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Articolo: La mia terra, la tua terra

Questo articolo è stato scritto per la rivista ufficiale della quattordicesima edizione di Enotica Festival del Vino e dell’Eros, realizzato nel CSOA Forte Prenestino (Roma), in questo mese di marzo del 2026.

La mia terra, la tua terra

“El común zapatista” come proposta pratica anticapitalista

In molti sanno che il 1º gennaio 1994 un’insurrezione armata in Chiapas scosse non solo il Messico, ma anche i movimenti sociali di mezzo mondo. Erano gli anni in cui il blocco capitalista dichiarava “la fine della storia” e ostentava il suo trionfo sul comunismo di Stato, facendo evaporare indirettamente gli aneliti rivoluzionari di ampi settori popolari in lotta. Eppure, quella “piccola” guerriglia di migliaia di indigeni armati di fucili e passamontagna, riaccese la speranza e il fuoco della rivolta contro l’ultima brutale espressione del sistema capitalista: il neoliberismo.

Molti ricordano sicuramente il Subcomandante Marcos, la sua pipa fumante nella selva umida, le sue parole roventi di ribellione e filosofia maya, inevitabilmente romantiche, che hanno reso famoso l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e hanno diffuso in tutto il mondo le ragioni profonde di quella rivolta indigena: pane, terra, casa, lavoro, educazione, salute, dignità, giustizia, pace, indipendenza e democrazia.

Ma cosa è successo dopo? Oggi, a 32 anni da quel formidabile evento storico, cosa resta di quel movimento?

All’inizio del nuovo millennio, i riflettori dei media mainstream si sono gradualmente spenti e gli zapatisti sono passati di moda. Anche i movimenti, soprattutto in Europa, hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione verso altre lotte significative. In questo “silenzio” mediatico, l’organizzazione sociale zapatista si è consolidata e radicalizzata, creando un proprio progetto di autonomia che il governo messicano non ha mai voluto riconoscere ai popoli indigeni e che le comunità zapatiste hanno cominciato a esercitare unilateralmente. Oggi si contano circa un migliaio di villaggi zapatisti, tutti nello stato sudorientale del Chiapas, con la presenza dell’EZLN su un territorio di circa 20.000 km2. Si tratta di qualche centinaia di migliaia di persone, per lo più maya e contadine che vivono in una società parallela (e contrapposta) allo Stato messicano, senza dichiararne la secessione, sancendo piuttosto un’indipendenza politica nei fatti.

Fino al 2003, la struttura militare dell’EZLN amministrava e gestiva i territori liberati durante l’offensiva del 1994. Con il tempo, si crearono trenta Municipi Autonomi Zapatisti (MAREZ, acronimo spagnolo) che facevano riferimento a cinque Giunte del Buon Governo (JBG), insediate in altrettanti Caracoles, ovvero centri regionali di amministrazione autonoma. Nel 2003 si verificò una trasformazione importante: le forze guerrigliere, riconoscendo il proprio carattere intrinsecamente verticale e militare, cedettero la gestione territoriale alle forze civili dello zapatismo, dando vita a una separazione dei poteri inedita nella storia delle guerriglie marxiste latinoamericane. L’obiettivo era quello di favorire l’esercizio dell’autonomia politica in modo il più orizzontale possibile. Nel 2019 i Caracoles sono diventati dodici, favorendo la decentralizzazione delle attività politiche e assembleari del movimento. Infine, nel 2023, una nuova e radicale trasformazione della struttura zapatista ha abolito le Giunte di Buon Governo e i MAREZ, dando vita a una rete più capillare di Governi Autonomi Locali (assemblee locali dei villaggi zapatisti), coordinati tra loro dai Collettivi del Governo Autonomo Zapatista e dall’Assemblea dei Collettivi del Governo Autonomo Zapatista (l’assemblea generale di tutti i delegati di una zona che si riunisce solo per questioni non risolvibili a livello locale e regionale). Questa complessa “federazione” di villaggi è una struttura flessibile, ma salda su principi condivisi, tutti orientati al rafforzamento della democrazia diretta, alla tutela politica e sociale del ruolo delle donne, al rispetto profondo della natura e alla difesa del territorio contro la penetrazione di progetti estrattivisti o capitalisti in generale.

In poche parole, gli uomini e le donne zapatisti, con la creazione di scuole e cliniche autonome, stanno costruendo e vivendo un “altro mondo possibile”, in cui il salario è stato abolito e la rappresentanza è considerata un servizio comunitario rotativo e non retribuito. Non senza contraddizioni e con infinito sforzo (che deve anche affrontare gli attacchi narco-paramilitari, favoriti dallo Stato messicano, per minare la loro resistenza), i contadini e le contadine del Chiapas hanno creato un’alternativa reale ai modelli sociali e economici statali e capitalisti, così come dall’altra parte del pianeta, i popoli curdi in Rojava hanno costruito una società egualitaria nel deserto dei fondamentalismi. Gli aspetti di questa organizzazione sociale “altra” sono moltissimi e meriterebbero un’analisi che qui non possiamo approfondire, ma partendo da un punto che l’EZLN stessa considera prioritario, vorremmo raccontare della gestione collettiva della terra, cuore e motore dell’autonomia zapatista.

La Riforma Agraria, sancita dalle conquiste della Rivoluzione del 1910 che in qualche modo ridistribuì 31 milioni di ettari ai contadini messicani, non era mai stata del tutto applicata in Chiapas, a causa della forte capacità di resistenza dell’oligarchia locale, ferocemente conservatrice e ancora legata alle dinastie spagnole del tempo della Conquista. Fu solo a metà degli anni Novanta, subito dopo l’insurrezione armata, che la geografia politica ed economica del Chiapas venne ridisegnata dal basso: le azioni dirette dei contadini contro il latifondo sfociarono in centinaia di occupazioni che, cacciando i vecchi e ricchi terratenientes, portarono a una ridistribuzione dal basso della terra e alla creazione di nuovi villaggi, dove prima sorgevano le ville dei signori e i dormitori dei loro braccianti. Si stima che circa duecentomila ettari siano stati “recuperati”, ovvero strappati ai colonizzatori e riappropriati dai popoli nativi, la maggior parte dei quali era organizzata nell’EZLN. I zapatisti definirono senza mezzi termini questo processo, inizialmente armato, una “riappropiazione originaria dei mezzi di produzione sui quali è stato possibile costruire tutto il resto”. Per i popoli indigeni della regione, però, la terra è molto più di un semplice mezzo di produzione: è territorio sacro, è madre che nutre, è sudario che avvolge gli antenati, è casa condivisa con tutti gli altri esseri viventi. Tuttavia, queste centinaia di migliaia di ettari “in mano al popolo” rappresentano la base materiale delle condizioni di esistenza delle migliaia di persone affiliate allo zapatismo (e non solo).

Queste terre sono state assegnate a diversi nuclei agrari che le gestiscono tramite la propria assemblea, con un modello simile a quello dell’ejido, riconosciuto dalla Riforma Agraria. Nessun zapatista possiede legalmente la terra all’interno del proprio nucleo, che non può quindi essere venduta o ipotecata. La proprietà è intesa solo come possesso comune e, pertanto, ogni nucleo familiare riceve una parcella per uso domestico. Le terre restanti sono adibite sia a coltivazioni collettive (i cui turni di lavoro sono a rotazione e il cui raccolto viene distribuito o venduto in base alla decisione dell’assemblea di tutti i partecipanti del nucleo agrario) sia a spazi pubblici silvestri (boschi non deforestabili, lagune e fiumi lasciati per la rigenerazione idrica del suolo e per garantire l’accesso all’acqua potabile alla comunità). In tutto il territorio zapatista è proibito l’uso di fertilizzanti o diserbanti chimici e la produzione di concimi naturali o pesticidi biologici è affidata a gruppi di promotores de agroecologia, nominati in assemblea in ogni villaggio, con l’obiettivo di migliorare la produzione agricola senza danneggiare il suolo o compromettere l’ecosistema. Il prodotto più coltivato è il granturco, cereale simbolo della cosmovisione mesoamericana, tanto che le popolazioni native sono solite definirsi “figlie del mais”. Tuttavia, il mais non viene coltivato come monocoltura, ma in un sistema di agricoltura sinergica chiamato milpa, in cui il mais funge da sostegno per i fagioli, entrambi protetti dal peperoncino, mentre le ampie foglie delle zucchine, delle zucche e del chayote mantengono il terreno umido e privo di erbacce. La milpa è lo spazio sacro del contadino maya, il nucleo spirituale e materiale della sua autosussistenza, nonché la metafora della logica solidale della comunità indigena intesa come soggetto collettivo: si è ciò che si è insieme, perché ognuno cresce ed esiste grazie allo sforzo del prossimo. Spesso le parcelle famigliari sono coltivate insieme al vicino e un parente aiuta l’altro e viceversa, in un sistema chiamato “mano vuelta” o “cambio de mano”, dove concretamente una mano aiuta l’altra.

Il lavoro collettivo di queste terre travalica la comunità locale e coinvolge, in un complesso sistema di turni, anche campi coltivati e gestiti a livello regionale, i cui raccolti servono a mantenere le vedove, gli anziani senza famiglia e, soprattutto, a finanziare le spese del governo autonomo, delle cliniche e dei centri di formazione locali. Uno dei pochi prodotti esportati e venduti sul mercato nazionale per questi scopi è il caffè, che germoglia facilmente nelle montagne boscose del Chiapas e attorno al quale si sono create numerose cooperative autonome di piccoli produttori. Quindi, gli uomini e le donne zapatisti non pagano le tasse, ma si alternano nella cura e nella lavorazione dei campi per risolvere, sia a livello alimentare che economico, i bisogni di tutta la popolazione che aderisce al progetto autonomo. Un welfare state contadino e autogestito.

Ma nel 2023 la società zapatista radicalizza ulteriormente questa concezione della proprietà sociale della terra. Dopo un lungo dibattito, in parte reso pubblico, sulla contraddizione irrisolvibile tra l’aumento della popolazione e l’assegnazione sempre più ridotta di parcelle ai contadini secondo i criteri istituzionali della Riforma Agraria, gli zapatisti lanciano una proposta chiamata “El Común”. Si tratta di un tentativo dal basso per ammortizzare la crisi economica della regione, ridurre la frammentazione esponenziale causata dalla privatizzazione delle parcelle e, di conseguenza, frenare la forte migrazione giovanile verso gli Stati Uniti o il reclutamento nel crimine organizzato, viste come uniche opzioni di fronte alla mancanza di condizioni sufficienti per una sopravvivenza dignitosa. I villaggi zapatisti aprono dunque le proprie terre (e non solo) a chi ne ha bisogno e desidera coltivarle, senza distinzioni fra membri dell’EZLN e non, rendendo coerentemente reale lo slogan del rivoluzionario Emiliano Zapata: “La terra è di chi la lavora”. Gli ettari di terra recuperati durante l’insurrezione vengono quindi messi a disposizione di tutta la popolazione rurale per la coltivazione collettiva, a condizione che vengano rispettati i principi definiti dall’organizzazione zapatista: la terra non può essere lottizzata, venduta o affittata; non possono essere coltivate piante per stupefacenti o assegnate a progetti di monocolture promossi dal governo federale e dalle imprese; i turni di lavoro, il calendario agricolo, le regole specifiche e la ripartizione del raccolto sono definiti dall’assemblea degli agricoltori e delle agricoltrici partecipanti, senza interferenze da parte di attori esterni.

“El Común” quindi mira a rafforzare il tessuto sociale comunitario, al di là dell’affiliazione o meno al progetto zapatista, e a risolvere il problema della sovranità alimentare dal basso per le popolazioni locali, con una proposta che, nei fatti, si rivela radicalmente anticapitalista, in quanto nega il principio di proprietà della terra, il suo uso individualista e la depredazione chimica da parte delle grandi imprese. “Todo para todos, nada para nosotros” era uno degli slogan della ribellione zapatista del 1994. “Tutto per tutt*, niente per noi” è ancora oggi la realtà di un mondo diverso, solidale, egualitario di questi uomini e queste donne “del colore della terra”.

Tutto ciò ci è stato riportato con una narrazione corale nell’Encuentro de Resistencias y Rebeldías, uno dei periodici incontri internazionali zapatisti, realizzato nei pressi del Caracol de Morelia. Dal 2 al 16 agosto 2025, circa 800 persone provenienti da 30 Paesi del mondo hanno convissuto, dialogato e scambiato idee e progetti di resistenza con oltre mille persone giunte in rappresentanza dell’EZLN, tra cui contadini, miliziani, promotores, donne delle cooperative e comandanti (e bambini che correvano ovunque). I temi proposti dall’EZLN e affrontati dalle decine di organizzazioni e collettivi presenti riguardavano: la distruzione della natura, gli attacchi alla diversità in tutte le sue forme, la distruzione delle identità culturali, dei popoli e delle comunità, la resistenza nell’arte e nella cultura, la migrazione, il razzismo e la segregazione, le guerre e la distruzione della vita in tutti i suoi aspetti. In quella verde valle, cuore del territorio ribelle di questi indomiti popoli maya, l’idea del “Común” ha però superato i tavoli di lavoro e le discussioni politiche delle numerose commissioni presenti, trasformandosi in pane, tortillas e fagioli garantiti per tutti, diffondendosi nelle aree del campeggio, nelle mense, nei bagni collettivi e nei prati fangosi, dove ci si scambiava i contatti in lingue diverse, si condividevano risate, coperte, impermeabili, ironia e sogni, ovvero si condivideva la vita nella sua forma più diversa, ribelle e collettiva.

Nodo Solidale – nodosolidale.noblogs.org

DECLARACIÓN DE LA CONFERENCIA DE LA RED DE MUJERES TEJIENDO FUTURO EN ABYA YALA

Como compañeras del Nodo Solidale estuvimos presentes en la PRIMERA CONFERENCIA DE LA RED DE MUJERES TEJIENDO FUTURO EN ABYA YALA (Colombia, febrero de 2026). Desde luego compartimos para su difusión la siguiente DECLARACIÓN FINAL, con la esperanza de seguir tejiendo más y más entre tantas dignas rebeldías en el planeta ✊🏽🔥💜

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FLORECEREMOS PORQUE LA GUERRA NO PUEDE ACABAR CON NUESTRAS RAÍCES – DESDE ABYA YALA HASTA KURDISTÁN

PRIMERA CONFERENCIA DE LA RED DE MUJERES TEJIENDO FUTURO EN ABYA YALA – DECLARACIÓN FINAL

Queridas compañeras, compañeres, mujeres y disidencias revolucionarias que aman la vida, entre el 11 y el 15 de febrero estas tierras fueron testigo de una decisión histórica. Desde Abya Yala y Kurdistán, con las delegadas, pero también con todas las compañeras y hermanas que formaron parte de este proceso pero que no pudieron asistir a la conferencia, debatimos cómo construir nuestro futuro.

En nuestra conferencia escuchamos cómo el capitalismo ha devastado nuestros cuerpos, nuestras montañas, ríos y bosques, en nombre de la industrialización, el desarrollo y el progreso.

Manifestamos nuestra determinación de romper el ciclo sistemático del colonialismo y el fascismo que ataca de diferentes formas a los territorios, la mapu, la pacha, y que hoy mantiene el genocidio en Palestina, en Rojava, el Congo y muchos otros países, los ataques y masacres en Abya Yala, la intervención imperialista en Haití, Venezuela y Cuba. ¡No podrán con nosotras!

