dedican a los temas mencionados y están dirigidos principalmente a los alumnos y alumnas de la escuelita autónoma de Finca Alemania y a las infancias en general presentes en Salchi.

Partiendo de experiencias, sobre todo urbanas, de autogestión y autonomía, los colectivos y las personas que participamos en la Brigada Internacionalista consideramos esta forma —la autogestión colectiva de los espacios y las tierras— como uno de los elementos fundamentales y decisivos para la construcción de otros mundos posibles. De hecho, como nos enseña la historia de las numerosas experiencias de lucha mexicanas, la creación de la autonomía y de formas autónomas de vida son un camino que hay que recorrer e intensificar con determinación y constancia como formas de gestión colectiva de cuerpos, mentes y territorios.

En este contexto, y para crear formas de lucha y de unión que se opongan a las dinámicas de despojo y saqueo de los territorios, la propuesta del CODEDI se convierte en un elemento fundamental de construcción y de oposición.

Actividad de la escuelita autónoma de la ex finca Alemania

La creación de un futuro «Centro Comunitario de Formación» dedicado a la infancia y a los jóvenes, en las mismas tierras que el sistema capitalista está tratando de arrebatar a las poblaciones locales, es una visión particularmente insolente y combativa, en un panorama global cada vez más complaciente y resignado, que se posiciona claramente y elige de qué lado estar.

Por lo tanto, nos resulta esencial resaltar la voluntad de intensificar y dedicarse a una labor de atención, cuidado y formación específica hacia las jóvenes generaciones, y la de mantener la construcción práctica y real de alternativas colectivas autónomas, que permiten visualizar y realizar laboratorios efectivos de contrapoder frente al capitalismo. Prácticas que proponen al mismo tiempo formas o focos de resistencia a la dominación cada vez más totalitaria de la unión indisoluble entre capital, mafia y Estado. Situación que —dada también la precariedad o la ausencia total de una salida laboral, de emancipación y de autodeterminación— muchísimas personas, en particular jóvenes, pobres y mujeres, en los últimos años, no han tenido otra opción posible que la de incorporarse a la mano de obra precaria relegada a las maquilas, a los trabajos mal remunerados y explotados en México o en Estados Unidos, al trabajo sexual que muchas veces cae en manos de tratantes, y en última instancia, alistarse como mano de obra para el crimen organizado.

Recuperar un territorio en el que al mismo tiempo se autoproduce el propio sustento, mediante el cultivo de alimentos básicos que pueden generar también autosuficiencia económica, se convierte en una forma de «barricada social, política y cultural» frente al avance del sistema criminal/mafioso del Estado y de los principales intereses económicos, privados o estatales. En un sistema que hace de la guerra su doctrina y su imposición del mundo, el esfuerzo en curso para contrarrestarlo con prácticas colectivas, autogestionadas y autónomas se convierte, por tanto, no solo en un NO a la privatización-despojo, sino también en un SÍ a otro mundo posible.

Conclusión: la turistificación como instrumento colonial de expoliación

Para el anciano campesino Miguel Sánchez Hernández y los habitantes de Playa Salchi y sus alrededores, la agricultura, al igual que la pesca en los ríos y en el mar, constituye una de las principales actividades y una fuente fundamental de sustento para las familias. Estas prácticas económicas y tradicionales han sufrido grandes transformaciones en los últimos años, debido a una lógica que pretende instaurar en esta región el «desarrollo» a través de un turismo de masas destructivo y mediante proyectos de infraestructuras logísticas, viarias de ellas que conectan a Oaxaca con Guerrero y Veracruz en el marco de los proyectos complementarios a la gran obra del Corredor Interoceánico del Istmo de Tehuantepec (CIIT). Esto ha tenido un impacto negativo en la forma de la propiedad social y ha introducido en la región una visión mercantilista de la tierra, fomentando el lavado de dinero y poniéndola en manos de agencias inmobiliarias y particulares.

Las grandes infraestructuras y los polos turísticos —contradiciendo el discurso oficial y «progresista» del gobierno— se abalanzan sobre las tierras indígenas como despiadados proyectos neocoloniales. Auténticas formas contemporáneas de conquista contra un modo de vida de subsistencia, considerado primitivo, excedente e inútil para el sistema capitalista.

La turistificación masiva de los recursos naturales y, en particular, de territorios específicos, no es en absoluto nueva para nosotros. También nosotros, como personas aquí presentes con la Brigada Internacionalista, vivimos o hemos vivido en territorios cuya explotación, ligada a la privatización de tierras y recursos (aguas, bosques, selvas, montañas), ha generado inmensas cantidades de dinero para blanquear, contribuyendo de manera masiva a la actual devastación social, cultural y territorial en curso.

Una tormenta planetaria que viene de lejos y que está arrasando con toda forma de vida que no se ajusta al capital. Una forma de necropolítica o de capitalismo gore que ya no sabe qué hacer con los cuerpos sobrantes, improductivos y que no se ajustan a los dictados del sistema. Y que, al mismo tiempo, sustrae las riquezas y los recursos naturales a las comunidades locales para valorizarlos en su propio modelo económico.

Una guerra que, históricamente en sus especificidades coloniales y de dominio, ha devastado territorios y poblaciones enteras, creando un contexto de dependencia y explotación, origen del enriquecimiento, de una cierta supremacía, del mal definido desarrollo y también —no lo olvidemos— de ciertos «derechos» conquistados en el mundo occidental, desde siempre depredador y colonial.

«El caso de Playa Salchi sintetiza uno de los retos fundamentales de nuestro tiempo: hacer frente a formas de criminalidad que han logrado camuflarse perfectamente con las estructuras legales e institucionales. No se trata de delincuentes que operan al margen del sistema, sino de delincuentes que son el sistema mismo», resume Kino Balu.

Playa Salchi se convierte, por tanto, en un paradigma de expoliación colonial, extendido no solo en México sino en muchas partes del planeta, donde las tierras ricas en diversidad y humanidad del llamado «sur global» son arrebatadas a sus respectivas poblaciones, mercantilizadas y convertidas en hiperproductivas con el fin de intensificar un turismo agresivo, rico y «blanco», al que no le importan en absoluto las especificidades de las comunidades locales. Un turismo por el que se privatizan los recursos, el coste de la vida sufre subidas insostenibles y los pobres son expulsados de los centros de interés o explotados en y por ellos, como mano de obra barata.

La resistencia

Una gentrificación y una turistificación, tanto masiva como dirigida a las élites acomodadas, que hace que poblaciones enteras, geografías y territorios pierdan memoria, dignidad y posibilidades de vida, relegándolos a los márgenes del sistema económico actual.

Una dignidad que, también aquí, nos enseñan que se puede recuperar con la acción directa en la resistencia, la reconexión con la tierra y la naturaleza, con la autogestión colectiva de los espacios y los tiempos.

Frente a esta maquinaria de expropiación, las comunidades de la Sierra Sur y de Playa Salchi han desarrollado ejemplos de resistencia que van más allá de la simple defensa del territorio. Su lucha pone en tela de juicio el propio modelo de desarrollo que considera los territorios como mercancía y las comunidades como obstáculos al progreso.

Aquí, como en otros lugares, la elección del bando en el que situarse se vuelve precisa y la oposición al sistema-guerra se hace concreta y real: en la construcción de un poder popular autónomo, en redes de solidaridad territorial que superan las fronteras impuestas por el Estado-nación y en formas de organización conflictivas y directas, cuya legitimidad no dependa de la mediación institucional.

«La tierra no se vende, se ama y se defiende»

Brigada Internacionalista, Playa Salchi, marzo de 2026

LA RESISTENZA DELLA SPIAGGIA DI SALCHI (ITA)

REPORT DELLA BRIGATA INTERNAZIONALISTA CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DI “PLAYA SALCHI”

Introduzione 

I giorni 25, 26 e 27 marzo 2026 un gruppo di compagnx del Nodo Solidale, del Collettivo Zapatista di Lugano, del SOA Il Molino e altre persone solidali d’Italia e Svizzera hanno realizzato una brigata internazionalista di solidarietà con la lotta contro la privatizzazione della “spiaggia di Salchi” nella costa di Oaxaca, Messico. 

