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Articolo: La mia terra, la tua terra

Questo articolo è stato scritto per la rivista ufficiale della quattordicesima edizione di Enotica Festival del Vino e dell’Eros, realizzato nel CSOA Forte Prenestino (Roma), in questo mese di marzo del 2026.

La mia terra, la tua terra

“El común zapatista” come proposta pratica anticapitalista

In molti sanno che il 1º gennaio 1994 un’insurrezione armata in Chiapas scosse non solo il Messico, ma anche i movimenti sociali di mezzo mondo. Erano gli anni in cui il blocco capitalista dichiarava “la fine della storia” e ostentava il suo trionfo sul comunismo di Stato, facendo evaporare indirettamente gli aneliti rivoluzionari di ampi settori popolari in lotta. Eppure, quella “piccola” guerriglia di migliaia di indigeni armati di fucili e passamontagna, riaccese la speranza e il fuoco della rivolta contro l’ultima brutale espressione del sistema capitalista: il neoliberismo.

Molti ricordano sicuramente il Subcomandante Marcos, la sua pipa fumante nella selva umida, le sue parole roventi di ribellione e filosofia maya, inevitabilmente romantiche, che hanno reso famoso l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e hanno diffuso in tutto il mondo le ragioni profonde di quella rivolta indigena: pane, terra, casa, lavoro, educazione, salute, dignità, giustizia, pace, indipendenza e democrazia.

Ma cosa è successo dopo? Oggi, a 32 anni da quel formidabile evento storico, cosa resta di quel movimento?

All’inizio del nuovo millennio, i riflettori dei media mainstream si sono gradualmente spenti e gli zapatisti sono passati di moda. Anche i movimenti, soprattutto in Europa, hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione verso altre lotte significative. In questo “silenzio” mediatico, l’organizzazione sociale zapatista si è consolidata e radicalizzata, creando un proprio progetto di autonomia che il governo messicano non ha mai voluto riconoscere ai popoli indigeni e che le comunità zapatiste hanno cominciato a esercitare unilateralmente. Oggi si contano circa un migliaio di villaggi zapatisti, tutti nello stato sudorientale del Chiapas, con la presenza dell’EZLN su un territorio di circa 20.000 km2. Si tratta di qualche centinaia di migliaia di persone, per lo più maya e contadine che vivono in una società parallela (e contrapposta) allo Stato messicano, senza dichiararne la secessione, sancendo piuttosto un’indipendenza politica nei fatti.

Fino al 2003, la struttura militare dell’EZLN amministrava e gestiva i territori liberati durante l’offensiva del 1994. Con il tempo, si crearono trenta Municipi Autonomi Zapatisti (MAREZ, acronimo spagnolo) che facevano riferimento a cinque Giunte del Buon Governo (JBG), insediate in altrettanti Caracoles, ovvero centri regionali di amministrazione autonoma. Nel 2003 si verificò una trasformazione importante: le forze guerrigliere, riconoscendo il proprio carattere intrinsecamente verticale e militare, cedettero la gestione territoriale alle forze civili dello zapatismo, dando vita a una separazione dei poteri inedita nella storia delle guerriglie marxiste latinoamericane. L’obiettivo era quello di favorire l’esercizio dell’autonomia politica in modo il più orizzontale possibile. Nel 2019 i Caracoles sono diventati dodici, favorendo la decentralizzazione delle attività politiche e assembleari del movimento. Infine, nel 2023, una nuova e radicale trasformazione della struttura zapatista ha abolito le Giunte di Buon Governo e i MAREZ, dando vita a una rete più capillare di Governi Autonomi Locali (assemblee locali dei villaggi zapatisti), coordinati tra loro dai Collettivi del Governo Autonomo Zapatista e dall’Assemblea dei Collettivi del Governo Autonomo Zapatista (l’assemblea generale di tutti i delegati di una zona che si riunisce solo per questioni non risolvibili a livello locale e regionale). Questa complessa “federazione” di villaggi è una struttura flessibile, ma salda su principi condivisi, tutti orientati al rafforzamento della democrazia diretta, alla tutela politica e sociale del ruolo delle donne, al rispetto profondo della natura e alla difesa del territorio contro la penetrazione di progetti estrattivisti o capitalisti in generale.