Hemos descifrado las políticas del patriarcado, las multinacionales, las fuerzas paramilitares, fascistas y genocidas, que intentan arrebatarnos nuestras vidas, explotando el idioma, la cultura y el conocimiento de nuestros pueblos y tratando de mantenerlos bajo su control. Desciframos las políticas de los Estados-nación, que buscan mantener su poder, causando problemas económicos, migratorios, de desplazamiento, desempleo, de mercantilización de los saberes ancestrales, y tantos otros que atentan contra la vida digna. Desafiamos a la academia, que desvaloriza, monopoliza, mercantiliza y limita el conocimiento que compartimos para el buen vivir.

Nombramos a Berta Cáceres, Julia Chuñil, Alina Sánchez-Lêgerîn, Bety Cariño, Sakîne Cansiz, Rosa Luxemburgo y muchas otras compañeras que lucharon por reverdecer y hacer florecer estas tierras, que les arrebataron la vida. Recordamos a todas aquellas cuyos nombres no podemos mencionar, pero que lucharon por mantener viva la esperanza, estuvieron con nosotras, aquí y ahora; y siguen vivas porque son semillas para la lucha. Nos preguntamos cuánto hemos avanzado en el camino que ellas han abierto. Cuestionamos nuestros métodos de resistencia, nuestras barreras materiales y mentales que intentaban debilitar nuestra

resistencia tanto interna como externamente. Mantuvimos debates honestos, contundentes y ambiciosos, centrados en la complementariedad y no en la competencia, en los puntos en común y no en las diferencias. Conscientes de la gravedad y la responsabilidad de este momento histórico, decidimos desarrollar una alternativa para el futuro a la luz de la seriedad, la responsabilidad y el colectivismo que surgieron en la conferencia frente a la guerra mundial que ahora sentimos en nuestros cuerpos.

El confederalismo de Kurdistán, como la diversidad de formas, modos y proyectos de luchas de los pueblos en Abya Yala nos convocan a seguir tejiendo y aprendiendo de los caminos de resistencia y destrucción de los sistemas de dominación. Estamos decididas a continuar la resistencia milenaria, a vivir y a organizar nuestras fuerzas. Estamos del lado de los pueblos, de las mujeres y disidencias que resisten al patriarcado, al capitalismo, al colonialismo, al fascismo, al sionismo y al poder en todo el mundo.

Estamos decididas a tejer esta red, construida con el esfuerzo de todas, desde Abya Yala hasta Kurdistán. Nos hemos reunido hermanas, compañeres de muchos territorios, cientas que han llegado y otras que han enviado sus voces, y desde ahí compartimos esta declaración final, que recoge nuestros pensamientos y sentires:

– Reconocemos que venimos andando un camino entre organizaciones de Abya Yala y la revolución de las mujeres de Kurdistán, y hemos manifestado nuestra decisión de seguir alimentado el fuego de una lucha común, mirándonos y aprendiendo de nuestros caminos.

– Sabemos de la urgencia de tener un intercambio mundial de las mujeres para enfrentar la guerrapatriarcal extractivista colonialista capitalista y genocida, por eso vamos apurando el paso en este camino entre Abya Yala y Kurdistán.

– Reconocemos que somos pueblos y procesos políticos con memoria ancestral, y sabemos que es importante ir alimentando esta memoria común de la lucha de las mujeres, que son nuestras resistencias.

– Les contamos hermanas, compañeres, que hemos discutido en distintos ejes: salud, educación, Jineolojî, ciencia y saberes de las mujeres, confederalismo democrático, autodefensa cuerpo territorio, arte y cultura, comunicación y economía, reconociendo que tenemos experiencias y propuestas de mundos posibles para todos estos temas, que hoy son una realidad que nos da esperanza. Vamos a compartir las memorias y debates, asumiendo la responsabilidad política de seguir este intercambio en cada uno de estos ejes, para profundizar nuestras propuestas y experiencias frente a este sistema de muerte.

– Para seguir este camino que hacemos juntas vamos a organizarnos según nuestros tiempos y formas. Como nos han enseñado las zapatistas, apalabramos nuestros debates que van a ser activados por un grupo corazón de la Red de Mujeres Tejiendo Futuro, un grupo que seguirá organizando este caminar juntas.

– Nos llevamos la tarea de compartir en nuestros territorios lo que aquí hemos discutido, las experiencias que nos hemos compartido. De acuerdo a nuestras realidades, las reflexiones y acciones que vayamos recogiendo serán parte de este gran tejido.

– En esta Conferencia, desde Abya Yala hemos reconocido que necesitamos conocernos más,mirar más las luchas en las que estamos, los saberes ancestrales desde los que caminamos, que esto es importantes para construir juntas las formas de relacionarnos con el movimiento de la revolución de las mujeres.

– Queremos decir que los ataques que suceden en Colombia, los asesinatos, nos indignan a todas, necesitamos tener una posición, luchamos para no solo ser solidarias sino para ser respuesta juntas. Por estos asesinatos y genocidios tenemos que movilizarnos más, definir una acción mundial para reafirmar que las wawas, – las niñeces – no son para la guerra, para denunciar la militarización y las guerras. ¡Tenemos que definir esta fecha!

– Con dolor e indignación, reconocemos que no estamos todas ¡Ni una asesinada más, ni una desaparecida más! Reivindicamos la exigencia de las madres y familias buscadoras de personas y de justicia, frente a la crisis de desaparición y la violencia generalizada.

¡Les buscamos porque les amamos, hasta encontrarles!

Hermanas, compañeres, les compartimos también las tareas que debe asumir el grupo corazón para seguir en este gran tejido:

– Tenemos como tarea principal seguir tejiendo movimiento desde Abya Yala, Kurdistán, y otros continentes, hasta que ninguna mujer se quede sin organización, debemos pensar y acordar cómo hacerlo.

– Vamos a hacer más diálogos entre el confederalismo y las propuestas desde Abya Yala.

– Seguiremos defendiendo la importancia de cuidar las semillas, el alimento es nuestra primera resistencia, es lucha contra las grandes compañías explotadoras y extractivistas, es parte de defender la Pachamama, la Mapu, construir la autonomía alimentaria.

– Nos resistimos como Red, al borrado de la memoria de las luchas, vamos a recuperar la memoria de las mujeres guerrilleras, excombatientes, en la historia de Abya Yala: Cuba,Colombia, Santa María.

– Vamos a hacer un llamado a todas las mujeres para construir medios populares en toda Abya Yala, Kurdistán y el mundo.

– Necesitamos compartir tácticas de defensa y solidaridad entre organizaciones y pueblos, para las mujeres, disidencias y niñeces.

– Para la próxima conferencia es importante que hablemos sobre: migración y desplazamiento, movimiento del clima, deudas ilegítimas, pago de deudas como práctica colonial, imperialismo financiero, justicia, paz, niñeces y educación.

Con nuestra conferencia hemos dado un paso más desde el Abya Yala para hilar esta red, la Red de Mujeres Tejiendo Futuro, una red que se está tejiendo alrededor del mundo, con el objetivo de caminar juntas hacia nuestros sueños. Será un camino de largo aliento, sin embargo, tenemos la convicción de que juntas y conectadas, fortaleciendo nuestro pensamiento, acercando nuestras prácticas, enraizadas a nuestros territorios y organizadas.

¡VENCEREMOS¡ ¡Sekerftin! ¡Wewaiñ! ¡Tosepan! ¡Jichhapi jichhaxa!

¡Mujer, vida y libertad! ¡Jin Jiyan Azadi! ¡Domo, mongen, kisu ngünen! ¡Cihua, yoliztli, temakixtiliztli! ¡Ukay inambi amal, udimar! ¡Bacaçthepa çxaçxa u’ywesxa ujunkhaw! ¡Kuma, Kuma! ¡Kaipi mikanchi chuq shuk shingala! ¡Koj kuni’q yuk uchukreb le winaq utailaj kaselemal! ¡Tut mun son mun! ¡Somos iguales porque somos diferentes! ¡La hermandad es la ternura de la sociedad!

Acordamos, firmamos, nos comprometemos, hermanas, compañeras, compañeres, mujeres y disidencias de territorios Muishca, Lenca, Nasa, Wallmapu, Kurdistán, Qollasuyo marka, Shuar, Ixim Ulew, Cholulteca, Nuntajiiyi’, El Salto de Juanacatlán, Catalunya, Puerto Rico, Khuzestán, Wet’suwet’en y de países: Argentina, Australia, Austria, Brasil, Bélgica, Bolivia, Canadá, Chile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, España, Estados Unidos de América, Francia, Guatemala, Haití, Honduras, Inglaterra, Italia, México, Noruega, Perú, Rep. Dominicana, Suiza, Turquía, Uruguay y Venezuela.

Territorio Muishca, Bacatá Colombia, 15 de febrero, 2026

Compartimos la memoria de fechas significativas para nuestras luchas, recogidas en la conferencia, como puntos de encuentro:

  • 15.02. 1999: Conspiración internacional contra el líder del pueblo kurdo Reber Apo ¡Libertad para Abdullah Öcalan!
  • 09.01.2013: Asesinato de Sakine Cansız, mártir de la revolución de las mujeres.
  • 15.02.1966: Asesinato del compañero guerrillero, sacerdote Camilo Torres.
  • 03.03.2016 Asesinato de Berta Cáceres, compañera lenca, defensora
  • del agua y territorio.
  • 17.03.2018: siembra de la compañera Alina Sánchez-Legerin, puente entre Abya Yala y Kurdistan, es una responsabilidad que nos acompaña, su sueño y sus semillitas están floreciendo.
  • 15.01.1919: Asesinato de Rosa Luxemburgo, teórica y activista socialista.
  • 14.03.2018: Asesinato de la compañera Marielle Franco, luchadora negra feminista lesbiana.
  • 20.02.2019: Asesinato del compañero nahua Samir Flores defensor del territorio y la vida.
  • 08.11.2024: Desaparición de Julia Chuñil Catricura, hermana mapuche defensora de los bosques y el territorio.

Il Messico brucia ancora

Insieme a Radio Black Out analizziamo quanto successo in Messico in questi ultimi giorni a seguito dell’uccisione del capo del Cartello di Jalisco Nuova Generazione (CJNG). L’ondata di violenza conseguita in tutto il paese ha portato il governo a schierare più di 10 000 soldati e dichiarare lo stato di massima allerta. Ma l’innalzamento del livello del conflitto non è altro che la punta dell’iceberg: la realtà è complessa ed è quella che vede una guerra interna continuativa, amplificata dalle pressioni degli Stati Uniti sul paese – e la regione tutta.

https://radioblackout.org/2026/02/giornate-di-escalation-in-messico/

Una corrispondenza del 23 febbraio 2026 del Nodo Solidale con Radio Onda d’Urto🎙️

L’accelerazione della violenza in vista del Mondiale, sotto la pressione delle politiche imperialiste di Trump, è la cornice in cui si iscrivono i fatti che recentemente hanno coinvolto Jalisco e buona parte del Paese.

https://www.radiondadurto.org%2F2026%2F02%2F23%2Fmessico-si-avvicina-il-mondiale-e-si-regolano-i-conti-di-potere-lesercito-uccide-il-fondatore-del-cartello-jalisco-nueva-generacion-decine-di-morti-nel-paese

Giù le mani dagli spazi sociali!

La stessa mattina dello sgombero di ZK Squat, il 29 gennaio, è stato dato un mese di tempo alle compagne e ai compagni del Sesto Ponte del Laurentino 38 per abbandonare un’occupazione abitativa e sociale che resiste da 35 anni, in una delle periferie popolari di Roma.

Entrambi questi spazi appartengono alla nostra storia attraverso una complicità che dura sin dalla nascita, quasi due decadi fa, del Nodo Solidale. I centri sociali, gli squat, le occupazioni abitative e sociali sono il territorio naturale della solidarietà popolare e internazionalista, in questi ambiti il Nodo Solidale ha realizzato, insieme a centinaia di compagn* negli anni, cene sociali, dibattiti, mostre, concerti, riunioni e manifestazioni, divenendo cuore pulsante, militante, collettivo della metropoli.

L’attacco a ZK e la volontà di sgombero di L38 Squat, due realtà del quadrante Roma Sud/Ostia, si inseriscono nel tentativo da parte dello Stato di mettere fine all’esperienza di un intero movimento che ha dimostrato anche quest’anno durante la grande mobilitazione per la Palestina di essere l’unico antidoto alla svolta autoritaria in atto in Italia e non solo. Vogliono sottrarre gli spazi fisici di questa forza.

Prima il Leonkavallo a Milano, poi Askatasuna a Torino e le minacce a Officina 99 a Napoli e qui a Roma a Spin Time. Vogliono sgomberare la storia, vogliono reprimere il presente.

Da entrambe le sponde dell’oceano in cui è attivo il nostro collettivo inviamo un abbraccio solidale e ribelle alle sorelle e ai fratelli da sempre nostri complici e invitiamo a partecipare a tutti i passaggi di mobilitazione per difendere gli spazi sociali. Uno per uno, metro per metro.

Non ci avrete mai, come volete voi!

Il Nodo Solidale (Italia/Messico)

¡ALTO A LA PRIVATIZACIÓN DE LAS PLAYAS!

SOLIDARIDAD ANTE EL DESALOJO DE LAS Y LOS CUIDADORES DE PLAYA SALCHI EN OAXACA

Con profunda rabia e indignación, hacemos eco del comunicado de diferentes organizaciones sociales de Oaxaca, quienes denuncian que el día 29 de enero un grupo de civiles, acompañados por excavadoras, maquinarias y por patrullas de la Policía Estatal de Oaxaca incursionaron en los terrenos comunales de Playa Salchi,defendidos y cuidados por la lucha colectiva de los pueblos de la Costa. Estos terrenos comunales son asignados al compañero Miguel Sánchez Hernández, campesino que, con el respaldo colectivo de familias y varias organizaciones locales, entre ellas nuestros compañeros del Comité por la Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI), lleva años negándose a rendirse vendiendo y cediendo sus tierras y playa a lo que las organizaciones populares defensoras llaman el “Cartel del Despojo”.

Este cartel está integrado por funcionarios públicos de la 4T en Oaxaca, quienes avalan con su trabajo institucional y operativo la privatización de las playas, ilegítima e ilegal ante la Reforma Agraria, llevada acabo por un grupo de personas que desde hace años despojan y revenden ilegalmente los terrenos de la zona, con prácticas mafiosas como amenazas, armas y violencia.

Desde el Nodo Solidale (Italia/México) nos unimos al coro de rabia y de indignación de las diferentes organizaciones involucradas en la defensa colectiva del territorio y seguiremos denunciando en México, en Italia y en todos los lugares en donde nos corresponda, el abuso de poder y el contubernio de las más altas instituciones de Oaxaca y de los políticos de Morena con el crimen organizado y los despojadores de la región de la Costa.

Un fuerte abrazo combativo y solidario a don Miguel, las familias afectadas y a las organizaciones en resistencia, porque las playas, como los bosques y los montes, no son recursos a explotar sino bienes colectivos de los pueblos del mundo.

La lucha no se frena con una excavadora: ¡la tierra para quien la ama, la trabaja y la cuida!

Nodo Solidale (Italia/México)

Desde México: ¡Libertad para Anan Yaeesh!