I collettivi suddetti sono stati invitati dal Comité de Defensa de los Derechos Indigenas (CODEDI) – organizzazione popolare, presente in oltre 25 villaggi della regione che dal 1998 lotta per la difesa del territorio – a conoscere il caso emblematico di sfruttamento e speculazione delle terre a danno del contadino Miguel Sánchez Hernández. Durante le tre giornate di condivisione di saperi, workshop, giochi con l’infanzia e pratiche di lotta, si sono realizzate diverse interviste con le persone coinvolte in questa lotta in difesa del territorio, la cui sintesi si presenta in questo report e in un video che seguirà. 

Contesto sulla “questione della terra” in Messico

In Messico, come risultato delle lotte secolari, delle guerre contadine e delle rivoluzioni avvenute, esiste un sistema di proprietà della terra che riconosce, oltre alla proprietà pubblica e privata, anche la proprietà sociale (quindi collettiva) delle terre. Realtà che copre più della metà del territorio nazionale. Nello specifico a partire dalla rivoluzione di Emiliano Zapata e Francisco Villa venne sancito, nella Costituzione del 1917, l’invendibilità della terra e la sua ridistribuzione in nuclei agrari conosciuti come ejidos e tierras comunales. Ridistribuzione avvenuta a partire dalla fine degli anni 30 e in atto fino al 1992; anno in cui con una riforma costituzionale si è sancita la parziale vendibilità delle terre ejidali. Gli ejidos furono assegnati per decreto presidenziale, le tierras comunales vennero assegnate sulla base del riconoscimento delle terre “ancestrali”, definite dai documenti e accordi firmati tra i popoli indigeni e la Corona Spagnola, durante gli anni della Colonia. 

Tierra es Libertad

In generale l’uso di queste terre collettive è gestito dall’assemblea degli ejidatarios o comuneros, come massima autorità locale, dentro la cornice legale della Riforma Agraria. Sono terre che possono essere ereditate di padre in figlio o scambiate all’interno del nucleo agrario ma che non possono essere rivendute all’esterno dello stesso (salvo specifiche eccezioni). Queste forme di gestione delle terre rappresentano una vera e propria forma di potere comunitario, contadino e spesso indigeno a cui si ispira il cosidetto sistema degli “usi e costumi” (norme comunitarie ancestrali che regolano la vita politica, sociale e culturale delle comunità indigene che hanno una propria assemblea, elezioni per le cariche pubbliche senza la presenza di partiti politici e praticano il “tequio”, una forma di lavoro collettivo o di servizio comunitario, gratuito e a favore, appunto, della comunità). 

In Messico le terre collettive, almeno formalmente, si estendono su circa 100 milioni di ettari, gestite da più di 30.000 nuclei agrari. Questo sistema è stato costantemente erosionato da leggi, decreti e tentativi di riforme costituzionali e, nei fatti, con pratiche favorite dalle grandi imprese e consorzi economici e politici nazionali, tutti interessati a ridurre lo spazio di autonomia dei contadini e dei popoli indigeni nel Paese. Tutta questa terra “legalmente sottratta” al mercato capitalista, fa infatti gola a molteplici attori economici e politici.

Negli ultimi anni il crimine organizzato ha preso parte a questo saccheggio costante contro i popoli indigeni e i contadini, intervenendo come braccio armato tanto nei territori dove si sono realizzate o si vogliono realizzare le grandi opere promosse dal governo di turno (come il Corredor Transismico e il Tren Maya), quanto localmente associandosi con qualsiasi imprenditore o politico abbia in ballo guadagni succulenti su pezzi di terra collettivi. 

È necessario menzionare, per dare un quadro del contesto, che in Messico negli ultimi 20 anni sono state assassinate più di 500.000 persone e circa 134.000 risultano “desaparecidas”, cioè scomparse. Il Paese vive una guerra di frammentazione territoriale: una guerra civile “anomala”, intermittente, asimmetrica, sparsa ma profondamente violenta; tutto ciò si traduce in un sistema complesso di spoliazione a più livelli che tutti i giorni aggredisce, riduce e svende le terre collettive e si accanisce contro chi le difende. 

Il caso di spiaggia Salchi, dunque, è un esempio fra migliaia di altri, lungo tutte le coste del Messico.

Breve storia del furto di terre a Salchi 

Playa Salchi

Playa Salchi è parte dell’insieme delle terre comunales di San Pedro Pochutla nello stato di Oaxaca. Terre che, con la creazione del polo turistico di Bahias de Huatulco nei primi anni ’90, hanno subito una privatizzazione rapida e illegale. Il meccanismo più utilizzato è stato la compravendita di terreni attraverso l’emissione di documenti fraudolenti firmati dal commissario di turno dei bienes comunales. Il commissario è la figura eletta dall’assemblea dei comuneros che dovrebbe tutelare e gestire le terre collettive ma spesso diviene proprio l’autorità agraria locale più facilmente corrompibile da parte degli interessi privatizzatori (o eliminabile dagli stessi quando invece si rifiuta di entrare nel business). Molto spesso i commissari dei bienes comunales diventano così i complici principali degli imprenditori: ricevono da parte loro una tangente o una percentuale per i terreni ceduti, nonostante il fatto che gli atti di proprietà emessi non hanno alcun valore formale di fronte al Tribunale Agrario e al Catasto, ovvero quelle stesse istituzioni che, immerse nel medesimo sistema di corruzione generalizzato, diventano eternamente cieche di fronte a queste irregolarità croniche. 

La maggioranza delle ville che i ricchi sfoggiano sulle coste del Messico sono state costruite con questi permessi falsificati e su terre collettive indigene o contadine.

La baia della spiaggia di Salchi è lo sbocco sul Pacifico di un appezzamento di 28 ettari di tierra comunal assegnati a Miguel Sánchez Hernández, contadino di 87 anni, che se n’è preso cura da quando l’ereditò, per uso agricolo, da suo nonno adottivo. A partire dai primi tentativi di privatizzazione, Don Miguel si è rifiutato di cedere i terreni a lui assegnati per la costruzione di zone di turismo. Ma il suo diniego come proprietario formale è stato totalmente insufficiente per impedirne la privatizzazione. 

Nel 2000 David Ortega del Valle gli propose di vendere 10 ettari di terreno “fronte mare” a un consorzio immobiliare canadese, con la promessa iniziale di un pagamento per i terreni. Accordo che ad oggi non è stato rispettato. In questa zona, da allora fino al 2025, sono state costruite 42 abitazioni “vista mare”, occupate stagionalmente per lo più da canadesi in pensione. Negli anni Miguel Sánchez ha cercato di recuperare le terre attraverso l’appoggio di diverse organizzazioni sociali e di diritti umani, tra queste il CODEDI, che storicamente organizza comitati locali nella regione per la difesa dei diritti indigeni e si mobilita promovendo la resistenza contro i progetti capitalisti ed estrattivisti nei territori indigeni, specialmente sulla Costa e sulla Sierra Sur di Oaxaca.

la “colonia” canadiense

Nel 2017 il CODEDI e altre organizzazioni locali alleate hanno iniziato a lavorare ciclicamente i circa 14 ettari di terre rimaste libere dalla turistificazione, coltivando mais, zucchine e fagioli, cosi come altri alimenti destinati alle famiglie dei villaggi dell’organizzazione. 

Nel luglio del 2018, il coordinatore locale del Codedi, Abraham Hernández Gónzalez, viene sequestrato nei pressi della spiaggia e in seguito assassinato: il suo corpo verrà ritrovato nella vicina Cuatunalco. Le circostanze dell’omicidio non verranno mai realmente indagate e i responsabili ad oggi godono di assoluta impunità. Questo drammatico fatto innalza il conflitto per le terre di Salchi e rende palese la complicità della criminalità organizzata con gli imprenditori coinvolti. “Dall’agosto 2020 – racconta Miguel Sánchez – sono stato oggetto di ripetuti tentativi di esproprio delle terre e della mia dimora, con persone incappucciate e armate che mi sorvegliano ed effettuano ronde continue”.  Infatti denuncia l’anziano contadino durante una Carovana di Osservazione dei Diritti Umani nel settembre 2025, che nel 2020 giunsero 8 furgoni con persone armate e che fu sequestrato, minacciato di morte, attaccato con spintoni, volgarità e scherni di vario genere, atti che ne hanno compromesso lo stato di salute, al punto da dover essere operato d’urgenza. 