In poche parole, gli uomini e le donne zapatisti, con la creazione di scuole e cliniche autonome, stanno costruendo e vivendo un “altro mondo possibile”, in cui il salario è stato abolito e la rappresentanza è considerata un servizio comunitario rotativo e non retribuito. Non senza contraddizioni e con infinito sforzo (che deve anche affrontare gli attacchi narco-paramilitari, favoriti dallo Stato messicano, per minare la loro resistenza), i contadini e le contadine del Chiapas hanno creato un’alternativa reale ai modelli sociali e economici statali e capitalisti, così come dall’altra parte del pianeta, i popoli curdi in Rojava hanno costruito una società egualitaria nel deserto dei fondamentalismi. Gli aspetti di questa organizzazione sociale “altra” sono moltissimi e meriterebbero un’analisi che qui non possiamo approfondire, ma partendo da un punto che l’EZLN stessa considera prioritario, vorremmo raccontare della gestione collettiva della terra, cuore e motore dell’autonomia zapatista.

La Riforma Agraria, sancita dalle conquiste della Rivoluzione del 1910 che in qualche modo ridistribuì 31 milioni di ettari ai contadini messicani, non era mai stata del tutto applicata in Chiapas, a causa della forte capacità di resistenza dell’oligarchia locale, ferocemente conservatrice e ancora legata alle dinastie spagnole del tempo della Conquista. Fu solo a metà degli anni Novanta, subito dopo l’insurrezione armata, che la geografia politica ed economica del Chiapas venne ridisegnata dal basso: le azioni dirette dei contadini contro il latifondo sfociarono in centinaia di occupazioni che, cacciando i vecchi e ricchi terratenientes, portarono a una ridistribuzione dal basso della terra e alla creazione di nuovi villaggi, dove prima sorgevano le ville dei signori e i dormitori dei loro braccianti. Si stima che circa duecentomila ettari siano stati “recuperati”, ovvero strappati ai colonizzatori e riappropriati dai popoli nativi, la maggior parte dei quali era organizzata nell’EZLN. I zapatisti definirono senza mezzi termini questo processo, inizialmente armato, una “riappropiazione originaria dei mezzi di produzione sui quali è stato possibile costruire tutto il resto”. Per i popoli indigeni della regione, però, la terra è molto più di un semplice mezzo di produzione: è territorio sacro, è madre che nutre, è sudario che avvolge gli antenati, è casa condivisa con tutti gli altri esseri viventi. Tuttavia, queste centinaia di migliaia di ettari “in mano al popolo” rappresentano la base materiale delle condizioni di esistenza delle migliaia di persone affiliate allo zapatismo (e non solo).

Queste terre sono state assegnate a diversi nuclei agrari che le gestiscono tramite la propria assemblea, con un modello simile a quello dell’ejido, riconosciuto dalla Riforma Agraria. Nessun zapatista possiede legalmente la terra all’interno del proprio nucleo, che non può quindi essere venduta o ipotecata. La proprietà è intesa solo come possesso comune e, pertanto, ogni nucleo familiare riceve una parcella per uso domestico. Le terre restanti sono adibite sia a coltivazioni collettive (i cui turni di lavoro sono a rotazione e il cui raccolto viene distribuito o venduto in base alla decisione dell’assemblea di tutti i partecipanti del nucleo agrario) sia a spazi pubblici silvestri (boschi non deforestabili, lagune e fiumi lasciati per la rigenerazione idrica del suolo e per garantire l’accesso all’acqua potabile alla comunità). In tutto il territorio zapatista è proibito l’uso di fertilizzanti o diserbanti chimici e la produzione di concimi naturali o pesticidi biologici è affidata a gruppi di promotores de agroecologia, nominati in assemblea in ogni villaggio, con l’obiettivo di migliorare la produzione agricola senza danneggiare il suolo o compromettere l’ecosistema. Il prodotto più coltivato è il granturco, cereale simbolo della cosmovisione mesoamericana, tanto che le popolazioni native sono solite definirsi “figlie del mais”. Tuttavia, il mais non viene coltivato come monocoltura, ma in un sistema di agricoltura sinergica chiamato milpa, in cui il mais funge da sostegno per i fagioli, entrambi protetti dal peperoncino, mentre le ampie foglie delle zucchine, delle zucche e del chayote mantengono il terreno umido e privo di erbacce. La milpa è lo spazio sacro del contadino maya, il nucleo spirituale e materiale della sua autosussistenza, nonché la metafora della logica solidale della comunità indigena intesa come soggetto collettivo: si è ciò che si è insieme, perché ognuno cresce ed esiste grazie allo sforzo del prossimo. Spesso le parcelle famigliari sono coltivate insieme al vicino e un parente aiuta l’altro e viceversa, in un sistema chiamato “mano vuelta” o “cambio de mano”, dove concretamente una mano aiuta l’altra.