«Nací en Palestina y eso no fue una elección mía. Resistir, en cambio, fue la mejor decisión de mi vida»  Anan Yaeesh, preso político

El día 16 de enero nos enteramos que el Tribunal Penal de L’Aquila (Italia) ha condenado al preso político palestino Anan Yaeesh a una pena de 5 años y 6 meses de prisión en el juicio por asociación con fines terroristas. Afortunadamente los otros dos compañeros acusados, Ali Irar y Mansour Doghmosh, fueron absueltos en esta sentencia de primer grado. Consideramos este veredicto parte de un juicio político contra la resistencia palestina y el inmenso movimiento internacional en su solidaridad.

¿Quíen es Anan Yaeesh?

El compañero, un activista y militante de Palestina que vive en Italia, sigue encarcelado en las prisiones de alta seguridad desde enero de 2024. Se le acusa de ser parte de una facción de las Brigadas de Al-Aqsa en Tulkarem, Cisjordania, lugar en donde el compañero nació hace 37 años. Anan nunca ha negado haber tomado parte en la resistencia armada en su tierra natal, como necesaria forma de supervivencia ante el sistemático y violento genocidio perpetrado por el ejército invasor y colonial del estado de Israel. Tras ser herido en una emboscada y haber pasado 4 años en una cárcel sionista, desde el 2017 el compañero vive en Italia, siguiendo con su lucha en el movimiento social, especialmente el movimiento en solidaridad con la liberación de Palestina. Por esta terquedad de seguir la lucha, se le ha arrestado y ahora se le sentencia.

Un proceso político

Desde su arresto, los fiscales italianos no han conseguido ninguna prueba de la participación directa de Anan Yaeesh en los hechos específicos contestados, de hecho por esta misma razón los otros dos compañeros detenidos, Alí y Mansour, han sido primero excarcelados y ahora absueltos. Las supuestas pruebas de “terrorismo” han sido aportadas sólo por una carpeta proporcionada por el Shin Bet (servicio secreto interno israelí) al MP italiano, en un intento político de crear un peligroso antecedente en donde el derecho de resistencia de un pueblo invadido sea traducido, interpretado y castigado como “actos de terrorismo”. 

Durante el juicio, la campaña “Free Anan” afirmó: “La fiscalía no logró probar la participación de los tres en acciones violentas contra civiles ni colonos israelíes. No se demostró ninguna violación de los límites impuestos por el derecho internacional en cuanto al derecho a la resistencia. De hecho, la fiscalía ni siquiera logró probar que tales hechos ocurrieran. Esto confirma la naturaleza política de un juicio que, cada vez más, parece un intento de criminalizar la solidaridad y la resistencia palestinas”. Toda la acusación de los fiscales italianos ha buscado imponer una interpretación empapada de harto racismo porque juega sucio, usando el teorema “árabe = musulmán = terrorista” con el cual han bombardeado a la opinión pública en Italia y en el mundo durante años. 

Por estas razones, el proceso de Anan se ha vuelto motivo de constante movilización en Italia y en muchas partes del mundo, siendo paradigmático de cómo los tentáculos de las políticas coloniales sionistas llegan a otros países y cómo los Tribunales y gobiernos de Occidente (y no sólo) se presten como mano de obra mercenaria en contra del derecho de resistencia de los pueblos del mundo. Los dueños del planeta – como quedó manifiesto con el genocidio en Gaza y la incursión en Venezuela – hacen y deshacen sus mismas reglas. Reprimir hoy a los palestinos abre el camino para reprimir cualquier resistencia ante las invasiones militares que se vienen y la disidencia interna de cualquier país y gobierno. 

Por todo ello, las organizaciones abajo-firmantes repudiamos el teorema racista y colonial aceptado por el Tribunal de L’Aquila y señalamos que este está actuando como títere de los servicios de inteligencia de Israel. Sabemos que lo que está pasando en Italia y otros países puede pasar en México, porque todos los gobiernos del mundo anhelan con poder tildar y castigar de “terrorismo” los actos de disidencia y rebelión de los pueblos que oprimen.

¡Anan Yaeesh libre! ¡Todxs somos palestinxs!

Firmas:            

Grupo de Trabajo No Estamos Todxs
Nodo Solidale (Italia/México)

Colectivo Editorial A Tinta Negra
Organizaciones Indias por los Derechos Humanos en Oaxaca (Oidho)
Comité de Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI)
Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer, E.M. A.C.
Red Mexicana de Trabajo Sexual
Coordinadora de Organizaciones, Colectivxs e Individuxs por Palestina en Chiapas
Observatorio Memoria y Libertad
Acción Palestina Chiapas

Le YPJ nella Siria di oggi / Las YPJ en la Siria de hoy

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Proponiamo la traduzione di questa recente intervista a Rohilat Afrin, Comandante Generale delle Unità di Difesa delle Donne (YPJ), una delle più importanti vertebre del processo politico straordinario dell’Amministrazione Autonoma del Nord ed Est della Siria. Consideriamo che le parole della Comandante ci aggiornano e fanno luce sui complessi rapporti di forza dentro lo scenario della Siria post-Assad e ci ricordano la necessità di mantenere alto il livello di organizzazione attorno alle conquiste sociali della “Rivoluzione di Rojava”.

Rohilat Afrin: “Siamo al tavolo delle trattative grazie ai nostri propri sforzi”

Di Meghan Bodette e Aras Yussef, 11 dicembre 2025

Questa è un’intervista è del Kurdish Peace Institute di Qamishlo, che fornisce l pubblico informazioni concrete e radicate a livello locale su questioni critiche che riguardano la Siria nord-orientale, la regione e il mondo. L’intervista è stata tradotta dal curdo all’inglese e leggermente modificata per maggiore chiarezza. La traduzione dall’inglese è del Nodo Solidale. Link dell’articolo originale qui.

Kurdish Peace Institute: Grazie per il suo tempo e le sue riflessioni. Può presentarsi e spiegare il ruolo che le Unità di Difesa delle Donne (YPJ) svolgono nelle Forze Democratiche Siriane (SDF) e in Siria settentrionale e orientale in generale?

Rohilat Afrin: Sono Rohilat Afrin, comandante generale delle YPJ. Sono anche membro del comando generale delle SDF. Le YPJ esistono in qualche forma da quasi tredici anni, cioè per tutta la durata della rivoluzione del Rojava. Se vogliamo parlare in modo ufficiale, le YPJ esistono da 11, 12 anni.

Le YPJ sono diventate parte integrante della difesa della nostra società. Per la prima volta, un esercito di donne è stato in grado di opporsi a una forza invasora e oppressiva. Poiché l’YPJ si basa sul concetto di autodifesa, non c’è stata nessuna reazione sociale contro la partecipazione delle donne nelle forze armate. Questa società ha sempre avuto bisogno di difendersi. Se guardiamo alla storia, il popolo curdo e il popolo siriano hanno attraversato molte guerre, ma non si è mai sviluppata nessuna forza in grado di assumersi la responsabilità della difesa della loro terra e del loro paese. Certo, le persone sono andate a combattere e sono diventate soldati. Ma il servizio militare le ha separate da se stesse, dalla loro terra, dalla loro causa, dalla loro società. Hanno servito i regimi sotto cui vivevano.

L’YPJ è importante come forza armata, come modello e per il suo impatto sulla società. Perché qual è la necessità fondamentale delle donne in tutto il mondo? È l’autodifesa. L’YPJ si è organizzata inizialmente attorno a questa idea e a questo principio, non alle armi. Abbiamo scelto l’autodifesa come obiettivo, credendo nelle nostre conoscenze e capacità come donne.

L’esistenza dell’YPJ in Rojava, nel nord-est della Siria, è una boccata d’aria fresca per tutte le donne che soffrono nel XXI secolo. Non solo per le donne curde, non solo per le donne della nostra regione, ma per tutte le donne. In pochissimo tempo, il nostro modello, il nostro esercito e le nostre idee sono diventati noti in molti paesi stranieri. Non siamo mai state in America. Ma la nostra prospettiva ha raggiunto l’America. Non eravamo in Europa, ma la nostra prospettiva ha raggiunto l’Europa. Non eravamo in altre parti del Medio Oriente, ma la nostra prospettiva si è diffusa in tutta la regione. Nel XXI secolo, è diventato chiaro che le donne e la società avevano bisogno di qualcosa del genere. Questa necessità ha raggiunto tutte le donne.

La nostra società curda aveva una certa esperienza in questo senso. Molte delle nostre amiche, vicine, parenti erano andate a combattere, ad esempio, con lo YJA-STAR [il braccio armato femminile del PKK]. Questo già esisteva. Abbiamo aperto gli occhi in questo modo: dove è andata questa donna? Perché ha preso le armi? Posso dire che il livello di organizzazione militare delle donne in Kurdistan ha avuto un impatto su di noi. In particolare, abbiamo visto che ogni donna che ha lasciato la propria casa per combattere, che è andata in Iraq, in Turchia, lo ha fatto per difendere tutto il Kurdistan e tutto il popolo curdo.

Con la sua motivazione, la sua filosofia e la sua prospettiva di autodifesa, l’YPJ è stata in grado di chiudere la porta a un gruppo come l’ISIS durante gli anni più lunghi e bui della guerra in Siria. L’ISIS sembrava inarrestabile in tutto il mondo. Ma qui, una lotta condotta sotto la guida delle donne è riuscita a sconfiggere l’ISIS. Non è una cosa normale. Forse ci siamo abituate, perché viviamo in questa realtà, fa parte di ciò che siamo. Ma altrove è diventata una storia, una leggenda, un argomento di interesse. Come hanno fatto quelle donne a raggiungere questo risultato? Posso dirvi come.

Noi, come YPJ, non abbiamo iniziato con le armi. Voglio sottolineare questo fatto. Abbiamo iniziato con l’organizzazione. La nostra arma più grande all’inizio era la nostra organizzazione. Da due, tre, quattro donne, siamo diventate centinaia e centinaia.

All’inizio, abbiamo detto che noi donne dovevamo essere lì, nelle forze armate. Vedevamo dieci uomini, venti uomini, l’intera accademia militare, e tra loro c’erano forse quattro o sei donne. Non c’erano molte donne. Ma avevamo la convinzione che le donne dovevano essere lì e fare questo lavoro, che noi donne dovevamo unirci. E quando la società ha visto che avevamo un obiettivo, che avremmo fatto qualsiasi cosa per combattere e proteggere la nostra terra, la nostra gente, le nostre famiglie, ha iniziato a sostenerci.

Quindi, posso dire che l’YPJ, sia come esercito che come filosofia, ha raggiunto questo livello grazie alla sua capacità di organizzazione. Se non avesse avuto questa forza organizzativa, se non avesse avuto una base filosofica e teorica e non avesse scelto i leader giusti, forse non sarebbe potuto diventare l’esercito che è oggi. Queste cose sono fondamentali. Per diventare un esercito, servono un obiettivo e un’organizzazione. Nel XXI secolo, le donne di tutto il mondo stanno imparandodall’YPJ come difendersi. Siamo diventate un’ispirazione per tutte le donne, non solo per quelle del Kurdistan, del Rojava o della Siria. In ogni epoca, i popoli e le società hanno qualche tipo di esigenza e la leadership si sviluppa per soddisfarla. Ora possiamo dire che l’YPJ sta svolgendo questo ruolo per le donne.

Può fornire un esempio specifico dell’impatto delle forze composte esclusivamente da donne sulla sicurezza, la governance o la società? In altre parole, quali sono alcune delle cose che l’YPJ fa e che le unità maschili o miste non potrebbero fare o non farebbero altrettanto bene?

Le racconterò una storia che ho condiviso molte volte. Abbiamo aperto la nostra prima accademia femminile ad Afrin. Volevamo che le donne imparassero a difendersi in ogni modo possibile. Nel programma, ad esempio, abbiamo detto che le donne avrebbero dovuto allenarsi per imparare a conoscere la loro forza fisica. Le donne dovevano anche imparare la loro forza mentale, attraverso l’educazione politica e ideologica. E in terzo luogo, ci sarebbe stata l’educazione militare. Dovevano imparare a usare la tecnologia che avrebbero avuto a disposizione. Non abbiamo mai pensato di iniziare con le armi. Prima di imbracciare le armi, le donne dovevano capire la politica, l’ideologia e la filosofia.

Abbiamo riunito un gruppo di 30 o 35 donne. Tra loro c’era una madre che poteva avere 50 anni. Era di Amude. All’inizio abbiamo discusso tra noi se sarebbe stata in grado di partecipare a tutte le attività dell’accademia. Le abbiamo parlato e le abbiamo detto che avremmo dovuto rifiutarla: il programma era difficile, le condizioni dell’accademia erano dure e temevamo che potesse essere troppo per lei. Naturalmente, lei ci ha dato una lezione proprio lì. “Chi siete voi per cacciarmi da questa formazione!”, ha risposto.

La filosofia ci insegna che la prima cosa da fare è conoscere se stessi. Questa madre, che ci ha chiesto chi fossimo noi per fermarla, che ha detto che anche lei voleva imparare a combattere, sapeva chi era e quel giorno ha dato a tutti noi una lezione di autodifesa. Ha detto che non avrebbe lasciato l’accademia finché non avesse imparato a usare la sua arma e, con quella determinazione, non se ne è andata. La nostra forza e la nostra capacità organizzativa come YPJ derivano da donne come lei.

L’autodifesa è la parte più importante della civiltà. Non è necessaria solo quando una società è in guerra. Le minacce provengono dalla natura, dagli animali, da altre persone, da qualsiasi luogo: bisogna essere in grado di proteggere la propria società da qualsiasi pericolo. Oggi vediamo che le persone meno protette nella società sono le donne. Le donne subiscono violenza domestica, stupri, disuguaglianze e vengono sminuite quando chiedono la fine delle ingiustizie. Alcuni attacchi alle donne potrebbero non essere fisici, ma alla base della violenza fisica c’è l’idea che qualcuno sia inferiore. Se i tuoi diritti, il tuo corpo, la tua lingua, la tua cultura, la tua opinione vengono negati e ignorati, potresti essere attaccata.

L’YPJ ha ribaltato questo status quo. Noi diciamo che ovunque una donna subisca violenza – a casa sua, da criminali per strada, da una mentalità che nega alle donne la parità di umanità – deve essere in grado di difendersi. Abbiamo iniziato il nostro lavoro su questa base. E, naturalmente, in ultima analisi, se c’è un attacco da parte di un nemico straniero, anche lei deve prendere le armi e difendersi. Prima, le donne potevano lasciare le loro case e le loro comunità, lasciare questa regione e andare in altre parti del Kurdistan per combattere. Forse la loro lotta non ha avuto un grande impatto sulla comunità in generale. Ma le YPJ sono diverse. Abbiamo difeso la nostra società dall’interno. Non abbiamo aspettato che qualcuno venisse dall’esterno a salvarci. E naturalmente, se questo non fosse stato collegato a un’ideologia e a un obiettivo, non sarebbe stato possibile. Questo legame, questa base, è il motivo per cui nessuno è riuscito a distruggere la nostra organizzazione in 12 anni. Il ruolo delle YPJ è diventato evidente per la prima volta nella guerra contro l’ISIS e continua ancora oggi.

La caduta del regime nel 2024 e l’arrivo delle forze islamiste radicali hanno portato tutti a chiedersi: qual è il futuro delle YPJ? Non solo delle YPJ, ma anche della popolazione, di tutta la Siria settentrionale e orientale, del sistema autonomo locale. Come potremmo vivere sotto il loro dominio? Due sistemi molto diversi si sono ora confrontati in Siria. Uno è un sistema duro e fondamentalista. L’altro, la nostra amministrazione, si basa sulla volontà del nostro popolo.