Si ha la testimonianza di almeno altre due azioni di intimidazione avvenute durante lo svolgimento di attività pubbliche:

– Il 7 giugno 2025 si tenne il “Forum in difesa della terra e dei diritti agrari dei contadini della costa”, con la partecipazione di 14 organizzazioni che hanno denunciato il tentativo di esproprio a Playa Salchi. Durante l’attività 16 persone armate legate al “Cartello degli Espropri” hanno fatto irruzione nei terreni di Miguel Sánchez, minacciando la sua vita per imporre un altro progetto turistico. 

Las viviendas arrasadas

– Il 29 gennaio 2026 un gruppo di civili, fra cui il colombiano Arturo Peralta (responsabile del progetto immobiliario del sudetto consorzio canadese), fece incursione nelle terre  di Miguel Sánchez, non ancora invase dalla turistificazione, con ruspe e macchinari pesanti, accompagnato da tre pattuglie della polizia statale. Durante l’aggressione le ruspe, scortate dalle forze dell’ordine e da alcuni civili con armi da fuoco, demolirono completamente alcune case e delle costruzioni sparse nei terreni agricoli, usate anche da altri contadini che sono soliti venire ad aiutare don Miguel a lavorare le terre. Armi in mano, ripetono gli insulti e le minacce contro l’anziano contadino e le altre persone presenti. La partecipazione della polizia statale, in evidente difesa di un’aggressione illegitima e illegale e al fianco di civili armati non identificati, rende ancor più palese la complicità delle istituzioni con l’agire criminale del “Cartello degli Espropri”.

Come internazionalisti non possiamo non notare l’agghiacciante similitudine di quest’ultimo fatto con le ruspe dell’esercito israeliano in Palestina che, in nome delle contorte leggi del “colonialismo di insediamento”, fortificano le aree privatizzate dai coloni “bianchi” e demoliscono, armi in mano e con violenza, le case dei nativi, dei contadini e dei pastori della zona. Il che ribadisce come il capitalismo sfoggia in geografie diversi gli stessi dispositivi coloniali e razzisti di discriminazione, pulizia etnica, esproprio e criminalizzazione.

Il “Cartello degli Espropri”

Don Miguel, i compagni e le compagne del CODEDI e delle altre organizzazioni alleate, riunitesi a difesa della spiaggia Salchi, indicano che esiste un gruppo di persone, tra i quali alcuni funzionari di Morena (partito al governo sia a livello statale che federale) che – in combutta con i commissari dei bienes comunales, con le autorità del tribunale agrario, con le forze dell’ordine e il crimine organizzato – si arricchiscono orchestrando le privatizzazioni delle spiagge e dei terreni comunales nella costa di Oaxaca. 

Insieme al caso di Salchi hanno reso noti anche i casi della vicina spiaggia El Coyote e della spiaggia El Coyul (vari chilometri più a sud). Questo gruppo di persone, battezzato il “Cartello degli Espropri”, applica ovunque lo stesso modus operandi: manda gente armata a intimidire e sgomberare i contadini con minacce e violenza; si appropria delle terre simulando legalità attraverso i documenti emessi dalle autorità agrarie corrotte; rivende ai consorzi immobiliari stranieri speculando su ogni metro di terra rubato (un lotto di 200mq, sottratto con inganno e violenza, viene rivenduto tra i 50.000 e i 100.000 euro – tra 1 e 2 milioni di pesos messicani). In seguito i consorzi di sviluppo immobiliare a loro volta rivendono a cifre stratosferiche le “villette fronte mare”, nel mercato dei loro Paesi d’origine (spesso Usa, Canadà, Unione Europea ma anche Arabia Saudita e Russia), fatturando in dollari. Il flusso di denaro generato da questa speculazione è immenso e beneficia solo chi è già ricco: funzionari, imprenditori e mafiosi. 

Il risultato di tutta questa operazione mafiosa non è nient’altro che una gentrificazione delle spiagge basata su un modello estrattivista che, ribadiscono gli interlocutori, può funzionare solo con il complice appoggio delle istituzioni, le cui operazioni irregolari sono lubrificate da sostanziose tangenti.

Gli attori locali e nazionali di questo “cartello”, segnalati come principali beneficiari del furto di terre sono i deputati federali Alejandro Avilés Álvarez (del Partito Verde Ecologista del Messico ma affiliato a Morena) e Juan Hugo de la Rosa (Morena), l’assistente giuridico Orlando Acevedo (del partito PRI), l’ex comissario dei bienes comunales de Pochutla Jesús “Chucho” Reyes, David Ortega del Valle (Direttore di Gestione Ambientale del Ministero dell’Ambiente di Oaxaca), il politico locale Alfonso Esparza, l’imprenditore Israel Carreño Morales (che sta privatizzando la spiaggia de El Coyote) e il contabile Sergio Castro López. Così il gruppo opera impunemente grazie alla protezione di elementi dei tre livelli di governo (Municipale, Statale e Federale) e con il coinvolgimento sia dei partiti della maggioranza che dell’opposizione.

La costa lava più bianco: spoliazione e riciclaggio di denaro(*) 

(* Questo capitolo è estratto da un articolo di Kino Balu https://elgirodelarueda.net/despojo-playa-salchi-castro-lopez-oaxaca/)

Construcciones ilegales

Il conflitto di Playa Salchi è un po’ l’emblema dell’offensiva dell’ espropriazione territoriale e della mercificazione del litorale di Oaxaca: un vero e proprio terreno di sperimentazione. Qui si intrecciano la storica criminalità finanziaria di personaggi come Sergio Castro Lopez (commercialista di umili origini che ha scalato le gerarchie fino a diventare un riciclatore di miliardi, attraverso il perfezionamento di quegli “schemi fiscali aggressivi” che hanno permesso a governatori e società di evadere ampiamente gli obblighi fiscali. La sua azienda – Inteligencia de Negocios – ha funzionato come centro operativo per reti di 150 prestanome, movimentando più di 100 miliardi di pesos in operazioni di riciclaggio), con quella di operatori politici locali, protetti dal nome di partiti come Morena e Verde Ecologista e sostenuti dalla “Quarta Trasformazione” al governo e dai suoi centri d’interesse.

Questo fenomeno rivela uno schema ricorrente: i progetti alberghieri su terreni espropriati, non sono solo operazioni immobiliari, ma anche meccanismi di riciclaggio di denaro. Gli alberghi consentono di giustificare ingenti flussi finanziari, generando al contempo beni immobili in territori strategici. La costa di Oaxaca, con il suo potenziale turistico e la sua debolezza istituzionale, offre le condizioni ideali per questa simbiosi tra espropriazione territoriale e riciclaggio di denaro. Il governo non solo tollera queste operazioni ma le integra organicamente nel proprio progetto politico, dimostrando che la cosiddetta «Quarta Trasformazione» può convivere tranquillamente con le forme più sofisticate della criminalità capitalista.

Hotel recuperado

Un modello di spoliazione integrale, in cui l’appropriazione del territorio si intreccia con il controllo politico, il riciclaggio di denaro e la cooptazione istituzionale per creare enclave di totale impunità e che opera attraverso diverse fasi: in primo luogo, l’identificazione di territori strategici con comunità istituzionalmente indebolite; in secondo luogo, la costruzione di alleanze con operatori politici locali; in terzo luogo, lo sviluppo di progetti immobiliari che giustificano il riciclaggio di denaro; in quarto luogo, la neutralizzazione delle resistenze attraverso la cooptazione o la criminalizzazione degli oppositori.