Il lavoro collettivo di queste terre travalica la comunità locale e coinvolge, in un complesso sistema di turni, anche campi coltivati e gestiti a livello regionale, i cui raccolti servono a mantenere le vedove, gli anziani senza famiglia e, soprattutto, a finanziare le spese del governo autonomo, delle cliniche e dei centri di formazione locali. Uno dei pochi prodotti esportati e venduti sul mercato nazionale per questi scopi è il caffè, che germoglia facilmente nelle montagne boscose del Chiapas e attorno al quale si sono create numerose cooperative autonome di piccoli produttori. Quindi, gli uomini e le donne zapatisti non pagano le tasse, ma si alternano nella cura e nella lavorazione dei campi per risolvere, sia a livello alimentare che economico, i bisogni di tutta la popolazione che aderisce al progetto autonomo. Un welfare state contadino e autogestito.

Ma nel 2023 la società zapatista radicalizza ulteriormente questa concezione della proprietà sociale della terra. Dopo un lungo dibattito, in parte reso pubblico, sulla contraddizione irrisolvibile tra l’aumento della popolazione e l’assegnazione sempre più ridotta di parcelle ai contadini secondo i criteri istituzionali della Riforma Agraria, gli zapatisti lanciano una proposta chiamata “El Común”. Si tratta di un tentativo dal basso per ammortizzare la crisi economica della regione, ridurre la frammentazione esponenziale causata dalla privatizzazione delle parcelle e, di conseguenza, frenare la forte migrazione giovanile verso gli Stati Uniti o il reclutamento nel crimine organizzato, viste come uniche opzioni di fronte alla mancanza di condizioni sufficienti per una sopravvivenza dignitosa. I villaggi zapatisti aprono dunque le proprie terre (e non solo) a chi ne ha bisogno e desidera coltivarle, senza distinzioni fra membri dell’EZLN e non, rendendo coerentemente reale lo slogan del rivoluzionario Emiliano Zapata: “La terra è di chi la lavora”. Gli ettari di terra recuperati durante l’insurrezione vengono quindi messi a disposizione di tutta la popolazione rurale per la coltivazione collettiva, a condizione che vengano rispettati i principi definiti dall’organizzazione zapatista: la terra non può essere lottizzata, venduta o affittata; non possono essere coltivate piante per stupefacenti o assegnate a progetti di monocolture promossi dal governo federale e dalle imprese; i turni di lavoro, il calendario agricolo, le regole specifiche e la ripartizione del raccolto sono definiti dall’assemblea degli agricoltori e delle agricoltrici partecipanti, senza interferenze da parte di attori esterni.

“El Común” quindi mira a rafforzare il tessuto sociale comunitario, al di là dell’affiliazione o meno al progetto zapatista, e a risolvere il problema della sovranità alimentare dal basso per le popolazioni locali, con una proposta che, nei fatti, si rivela radicalmente anticapitalista, in quanto nega il principio di proprietà della terra, il suo uso individualista e la depredazione chimica da parte delle grandi imprese. “Todo para todos, nada para nosotros” era uno degli slogan della ribellione zapatista del 1994. “Tutto per tutt*, niente per noi” è ancora oggi la realtà di un mondo diverso, solidale, egualitario di questi uomini e queste donne “del colore della terra”.

Tutto ciò ci è stato riportato con una narrazione corale nell’Encuentro de Resistencias y Rebeldías, uno dei periodici incontri internazionali zapatisti, realizzato nei pressi del Caracol de Morelia. Dal 2 al 16 agosto 2025, circa 800 persone provenienti da 30 Paesi del mondo hanno convissuto, dialogato e scambiato idee e progetti di resistenza con oltre mille persone giunte in rappresentanza dell’EZLN, tra cui contadini, miliziani, promotores, donne delle cooperative e comandanti (e bambini che correvano ovunque). I temi proposti dall’EZLN e affrontati dalle decine di organizzazioni e collettivi presenti riguardavano: la distruzione della natura, gli attacchi alla diversità in tutte le sue forme, la distruzione delle identità culturali, dei popoli e delle comunità, la resistenza nell’arte e nella cultura, la migrazione, il razzismo e la segregazione, le guerre e la distruzione della vita in tutti i suoi aspetti. In quella verde valle, cuore del territorio ribelle di questi indomiti popoli maya, l’idea del “Común” ha però superato i tavoli di lavoro e le discussioni politiche delle numerose commissioni presenti, trasformandosi in pane, tortillas e fagioli garantiti per tutti, diffondendosi nelle aree del campeggio, nelle mense, nei bagni collettivi e nei prati fangosi, dove ci si scambiava i contatti in lingue diverse, si condividevano risate, coperte, impermeabili, ironia e sogni, ovvero si condivideva la vita nella sua forma più diversa, ribelle e collettiva.