Come lei descrive, la Siria è ora divisa tra due sistemi politici molto diversi. Questi due sistemi hanno lavorato per unirsi nel quadro dell’accordo di integrazione del 10 marzo 2025 firmato dal comandante in capo delle SDF Mazlum Abdi e dal presidente siriano Ahmed al-Sharaa. In generale, come stanno procedendo i colloqui di integrazione? Qual è il ruolo delle donne e delle strutture femminili in questi colloqui?

È passato un anno dalla caduta del regime. In questo periodo ci sono stati molti cambiamenti. Ancora una volta, persone innocenti sono diventate vittime della guerra. È passato un anno da quando gli sfollati di Afrin sono stati costretti a lasciare Shahba, per esempio. Lo Stato non è così scosso. Quando le persone vengono attaccate, uccise, costrette a migrare, lo Stato non ascolta.

Ora, la domanda più importante è questa. La forza che ora domina la Siria ha un passato come entità radicale che ha devastato e oppresso persone innocenti. Proviene dal jihadismo, da al-Qaeda. Da lì, dove è andata e dove andrà? Come è arrivata al potere? Chi l’ha sostenuta? Come è diventata così legittimata? Dobbiamo capirlo. Anche se, naturalmente, quando una forza diventa uno Stato, nessuno presta molta attenzione a ciò che poteva essere prima.

60 anni fa, in Siria è stato creato un sistema centralizzato. Il popolo siriano ha sofferto in ogni modo inimmaginabile a causa di questo sistema. Ora, con l’arrivo del governo di transizione di Sharaa, dobbiamo guardare a questa storia. Anche la comunità internazionale può valutare la situazione. Da parte nostra, come Siria del Nord e dell’Est, SDF e YPJ, abbiamo intrapreso molti dialoghi e negoziati. Il risultato più importante di questi impegni è stato l’accordo del 10 marzo. Questo accordo è stato raggiunto sul principio che questa società, questa componente, la sua lingua, la sua cultura, i suoi diritti e la sua esistenza saranno riconosciuti nella costituzione.

La garanzia più importante per qualsiasi società sono i diritti costituzionali. Se una comunità, un popolo, una lingua o una componente non sono riconosciuti dalla costituzione, la loro esistenza nel proprio paese è minacciata. Se non si ha alcuna presenza nelle assemblee e nei parlamenti, non si esiste.

Ci sono stati molti cambiamenti nel XXI secolo. Il governo di transizione stesso non nasconde ciò che era in passato. Prima lo Stato Islamico, poi Al-Qaeda, al-Nusra, poi HTS, e HTS è diventato un governo, uno Stato. Questo è un cambiamento, e non può essere solo superficiale. Il mondo deve crederci. Se vogliono allontanarsi da una storia così oscura e diventare i rappresentanti di una repubblica, allora devono riconoscere i diritti di tutte le componenti.

Per tredici anni abbiamo combattuto questa battaglia. Molte persone hanno dato la vita. Possiamo dire che c’è stato un cambiamento, che il vecchio sistema è stato distrutto, ma questo di per sé non è sufficiente. Siamo pronti a vivere in una Siria unificata, ma deve essere una Siria democratica. Questa Siria democratica deve proteggere i diritti di tutti i suoi popoli: curdi, arabi, siriaci, musulmani, cristiani, drusi. E la migliore garanzia di questa protezione è il riconoscimento di tutte le componenti nella costituzione. L’integrazione parte da qui.

All’inizio hanno detto che ogni soldato delle SDF avrebbe dovuto arruolarsi nell’esercito, uno per uno. Ma le SDF non possono arruolarsi in questo esercito come individui. Abbiamo detto loro: va bene, siamo pronti ad arruolarci nell’esercito, ma in quale esercito volete che ci arruoliamo? Esiste qualcosa che si chiama esercito in Siria? No! Ci sono più di 100 milizie. Ognuno forma il proprio gruppo e gli dà un nome. Abu Amsha ha una milizia, Abu Shaqra ha una milizia, Hamzat ha una milizia. Si può chiamare un esercito?

In tutta la Siria, l’unico esercito che ha una struttura, esperienza e capacità è l’SDF. Per tredici anni, questa forza ha combattuto contro l’ISIS, contro le potenze straniere che ci hanno attaccato. Noi diciamo che l’SDF può essere un modello per l’esercito siriano. Perché questo dovrebbe danneggiare la Siria? Non danneggerà affatto l’unità della Siria. Le SDF sono qui oggi, ma domani potremmo proteggere Damasco. Potremmo proteggere Aleppo, Suwayda o la costa. Il modello delle SDF può essere un modello per il nuovo esercito siriano. Quando diciamo questo, non stiamo dicendo che la Siria dovrebbe essere divisa o che vogliamo vivere separatamente. Non diciamo che dobbiamo essere indipendenti. Quello che chiediamo è una Siria democratica che riconosca i diritti di tutte le sue componenti.

Per quanto riguarda l’integrazione, abbiamo iniziato insieme, ma non abbiamo ancora raggiunto un accordo. Recentemente, ci sono state alcune discussioni su come potremmo organizzarci come parte del nuovo esercito. Ma la questione fondamentale sono le garanzie costituzionali. Quando le avremo, potremo parlare delle SDF, delle nostre istituzioni, di tutto.

Il tempo in cui viviamo richiede che tutti cambino se stessi. In Siria, il vecchio sistema è caduto. Non viviamo più nell’era pre-2011. Quando Assad era al potere, aveva uno Stato centralizzato. Quello Stato è stato distrutto. Se lo stesso sistema centralizzato cerca di ricostruirsi con un colore diverso, non si tratta di un vero cambiamento.

Tutto questo per dire che sì, i negoziati sono in corso, ma non abbiamo ancora concordato misure concrete da adottare insieme. Al tavolo delle trattative tutto viene approvato, ma una volta alzati dal tavolo la situazione rimane quella di prima. Lo vediamo in particolare dal lato del governo di transizione. Lasciatemi ripetere: il nostro obiettivo non è la divisione della Siria. Il nostro obiettivo è una Siria democratica. Se guardate le SDF, vedrete che hanno costruito un esercito che include tutte le componenti. Anche le YPJ sono così. Donne di tutte le componenti siriane hanno aderito alle YPJ. Possiamo mettere questa esperienza al servizio di tutta la società siriana. Ad esempio, quando l’ISIS era a Deir Ezzor, non abbiamo detto: “Deir Ezzor è una regione araba, non ci andremo”. Abbiamo combattuto l’ISIS ovunque andasse e abbiamo dato migliaia di martiri per farlo. Raqqa non è nemmeno una città curda. Le nostre forze, le nostre idee e i nostri obiettivi hanno unito persone di tutte le componenti e abbiamo protetto insieme tutta la Siria settentrionale e orientale.

Lei ha detto che alcuni punti sono stati discussi nei colloqui sull’integrazione, ma non sono ancora stati messi in pratica. Vorremmo chiedere quale sia lo status dell’YPJ in questo contesto. Alcune fonti hanno affermato che il governo di transizione è disposto a consentire alle YPJ di entrare a far parte dell’esercito come brigata speciale. Altre fonti suggeriscono che gli Stati Uniti abbiano appoggiato la posizione delle SDF sull’integrazione delle YPJ. Queste affermazioni sono accurate? E cosa può dirci sulle condizioni delle YPJ per la partecipazione al nuovo esercito?

Dalla caduta del regime ad oggi, le forze della coalizione hanno svolto un ruolo di mediazione. Nessuno può negarlo. Molti dialoghi hanno avuto luogo grazie alla loro mediazione. Ma siamo al tavolo delle trattative grazie ai nostri risultati. I nostri successi, la nostra forza e il nostro potere, lo sforzo di questa società: senza tutto questo, non saremmo qui a negoziare. Per anni abbiamo avuto un rapporto con la Coalizione nel contesto della nostra lotta comune contro l’ISIS. Questo ha creato una vera amicizia e comprensione. Ma sono stati i risultati di questa rivoluzione a portarci al tavolo delle trattative.

Noi, in particolare come YPJ, siamo presenti ai negoziati grazie a ciò che abbiamo realizzato. Tutti ci dicevano che non sarebbe stato possibile, che non ci avrebbero accettato. Ma non stiamo negoziando a titolo personale. Portiamo con noi i risultati di una rivoluzione. Chi siede di fronte a noi può vederlo.

Per questo motivo – e forse l’ho già detto prima – il cambiamento è una condizione del nostro tempo. Questo regime deve cambiare se stesso. Ora tutti ci chiedono se siamo state accettate perché siamo al tavolo delle trattative. Senza questa esperienza, senza questi risultati, non saremmo nemmeno entrate nella stanza. Non crediamo di meritare di essere al tavolo solo perché siamo donne. Ma se facciamo parte di questa rivoluzione, perché non dovremmo partecipare ai negoziati? Abbiamo partecipato dall’inizio alla fine. È un diritto perfettamente naturale.

Non voglio entrare nel merito della questione delle brigate e delle divisioni, perché si tratta di una conversazione, non di un accordo. Non sarebbe appropriato da parte mia dire qualcosa di concreto in questo momento. Ma abbiamo avanzato l’idea che le YPJ dovrebbero mantenere la loro autonomia. Oggi non siamo nemmeno completamente integrate nelle SDF. Naturalmente, quando c’è un interesse generale, se questa terra è sotto attacco, lavoreremo insieme per servire il nostro popolo. Ma per il resto, abbiamo il nostro comando, i nostri centri, le nostre istituzioni, e ci organizziamo e ci formiamo al loro interno. In questo modo, proteggiamo la nostra autonomia. Chi prende le decisioni e apporta cambiamenti istituzionali nelle nostre forze è il Comando delle donne. Il Comando generale delle SDF non può cambiare questo. Il generale Mazlum sarà anche il comandante generale delle SDF, ma non può costringermi a fare nulla. Non può apportare cambiamenti nelle nostre forze femminili né mandarmi in una posizione diversa. Chi può farlo? Il Comando delle donne. Questo significa che proteggiamo la nostra autonomia e libertà. Tutti devono saperlo.

La nostra visione come YPJ è che dobbiamo difendere questo status. Dobbiamo avere un posto nel sistema militare. Ci organizziamo sia orizzontalmente che verticalmente. Ad esempio, abbiamo anche una forza sociale, ci organizziamo anche nella vita civile. Esistiamo come forza autonoma all’interno della struttura delle SDF, ma ci sono donne anche in unità delle SDF non appartenenti alla YPJ: non è un esercito solo per uomini.

Per tredici anni abbiamo difeso questo Paese, ma nessuno a Homs, Hama, Suwayda o sulla costa aveva mai sentito parlare di noi. Tutti fuori dalla Siria, negli Stati Uniti, in Russia, in Europa, sapevano dell’esistenza delle YPJ, ma purtroppo, all’interno della Siria, le donne siriane non ci conoscevano. Ora che il regime è caduto, le donne di tutta la Siria possono vederci e molte vogliono organizzarsi come noi. Quindi, le YPJ si proteggeranno come forza femminile autonoma nel nord-est della Siria. Quando raggiungeremo un accordo con Damasco, le YPJ potranno svolgere un ruolo per tutta la Siria. Ma manterremo il nostro status speciale. Non rinunceremo alla nostra esistenza e alla nostra organizzazione. La necessità di autodifesa non scompare solo perché ci stiamo avvicinando alla pace. Forse non avremo più a che fare con lo stesso nemico, ma potrebbero esserci degli attacchi. Bisogna essere pronti. Soprattutto le donne: le donne non possono permettersi di rinunciare alla capacità di autodifesa, né in tempo di guerra né in tempo di pace. Questa è la nostra opinione come YPJ.

Lei stessa ha partecipato ai colloqui di integrazione con Damasco. Molti alti funzionari del governo di transizione provengono da un background islamista radicale, mentre lei rappresenta un movimento radicale per l’autodeterminazione e la liberazione delle donne. Come si comportano nei confronti di te e delle altre donne leader delle delegazioni della Amministrazione Autonoma Democratica del Nord ed Est di Siria (DAANES) e SDF? Pensi che l’esperienza di negoziare con le donne della DAANES e della SDF possa cambiare la loro visione del ruolo delle donne nella nuova Siria?

Stanno cercando di cambiare la loro immagine. Di conseguenza, quando interagiscono con noi, non succede nulla di insolito. Tutto rientra nel normale protocollo. Quando li salutiamo, ad esempio, alcuni ci stringono la mano e altri no. Da questo, come donne possiamo capire che provengono da un contesto piuttosto rigido. In definitiva, però, c’è un approccio molto pragmatico che ha un impatto sulle discussioni e sulla situazione generale. Si nota un ammorbidimento nella loro retorica quando discutiamo con loro. Ma nella pratica, dove non cambia nulla, si nota il loro radicalismo. Ci hanno fatto molte richieste che abbiamo soddisfatto. Più recentemente, sulla questione dell’integrazione militare, abbiamo presentato loro nomi e idee. Nei media ci accusano di ostacolare i colloqui. Ma in realtà sono loro che rallentano i negoziati e si rifiutano di rispondere alle nostre proposte.

Se questo governo riuscirà a credere nell’esistenza di tutte le fedi, le lingue e le comunità siriane, se riuscirà a rendersi conto che questo pluralismo esiste, allora la Siria potrà diventare un paese democratico. Molti siriani arabi sunniti, che costituiscono la maggioranza del Paese, non accettano questa mentalità esclusiva. Non è solo una questione che riguarda le minoranze religiose o etniche. Se il governo di transizione riuscirà a cambiare se stesso e ad accettare le realtà del XXI secolo e le esigenze della società, la Siria vivrà in pace. Se non riuscirà a cambiare, vedrà solo crisi più gravi.

Vorrei dire una cosa importante: questo governo non è completamente indipendente. Ci sono molti paesi stranieri che vogliono influenzare i colloqui sull’integrazione. Non voglio nominarli qui. Se la Siria deve essere un paese per tutti i siriani, queste forze straniere dovrebbero smettere di cercare di influenzare i negoziati. Lasciamo che il governo di transizione condivida le proprie opinioni, libero dall’influenza di punti di vista esterni. È chiaro che il governo è sotto pressione da parte delle forze straniere. Senza questo, un accordo sarebbe stato più facile.

Noi [i predecessori delle SDF e del governo di transizione] abbiamo combattuto gli uni contro gli altri nel 2012 e nel 2013, ma oggi stiamo dialogando. Non è una novità nel mondo. Coloro che combattono le guerre più brutali gli uni contro gli altri si riuniscono per negoziare la pace.

In molti paesi europei, come la Svizzera, molti popoli vivono insieme e ogni popolo ha i propri diritti. A volte possono essere meno di un milione, ma ottengono comunque i loro diritti. Perché la Siria non potrebbe farlo? Quale danno causerebbe che lo renderebbe impossibile? Questo governo deve ascoltare la voce del popolo, non le influenze straniere. In questo modo, possiamo costruire insieme una Siria pacifica e democratica.

Molti qui dicono che Jabhat al-Nusra si sarebbe rifiutato di parlare con i combattenti dell’YPJ durante gli scontri e i negoziati del 2012-2013 a cui lei ha accennato; secondo quanto riferito, avrebbero chiesto di negoziare con gli uomini. Cosa può dirci al riguardo?

Sì, è vero, all’epoca non volevano parlare con noi. Ora, a causa di tutto ciò che è cambiato, devono farlo.

Ma sapete, anche nel 2012, quando ero ad Afrin, mi sono seduta con loro in più di un’occasione. Ovviamente era segreto, ma abbiamo dialogato, anche se alla fine loro preferivano parlare con gli uomini.