Don Miguel Sánchez, con i suoi 87 anni e gli oltre sessant’anni di lavoro su quelle terre, incarna tutto ciò che questo modello mira a eliminare: la memoria storica, i diritti territoriali ancestrali e la resistenza contadina. 

La sua espropriazione non è casuale: è metodica.

La resistenza e le alleanze 

Ma Don Miguel Sánchez Hernández non è solo. È accompagnato dal CODEDI e dalle organizzazioni sociali della sinistra anticapitalista del FORO (Fronte delle Organizzazioni di Oaxaca) e da altri alleati strategici che sono riusciti a trasformare questo caso in un esempio di resistenza e non di silente spoliazione, come purtroppo è successo in molti, troppi, casi simili nella stessa costa di Oaxaca, così come in altre parti di Messico.

Come già detto, nel giugno del 2025, fra le dune contese di spiaggia Salchi, si sono riunite 14 organizzazioni locali, che a loro volta hanno convocato la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Missione d’Osservazione dei Diritti Umani)realizzata il 12 e 13 luglio 2025 che ha redatto un dettagliato report sulla violazione dei diritti umani nelle spiagge di Salchi ed El Coyote. La missione ha riunito 17 organizzazioni della società civile, i rappresentanti legali del sindacato degli insegnanti della Sezione XXII della CNTE a Oaxaca, nonché cittadini e avvocati della società civile appartenenti a organizzazioni sociali, tutte con una lunga esperienza nella difesa dei diritti umani e collettivi nello Stato di Oaxaca. 

Sono state e sono presenti nella costante vigilanza del territorio e della situazione le seguenti organizzazioni: CODEDI, CODEPO (Comité de Defensa de los Derechos del Pueblo de Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Consejo de Comunidades Campesinas y Proletarias), COCISS (Consejo de Comunidades Indígenas de la Sierra Sur), APIIDTT (Asamblea de los Pueblos Indígenas del Istmo en Defensa de la Tierra y el Territorio), la Ong EDUCA, MIUCO (Mujeres Indígenas y Afros Unidas por el Bien de la Costa Oaxaqueña), FPR (Frente Popular Revolucionario), FIZ (Frente Indígena Zapoteco), l’assemblea del villaggio indigeno Puente Madera, l’assemblea del villaggio indigeno El Coyul e la cooperativa Cimarronez.

Il CODEDI, negli anni, ha inoltre costruito una rete di collaborazioni e alleanze nazionali e internazionali con organizzazioni vincolate al Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e con Collettivi europei che sostengono  lo zapatismo, come quelli coinvolti nella realizzazione del presente report. Grazie a questi contatti si è dato vita a una visita informativa e solidale di una brigata di attivisti italiani a fine luglio 2025 e l’attuale Brigata Internazionalista di fine marzo 2026. 

I collettivi coinvolti hanno preso l’impegno di continuare a monitorare la situazione di furto e di possibile repressione della resistenza nelle terre di Miguel Sánchez Hernández anche a distanza.

L’uso autogestito degli spazi e dei campi

I 14 ettari di terra che ancora resistono all’avanzata della colonizzazione immobiliare e turistica, sono ciclicamente coltivati con mais, fagioli, zucchine, papaya e altri frutti di stagione. I compagni e le compagne del CODEDI organizzano “tequios” con i comitati locali della propria organizzazione per dimostrare un uso sano, alternativo, ecologico e autogestito dei campi, in antitesi al modello estrattivista dei consorzi immobiliari. 

A Playa Salchi questi due modelli in completa opposizione, si fronteggiano fisicamente e politicamente.

Pintas en Playa Salchi

Il CODEDI viene da una lunga tradizione di processi autogestiti, partendo dall’esperienza del 2006 dell’insurrezione e della Comuna de Oaxaca e in qualche modo si è ispirato ai percorsi autonomi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), del CIDECI in Chiapas e degli altri popoli indigeni del CNI (Congresso Nazionale Indigeno). Con questa spinta, nel 2013, ha creato un Centro di Formazione nell’Ex Finca Alemania (Sierra Sur) dove i bambinx e le giovani delle proprie comunità e villaggi possono studiare e apprendere diverse arti e mestieri, attraverso un processo pedagogico empirico e autonomo. Questo modello libertario di “scuola viva” viene periodicamente trasferito a Salchi, dove si organizzano workshop per bambinx e adolescenti che vengono realizzati negli spazi di un grande e moderno hotel abusivo, costruito senza permesso alcuno a pochissimi metri dalla spiaggia e recuperato in un secondo momento da chi sta difendendo il territorio. Uno spaccato – totalmente surreale e affiascinante, tanto quanto “comprensibile” o difficilmente spiegabile a parole – delle tante anomalie o particolarità (o contraddizioni?) di un Messico, da sempre alle prese con forme di lotta altrove impensabili. 

Da dicembre 2025 ad esempio, ci sono stati vari incontri e workshop per l’infanzia realizzati a Playa Salchi, che hanno trattato temi quali la biologia marina, il cibo sano contro cibo spazzatura, la medicina naturale, la storia orale e offerto spazio a cantastorie. I workshop sono solitamente impartiti da collettivi solidali che si dedicano ai temi menzionati e sono diretti principalmente agli alunni e alunne dell’escuelita autónoma di Finca Alemania e all’infanzia in generale presente a Salchi. 

Proveniendo da esperienze, soprattutto urbane, di autogestione e di autonomia, i collettivi e le persone partecipanti alla Brigata Internazionalista, ritengono questa forma – l’autogestione collettiva degli spazi e delle terre – come uno degli elementi fondamentali e decisivi per la costruzione di altri mondi possibili. Infatti, come insegna la storia delle tante esperienze di lotta messicane, la creazione dell’autonomia e di forme autonome di vite, è un cammino da percorrere e da intensificare con determinazione e costanza come forme di gestione collettiva di corpi, menti e territori. 

In questo contesto e per creare quelle forme di lotta e di aggregazione per opporsi alle dinamiche di esproprio e di sacchegio dei territori, la proprosta del CODEDI diventa un elemento di costruzione e di opposizione fondamentale. 

Actividad de la escuelita autónoma de la ex finca Alemania

La creazione di un futuro “Centro Comunitario di Formazione” dedicato all’infanzia e ai giovani, nelle stesse terre che il sistema capitalista sta cercando di sottrarre alle popolazioni locali, è una visione particolarmente insolente e combattiva, in un panorama globale sempre più accondiscendente e rinunciatario, che si posiziona chiaramente e che sceglie da che parte stare. 

Essenziale risulta quindi, da una parte, la volontà di intensificare e di dedicarsi a un lavoro di attenzione, di cura e di formazione specifico verso le giovani generazioni; e dall’altra mantenere la costruzione pratica e reale di alternative collettive autonome, per permettere di visualizzare e di realizzare laboratori effettivi di contropotere di fronte al capitalismo. Pratiche che proprongono al contempo delle forme/sacche di resistenza alla dominazione sempre più totalitaria del connubbio inscindibile capitale-mafia-stato. Situazione per la quale – vista anche la precarizzazione o l’assenza totale di uno sbocco lavorativo, di emancipazione e di autodeterminazione – tantissime persone, in particolari giovani, poveri e donne, negli ultimi anni, non hanno avuto altra opzione possibile se non aderire alla forza lavorativa precaria relegata alle maquilas, ai lavori sottopagati e sfruttati in Messico o negli Stati Uniti, alla prostituzione e alla vendita del proprio corpo o, in ultima istanza, arruolarsi come forza lavoro per la criminalità organizzata.

Riprendersi quindi un territorio, dove al tempo stesso autoprodurre il proprio nutrimento con la coltivazione di alimenti fondamentali che possono generare anche autosussistenza economica, diventa una forma di “barricata sociale, politica e culturale” fronte all’avanzare del sistema criminale/mafioso di Stato e dei principali interessi economici, privati o statali. Sistema che fa della guerra la sua dottrina e la sua imposizione del mondo e per cui lo sforzo in atto nel contrastarlo con pratiche collettive, autogestite e autonome diventa quindi non solo un NO alla privatizzazione-spoliazione ma anche un SÍ a un altro mondo possibile.