Nodo Solidale – nodosolidale.noblogs.org

Qué hacemos y cómo lo hacemos: nuestra ponencia en el Encuentro zapatista

Durante estas dos primeras dos semanas de agosto de 2025 se está llevando a cabo en territorio zapatista el Encuentro “Algunas partes del todo”, en donde el EZLN convoca a las organizaciones y colectivos de México y del mundo a compartir su construcción de la resistencia, su alternativa al monstruo capitalista. Un encuentro sobre las practicas necesarias para la destrucción de arriba para abajo de la pirámide capitalista. A seguir nuestra palabra, leída en el Semillero Comandanta Ramona el 9 de agosto de 2025.

La complicidad global: el latido de nuestra resistencia colectiva

Estimadxs compas, amigos y amigas rebeldes que nos escuchan, gracias por este tiempo y por su atención.

Somos el colectivo Nodo Solidale, en español Nodo Solidario. Somos un colectivo internacionalista con base en México y en Italia. Nos formamos en el 2007, tras conocer durante un largo viaje la rebeldía de la APPO en Oaxaca, de la Otra Campaña en Atenco y de las comunidades zapatista aquí en Chiapas. Desde ese entonces, tras adherirnos a la Sexta Declaración de la Selva Lacandona e incorporarnos a la red de Europa Zapatista, hemos venido buscando la manera de tejer solidaridad entre las luchas autónomas en Italia y las luchas autónomas en México. Pero también de ir polinizando a ambas con el recuento, la amistad rebelde, el fuego de la resistencia de otras resistencias que desde siempre nos han inspirado tal como la de Palestina y Kurdistán, entre otras.

En nuestros 18 años de andar por las sendas del internacionalismo nos hemos hecho muchas preguntas sobre el sentido profundo de la solidaridad, la relación entre organizaciones, sobre los instrumentos más idóneos de ésta y el alcance de nuestra acción, sobre los límites de nuestras posibilidades y la inmensa magnitud de nuestros sueños. Por eso en esta compartición venimos a contarle algunas de nuestras formas de cómo hemos ido tejiendo rebeldías, pero también de las dudas, retos y problemas con que nos hemos topado.

También nos dimos cuenta que sólo “solidarizarse” con luchas más o menos lejanas no es suficiente, incluso puede ser algo muy “exótico”, un internacionalismo virtual que mucha izquierda hace, aplaudiendo rebeliones lejanas al tiempo que en su mero lugar no lucha o incluso se torna izquierda opresora, sobre todo cuando se vuelve izquierda de gobierno. En cambio, nosotrxs sentimos que lo que nos hermana, aunque en geografías muy lejanas, es la barricada, la revuelta, la fogata en el plantón, las artes insurrectas, la construcción de espacios de resistencia y casas comunitarias. Es decir, nos une el ardor en el gritar NO y el sudor en el construir el SÍ. A estos sentimientos políticos compartidos, le decimos complicidad global para subrayar que lo que nos convocan y une es este deseo transformador activo que, más allá de las diferencias culturales, geográficas e incluso ideológicas, nos hace cómplices, parientes en el asalto al cielo contra el enemigo común que es la Hidra Capitalista y su maldita pirámide.

Antes de pasar a analizar y compartir nuestras prácticas de solidaridad/complicidad cabe señalar que somos una pequeña organización de dos colectivos, dos “nodos”, como mencionamos, con compas viviendo y luchando tanto en Italia como en México, más o menos 20 personas activas. No tenemos muchos recursos y – por pobres y por elección políticas – contamos sólo con fondos recaudados en eventos solidarios y autogestivos que se realizan gracias al trabajo colectivo de quienes participan. Por un lado, eso nos hace económica y políticamente independientes de financiadores externos como partidos políticos, iglesias, empresas, fundaciones y ONGs, por otro lado, nuestra capacidad económica es limitada y nuestra acción choca constantemente con la falta de recursos. 