C’è qualcos’altro che vorrebbe aggiungere?

In qualsiasi paese, rivoluzione o processo di pace, se le donne non sono presenti, non è possibile trovare una soluzione.

La nostra rivoluzione lo ha dimostrato. Le donne che non potevano uscire di casa senza permesso ora possono fare politica, diplomazia, lavoro culturale. Questa libertà prima non esisteva. Ma la nostra mentalità e il nostro sistema hanno creato vera fiducia e convinzione. La leadership delle donne è l’aspetto di questa rivoluzione che ha suscitato maggiore interesse. Sia in guerra che in diplomazia, se le donne organizzate non sono presenti, non raggiungeremo una soluzione.

Il XXI secolo sarà il secolo delle donne e le soluzioni ai suoi problemi possono essere trovate con la leadership delle donne. In un luogo in cui le donne possono organizzarsi e guidare, il successo è possibile. Ma i luoghi in cui l’esistenza, le voci e le opinioni delle donne sono negate sono destinati alla distruzione.

La nostra rivoluzione ha raggiunto oggi un certo livello. Domani molte cose potrebbero cambiare. Potrebbe esistere con un nome diverso o un sistema diverso. I nostri obiettivi non cambieranno, ma molte cose che sono esistite fino ad oggi potrebbero apparire molto diverse. Perché questo processo, questo momento, questo secolo sono una fase di cambiamento. Ma ciò che è importante è che non deviamo dal percorso di coloro che si sono battuti per la democrazia, il pluralismo e tutti i nostri valori.

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Las YPJ en la Siria de hoy

Proponemos la traducción de esta reciente entrevista a Rohilat Afrin, Comandanta General de las Unidades de Defensa de las Mujeres (YPJ), una de las vértebras más importantes del extraordinario proceso político de la Administración Autónoma del Norte y Este de Siria. Consideramos que las palabras de la Comandanta nos ponen al día y arrojan luz sobre las complejas relaciones de poder en el escenario de la Siria post-Assad, y nos recuerdan la necesidad de mantener un alto nivel de organización en torno a los logros sociales de la «Revolución de Rojava».

Rohilat Afrin: «Estamos en juego gracias a nuestros propios esfuerzos»

Por Meghan Bodette y Aras Yussef, 11 de diciembre de 2025

Esta entrevista es un producto del Instituto Kurdo para la Paz en Qamishlo, que proporciona a los responsables políticos y al público información práctica y con arraigo local sobre cuestiones críticas a las que se enfrentan el noreste de Siria, la región y el mundo. La entrevista ha sido traducida del kurdo al inglés y ligeramente editada para mayor claridad. Traducción al español de Nodo Solidale.

Instituto Kurdo para la Paz: Gracias por su tiempo y sus opiniones. ¿Puede presentarse y explicar el papel que desempeñan las Unidades de Defensa de las Mujeres (YPJ) en las Fuerzas Democráticas Sirias (SDF) y en el norte y el este de Siria en general?

Rohilat Afrin: Soy Rohilat Afrin, comandante general de las YPJ. También soy miembro del mando general de las SDF. Las YPJ llevan existiendo de alguna forma desde hace casi trece años, es decir, desde el inicio de la Revolución de Rojava. Si queremos hablar oficialmente, las YPJ llevan existiendo desde hace 11 o 12 años.

Las YPJ se convirtieron en parte de la defensa de nuestra sociedad. Por primera vez, un ejército de mujeres fue capaz de plantar cara a una fuerza invasora y opresora. Dado que las YPJ se basan en el concepto de autodefensa, no hubo ninguna reacción social contra la participación de las mujeres en las fuerzas armadas. Esta sociedad siempre ha necesitado la capacidad de defenderse. Si miramos la historia, el pueblo kurdo y el pueblo sirio han pasado por muchas guerras, pero nunca se desarrolló ninguna fuerza que pudiera asumir la responsabilidad de la defensa de su tierra y su país. Ciertamente, la gente se alistó y se convirtió en soldados. Pero el servicio militar los separó de sí mismos, de su tierra, de su causa, de su sociedad. Sirvieron a los regímenes bajo los que vivían.

La YPJ es importante como fuerza armada, como modelo y por su impacto en la sociedad. Porque, ¿cuál es la necesidad más fundamental de las mujeres en todo el mundo? La autodefensa. La YPJ se organizó inicialmente en torno a esta idea y este principio, no en torno a las armas. Elegimos la autodefensa como objetivo, con la convicción de nuestro conocimiento y nuestra capacidad como mujeres.

La existencia de las YPJ en Rojava, en el noreste de Siria, es un soplo de aire fresco para todas las mujeres que sufren en el siglo XXI. No solo para las mujeres kurdas, no solo para las mujeres de nuestra región, sino para todas las mujeres. En muy poco tiempo, nuestro modelo, nuestro ejército y nuestras ideas se dieron a conocer en muchos países extranjeros. Nunca estuvimos en Estados Unidos. Pero nuestra perspectiva ha llegado a Estados Unidos. No estuvimos en Europa, pero nuestra perspectiva llegó a Europa. No estuvimos en otras partes de Oriente Medio, pero nuestra perspectiva se ha extendido por toda la región. En el siglo XXI, quedó claro que las mujeres y la sociedad necesitaban algo así. Esta necesidad llegó a todas las mujeres.

Nuestra sociedad kurda tenía cierta experiencia en esto. Muchas de nuestras amigas, vecinas y parientes habían ido a luchar, por ejemplo, con las YJA-STAR [el brazo armado femenino del PKK]. Esto existía. Abrimos los ojos a ello de esta manera: ¿A dónde fue esta mujer? ¿Por qué tomó las armas? Puedo decir que el nivel de organización militar de las mujeres en Kurdistán tuvo un impacto en nosotras. En particular, vimos que cada mujer que abandonó su hogar para luchar, que se fue a Irak, a Turquía, lo hizo para defender todo el Kurdistán y a todo el pueblo kurdo.

Con su motivación, su filosofía y su perspectiva de autodefensa, las YPJ lograron cerrar la puerta a un grupo como el ISIS durante los años más largos y oscuros de la guerra en Siria. El ISIS parecía imparable en todo el mundo. Pero aquí, una lucha librada bajo el liderazgo de las mujeres fue capaz de derrotar al ISIS. Esto no es algo normal. Quizás nos hemos acostumbrado a ello, porque vivimos en esta realidad, es parte de lo que somos. Pero en otros lugares, se convirtió en una historia, una leyenda, un tema de interés. ¿Cómo lo lograron esas mujeres? Puedo decirles cómo.

Nosotras, como YPJ, no empezamos con armas. Quiero destacar este hecho. Empezamos con la organización. Nuestra mayor arma al principio fue nuestra organización. De dos, tres, cuatro mujeres, pasamos a ser cientos y cientos.

Al principio, dijimos que las mujeres teníamos que estar allí, en las fuerzas armadas. Veíamos a diez hombres, veinte hombres, toda la academia militar, y entre ellos éramos quizás cuatro o seis mujeres. No había muchas mujeres en absoluto. Pero teníamos la convicción de que las mujeres teníamos que estar allí y hacer este trabajo, que nosotras, como mujeres, teníamos que unirnos. Y cuando la sociedad vio que teníamos un objetivo, que haríamos cualquier cosa para luchar por proteger nuestra tierra, nuestro pueblo, nuestras familias, empezaron a apoyarlo.

Así que puedo decir que las YPJ, tanto como ejército como filosofía, alcanzaron este nivel gracias a su capacidad de organización. Si no hubieran tenido esta fuerza organizativa, si no hubieran tenido una base filosófica y teórica, y si no hubieran elegido a los líderes adecuados, quizá no se habrían convertido en el ejército que son hoy. Estas cosas son fundamentales. Para convertirse en un ejército, se necesita un objetivo y una organización. En el siglo XXI, las mujeres de todo el mundo están aprendiendo a defenderse gracias a las YPJ. Nos hemos convertido en una inspiración para todas las mujeres, no solo para las de Kurdistán, Rojava o Siria. En cada época, los pueblos y las sociedades tienen algún tipo de necesidad y se desarrolla un liderazgo para satisfacerla. Ahora, podemos decir que las YPJ están desempeñando ese papel para las mujeres.

¿Puede dar un ejemplo concreto del impacto de las fuerzas exclusivamente femeninas en la seguridad, la gobernanza o la sociedad? Es decir, ¿qué cosas hace la YPJ que las unidades masculinas o mixtas no podrían hacer o no harían tan bien?

Le contaré una historia que he compartido muchas veces. Abrimos nuestra primera academia para mujeres en Afrin. Queríamos que las mujeres aprendieran a defenderse en todos los aspectos. En el programa, por ejemplo, dijimos que las mujeres tendrían que hacer ejercicio para desarrollar su fuerza física. Las mujeres también tenían que aprender a desarrollar su fuerza mental a través de la educación política e ideológica. Y, en tercer lugar, habría educación militar. Tenían que aprender a utilizar la tecnología que tendrían en sus manos. Nunca se nos ocurrió empezar con las armas. Antes de tomar las armas, las mujeres tenían que comprender la política, la ideología y la filosofía.

Reunimos a un grupo de entre 30 y 35 mujeres. Entre ellas había una madre que debía de tener unos 50 años. Era de Amude. Al principio, discutimos entre nosotros si sería capaz de participar en todas las actividades de la academia. Hablamos con ella y le dijimos que tendríamos que rechazarla: el programa era difícil, las condiciones en la academia eran duras y nos preocupaba que fuera demasiado para ella. Por supuesto, ella nos dio una lección allí mismo. «¡Quiénes son ustedes para echarme de esta formación!», respondió.

La filosofía nos dice que lo primero que hay que hacer es conocerse a uno mismo. Esta madre, que nos preguntó quiénes éramos nosotros para detenerla, que dijo que ella también quería aprender a luchar, sabía quién era, y ese día nos dio a todas una lección de autodefensa. Dijo que no se iría de la academia hasta que aprendiera a usar su arma, y con esa determinación, no se fue. Nuestra fuerza y capacidad organizativa como YPJ proviene de mujeres como ella.

La autodefensa es la parte más importante de la civilización. No solo es necesaria cuando una sociedad está en guerra. Las amenazas provienen de la naturaleza, de los animales, de otras personas, de cualquier lugar; hay que ser capaz de proteger a la sociedad de cualquier peligro. Hoy en día, vemos que las personas menos protegidas de la sociedad son las mujeres. Las mujeres se enfrentan a la violencia doméstica, a las violaciones, a la desigualdad, y se las menosprecia cuando piden que se ponga fin a la injusticia. Algunos ataques contra las mujeres pueden no ser físicos, pero la base de la violencia física es la idea de que alguien es inferior. Si se niegan e ignoran tus derechos, tu cuerpo, tu idioma, tu cultura, tu opinión, puedes ser atacada.

Las YPJ han cambiado ese status quo. Decimos que, dondequiera que una mujer se enfrente a la violencia —en su casa, por parte de delincuentes en la calle, por parte de una mentalidad que niega a las mujeres la igualdad humana—, debe poder defenderse.

Empezamos nuestro trabajo sobre esta base. Y, por supuesto, en última instancia, si hay un ataque de un enemigo extranjero, también debe tomar las armas y defenderse. Antes, las mujeres podían haber abandonado sus hogares y comunidades, haber dejado esta región y haberse ido a otras partes del Kurdistán para luchar. Quizás su lucha no tuvo tanto impacto en la comunidad en general. Pero las YPJ son diferentes. Defendimos nuestra sociedad desde adentro. No esperamos a que nadie viniera de fuera a salvarnos. Y, por supuesto, si esto no estuviera conectado con una ideología y un objetivo, no habría sido posible. Esta conexión, esta base, es la razón por la que nadie ha podido destruir nuestra organización en 12 años. El papel de las YPJ se hizo evidente por primera vez en la guerra contra el ISIS y ha continuado hasta hoy.

La caída del régimen de Assad en Siria en 2024 y la llegada de fuerzas islamistas radicales hicieron que todo el mundo se preguntara: ¿cuál es el futuro de las YPJ? No solo las YPJ, sino también el pueblo, todo el norte y el este de Siria, el sistema autónomo de aquí. ¿Cómo podríamos vivir bajo su dominio? Ahora se enfrentan en Siria dos sistemas muy diferentes. Uno es un sistema duro y fundamentalista. El otro, nuestra administración, se basa en la voluntad de nuestro pueblo.

Tal y como lo describes, Siria está ahora dividida entre dos sistemas políticos muy diferentes. Estos dos sistemas han estado trabajando para unirse bajo el marco del acuerdo de integración del 10 de marzo de 2025 firmado por el comandante en jefe de las SDF, Mazlum Abdi, y el presidente sirio, Ahmed al-Sharaa. En general, ¿cómo avanzan las conversaciones de integración? ¿Cuál es el papel de las mujeres y las estructuras de mujeres en ellas?

Ha pasado un año desde la caída del régimen. Ha habido muchos cambios en ese tiempo. Una vez más, personas inocentes se convirtieron en víctimas de la guerra. Por ejemplo, ha pasado un año desde que los desplazados de Afrin fueron expulsados de Shahba. El Estado no se ve tan afectado. Cuando la gente es atacada, asesinada, obligada a emigrar, el Estado no escucha.

Ahora, la gran pregunta es esta. La fuerza que ahora domina Siria tiene un pasado como entidad radical que devastó y oprimió a personas inocentes. Proviene del yihadismo, de Al Qaeda. A partir de ahí, ¿adónde ha ido y adónde irá? ¿Cómo llegó al poder? ¿Quién la apoyó? ¿Cómo se ha legitimado tanto?

Tenemos que entender esto. Aunque, por supuesto, cuando cualquier fuerza se convierte en un Estado, nadie presta mucha atención a lo que pudo haber sido antes. Hace 60 años, se creó un sistema centralizado en Siria. El pueblo sirio sufrió de todas las formas imaginables a causa de este sistema. Ahora, con la llegada del gobierno de transición de Sharaa, debemos examinar esta historia.

La comunidad internacional también puede evaluar la situación. Por nuestra parte, como Siria del Norte y del Este, las SDF y las YPJ, hemos participado en muchos diálogos y negociaciones. El resultado más importante de estos compromisos fue el “Acuerdo del 10 de Marzo”. Este acuerdo se alcanzó sobre la base del principio de que esta sociedad, este componente, su lengua, su cultura, sus derechos y su existencia serán reconocidos en la Constitución.

La garantía más importante para cualquier sociedad son los derechos constitucionales. Si una comunidad, un pueblo, una lengua o un componente no están reconocidos por la Constitución, su existencia en su país se ve amenazada. Si no tienes presencia en las asambleas y los parlamentos, no existes.

Ha habido muchos cambios en el siglo XXI. El propio gobierno de transición no oculta lo que solía ser. Primero fue el Estado Islámico, luego Al Qaeda, Al Nusra, luego HTS, y HTS llegó a convertirse en un gobierno, un Estado. Eso es un cambio, y es un cambio que no puede ser meramente cosmético. El mundo debe creerlo. Si quieren alejarse de una historia tan oscura y convertirse en los representantes de una república, entonces tienen que reconocer los derechos de todos los componentes.

Durante trece años hemos librado esta lucha. Muchas personas han dado su vida. Podemos decir que ha habido un cambio, que el antiguo sistema ha sido destruido, pero eso por sí solo no es suficiente. Estamos preparados para vivir en una Siria unificada, pero debe ser una Siria democrática. Esta Siria democrática debe proteger los derechos de todos sus pueblos: kurdos, árabes, sirios, musulmanes, cristianos, drusos. Y la mejor garantía de esta protección es el reconocimiento de todos los componentes en la Constitución. La integración comienza aquí.