Conclusione: la turistificazione come strumento coloniale di spoliazione

Per l’anziano contadino Miguel Sánchez Hernández e gli abitanti di Playa Salchi e dintorni, l’agricoltura, così come la pesca nei fiumi e in mare, costituisce una delle attività principali e una fonte fondamentale di sostentamento per le famiglie. Queste pratiche economiche e tradizionali hanno subito grandi trasformazioni negli ultimi anni, a causa di una logica che vuole instaurare in questa regione lo “sviluppo” attraverso un turismo di massa e distruttivo e attraverso progetti di infrastrutture logistiche e stradali che collegano Oaxaca con Guerrero e Veracruz nell’ambito dei progetti accessori della grande opera del Corredor Interoceanico del Istmo de Tehuantepec (CIIT). Ciò ha avuto un impatto negativo sulla forma della proprietà sociale e ha introdotto nella regione una visione mercantilistica della terra, fomentando il lavaggio di denaro e mettendola nelle mani di agenzie immobiliari e privati. 

Le grandi infrastrutture e i poli turistici – contraddicendo il discorso ufficiale e “progressista” del governo – si avventano sulle terre indigene come spietati progetti neocoloniali. Vere e proprie forme contemporanee di conquista contro un modo di vita di sussistenza, considerato primitivo, eccedente e inutile per il sistema capitalista.

La turistificazione massiva delle risorse naturali e particolarmente di territori specifici, non ci è decisamente nuova. Anche noi, come persone qui presenti con la Brigata Internazionalista, viviamo o abbiamo vissuto territori il cui sfruttamento legato alla privatizzazione di terre e di risorse (acque, boschi, foreste, montagne) ha generato immense quantità di soldi da riciclare e da sbiancare (l’emblematico caso dell’incendio divampato in un bar a Crans Montana, in Svizzera, gestito tra speculazione e riciclaggio, con la presenza di tutti gli attori, i fattori e le particolarità del caso, ne è un esempio indicativo) contribuendo in modo massiccio all’attuale devastazione sociale, culturale e territoriale in atto. 

Excavadora en la playa

Una tormenta planetaria che viene da lontano e che sta spazzando via ogni forma di vita non consona al capitale. Una forma di necropolitica o di capitalismo gore che non sa più cosa farsene dei corpi in eccesso, non produttivi e che non corrispondono ai dettami del sistema. E che al contempo sottrae le ricchezze e le risorse naturali alle comunità locali per metterle a valore nel proprio modello economico.

Una guerra che, storicamente nelle sue specifiche coloniali e di dominio, ha devastato interi territori e popolazioni, creando un contesto di dipendenza e di sfruttamento, all’origine dell’arricchimento, di una certa supremazia, del mal definito sviluppo e anche – non dimentichamolo – di certi “diritti” conquistati nel mondo occidentale, da sempre predatore e coloniale. 

“Il caso di Playa Salchi sintetizza una delle sfide fondamentali del nostro tempo: affrontare forme di criminalità che sono riuscite a mimetizzarsi perfettamente con le strutture legali e istituzionali. Non criminali che operano ai margini del sistema, ma con criminali che sono il sistema stesso”, riassume Kino Balu.

Spiaggia Salchi diventa dunque un paradigma di spoliazione coloniale, diffuso non solo in Messico ma in tante parti del pianeta, dove le terre ricche di diversità e di umanità dei cosidetti “sud del mondo” vengono strappate alle rispettive popolazioni, mercificate e rese iperproduttive allo scopo di intensificare un turismo aggressivo, ricco e “bianco”, a cui non importa nulla delle specificità delle comunità locali. Turismo per cui le risorse vengono privatizzate, il costo della vita subisce dei rincari insostenibili e i poveri vengono espulsi dai centri di interessi o sfruttati negli stessi, come mano d’opera a basso costo.

Una gentrificazione e una turistificazione, sia di massa che per le élite benestanti, che vede intere popolazioni, geografie e territori perdere memoria, dignità e possibilità di vita, relegandole ai margini dell’attuale sistema economico. 

Una dignità che, anche qui, ci insegnano si può recuperare con l’azione diretta nella resistenza, il ricongiungimento con la terra e la natura, con l’autogestione collettiva degli spazi e dei tempi.

La resistencia

Di fronte a questa macchina di espropriazione, le comunità della Sierra Sur e di Playa Salchi hanno sviluppato esempi di resistenza che vanno oltre la semplice difesa del territorio. La loro lotta mette in discussione il modello stesso di sviluppo che considera i territori come merce e le comunità come ostacoli al progresso. 

Qui, come altrove, la scelta della parte della barricata in cui stare, diventa precisa e l’opposizione al sistema-guerra si fa concreta e reale: nella  costruzione di un potere popolare autonomo, in reti di solidarietà territoriale che superano i confini imposti dallo Stato-nazione e in forme di organizzazione conflittuali e dirette, la cui legittimità non dipenda dalla mediazione istituzionale.

“La tierra no se vende, se ama y se defiende”
Brigata Internazionalista, Playa Salchi, Marzo 2026

Articolo: La mia terra, la tua terra

Questo articolo è stato scritto per la rivista ufficiale della quattordicesima edizione di Enotica Festival del Vino e dell’Eros, realizzato nel CSOA Forte Prenestino (Roma), in questo mese di marzo del 2026.

La mia terra, la tua terra

“El común zapatista” come proposta pratica anticapitalista

In molti sanno che il 1º gennaio 1994 un’insurrezione armata in Chiapas scosse non solo il Messico, ma anche i movimenti sociali di mezzo mondo. Erano gli anni in cui il blocco capitalista dichiarava “la fine della storia” e ostentava il suo trionfo sul comunismo di Stato, facendo evaporare indirettamente gli aneliti rivoluzionari di ampi settori popolari in lotta. Eppure, quella “piccola” guerriglia di migliaia di indigeni armati di fucili e passamontagna, riaccese la speranza e il fuoco della rivolta contro l’ultima brutale espressione del sistema capitalista: il neoliberismo.

Molti ricordano sicuramente il Subcomandante Marcos, la sua pipa fumante nella selva umida, le sue parole roventi di ribellione e filosofia maya, inevitabilmente romantiche, che hanno reso famoso l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e hanno diffuso in tutto il mondo le ragioni profonde di quella rivolta indigena: pane, terra, casa, lavoro, educazione, salute, dignità, giustizia, pace, indipendenza e democrazia.

Ma cosa è successo dopo? Oggi, a 32 anni da quel formidabile evento storico, cosa resta di quel movimento?

All’inizio del nuovo millennio, i riflettori dei media mainstream si sono gradualmente spenti e gli zapatisti sono passati di moda. Anche i movimenti, soprattutto in Europa, hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione verso altre lotte significative. In questo “silenzio” mediatico, l’organizzazione sociale zapatista si è consolidata e radicalizzata, creando un proprio progetto di autonomia che il governo messicano non ha mai voluto riconoscere ai popoli indigeni e che le comunità zapatiste hanno cominciato a esercitare unilateralmente. Oggi si contano circa un migliaio di villaggi zapatisti, tutti nello stato sudorientale del Chiapas, con la presenza dell’EZLN su un territorio di circa 20.000 km2. Si tratta di qualche centinaia di migliaia di persone, per lo più maya e contadine che vivono in una società parallela (e contrapposta) allo Stato messicano, senza dichiararne la secessione, sancendo piuttosto un’indipendenza politica nei fatti.