BRIGADAS 

La forma más recurrente y directa de solidaridad activa y de construcción de puentes entre luchas ha sido la organización de Brigadas Internacionalistas con compañerxs de diferentes partes de Italia y Europa, todxs ellxs cercanxs a nuestros espacios de lucha, que viajan a México para conocer, entender y compartir con las realidades de los movimientos sociales locales. Muchas veces hemos juntado jóvenes y no tan jóvenes en encuentros preliminares de formación sobre la realidad social y política en México, con especial atención a que lxs futuros brigadistas entiendan las diferencias culturales de los procesos de lucha en México, especialmente en las comunidades indígenas. Los encuentros de formación suelen ser dos, uno en Italia, previo a la salida y otro llegando a México.  

Las Brigadas incluyen casi siempre de tres a diez compañerxs y se arman alrededor de una tarea/trabajo/taller especifico que, realmente, es la herramienta con la cual entrar en contacto, colaborando en los hechos, con la organización o comunidad anfitriona. En el transcurso de los años hemos realizado brigadas alrededor de talleres de comunicación popular (formación en videos, documentales, fotografía, periodismo comunitario, transmisiones radio y serigrafía); talleres y brigadas de salud (formación de promotores, consultas generales, campañas de colposcopía y salud sexual y reproductiva, medicina táctica y primeros auxilios), muchas de ellas en colaboración con las compañeras de Brigada Callejera de la Ciudad de México; también hemos realizado brigadas para la construcción de hornos de ladrillo y para talleres de panadería, este proyecto, que duró muchos años, se llamaba “El Pan y las Rosas”, haciendo hincapié que un pan es mucho más que harina amasada con agua, sino una herramienta convival para promover el trabajo colectivo. 

Respecto a las Brigadas sentimos que su punto fuerte es la convivencia, pues la presencia física en las comunidades desencadena intercambios profundos, mucho más allá del taller que nos convoca. Comer y trabajar juntos, la convivialidad se vuelve la base de la hermandad, como dicen lxs compas kurdxs: nan û xwêdan, pan y sudor. O también “conspirar”, es decir, respirar juntxs, desde luego, hacernos cómplices, compañerxs pues. Por eso a veces decimos que la Brigada y la estancia con la organización/comunidad anfitriona rebasan políticamente, por la experiencia humana que implican, la misma razón de la visita y del taller que se realiza. También esta ha sido de las formas más efectivas de crear conexión y reforzar la confianza/alianza política con las organizaciones hermanas, sobre todo con la mencionada Brigada Callejera y los Panchos independientes en la Ciudad de México y con OIDHO y CODEDI en el estado de Oaxaca. Aunque se han realizado también brigadas en Guerrero, en Nuevo León, en Campeche, en Morelos y muchas más aquí, en territorio zapatista.

El punto débil de las Brigadas es que son efectivas en tiempos muy intensos pero cortos y son inevitablemente ocasionales, porque se pueden armar solo cuando coinciden los tiempos de lxs compañerxs visitantes con los de la comunidad que recibe, los cuales no suelen alinearse fácilmente. También en los talleres de formación, al ser esporádicos, no logran impactar profundamente y los promotores o lxs chicxs que reciben los talleres, al no poderlxs acompañar, suelen no dar continuidad a las tareas y trabajos encargados. De la misma forma las consultas de salud abren casos que requieren acompañamiento posterior que cuesta mucho trabajo hacerlo desde la distancia y, digamos, termina quedando “sobre los hombros” de la organización anfitriona.