Al principio, dijeron que cada soldado de las SDF debía unirse al ejército uno por uno. Pero las SDF no pueden unirse a este ejército como individuos. Les dijimos: «De acuerdo, estamos dispuestos a unirnos al ejército, pero ¿a qué ejército quieren que nos unamos? ¿Existe algo llamado ejército en Siria? ¡No! Hay más de 100 milicias. Cada uno forma su grupo y le da un nombre. Abu Amsha tiene una milicia, Abu Shaqra tiene una milicia, Hamzat tiene una milicia. ¿Se puede llamar a eso un ejército?

En toda Siria, el único ejército que tiene estructura, experiencia y capacidades es el SDF. Durante trece años, esta fuerza luchó contra el ISIS, contra las potencias extranjeras que nos atacaron. Decimos que el SDF puede ser un modelo para el ejército sirio. ¿Por qué eso perjudicaría a Siria? No perjudicará en absoluto la unidad de Siria. Las SDF están aquí hoy, pero mañana podríamos proteger Damasco. Podríamos proteger Alepo, Suwayda o la costa. El modelo de las SDF puede ser un modelo para el nuevo ejército sirio. Cuando decimos esto, no estamos diciendo que Siria deba dividirse o que queramos vivir separados. No decimos que tengamos que ser independientes. Lo que pedimos es una Siria democrática que reconozca los derechos de todos sus componentes.

En cuanto a la integración, empezamos juntos, pero aún no hemos llegado a un acuerdo. Recientemente, hubo algunos debates sobre cómo podríamos organizarnos como parte del nuevo ejército. Pero la cuestión fundamental son las garantías constitucionales. Cuando las tengamos, podremos hablar de las SDF, de nuestras instituciones, de todo.

La época en la que vivimos exige que todos cambien. En Siria, el antiguo sistema cayó. Ya no vivimos en la era anterior a 2011. Cuando Assad estaba en el poder, tenía un Estado centralizado. Ese Estado fue destruido. Si el mismo sistema centralizado intenta reconstruirse con un color diferente, eso no es un cambio real.

Todo esto quiere decir que sí, se están llevando a cabo negociaciones, pero aún no hemos acordado medidas prácticas que tomar juntos. Sobre la mesa, todo está aprobado, pero una vez que nos levantamos de la mesa, la situación sigue siendo la misma. Lo vemos especialmente por parte del gobierno de transición. Permítanme repetirlo: nuestro objetivo no es la división de Siria. Nuestro objetivo es una Siria democrática. Si se fijan en las SDF, verán que han creado un ejército que incluye a todos los componentes. Las YPJ también son así. Mujeres de todos los componentes sirios se han unido a las YPJ. Podemos poner esta experiencia al servicio de toda la sociedad siria. Por ejemplo, cuando el ISIS estaba en Deir Ezzor, no dijimos «Deir Ezzor es una región árabe, no iremos allí». Luchamos contra el ISIS dondequiera que fuera y dimos miles de mártires por hacerlo. Raqqa tampoco es una ciudad kurda. Nuestras fuerzas, nuestras ideas y nuestros objetivos unieron a personas de todos los componentes y protegimos juntos todo el norte y el este de Siria.

Usted ha dicho que algunos puntos se han debatido en las conversaciones de integración, pero aún no se han puesto en práctica. Nos gustaría preguntarle sobre la situación de las YPJ en este contexto. Algunas fuentes han afirmado que el Gobierno de transición está dispuesto a permitir que las YPJ se unan al ejército como brigada especial. Otras afirmaciones sugieren que Estados Unidos ha respaldado la posición de las SDF sobre la integración de las YPJ. ¿Son ciertas estas afirmaciones? ¿Y qué puede decirnos sobre las condiciones de las YPJ para participar en el nuevo ejército?

Desde la caída del régimen hasta hoy, las fuerzas de la Coalición han desempeñado un papel mediador.

Nadie puede negarlo. Se han celebrado muchos diálogos con su mediación. Pero estamos en la mesa gracias a nuestros propios logros. Nuestros éxitos, nuestra fuerza y nuestro poderío, el esfuerzo de esta sociedad… Sin eso, no estaríamos en estas negociaciones. Durante años, hemos mantenido una relación con la Coalición en el contexto de nuestra lucha conjunta contra el ISIS. Esto ha creado una verdadera amistad y comprensión. Pero los logros de esta revolución son los que nos han llevado a la mesa.

Nosotros, como YPJ en particular, estamos presentes en las negociaciones gracias a lo que hemos logrado. Todos nos decían que no sería posible, que no nos aceptarían. Pero no estamos negociando a título personal. Traemos con nosotros los logros de una revolución. Los que se sientan frente a nosotros pueden verlo. Por esta razón, y tal vez ya lo haya dicho antes, el cambio es una condición de nuestro tiempo. Este régimen tiene que cambiar. Ahora, todo el mundo nos pregunta si nos han aceptado porque estamos en la mesa. Sin esta experiencia, sin estos logros, ni siquiera habríamos llegado a la sala. No creemos que merezcamos estar en la mesa solo por ser mujeres. Pero si formamos parte de esta revolución, ¿por qué no íbamos a formar parte de las negociaciones? Hemos participado desde el principio hasta el final. Es un derecho perfectamente natural. No quiero entrar en el tema de las brigadas y las divisiones, porque eso es una conversación, no un acuerdo. No sería apropiado que dijera nada concreto ahora. Pero hemos planteado la idea de que las YPJ deben mantener su autonomía. Hoy en día, ni siquiera estamos totalmente integradas en las SDF. Por supuesto, cuando hay un interés general, si esta tierra es atacada, trabajaremos juntas para servir a nuestro pueblo. Pero, por lo demás, tenemos nuestro propio mando, nuestros propios centros, nuestras propias instituciones, y nos organizamos y educamos dentro de ellas. De esta manera, protegemos nuestra autonomía. Las que toman las decisiones y los cambios institucionales en nuestras fuerzas son el Mando de las Mujeres. El Mando General de las SDF no puede cambiar esto. El general Mazlum puede ser el comandante general de las SDF, pero no puede obligarme a hacer nada. No puede hacer ningún cambio en nuestras fuerzas femeninas ni enviarme a un puesto diferente. ¿Quién puede hacerlo? El Mando de las Mujeres. Esto significa que protegemos nuestra autonomía y libertad. Todo el mundo tiene que saberlo. Nuestra opinión como YPJ es que debemos defender este estatus. Debemos tener un lugar en el sistema militar. Nos organizamos tanto horizontal como verticalmente. Por ejemplo, también tenemos una fuerza social, nos organizamos en la vida civil. Existimos como una fuerza autónoma dentro de la estructura de las SDF, pero también hay mujeres en unidades de las SDF que no pertenecen a la YPJ; no es un ejército solo para hombres. Durante trece años hemos defendido este país, pero nadie en Homs, Hama, Suwayda o la costa había oído hablar de nosotras. Todo el mundo fuera de Siria, en Estados Unidos, Rusia, Europa, sabía que existía la YPJ, pero, por desgracia, dentro de Siria, las mujeres sirias no nos conocían. Pero ahora que el régimen ha caído, las mujeres de todas las partes de Siria pueden vernos y muchas quieren organizarse como nosotras. Por lo tanto, las YPJ se protegerán a sí mismas como una fuerza femenina autónoma en el noreste de Siria. Cuando lleguemos a un acuerdo con Damasco, las YPJ podrán desempeñar un papel en toda Siria. Pero mantendremos nuestro estatus especial. No renunciaremos a nuestra existencia ni a nuestra organización. La necesidad de autodefensa no desaparece solo porque nos acerquemos a la paz. Quizás no volvamos a enfrentarnos al mismo enemigo, pero podría haber ataques. Hay que estar preparadas. Especialmente las mujeres: las mujeres no pueden permitirse prescindir de la capacidad de autodefensa, ni en tiempos de guerra ni en tiempos de paz. Esta es nuestra opinión como YPJ.

Usted misma ha participado en las conversaciones de integración con Damasco. Muchos altos funcionarios del gobierno de transición provienen de un entorno islamista radical, mientras que usted representa un movimiento radical por la autodeterminación y la liberación de las mujeres. ¿Cómo se dirigen a usted y a otras mujeres líderes de las delegaciones de DAANES y SDF? ¿Cree que la experiencia de negociar con mujeres de DAANES y SDF podría estar cambiando su opinión sobre el papel de la mujer en la nueva Siria?

Están tratando de cambiar su imagen. Como resultado, cuando se relacionan con nosotras, no ocurre nada inusual. Todo se desarrolla dentro del protocolo normal. Cuando les saludamos, por ejemplo, algunas nos dan la mano y otras no. A partir de esto, como mujer, se puede entender que provienen de un entorno bastante estricto. Sin embargo, en última instancia, hay un enfoque muy pragmático que tiene un impacto en las discusiones y en la situación general. Se puede observar un ablandamiento en su retórica cuando discutimos temas con ellos. Pero en la práctica, cuando nada cambia, se puede ver su radicalismo. Nos han hecho muchas peticiones que hemos cumplido. Más recientemente, en lo que respecta a la integración militar, les presentamos nombres e ideas. En los medios de comunicación, nos acusan de retrasar las conversaciones. Pero, en realidad, son ellos los que ralentizan las negociaciones y se niegan a responder a nuestras propuestas. Si este Gobierno puede creer en la existencia de todas las religiones, lenguas y comunidades de Siria, si puede darse cuenta de que este pluralismo existe, entonces Siria puede ser un país democrático. Muchos sirios árabes suníes, que son la mayoría del país, tampoco aceptan esta mentalidad excluyente. No es solo una cuestión de minorías religiosas o étnicas. Si el Gobierno de transición puede cambiar y aceptar las realidades del siglo XXI y las necesidades de la sociedad, Siria vivirá en paz. Si no puede cambiar, solo verá crisis mayores. Voy a decir algo importante aquí: este Gobierno no es completamente independiente. Hay muchos países extranjeros que quieren influir en las conversaciones de integración. No quiero nombrarlos aquí. Si Siria quiere ser un país para todos los sirios, estas fuerzas extranjeras deben dejar de intentar influir en las negociaciones. Dejemos que el gobierno de transición comparta sus propias opiniones, libre de la influencia de opiniones externas. Está claro que el gobierno está bajo la presión de fuerzas extranjeras. Sin esto, un acuerdo podría haber sido más fácil. Nosotros [los predecesores de las Fuerzas Democráticas Sirias y el Gobierno de transición] luchamos unos contra otros en 2012 y 2013, pero hoy estamos dialogando. Esto no es algo nuevo en el mundo. Quienes libran las guerras más brutales entre sí se unen para hacer la paz. En muchos países europeos, como Suiza, conviven muchos pueblos, y cada uno de ellos tiene sus derechos. A veces pueden ser menos de un millón, pero obtienen sus derechos de todos modos. ¿Por qué no podría Siria hacer lo mismo? ¿Qué daño causaría que lo hiciera imposible? Este Gobierno debe escuchar la voz del pueblo, no las influencias extranjeras. De esta manera, podremos construir juntos una Siria pacífica y democrática.

Muchas personas aquí dicen que Jabhat al-Nusra se negó a hablar con las combatientes de las YPJ durante los enfrentamientos y negociaciones de 2012-2013 a los que usted alude; al parecer, exigían negociar con hombres. ¿Qué puede decirnos al respecto?

Sí, es cierto, en aquel entonces no querían hablar con nosotras. Ahora, debido a todo lo que ha cambiado, tienen que hacerlo. Pero, ¿sabes?, incluso en 2012, cuando estaba en Afrin, me senté con ellos en más de una ocasión. Era en secreto, por supuesto, pero mantuvimos un diálogo, aunque al final ellos preferían hablar con hombres.

¿Hay algo más que quieras añadir?

 En cualquier país, revolución o proceso de paz, si las mujeres no están presentes, no es posible encontrar una solución. Nuestra revolución lo demostró. Las mujeres que no podían salir de sus casas sin permiso ahora pueden dedicarse a la política, la diplomacia y el trabajo cultural. Esta libertad no existía antes. Pero nuestra mentalidad y nuestro sistema crearon una confianza y una convicción reales. El liderazgo de las mujeres es el aspecto de esta revolución que más interés suscitó. Tanto en la guerra como en la diplomacia, si las mujeres organizadas no están presentes, no llegaremos a una solución. El siglo XXI será el siglo de las mujeres, y las soluciones a sus problemas se pueden encontrar con el liderazgo de las mujeres. En un lugar donde las mujeres pueden organizarse y liderar, el éxito es posible. Pero los lugares donde se niega la existencia, las voces y las opiniones de las mujeres se encaminan hacia la destrucción.

Nuestra revolución ha alcanzado hoy un cierto nivel. Mañana podrían cambiar muchas cosas. Podría existir con un nombre diferente o un sistema diferente. Nuestros objetivos no cambiarán, pero muchas cosas que han existido hasta hoy podrían ser muy diferentes. Porque este proceso, este momento, este siglo es una época de cambios. Pero lo importante es que no nos desviemos del camino de quienes defendieron la democracia, el pluralismo y todos nuestros valores.

Como matar de cárcel a un anarquista: el caso del compa Yorch

Este articulo se escribió en italiano para darle difusión en aquella geografía, porque consideramos dramáticamente emblemático el caso de persecución contra el compañero anarquista Yorch. Le tocó a él, pero podría tocar a cualquiera que hace de la lucha un camino “otro” ante la horrorosa y explotadora normalidad capitalista. Proponemos el mismo articulo en español, para su mayor difusión. ¡Yorch vive, la lucha sigue!

Guerra afuera, guerra adentro, guerra por doquier

En varias ocasiones como colectivo hemos intentado proponer y escribir un análisis del México que vivimos cotidianamente, y no sólo, basándonos en el concepto de guerra, como instrumento de destrucción, acumulación y gestión del presente en clave capitalista. Una guerra que asume formas y tiempos enloquecidos y frenéticos, pero lleva consigo un común denominador: el ataque a la vida, a través del horror y el dominio de la violencia, del genocidio de masa a las fosas clandestinas del narco-estado, pasando por la desaparición forzada y el terror como método de domínimo de los territorios, terminando en un siempre más oprimente tecno-control social direccionado a la aniquilación de cualquier forma de resistencia o alteridad. La vida, debe de ser optimizable y manipulable, sino es considerada inútil, según el paradigma vigente y ya establecido sin ningún tipo de pudor. Una gran parte de la humanidad es considerada sacrificable, no solo a través de las guerras en campo, armadas y dirigidas a distancia hacia el “sur global” o el “otro de Occidente” (Palestina, Siria, Ucrania, Sudan, República Democrática del Congo, Yemen, Venezuela, Colombia y muchos otros territorios), pero también al interno de los Estados Nación y sus meandros administrativos: lxs que no se alinean, que luchan, que no se acoplan, no se venden y no están disponibles, las alteridades todas, se vuelven víctimas reales de una guerra interna. La cárcel y la represión, en este esquema, son los instrumentos fundamentales de la gestión y de la reconversión de la vida misma en clave capitalista y sus políticas de seguridad. No hay ningún derecho, ninguna justicia escrita o constitución nacional, ninguna ética formal, con la capacidad de parar esta máquina devoradora. 