Fino al 2003, la struttura militare dell’EZLN amministrava e gestiva i territori liberati durante l’offensiva del 1994. Con il tempo, si crearono trenta Municipi Autonomi Zapatisti (MAREZ, acronimo spagnolo) che facevano riferimento a cinque Giunte del Buon Governo (JBG), insediate in altrettanti Caracoles, ovvero centri regionali di amministrazione autonoma. Nel 2003 si verificò una trasformazione importante: le forze guerrigliere, riconoscendo il proprio carattere intrinsecamente verticale e militare, cedettero la gestione territoriale alle forze civili dello zapatismo, dando vita a una separazione dei poteri inedita nella storia delle guerriglie marxiste latinoamericane. L’obiettivo era quello di favorire l’esercizio dell’autonomia politica in modo il più orizzontale possibile. Nel 2019 i Caracoles sono diventati dodici, favorendo la decentralizzazione delle attività politiche e assembleari del movimento. Infine, nel 2023, una nuova e radicale trasformazione della struttura zapatista ha abolito le Giunte di Buon Governo e i MAREZ, dando vita a una rete più capillare di Governi Autonomi Locali (assemblee locali dei villaggi zapatisti), coordinati tra loro dai Collettivi del Governo Autonomo Zapatista e dall’Assemblea dei Collettivi del Governo Autonomo Zapatista (l’assemblea generale di tutti i delegati di una zona che si riunisce solo per questioni non risolvibili a livello locale e regionale). Questa complessa “federazione” di villaggi è una struttura flessibile, ma salda su principi condivisi, tutti orientati al rafforzamento della democrazia diretta, alla tutela politica e sociale del ruolo delle donne, al rispetto profondo della natura e alla difesa del territorio contro la penetrazione di progetti estrattivisti o capitalisti in generale.

In poche parole, gli uomini e le donne zapatisti, con la creazione di scuole e cliniche autonome, stanno costruendo e vivendo un “altro mondo possibile”, in cui il salario è stato abolito e la rappresentanza è considerata un servizio comunitario rotativo e non retribuito. Non senza contraddizioni e con infinito sforzo (che deve anche affrontare gli attacchi narco-paramilitari, favoriti dallo Stato messicano, per minare la loro resistenza), i contadini e le contadine del Chiapas hanno creato un’alternativa reale ai modelli sociali e economici statali e capitalisti, così come dall’altra parte del pianeta, i popoli curdi in Rojava hanno costruito una società egualitaria nel deserto dei fondamentalismi. Gli aspetti di questa organizzazione sociale “altra” sono moltissimi e meriterebbero un’analisi che qui non possiamo approfondire, ma partendo da un punto che l’EZLN stessa considera prioritario, vorremmo raccontare della gestione collettiva della terra, cuore e motore dell’autonomia zapatista.

La Riforma Agraria, sancita dalle conquiste della Rivoluzione del 1910 che in qualche modo ridistribuì 31 milioni di ettari ai contadini messicani, non era mai stata del tutto applicata in Chiapas, a causa della forte capacità di resistenza dell’oligarchia locale, ferocemente conservatrice e ancora legata alle dinastie spagnole del tempo della Conquista. Fu solo a metà degli anni Novanta, subito dopo l’insurrezione armata, che la geografia politica ed economica del Chiapas venne ridisegnata dal basso: le azioni dirette dei contadini contro il latifondo sfociarono in centinaia di occupazioni che, cacciando i vecchi e ricchi terratenientes, portarono a una ridistribuzione dal basso della terra e alla creazione di nuovi villaggi, dove prima sorgevano le ville dei signori e i dormitori dei loro braccianti. Si stima che circa duecentomila ettari siano stati “recuperati”, ovvero strappati ai colonizzatori e riappropriati dai popoli nativi, la maggior parte dei quali era organizzata nell’EZLN. I zapatisti definirono senza mezzi termini questo processo, inizialmente armato, una “riappropiazione originaria dei mezzi di produzione sui quali è stato possibile costruire tutto il resto”. Per i popoli indigeni della regione, però, la terra è molto più di un semplice mezzo di produzione: è territorio sacro, è madre che nutre, è sudario che avvolge gli antenati, è casa condivisa con tutti gli altri esseri viventi. Tuttavia, queste centinaia di migliaia di ettari “in mano al popolo” rappresentano la base materiale delle condizioni di esistenza delle migliaia di persone affiliate allo zapatismo (e non solo).

Queste terre sono state assegnate a diversi nuclei agrari che le gestiscono tramite la propria assemblea, con un modello simile a quello dell’ejido, riconosciuto dalla Riforma Agraria. Nessun zapatista possiede legalmente la terra all’interno del proprio nucleo, che non può quindi essere venduta o ipotecata. La proprietà è intesa solo come possesso comune e, pertanto, ogni nucleo familiare riceve una parcella per uso domestico. Le terre restanti sono adibite sia a coltivazioni collettive (i cui turni di lavoro sono a rotazione e il cui raccolto viene distribuito o venduto in base alla decisione dell’assemblea di tutti i partecipanti del nucleo agrario) sia a spazi pubblici silvestri (boschi non deforestabili, lagune e fiumi lasciati per la rigenerazione idrica del suolo e per garantire l’accesso all’acqua potabile alla comunità). In tutto il territorio zapatista è proibito l’uso di fertilizzanti o diserbanti chimici e la produzione di concimi naturali o pesticidi biologici è affidata a gruppi di promotores de agroecologia, nominati in assemblea in ogni villaggio, con l’obiettivo di migliorare la produzione agricola senza danneggiare il suolo o compromettere l’ecosistema. Il prodotto più coltivato è il granturco, cereale simbolo della cosmovisione mesoamericana, tanto che le popolazioni native sono solite definirsi “figlie del mais”. Tuttavia, il mais non viene coltivato come monocoltura, ma in un sistema di agricoltura sinergica chiamato milpa, in cui il mais funge da sostegno per i fagioli, entrambi protetti dal peperoncino, mentre le ampie foglie delle zucchine, delle zucche e del chayote mantengono il terreno umido e privo di erbacce. La milpa è lo spazio sacro del contadino maya, il nucleo spirituale e materiale della sua autosussistenza, nonché la metafora della logica solidale della comunità indigena intesa come soggetto collettivo: si è ciò che si è insieme, perché ognuno cresce ed esiste grazie allo sforzo del prossimo. Spesso le parcelle famigliari sono coltivate insieme al vicino e un parente aiuta l’altro e viceversa, in un sistema chiamato “mano vuelta” o “cambio de mano”, dove concretamente una mano aiuta l’altra.

Il lavoro collettivo di queste terre travalica la comunità locale e coinvolge, in un complesso sistema di turni, anche campi coltivati e gestiti a livello regionale, i cui raccolti servono a mantenere le vedove, gli anziani senza famiglia e, soprattutto, a finanziare le spese del governo autonomo, delle cliniche e dei centri di formazione locali. Uno dei pochi prodotti esportati e venduti sul mercato nazionale per questi scopi è il caffè, che germoglia facilmente nelle montagne boscose del Chiapas e attorno al quale si sono create numerose cooperative autonome di piccoli produttori. Quindi, gli uomini e le donne zapatisti non pagano le tasse, ma si alternano nella cura e nella lavorazione dei campi per risolvere, sia a livello alimentare che economico, i bisogni di tutta la popolazione che aderisce al progetto autonomo. Un welfare state contadino e autogestito.

Ma nel 2023 la società zapatista radicalizza ulteriormente questa concezione della proprietà sociale della terra. Dopo un lungo dibattito, in parte reso pubblico, sulla contraddizione irrisolvibile tra l’aumento della popolazione e l’assegnazione sempre più ridotta di parcelle ai contadini secondo i criteri istituzionali della Riforma Agraria, gli zapatisti lanciano una proposta chiamata “El Común”. Si tratta di un tentativo dal basso per ammortizzare la crisi economica della regione, ridurre la frammentazione esponenziale causata dalla privatizzazione delle parcelle e, di conseguenza, frenare la forte migrazione giovanile verso gli Stati Uniti o il reclutamento nel crimine organizzato, viste come uniche opzioni di fronte alla mancanza di condizioni sufficienti per una sopravvivenza dignitosa. I villaggi zapatisti aprono dunque le proprie terre (e non solo) a chi ne ha bisogno e desidera coltivarle, senza distinzioni fra membri dell’EZLN e non, rendendo coerentemente reale lo slogan del rivoluzionario Emiliano Zapata: “La terra è di chi la lavora”. Gli ettari di terra recuperati durante l’insurrezione vengono quindi messi a disposizione di tutta la popolazione rurale per la coltivazione collettiva, a condizione che vengano rispettati i principi definiti dall’organizzazione zapatista: la terra non può essere lottizzata, venduta o affittata; non possono essere coltivate piante per stupefacenti o assegnate a progetti di monocolture promossi dal governo federale e dalle imprese; i turni di lavoro, il calendario agricolo, le regole specifiche e la ripartizione del raccolto sono definiti dall’assemblea degli agricoltori e delle agricoltrici partecipanti, senza interferenze da parte di attori esterni.