MILITANCIA ACTIVA: MOVILIZACIONES Y TRABAJO COMUNITARIO TERRITORIAL

Como compañerxs del Nodo Solidale solemos definirnos “militantes por la vida”. Por un lado, porque enmarcamos nuestra lucha política adentro de la definición zapatista de la guerra del neoliberalismo contra la humanidad, es decir de la guerra del capitalismo contra la vida. Estamos así reiterando que nos plantamos en este lado de la barricada: el que crea, ama, comparte y se organiza contra quien roba, acecha y mata la alegría de vivir. Por otro lado, sabemos que cada quien defiende la vida desde su visión o ideología o compromiso ético: anarquistas, autónomos, feministas, comunistas, ecologistas, jóvenes y mayorcit@s, altas y chaparros, punks o cumbier@s, poco importa porque lo que nos importa son las ganas de cambiar el mundo, de mejorarnos como seres humanos y de hacerlo en este espacio de afinidad que es nuestro colectivo, en donde las diferencias – aun chocando – nos enriquecen. En el Nodo Solidale y más allá de él, promovemos la autonomía de acción con el fin de que cada quien también encuentre su lucha más cercana y en ella desenvuelva lo mejor de sus posibilidades. El colectivo así no es (y no quiere ser) una vanguardia sino un conjunto de “promotores de autonomía” en donde cada integrante busca inspiración y análisis en el colectivo para volver a su labor política y social especifica: de esta manera y en diferentes lugares, a partir del Nodo Solidale – pero desprendiéndose del mismo – lxs integrantes hemos participado y participamos en diferentes proyectos autónomos, enraizados en los territorios en donde vivimos. Nombramos algunos ejemplos: la Casa de Salud Comunitaria Yi’bel Ik’ (2016-2023) y el Gimnasio Autónomo Popular Barrio Bravo (actualmente activo) en Cuxtitali, un barrio periférico de San Cristóbal de Las Casas; en la misma ciudad también nació y trabaja como centro cultural la Librería La Cosecha y es activo el Comité Acción Palestina Chiapas; la cooperativa panadera Vendaval y la Verde Morada en la Ciudad de México; en su momento, Ecos Colectivo Autónomo de teatro en Guadalajara; las editoriales independientes Kairos en Italia y Tekio/Kairos en Chiapas; en años pasados en la Radio Ñomndaa “La Palabra del Agua” y la cooperativa Ljaa Xua, Flor de cacao, en Xochistlahuaca, Guerrero, la cooperativa editorial el Rebozo; al mismo tiempo que los centros sociales y las okupas en Roma (Italia) como el LOA Acrobax o la toma de viviendas del barrio obrero Il Quarticciolo; la Microstamperia en el mismo barrio… Y más y más, como varias investigaciones comprometidas con procesos hermanos, porque cada militante de nuestro colectivo viene de experiencias de lucha propias y vuelve a ellas enrequecidx de lo que se aprende en el caminar internacionalista del colectivo. Especificamente, la experiencia de las organizaciones y comunidades en resistencia en México aportan mucho y fluyen así hacia las luchas locales de otros lados del país o de Italia.

También consideramos fundamental, con esta participación activa en los procesos barriales y territoriales, actuar de manera directa para transformar nuestro entorno. Es justo este esfuerzo, esta activación física y concreta en la lucha local que agrega otro elemento vivencial, empírico y real a eso que seguimos llamando “complicidad global” que, desde luego, es justo lo contrario de aplaudir las luchas desde la lejanía y, a menudo, desde la comodidad de los escritorios y las academias. Esto significa que estamos involucradxs en la agenda política de nuestros movimientos sociales, por ejemplo, en la defensa del agua y de los bienes comunes de nuestras comunidades/barrios; en las movilizaciones feministas y en la creación de espacio de reflexión y acción contra el patriarcado; en la liberación de las presas y presos políticos, desde una perspectiva anticarcelaria; en la defensa de la salud y escuela públicas, con una perspectiva autónoma y comunitaria; en el ejercicio del derecho al territorio y libre determinación a través de la radio comunitaria, etc…

El talón de Aquiles de esta militancia de base es que, a veces, en lugar de sumar a un plan más amplio de lucha como la propuesta internacionalista que llevamos a los Encuentros como este, le resta tiempo y energía porque nos ancla y clava en la emergencia constante por la supervivencia y en los altibajos de la lucha local, todas bajo la presión brutal de la represión del Estado y de sus tentáculos armados como los grupos fascistas, paramilitares o narcos. También cabe mencionar que, en el caso de much@s de nostr@s que somos de origen italiano y vivimos y luchamos en México, nos complica bastante encontrar un lugar en la lucha local que no sobredetermine los modos, tiempos y costumbres de nuestros vecinos y vecinas. La güeridad en la militancia comunitaria nos genera muchas preguntas, inquietudes, dudas sobre las relaciones de poder que eso genera, la colonialidad interiorizada, la positividad o negatividad de nuestra exposición en las movilizaciones… Aun así, asumimos estas contradicciones y decidimos que no nos pueden paralizar sino preferimos, con nuestros defectos y dudas, salir a luchar codo a codo de la banda en la defensa de la vida, del territorio, de las mil y un formas colectivas de estar al mundo.