El caso del compañero Yorch. El primer arresto

El compañero anarquista Jorge Emilio Esquivel Muñoz, apodado “El Yorch”, artesano y cocinero, prisionero político, fue asesinado el pasado 9 de diciembre por esta máquina, en las patrióticas celdas del Estado mexicano en la Ciudad de México. Años de un secuestro e innumerables violencias y omisiones por parte del sistema penitenciario, le arrancaron la vida. Una historia terrible que nos provoca una intensa rabia y una profunda tristeza. En la Ciudad de México estandarte de la 4T morenista, a la espera del Mundial, de un proyecto político y económico extractivista basado en el despojo de la ya saqueada ciudad por el mercado inmobiliario, no hay espacio para una vida que se escapa de los márgenes del trabajo y la producción. La vida de Yorch, estaba empapada de cultura punk y autogestión, en el auditorio ocupado Che Guevara, una de las pocas ocupaciones políticas todavía vivas en la Ciudad de México, espacio anarquista al interno de la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Un espacio que Yorch vivía y hacía vivir cotidianamente antes de ser arrestado y asesinado. 

No fue la suerte la que mató a Yorch, sino una conspiración y una historia de violencia e injusticia por parte del Estado y de la tan renombrada y prestigiosa UNAM.

Yorch fue secuestrado en una violenta emboscada el 24 de febrero de 2016, cerca del campus universitario de la UNAM, al término de un evento cultural en el Okupa Che, donde fue capturado y subido a una furgoneta sin matrícula por unos 15 hombres vestidos de civil. Sobre la base de acusaciones inventadas y una denuncia anónima falsificada, Yorch fue acusado por la Procuraduría General de la República (PGR) de tráfico de drogas después de que le ocultaran una gran cantidad de drogas diferentes en una mochila que le atribuyeron (mochila que nunca aparece durante su captura en los vídeos de las cámaras de vigilancia, cuyas pruebas demostraron que no contenían sus huellas dactilares). Juzgado por el delito de posesión de drogas, fue trasladado primero a la prisión federal de Miahuatlán (Oaxaca) y luego a la prisión de máxima seguridad de Hermosillo (Sonora), a miles de kilómetros de distancia entre el sur y el norte del territorio federal mexicano, en un intento de complicar su defensa legal y romper la solidaridad y el apoyo de sus compañer@s. En marzo del mismo año fue puesto en libertad bajo fianza, con una reducción del delito a simple posesión de drogas. Sin embargo, continuaron las amenazas, la estigmatización mediática y una campaña de criminalización en su contra, incluso por parte de círculos internos de la universidad, llegando a acusarlo de pertenecer al crimen organizado o incluso a declararlo muerto en un enfrentamiento armado entre bandas.

La segunda detención

La historia se repite tristemente. La noche del 8 de diciembre de 2022, cinco personas vestidas de civil siguen a Yorch desde el Okupa Che a la salida de la UNAM y, junto con otras doce personas, también vestidas de civil, lo secuestran de nuevo con tres coches sin matrícula y un coche de la policía local del distrito de Coyoacán, sin ninguna orden de detención ni comunicación de los motivos de su detención. Trasladado al centro penitenciario Oriente de Ciudad de México, la PGR presenta un recurso y restablece los cargos de 2016. Encarcelado preventivamente durante 18 meses, en junio de 2024 Yorch es condenado injustamente a 7 años y seis meses de prisión. El proceso se caracteriza por continuos retrasos y cancelaciones, incluida la nueva presentación de las pruebas en noviembre de 2023. Posteriormente, la pena se fija en 5 años y 100 días de multa. No vivirá lo suficiente para cumplirla.

Represión contra Okupa Che

La criminalización pasa aquí por la detención arbitraria y la fabricación de delitos contra Yorch, una forma de condenar su vida, su activismo dentro de la Okupa Che, así como un ataque directo al espacio anarquista y a su existencia política. De hecho, ya en años anteriores, la Okupa Che ha sido objeto de diversos ataques por parte de porros (grupos de matones organizados y pagados por la Universidad cuyo objetivo es provocar y agredir a los movimientos estudiantiles y las luchas sociales) y constantemente acosada, espiada y controlada por los guardias de seguridad privada de la UNAM. Un modus operandi histórico y eficaz para el gobierno de la Ciudad de México, que utiliza constantemente la fabricación de delitos para desmantelar y criminalizar los movimientos sociales políticos radicales, como ocurrió recientemente en el caso de algunas compañeras durante el desalojo de la ocupación Okupa Cuba en 2022.

De la cárcel a la tumba

Durante los años de reclusión entre los penitenciarios Oriente y Sur, la cárcel y su entorno minan la salud de Yorch. Es torturado, aislado y castigado en varias ocasiones, lo que agrava un progresivo deterioro de su salud a partir de una apendicitis no tratada desde hace tiempo; tal y como han denunciado en repetidas ocasiones sus familiares y compañer@s, Yorch nunca recibió atención médica concreta. A pesar de presentar síntomas graves, el centro sanitario penitenciario se limitó a administrarle analgésicos básicos como el paracetamol. La situación llegó a un punto extremo con problemas neurológicos muy graves que le impedían respirar por sí mismo. Solo después de varias presiones, el 1º de noviembre de 2025 fue trasladado al Hospital General de Topilejo, donde ingresó en un estado avanzado de deterioro debido al largo período de negligencia y a los efectos que el criminal sistema penitenciario y judicial tienen sobre la salud de todas las personas presas, y más aún en este caso, donde la violencia del Estado y de la UNAM orquestaron la represión contra él. En las últimas semanas, Yorch vagó de un lugar a otro sin que las autoridades penitenciarias y hospitalarias proporcionaran información precisa sobre su estado. Solo al final, las personas solidarias y que estaban a su lado supieron que había sido intubado. La situación de Jorge Emilio Esquivel era, por desgracia, irreversible, su cuerpo estaba agotado y el 9 de diciembre de 2025, el compañero Yorch falleció.

Una advertencia contra tod@s l@s rebeldes

Su muerte es, a todos los efectos, un asesinato ejemplar y brutal, un mensaje dirigido a la comunidad anarquista y a quienes intentan resistir en esta monstruosa metrópolis y en este México en guerra. La sociedad carcelaria, la arrogancia autoritaria, la falta de atención médica y el Estado mataron a Jorge, como a tantos otros compañeros antes que él en la historia de los oprimidos. Si, por un lado, la brutalidad del Estado capitalista a la hora de eliminar a sus enemigos y las vidas improductivas no es nada nuevo, por otro, con profunda rabia, consternación y tristeza, nos despedimos de un compañero, con la promesa de no olvidar un crimen de Estado. Nos despedimos de Yorch y de lo que representaba por última vez, este miércoles 10 de diciembre de 2025, en el cementerio de San Juan Iztapalapa, en la Ciudad de México.

Consideramos muy grave que un compañero, un preso político, muera en las cárceles de esta manera, tras años de reclusión y negligencias médicas reiteradas, sin que ninguna institución asuma la responsabilidad de lo sucedido. Porque la guerra contra la vida es tan necesaria y está tan avanzada, que matar de inanición a un punk anarquista en prisión pretende ser la nueva normalidad que se utilizará como advertencia para aquellas «otras vidas» inútiles, sobrantes, para el Estado capitalista y sus paradigmas de necesidad.

Y es la misma historia gravísima que comparte el horror y la tragedia de la violencia institucional y la guerra total contra la vida, mecanismo cotidiano que se da hoy en México, lo que en algunas ocasiones hemos definido como “guerra de fragmentación territorial”, cuyo saldo nos habla de más de medio millón de muertos asesinados y 130,000 desaparecidos en 19 años. Sólo que esta vez no hay ningún cártel ni grupo criminal detrás del cual esconderse, ninguna operación especial en nombre de la seguridad que interponer. Solo hay la violencia institucional y penitenciaria más siniestra, destinada a destruir horizontes de vida diferentes, como el de Jorge y su mundo rebelde.

La criminalización continua y capilar de los movimientos sociales y de los compañeros es simplemente otra arma, la enésima, a través de la cual el gobierno mexicano sigue alimentando el negocio y la retórica de la guerra, de la que se benefician políticos, mafiosos y empresarios, mientras que comunidades enteras, urbanas y rurales, en resistencia, son desgarradas por la violencia que está devorando este país.

Un muerto más, un compañero menos, un nombre que se convierte en cifra, como para cada desaparecid@, para cada campesin@ oprimid@, para cada marginad@ metropolitan@, para cada pres@ en las cárceles, para cada mujer asesinada, para cada migrante asesinado en las mil fronteras de este México. Jorge es la enésima víctima inaceptable de un capitalismo que mata para acumular y expandirse cada vez más ferozmente.

La llama aún arde

Ahora queda la tarea más grande y complicada: expresar la venganza en clave social, convertir el dolor en lucha, organizar la resistencia y luchar para que lo que sufrió Jorge no lo sufra nunca más nadie.

Abrazamos con solidaridad y cariño a los amig@s y compañer@s cercan@s a Yorch, a la banda del Okupa Che, la comunidad anarkopunk chilanga, l@s compañer@s anarquistas de la ciudad de México y a todos los que acompañaron a Yorch tanto en su vida en libertad como en la de recluso. Miramos con desprecio, horror y rechazo a las instituciones inhumanas que violaron su cuerpo, la cárcel y sus malditos muros, el gobierno de la Ciudad de México y las autoridades de la UNAM, que mataron a Jorge por ser punk, anarquista y rebelde.

Que la memoria de Yorch permanezca viva en todos los lugares de lucha.

Que se multipliquen las acciones solidarias en todas partes.

Con amor y rabia.

Que la tierra te sea leve, compa Yorch.

Nodo Solidario (Italia/México)

GUERRA ALLA VITA: FAR MORIRE DI CARCERE L’ANARCHICO YORCH

Guerra fuori, guerra dentro, guerra ovunque

Più volte come collettivo abbiamo scritto e cercato di proporre un’analisi del Messico odierno, e non solo, basata sul concetto della guerra, come strumento di distruzione, accumulazione e gestione del presente in chiave capitalista. Una guerra che assume forme e tempi disparati, ma che ha sempre un comune denominatore: l’attacco alla vita, in una riconversione e stracciamento di quest’ultima, attraverso l’orrore e il dominio della violenza, dal genocidio di massa fino alle fosse clandestine del narco-stato, passando per la sparizione forzata e il terrore come metodo di gestione dei territori, culminando in un sempre più opprimente tecno-controllo sociale volto all’annientamento di qualsiasi forma di resistenza o alterità. La vita, deve essere ottimizzabile e manipolabile, altrimenti è inutile, secondo un paradimga vigente ormai sdoganato senza pudori. Una parte consistente di umanità è considerata quindi sacrificabile, non solo attraverso le guerre guerreggiate, armate e comandate da remoto verso il “il sud-globale” o “l’altro dall’occidente” (Palestina, Siria, Ucraina, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Venezuela, Colombia, e molti altri luoghi), ma dentro i confini territoriali degli stati nazionali e nei meandri amministrativi degli stessi: chi non si allinea, chi lotta, chi non si adagia, chi non è disponibile, chi è alterità, diventa vittima reale di una guerra interna. Il carcere e la repressione, in questo schema, sono lo strumento fondamentale della gestione e della riconversione della vita stessa in chiave capitalista e securitaria. Non c’è alcun diritto che tenga, nessuna giustizia scritta o costituzione nazionale, nessun etica formale, in grado di frenare questa macchina divoratrice. 

Il caso del compagno Yorch, il primo arresto

Il compagno anarchico Jorge Emilio Esquivel Muñoz, chiamato “El Yorch”, artigiano e cuoco, prigioniero politico, è stato assassinato lo scorso 9 dicembre da questa macchina, nelle patrie galere dello Stato messicano a Città del Messico. Anni di sequestro e una serie di violenze e omissioni da parte del sistema penitenziario, gli hanno strappato la vita. In una storia schifosa che provoca un’enorme rabbia bruciante, una tristezza nel doverlo nominare al passato. Nella Città del Messico vessillo della 4T morenista (quindi “progressista”), all’ombra di un Mondiale calcistico in arrivo, di un progetto politico ed economico estrattivista basato sul dominio culturale e sull’esproprio territoriale in nome del turismo e profitto immobiliare urbano, non c’è spazio per una vita fuori dai canoni del lavoro e della produzione. La vita di Yorch, infatti, era fatta di cultura punk e autogestione attorno all’Auditorio Occupato Che Guevara, una delle poche occupazioni politiche ancora viventi in Città del Messico, spazio anarchico all’interno dei confini universitari della Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Uno spazio che Yorch viveva e animava prima di essere arrestato ed eliminato.

Non è stato nessun destino a far morire Yorch, ma un complotto e una storia di violenza e ingiustizia da parte dello Stato e della tanto nominata e prestigiosa UNAM. 

Yorch è stato sequestrato in un agguato violento e armato il 24 febbraio 2016, nei pressi del Campus Universitario dell’UNAM, al termine di un evento culturale all’Okupa Che, preso e caricato su un furgone senza targa da circa 15 uomini in vestiti civili. Sulla base di accuse inventate e di una denuncia anonima falsificata, Yorch è stato imputato da parte della Procuraduría General de la República (PGR) di traffico di stupefacenti dopo che gli è stata nascosta una grande quantità di droghe diverse in uno zaino a lui attribuitogli (zaino che non appare mai durante la sua cattura nei video delle telecamere di sorveglianza, le cui le prove hanno dimostrato non riportare le sue impronte digitali). Processato per il reato di possesso di droga, è stato spostato tra il carcere federale di  Miahuatlán (Oaxaca) prima, e quello di massima sicurezza a Hermosillo (Sonora) dopo, a distanza di migliaia di chilometri tra sud e nord del territorio federale messicano, nel tenativo di complicare la sua difesa legale e di spezzare la solidarietà e la vicinanza da parte dell@ compagn@. Nel marzo dello stesso anno è stato rilasciato su cauzione, con una riduzione del reato a semplice possesione di droga. Continuano però le minacce, la stigmatizzazione mediatica e una campagna di criminalizzazione nei suoi confronti, da parte anche di ambienti interni all’università, arrivando ad accusarlo di appartenere alla criminalità organizzata o addirittura di dichiararlo morto in uno scontro armato tra bande.

Il secondo arresto 

La storia tristemente si ripete. La sera dell’8 dicembre 2022, cinque persone vestite da civili seguono Yorch dall’Okupa Che all’uscita dell’UNAM e, assieme ad altre dodici persone, anch’esse in abiti civili, lo sequestrano nuovamente con tre automobili senza targa e una auto della polizia locale del distretto di Coyoacán, senza ovviamente alcun ordine di arresto né comunicazione della motivazione per la sua detenzione. Portato al penitenziario Oriente di Città del Messico, la PGR presenta ricorso e ripristina le accuse del 2016. Incarcerato preventivamente per 18 mesi, nel giugno 2024 Yorch viene condannato ingiustamente a 7 anni e sei mesi di reclusione. Il processo è caratterizzato da continui ritardi e cancellazioni, compresa la ripresentazione delle prove nel novembre 2023. In seguito, la pena si assesta a 5 anni e 100 giorni di multa. Non vivrà abbastanza per scontarla.