“El Común” quindi mira a rafforzare il tessuto sociale comunitario, al di là dell’affiliazione o meno al progetto zapatista, e a risolvere il problema della sovranità alimentare dal basso per le popolazioni locali, con una proposta che, nei fatti, si rivela radicalmente anticapitalista, in quanto nega il principio di proprietà della terra, il suo uso individualista e la depredazione chimica da parte delle grandi imprese. “Todo para todos, nada para nosotros” era uno degli slogan della ribellione zapatista del 1994. “Tutto per tutt*, niente per noi” è ancora oggi la realtà di un mondo diverso, solidale, egualitario di questi uomini e queste donne “del colore della terra”.

Tutto ciò ci è stato riportato con una narrazione corale nell’Encuentro de Resistencias y Rebeldías, uno dei periodici incontri internazionali zapatisti, realizzato nei pressi del Caracol de Morelia. Dal 2 al 16 agosto 2025, circa 800 persone provenienti da 30 Paesi del mondo hanno convissuto, dialogato e scambiato idee e progetti di resistenza con oltre mille persone giunte in rappresentanza dell’EZLN, tra cui contadini, miliziani, promotores, donne delle cooperative e comandanti (e bambini che correvano ovunque). I temi proposti dall’EZLN e affrontati dalle decine di organizzazioni e collettivi presenti riguardavano: la distruzione della natura, gli attacchi alla diversità in tutte le sue forme, la distruzione delle identità culturali, dei popoli e delle comunità, la resistenza nell’arte e nella cultura, la migrazione, il razzismo e la segregazione, le guerre e la distruzione della vita in tutti i suoi aspetti. In quella verde valle, cuore del territorio ribelle di questi indomiti popoli maya, l’idea del “Común” ha però superato i tavoli di lavoro e le discussioni politiche delle numerose commissioni presenti, trasformandosi in pane, tortillas e fagioli garantiti per tutti, diffondendosi nelle aree del campeggio, nelle mense, nei bagni collettivi e nei prati fangosi, dove ci si scambiava i contatti in lingue diverse, si condividevano risate, coperte, impermeabili, ironia e sogni, ovvero si condivideva la vita nella sua forma più diversa, ribelle e collettiva.

Nodo Solidale – nodosolidale.noblogs.org

DECLARACIÓN DE LA CONFERENCIA DE LA RED DE MUJERES TEJIENDO FUTURO EN ABYA YALA

Como compañeras del Nodo Solidale estuvimos presentes en la PRIMERA CONFERENCIA DE LA RED DE MUJERES TEJIENDO FUTURO EN ABYA YALA (Colombia, febrero de 2026). Desde luego compartimos para su difusión la siguiente DECLARACIÓN FINAL, con la esperanza de seguir tejiendo más y más entre tantas dignas rebeldías en el planeta ✊🏽🔥💜

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FLORECEREMOS PORQUE LA GUERRA NO PUEDE ACABAR CON NUESTRAS RAÍCES – DESDE ABYA YALA HASTA KURDISTÁN

PRIMERA CONFERENCIA DE LA RED DE MUJERES TEJIENDO FUTURO EN ABYA YALA – DECLARACIÓN FINAL

Queridas compañeras, compañeres, mujeres y disidencias revolucionarias que aman la vida, entre el 11 y el 15 de febrero estas tierras fueron testigo de una decisión histórica. Desde Abya Yala y Kurdistán, con las delegadas, pero también con todas las compañeras y hermanas que formaron parte de este proceso pero que no pudieron asistir a la conferencia, debatimos cómo construir nuestro futuro.

En nuestra conferencia escuchamos cómo el capitalismo ha devastado nuestros cuerpos, nuestras montañas, ríos y bosques, en nombre de la industrialización, el desarrollo y el progreso.

Manifestamos nuestra determinación de romper el ciclo sistemático del colonialismo y el fascismo que ataca de diferentes formas a los territorios, la mapu, la pacha, y que hoy mantiene el genocidio en Palestina, en Rojava, el Congo y muchos otros países, los ataques y masacres en Abya Yala, la intervención imperialista en Haití, Venezuela y Cuba. ¡No podrán con nosotras!

Hemos descifrado las políticas del patriarcado, las multinacionales, las fuerzas paramilitares, fascistas y genocidas, que intentan arrebatarnos nuestras vidas, explotando el idioma, la cultura y el conocimiento de nuestros pueblos y tratando de mantenerlos bajo su control. Desciframos las políticas de los Estados-nación, que buscan mantener su poder, causando problemas económicos, migratorios, de desplazamiento, desempleo, de mercantilización de los saberes ancestrales, y tantos otros que atentan contra la vida digna. Desafiamos a la academia, que desvaloriza, monopoliza, mercantiliza y limita el conocimiento que compartimos para el buen vivir.

Nombramos a Berta Cáceres, Julia Chuñil, Alina Sánchez-Lêgerîn, Bety Cariño, Sakîne Cansiz, Rosa Luxemburgo y muchas otras compañeras que lucharon por reverdecer y hacer florecer estas tierras, que les arrebataron la vida. Recordamos a todas aquellas cuyos nombres no podemos mencionar, pero que lucharon por mantener viva la esperanza, estuvieron con nosotras, aquí y ahora; y siguen vivas porque son semillas para la lucha. Nos preguntamos cuánto hemos avanzado en el camino que ellas han abierto. Cuestionamos nuestros métodos de resistencia, nuestras barreras materiales y mentales que intentaban debilitar nuestra

resistencia tanto interna como externamente. Mantuvimos debates honestos, contundentes y ambiciosos, centrados en la complementariedad y no en la competencia, en los puntos en común y no en las diferencias. Conscientes de la gravedad y la responsabilidad de este momento histórico, decidimos desarrollar una alternativa para el futuro a la luz de la seriedad, la responsabilidad y el colectivismo que surgieron en la conferencia frente a la guerra mundial que ahora sentimos en nuestros cuerpos.

El confederalismo de Kurdistán, como la diversidad de formas, modos y proyectos de luchas de los pueblos en Abya Yala nos convocan a seguir tejiendo y aprendiendo de los caminos de resistencia y destrucción de los sistemas de dominación. Estamos decididas a continuar la resistencia milenaria, a vivir y a organizar nuestras fuerzas. Estamos del lado de los pueblos, de las mujeres y disidencias que resisten al patriarcado, al capitalismo, al colonialismo, al fascismo, al sionismo y al poder en todo el mundo.

Estamos decididas a tejer esta red, construida con el esfuerzo de todas, desde Abya Yala hasta Kurdistán. Nos hemos reunido hermanas, compañeres de muchos territorios, cientas que han llegado y otras que han enviado sus voces, y desde ahí compartimos esta declaración final, que recoge nuestros pensamientos y sentires:

– Reconocemos que venimos andando un camino entre organizaciones de Abya Yala y la revolución de las mujeres de Kurdistán, y hemos manifestado nuestra decisión de seguir alimentado el fuego de una lucha común, mirándonos y aprendiendo de nuestros caminos.

– Sabemos de la urgencia de tener un intercambio mundial de las mujeres para enfrentar la guerrapatriarcal extractivista colonialista capitalista y genocida, por eso vamos apurando el paso en este camino entre Abya Yala y Kurdistán.

– Reconocemos que somos pueblos y procesos políticos con memoria ancestral, y sabemos que es importante ir alimentando esta memoria común de la lucha de las mujeres, que son nuestras resistencias.