CONTAR LAS REBELDÍAS PARA SABOTEAR EL PODER

Otra herramienta que hemos privilegiado para la difusión de la lucha es crear y distribuir libros y folletos (y material gráfico) para abonar al pensamiento crítico, usando estos textos como un desarmador contra los complejos engranajes de la maquinaria capitalista. La narración y la reflexión, cuando parten y regresan a las luchas reales, nos permiten organizar las ideas y las experiencias, ponerlas en perspectivas y verlas, por así decir, en cámara lenta… y de ahí volverlas a usar para profundizar el cambio que tanto necesitamos. “Praxis, teoría, praxis” como nos enseñaron justo los y las zapatistas.

Los libros también se vuelven ocasión de tejer redes y recorrer los territorios con el pretexto de presentarlos. Decimos pretexto porque también en este caso el hecho de que la gente se junte, escuche de una lucha “otra”, organice un evento solidario e intercambie ideas para fortalecer sus resistencias es más importante que la presentación del libro mismo. Para nosotrxs la traducción y realización de libros, entre muchos, sobre la educación autónoma, la historia del EZLN, el feminismo comunitario, los versos de la guerrilla kurda o de la resistencia palestina, se han vuelto otro puente para conectarnos con otros colectivos, luchas territoriales, asociaciones de base, organizaciones populares y gente, al fin y al cabo, que como nosotrxs busca comprender la realidad para cambiarla. La venta de libros además nos ha servido como forma de generar pequeños fondos para los gastos del colectivo o para financiar campañas como, por ejemplo, la de “Un quirófano en la Selva”.

Más allá de la publicación de los libros y folletos, en los años también hemos creado material audio-visual así como transmisiones de radio, correspondencias con radios comunitarias y radios libres, breve documentales y podcast para denunciar en Italia la guerra en México y contar sus dignas resistencias y al mismo tiempo para narrar en México las resistencias y rebeldías de la otra Europa, la insumisa. Muchas veces en América Latina, sobre todo entre la gente no politizada, se ve al Occidente capitalista como una tierra de bienestar, poblada de ricos acomodados; nuestra tarea entonces también es deshacer esta narración que hace el capitalismo de sí mismo y mostrar las contradicciones que existen en el mal llamado Primer Mundo y las grietas que en él abrimos quienes luchamos contra este monstruo racista y depredador.

AUTO-ORGANIZACIÓN COMO FIN Y COMO MEDIO

Como ya mencionamos hacemos de la autogestión nuestra forma de financiación y de la auto-organización nuestra practica horizontal de trabajo y toma de decisiones. Estos principios son imprescindibles en nuestra pequeña organización y de hecho nuestro tejer internacionalista ha empezado en la búsqueda de otras organizaciones, movimientos con este mismo espíritu, con esta misma búsqueda de horizontalidad, esta voluntad intrínseca en la acción de no querer reproducir pirámides. No siempre lo logramos, es cierto, pero este es el camino a la horizontalidad entendida no como dogma sino como forma de organización no estatal de la comunidad humana, como ya ha ocurrido en otros momentos históricos y como deseamos vuelva a re-organizarse tras el colapso de la opresiva forma del Estado Nación.

Políticamente esto implica que el trabajo del colectivo se sustente en reuniones periódicas en donde la toma de decisiones es por consenso y las comisiones trabajen los temas específicos (por ejemplo, la organización y realización de un taller, una brigada, un evento); también implica que las compañeras, con momentos de mayor o menor oportunidad, mantengan y promuevan espacios de reunión separados de los varones; también nos mantiene distantes de toda forma de financiamiento que no sea el producto de actividades y eventos autogestivos realizados de manera no remunerada por lxs integrantes del colectivo o pequeños proyectos productivos (como la venta de nuestros libros o artesanías/playeras/etc); en fin también conlleva la necesidad de estar tejiendo redes y manteniendo alianzas, con equilibrio y paciencia, como la que nos une en lxs hermanxs de la Alianza Magonista Zapatista (AMZ) o con los diferentes colectivos de Europa Zapatista; todo eso se dice fácil pero cuesta trabajo, tanto para construir constantemente el consenso como para alcanzar las metas y objetivos que nos proponemos.

En este aspecto creemos que encontramos dos problemas principales: por la característica de tener dos nucleos en países diferentes es difícil mantener esta horizontalidad en todos los temas, hay bastantes problemas para una comunicación profunda; estamos solucionando esta parte tanto con la ayuda de la tecnología (para las reuniones intercontinentales en línea) como con la decisión de asignar mayor autonomía política a los dos nodos, para que tomen más peso la asambleas y los acuerdos locales. 