Repressione contro la Okupa Che

La criminalizzazione qui passa attraverso l’arresto arbitrario e la fabbricazione di reati contro Yorch, una maniera per condannare la sua vita, il suo attivismo all’interno dell’Okupa Ché, nonché un attacco diretto allo spazio anarchico e alla sua esistenza politica. Infatti, già negli anni passati l’Okupa Che è stato oggetto di divesi attacchi da parte di porros (gruppi di picchiatori organizzati e pagati dall’Università il cui obiettivo è quello di provocare e aggredire i movimenti studenteschi e le lotte sociali) e costantemente vessato, spiato e controllato dalle guardie della sicurezza privata dell’UNAM. Un modus operandi storico ed efficace per il governo della Città del Messico, che utilizza costantemente la fabbricazione di reati falsi per smantellare e criminalizzare i movimenti sociali politici radicali, come successo recentemente nel caso di alcune compagne durante lo sgombero dell’occupazione Okupa Cuba nel 2022.

Dalla prigione alla tomba

Durante gli anni di reclusione tra penitenziario Oriente e Sur, il carcere e il suo mondo logorano la salute di Yorch. Viene torturato, isolato e punito in diverse occasioni, aggravando un progressivo deterioramento della salute a partire da una appendicite non curata da tempo; come denunciato più volte da familiari e compagn@, Yorch non ha mai ricevuto attenzioni mediche concrete. Nonostante presentasse sintomi gravi, la sanità penitenziaria si è limitata a somministrargli analgesici di base come il paracetamolo. La situazione è arrivata a un punto estremo con problemi neurologici gravissimi che gli impedivano di respirare da solo. Solo dopo diverse pressioni, il 1° novembre 2025 è stato trasferito all’Ospedale Generale di Topilejo, dove è stato ricoverato in uno avanzato stato di deterioramento dovuto al lungo periodo di negligenza e agli effetti che il criminale sistema carcerario e giudiziario comportano sulla salute di tutt@ le persone prigioniere, e ancora di più in questo caso, dove la violenza dello Stato e dell’UNAM hanno orchestrato la repressione contro di lui. Nelle ultime settimane, Yorch ha vagato da un posto all’altro senza che siano state fornite alcune informazioni precise da parte delle autorità penitenziarie e ospedaliere sulle sue condizioni. Solo all’ultimo, le persone solidali e al suo fianco hanno saputo che era stato intubato. La situazione di Yorch era purtroppo irreversibile, il suo corpo esausto e il 9 dicembre 2025, Yorch è venuto a mancare. 

Un monito contro tutt* i/le ribelli*

La sua morte è, a tutti gli effetti, un assassinio esemplare e brutale, un messaggio rivolto alla comunità anarchica e a chi prova a resistere in questa metropoli mostruosa e in questo Messico in guerra. La società carceraria, l’arroganza autoritaria, la mancanza di cure mediche e lo Stato hanno ucciso Jorge, come tanti altri compagni prima di lui nella storia degli oppressi. 

Se per l’appunto da un lato non è una storia nuova quella della brutalità dello Stato capitalista nell’eliminare i suoi nemici e le vite non produttive, dall’altro con profonda rabbia, sgomento e tristezza diamo addio un compagno, con la promessa di non dimenticare un crimine di Stato. Abbiamo salutato Yorch e ciò che rappresentava per l’ultima volta, questo mercoledì 10 dicembre 2025 nel cimitero di San Juan Iztapalapa a Città del Messico. 

Consideriamo molto grave che un compagno,un prigioniero politico, muoia dentro le carceri in questo modo, dopo anni di reclusione e negligenze mediche reiterate, senza che nessuna istituzione si prenda la responabilità di ciò che è successo. Perché la guerra alla vita è talmente necessaria e avanzata, che ammazzare di stenti un punk anarchico in prigione vuole essere la nuova normalità da usare come monito nei confronti di quelle “vite altre” inutili, in esubero, per lo stato capitalista e i suoi paridgmi di necessità. 

Ed è la stessa storia gravissima che condivide l’orrore e la tragedia della violenza istituzionale e della guerra totale alla vita, meccanismo quotidiano che si dà in Messico oggi, quello che più volte abbiamo definito in alcuni frangenti, come guerra di frammentazione territoriale, il cui saldo ci parla di più di mezzo milione di morti ammazzati e 130.000 desaparecidos in 19 anni. Solo che questa volta, non c’è nessun cartello o gruppo criminale dietro il quale nascondersi, nessun operativo speciale in nome della sicurezza da tirare in mezzo. C’è solo la violenza istituzionale e penitenziaria più bieca tesa a distruggere orizzonti di vita diversi, come quello di Jorge e del suo mondo ribelle.

La criminalizzazione continua e capillare  dei movimenti sociali e dei compagn@ è semplicemente un’altra arma, l’ennesima, tramite cui il governo messicano continua ad alimentare il business e la retorica della guerra, di cui politici, mafiosi e imprenditori traggono vantaggio, mentre intere comunità resistenti, urbane e rurali, sono dilaniate dalla violenza che sta divorando questo paese.

Un morto in più, un compagno in meno, un nome che si converte in cifra, come per ogni desaparecidxs, per ogni oppressx contadinx, per ogni marginatx metropolitanx, per ogni prigionerix nelle carceri, per ogni donna uccisa, per ogni migrante ammazzato nelle mille frontiere di questo Messico. Jorge è l’ennesima inaccettabile vittima di un capitalismo che uccide per accumulare ed espandersi sempre più ferocemente.

La fiamma ancora brucia

Ora, rimane il compito più grande e complicato: quello di esprimere la vendetta in chiave sociale, di convertire il dolore in lotta, di organizzare la resistenza e di battersi per far sì che quello che ha subito Jorge, non lo subisca mai più nessunx.

Abbracciamo con solidarietà e affetto gli amici e i compagni vicini a Yorch, la banda dell’Okupa Che, la comunità anarkopunk chilanga, i/le compagnx anarchichx della città del Messico e chiunque abbia accompagnato Yorch tanto nella sua vità in libertà, quanto in quella da recluso. Guardiamo con disprezzo, orrore e rifiuto le istituzioni disumane che hanno violato il suo corpo, il carcere e le sue mura maledette, il governo della Città del Messico e le autorità della UNAM, che hanno ammazzato Jorge per il fatto di essere punk, anarchico e ribelle.

Che resti viva la memoria di Yorch in ogni luogo di lotta.  

Che si moltiplichino le azioni in solidarietà in ogni dove.

Con amore e rabbia.

Che la terra ti sia lieve, Yorch.

Nodo Solidale

Semillas que brotan en el infierno

Proponemos un segundo artículo de la pagina web en italiano Il Rovescio como aportación al análisis de la guerra permanente del capitalismo y su forma colonialista. El texto analiza el colonialismo de asentamiento histórico mirándolo a través del genocidio en Gaza. Traducción de Nodo Solidale.

Vladimir Žabotinskij, fundador de la organización paramilitar sionista Irgun, lo admitía sin rodeos: «[Los palestinos] miraban a Palestina con el mismo amor instintivo y el mismo fervor con que cualquier azteca miraba a su México o cualquier sioux miraba a su pradera». El colonialismo sionista ha hecho todo lo posible por borrar esos paralelismos históricos. Pero el horror de Gaza nos permite ver en directo —equipados con todos los medios que el complejo científico-militar-industrial ha desarrollado entretanto— el exterminio de los nativos americanos o de los aborígenes de Australia.

Por eso es tan vertiginoso como necesario elaborar y poner en práctica una concepción de la historia more Gaza demonstrata.

Tomemos la conocida frase del historiador Patrick Wolfe (a quien debemos algunos de los estudios más precisos sobre el colonialismo de asentamiento): «La invasión colonial de una tierra para crear asentamientos es una estructura, no un acontecimiento». (De lo que se deduce el corolario: «La eliminación de los nativos es un principio organizativo»). Esta estructura hace que en 2025 siga siendo operativa la justificación jurídica de la expropiación colonial proporcionada en 1689 por John Locke (Segundo tratado sobre el gobierno): el propietario de la tierra no es quien reside en ella, sino quien la aprovecha. Definir como tierra de nadie (terra nullius) los entornos habitados por las poblaciones nativas es la piedra angular del asentamiento colonial. No se trata de un acontecimiento, precisamente, sino de una estructura. Tanto es así que las leyes sobre la terra nullius no fueron derogadas en Australia hasta 1992, cuando la tarea ya estaba prácticamente concluida. La expropiación no se llevó a cabo solo mediante la coacción física, sino también mediante contratos comerciales y tratados legales. Lo mismo ocurre con la colonización sionista: «La arquitectura de desplazamiento del régimen israelí utiliza muchos métodos diferentes, pero todos tienen un único objetivo: controlar la mayor cantidad de tierra posible manteniendo dentro la menor cantidad posible de palestinos, sin activar las alarmas internacionales, ya sea mediante la invención de «disputas inmobiliarias», la demolición de casas construidas «sin autorización», robando tierras y declarándolas «zonas militares», «yacimientos arqueológicos», «reserva natural» o «propiedad del Estado»; o simplemente frenando el crecimiento de las comunidades palestinas aislándolas y cortando sus vínculos económicos y sociales con las ciudades vecinas. El proyecto sionista ya ha creado las narrativas para legalizar y justificar la sustitución del nativo por el colono» (Mohammed El-Kurd, Vittime perfette e la politica del gradimento, Fandango, Roma, 2025). La famosa frase de Kafka —«las cadenas de la humanidad torturada están hechas de papel protocolo»— se aplica especialmente a las colonias. Es el soberano —en la era moderna, el Estado— quien decide quién es el legítimo propietario de la tierra. El Estado, producto y garante de la expropiación de tierras, revela precisamente en los colonialismos de asentamiento la relación de implicación recíproca entre la violencia extralegal y la extensión del imperio de la ley: la segunda consagra la primera, ocultándola. No es casualidad que el Estado sionista, único colonialismo de asentamiento que ha quedado inconcluso —una inconclusión que se llama resistencia palestina—, sea el único Estado del mundo que no tiene fronteras definidas. Cuanta más tierra se arrebata por la fuerza a los palestinos, más se expande el Estado israelí, con su jurisdicción correspondiente. «El colonialismo es el ladrón y, al mismo tiempo, el policía, que comete el delito y lo legaliza» (Mohammed El-Kurd). La relación que las leyes de Tel Aviv tienen con las acciones extralegales de los colonos contra los palestinos es la misma que las de Washington tenían con los robos y las matanzas cometidos por los cowboys contra los nativos americanos. Ni las «leyes fundamentales» de Israel ni la Constitución de los Estados Unidos admiten oficialmente el incendio de aldeas y la expulsión armada de sus habitantes por parte de ciudadanos particulares, pero lo que llamamos «Estado de Israel» y «Estados Unidos de América» no son más que la legalización de esas violencias. Cuanto más tiempo pasa, más se convierte el hecho consumado en un hecho jurídico. La diferencia entre los dos contextos es que, en el caso del sionismo, su «genocidio incremental» («la eliminación del nativo como principio organizativo») sigue en curso, mientras que la violencia contra los nativos americanos ha concluido, es decir, ha sido sancionada y ocultada.

El llamado «plan Trump» reconoce que el aliado sionista ha sufrido una amarga derrota (el intercambio de 2000 prisioneros palestinos por 20 prisioneros israelíes es la manifestación más inmediata y evidente). Así pues, el «principio organizativo» (anexionar la mayor cantidad de territorio palestino con la menor cantidad posible de palestinos) recurre a otros medios. Ese derecho legal de propiedad que suele servir para justificar a posteriori la expropiación violenta de tierras se convierte ahora en un requisito previo para futuras expropiaciones. He aquí, bien resumido, el mecanismo: «Las Naciones Unidas estiman que, después del 7 de octubre de 2023, casi dos millones de habitantes de Gaza han sido desplazados. En esencia, el 90 % de la población palestina ha tenido que abandonar sus hogares, o lo poco que queda de ellos. Para reclamar la propiedad de las tierras que han abandonado, deberían disponer de un título que los legitimara.

«El problema es que, en Palestina, especialmente en los territorios ocupados, el porcentaje de tierras e inmuebles debidamente registrados es, como mínimo, escaso. Israel siempre ha complicado los procedimientos de validación de los títulos de propiedad. […] El resultado es fácil de imaginar: los palestinos evacuados de Gaza y de otros territorios ocupados no podrán reclamar la propiedad de los terrenos seleccionados para la reactivación económica de la zona. […] Quizás los más disciplinados puedan servir en las mesas de los futuros complejos turísticos propiedad de los invasores» (Emiliano Brancaccio, Palestinos esclavos modernos: expropiados y convertidos en vagabundos, «il manifesto», 30 de septiembre de 2025).

Si queremos una imagen de brutal claridad sobre la relación entre la violencia y el derecho de propiedad, y sobre cómo el tecno-capitalismo borra la historia para imponer a los seres humanos vivir en una especie de obra permanente, aquí la tenemos: un poder construido en unas décadas anuncia la construcción de una «Nueva Gaza» sobre la milenaria que ha arrasado en veinticuatro meses.

El «plan de paz» está impulsado por la conciencia ubuesca de que la única manera de demoler incluso las ruinas es «equilibrarlas con edificios bonitos y bien ordenados». No solo complejos turísticos de lujo, sino también y sobre todo polos tecnológicos, gracias a los cuales transformar en un modelo internacional la «nación start-up»: el mundo-obra, el mundo-laboratorio. Como ha sido bien documentado (por ejemplo: https://merip.org/ 2025/10/the-military-backbone-of-normalization/), de hecho, la razón principal por la que casi todos los países árabes están a favor de este plan colonial y esclavista no es tanto y solo el negocio inmobiliario que se avecina, o una conveniencia política genérica, sino la voluntad de reforzar sus respectivos complejos científico-militares-industriales. Desde este punto de vista, la experiencia sobre el terreno de Israel en materia de vigilancia masiva, fusión civil-militar y guerra cibernética no tiene rival. Al reunir diferentes épocas en el mismo espacio-tiempo, el colonialismo inteligente actualiza continuamente las tres alianzas más funestas de la historia: «tinta, técnica y muerte» (Karl Kraus); «dinero, maquinaria y álgebra» (Simone Weil); «Estado, ciencia e industria» (Jean-Marc Royer). En un escenario de guerra mundial, de trastornos medioambientales y de políticas de «racionamiento» del acceso a bienes, servicios o zonas geográficas, todos los poderes quieren comprar un know-how similar. Mientras que el transhumanismo de derecha e izquierda quiere hacernos creer que se puede vivir en las nubes (cloud), Gaza pone al descubierto que el desarrollo tecno-militar es el brazo armado de la expropiación de la tierra, producto y al mismo tiempo gendarme de esa larga «guerra contra la subsistencia» (Ivan Illich) que es la modernidad capitalista industrial.

Mientras que en esa franja de tierra «se rompe el mito de la invencibilidad colonial», estar del lado de la resistencia palestina no significa situarse de forma autocomplaciente «en el lado correcto de la historia», sino elegir su parte maldita, sus «clases aniquiladas», sus «semillas capaces de germinar en el infierno».

«El eslogan Todos somos palestinos debe abandonar la metáfora y manifestarse materialmente. Porque Gaza no puede luchar sola contra el imperio. […] Somos, sin lugar a dudas, sujetos de conquista y colonización, pero también somos mucho más. En cada giro de nuestra sangrienta historia, hemos sido brutalizados, huérfanos de nuestros seres queridos, expropiados, exiliados, hambrientos, masacrados y encarcelados, pero nos hemos negado, para gran consternación del mundo, a someternos. Por cada masacre e invasión, ha habido y hay hombres y mujeres que empuñan armas, tanto artesanales como sofisticadas —cócteles molotov, rifles, hondas, cohetes— para luchar. Siempre ha habido lucha, siempre han florecido los jazmines» (Mohammed El-Kurd).