– Les contamos hermanas, compañeres, que hemos discutido en distintos ejes: salud, educación, Jineolojî, ciencia y saberes de las mujeres, confederalismo democrático, autodefensa cuerpo territorio, arte y cultura, comunicación y economía, reconociendo que tenemos experiencias y propuestas de mundos posibles para todos estos temas, que hoy son una realidad que nos da esperanza. Vamos a compartir las memorias y debates, asumiendo la responsabilidad política de seguir este intercambio en cada uno de estos ejes, para profundizar nuestras propuestas y experiencias frente a este sistema de muerte.

– Para seguir este camino que hacemos juntas vamos a organizarnos según nuestros tiempos y formas. Como nos han enseñado las zapatistas, apalabramos nuestros debates que van a ser activados por un grupo corazón de la Red de Mujeres Tejiendo Futuro, un grupo que seguirá organizando este caminar juntas.

– Nos llevamos la tarea de compartir en nuestros territorios lo que aquí hemos discutido, las experiencias que nos hemos compartido. De acuerdo a nuestras realidades, las reflexiones y acciones que vayamos recogiendo serán parte de este gran tejido.

– En esta Conferencia, desde Abya Yala hemos reconocido que necesitamos conocernos más,mirar más las luchas en las que estamos, los saberes ancestrales desde los que caminamos, que esto es importantes para construir juntas las formas de relacionarnos con el movimiento de la revolución de las mujeres.

– Queremos decir que los ataques que suceden en Colombia, los asesinatos, nos indignan a todas, necesitamos tener una posición, luchamos para no solo ser solidarias sino para ser respuesta juntas. Por estos asesinatos y genocidios tenemos que movilizarnos más, definir una acción mundial para reafirmar que las wawas, – las niñeces – no son para la guerra, para denunciar la militarización y las guerras. ¡Tenemos que definir esta fecha!

– Con dolor e indignación, reconocemos que no estamos todas ¡Ni una asesinada más, ni una desaparecida más! Reivindicamos la exigencia de las madres y familias buscadoras de personas y de justicia, frente a la crisis de desaparición y la violencia generalizada.

¡Les buscamos porque les amamos, hasta encontrarles!

Hermanas, compañeres, les compartimos también las tareas que debe asumir el grupo corazón para seguir en este gran tejido:

– Tenemos como tarea principal seguir tejiendo movimiento desde Abya Yala, Kurdistán, y otros continentes, hasta que ninguna mujer se quede sin organización, debemos pensar y acordar cómo hacerlo.

– Vamos a hacer más diálogos entre el confederalismo y las propuestas desde Abya Yala.

– Seguiremos defendiendo la importancia de cuidar las semillas, el alimento es nuestra primera resistencia, es lucha contra las grandes compañías explotadoras y extractivistas, es parte de defender la Pachamama, la Mapu, construir la autonomía alimentaria.

– Nos resistimos como Red, al borrado de la memoria de las luchas, vamos a recuperar la memoria de las mujeres guerrilleras, excombatientes, en la historia de Abya Yala: Cuba,Colombia, Santa María.

– Vamos a hacer un llamado a todas las mujeres para construir medios populares en toda Abya Yala, Kurdistán y el mundo.

– Necesitamos compartir tácticas de defensa y solidaridad entre organizaciones y pueblos, para las mujeres, disidencias y niñeces.

– Para la próxima conferencia es importante que hablemos sobre: migración y desplazamiento, movimiento del clima, deudas ilegítimas, pago de deudas como práctica colonial, imperialismo financiero, justicia, paz, niñeces y educación.

Con nuestra conferencia hemos dado un paso más desde el Abya Yala para hilar esta red, la Red de Mujeres Tejiendo Futuro, una red que se está tejiendo alrededor del mundo, con el objetivo de caminar juntas hacia nuestros sueños. Será un camino de largo aliento, sin embargo, tenemos la convicción de que juntas y conectadas, fortaleciendo nuestro pensamiento, acercando nuestras prácticas, enraizadas a nuestros territorios y organizadas.

¡VENCEREMOS¡ ¡Sekerftin! ¡Wewaiñ! ¡Tosepan! ¡Jichhapi jichhaxa!

¡Mujer, vida y libertad! ¡Jin Jiyan Azadi! ¡Domo, mongen, kisu ngünen! ¡Cihua, yoliztli, temakixtiliztli! ¡Ukay inambi amal, udimar! ¡Bacaçthepa çxaçxa u’ywesxa ujunkhaw! ¡Kuma, Kuma! ¡Kaipi mikanchi chuq shuk shingala! ¡Koj kuni’q yuk uchukreb le winaq utailaj kaselemal! ¡Tut mun son mun! ¡Somos iguales porque somos diferentes! ¡La hermandad es la ternura de la sociedad!

Acordamos, firmamos, nos comprometemos, hermanas, compañeras, compañeres, mujeres y disidencias de territorios Muishca, Lenca, Nasa, Wallmapu, Kurdistán, Qollasuyo marka, Shuar, Ixim Ulew, Cholulteca, Nuntajiiyi’, El Salto de Juanacatlán, Catalunya, Puerto Rico, Khuzestán, Wet’suwet’en y de países: Argentina, Australia, Austria, Brasil, Bélgica, Bolivia, Canadá, Chile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, España, Estados Unidos de América, Francia, Guatemala, Haití, Honduras, Inglaterra, Italia, México, Noruega, Perú, Rep. Dominicana, Suiza, Turquía, Uruguay y Venezuela.

Territorio Muishca, Bacatá Colombia, 15 de febrero, 2026

Compartimos la memoria de fechas significativas para nuestras luchas, recogidas en la conferencia, como puntos de encuentro:

  • 15.02. 1999: Conspiración internacional contra el líder del pueblo kurdo Reber Apo ¡Libertad para Abdullah Öcalan!
  • 09.01.2013: Asesinato de Sakine Cansız, mártir de la revolución de las mujeres.
  • 15.02.1966: Asesinato del compañero guerrillero, sacerdote Camilo Torres.
  • 03.03.2016 Asesinato de Berta Cáceres, compañera lenca, defensora
  • del agua y territorio.
  • 17.03.2018: siembra de la compañera Alina Sánchez-Legerin, puente entre Abya Yala y Kurdistan, es una responsabilidad que nos acompaña, su sueño y sus semillitas están floreciendo.
  • 15.01.1919: Asesinato de Rosa Luxemburgo, teórica y activista socialista.
  • 14.03.2018: Asesinato de la compañera Marielle Franco, luchadora negra feminista lesbiana.
  • 20.02.2019: Asesinato del compañero nahua Samir Flores defensor del territorio y la vida.
  • 08.11.2024: Desaparición de Julia Chuñil Catricura, hermana mapuche defensora de los bosques y el territorio.

Il Messico brucia ancora

Insieme a Radio Black Out analizziamo quanto successo in Messico in questi ultimi giorni a seguito dell’uccisione del capo del Cartello di Jalisco Nuova Generazione (CJNG). L’ondata di violenza conseguita in tutto il paese ha portato il governo a schierare più di 10 000 soldati e dichiarare lo stato di massima allerta. Ma l’innalzamento del livello del conflitto non è altro che la punta dell’iceberg: la realtà è complessa ed è quella che vede una guerra interna continuativa, amplificata dalle pressioni degli Stati Uniti sul paese – e la regione tutta.

https://radioblackout.org/2026/02/giornate-di-escalation-in-messico/

Una corrispondenza del 23 febbraio 2026 del Nodo Solidale con Radio Onda d’Urto🎙️

L’accelerazione della violenza in vista del Mondiale, sotto la pressione delle politiche imperialiste di Trump, è la cornice in cui si iscrivono i fatti che recentemente hanno coinvolto Jalisco e buona parte del Paese.

https://www.radiondadurto.org%2F2026%2F02%2F23%2Fmessico-si-avvicina-il-mondiale-e-si-regolano-i-conti-di-potere-lesercito-uccide-il-fondatore-del-cartello-jalisco-nueva-generacion-decine-di-morti-nel-paese