El otro gran desafío es mantener esta relación de horizontalidad con las demás organizaciones hermanas, especialmente cuando son organizaciones populares grandes o, incluso, organizaciones político-militares. ¿Puede un colectivo de pocos militantes hablar de par a par con una estructura política de masa? ¿Es justo? ¿Puede una organización de masa tener una actitud realmente horizontal al relacionarse con los pequeños colectivos? ¿Puede un colectivo de caxlanes, gente de ciudad, tener una relación pareja con los pueblos indígenas? Más allá de las palabras de-construidas y libertarias, ¿Cuántas pirámides tenemos interiorizadas?

Andamos entendiendo el cómo, empezando por nuestros propios límites e inspirándonos en Encuentros como este, entre tantos grupos iguales en sus diferencias, para ver cómo mejoramos como personas y como colectivo, cómo animarnos a construir en nuestros territorios una alternativa real, tal y como hacen a su manera los pueblos zapatistas, a pesar de que el capitalismo nos arrincona costantemente en la lucha por la sobrevivencia. Así, frente a la mentira individualista, el preso político kurdo Abdullah Öcalan y los pueblos zapatistas nos enseñan que “la humanidad comienza donde termina la competencia”. Nuestro cierre no es un final: es puño en alto y corazón extendido.

Muchas gracias.

Una sala operatoria nella Selva Lacandona

È iniziata domenica 17 novembre la campagna europea “Un Quirófano en La Selva Lacandona (Una Sala Operatoria nella Selva Lacandona”).

Di che cosa si tratta è presto detto: una campagna di solidarietà e appoggio al Sistema di Salute Autonomo zapatista, nata in seguito ad un post scriptum del Capitán Marcos contenuto nel comunicato “Una idea genial” del passato agosto https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2024/08/21/una-idea-genial/

nel quale ironicamente segnalava: “Abbiamo bisogno di attrezzare diverse sale operatorie. Ci sono i “macellai” (N.d.T.: chirurghi) fraterni, ci sono i candidati per l’intervento chirurgico, ci sono i luoghi per costruirle, ci sono i giovani e le giovani disposte a imparare. Manca solo l’attrezzatura. E la formazione per il suo uso e manutenzione, naturalmente.”

La campagna è stata lanciata dalla rete europea EuropaZapatista, di cui facciamo parte anche noi del Nodo Solidale. Le date scelte non sono casuali: quella di lancio, il 17 novembre, è quella in cui nel lontano 1983 nacque l’EZLN, mentre quella di chiusura, il 10 aprile, è quella in cui morì Emiliano Zapata, in un ideale abbraccio e continuità tra zapatismo chiapaneco e quello storico.

Durante i 40 anni di esistenza dell’EZLN, e i 30 dal primo gennaio del 1994 quando migliaia di indigeni maya dello stato del Chiapas, nel sud est messicano, si sollevarono in armi al grido di “Ya basta!” nei confronti dello Stato, l’esercito zapatista e la capacità organizzativa delle sue basi di appoggio hanno sempre puntato al benessere delle proprie comunità. Come scrivevamo nell’introduzione al testo “Autodifesa Medica – Pantere Nere e EZLN” Ed. Kairos:

“…Ad oggi gli zapatisti e le zapatiste hanno costruito un sistema autonomo di cura che si avvale di sale operatorie, ambulanze per le emergenze, case di salute sparse nelle comunità, campagne di prevenzione e vaccinazione, laboratori di analisi. Inoltre con un sistema di formazione, approfondendo temi come la salute pubblica, primo soccorso, fitoterapia e medicina ancestrale educano promotori e promotrici di salute che si prendono cura della comunità…”

In piena tormenta del narco-stato e della repressione dei narco-paramilitari, gli e le zapatiste hanno deciso di fare un passo avanti nella costruzione e nella pratica dell’autonomia nella salute. Questo è quello che vogliamo appoggiare con questa campagna.

“Perché se la lotta è per la vita, non può che essere una lotta per la salute”

 

Una sala operatoria nella Selva Lacandona – Campagna di solidarietà con la salute autonoma zapatista
17 Novembre 2024– 10 Aprile 2025

“Non puoi pensare alla salute senza pensare al fiume”
“Non puoi pensare alla salute senza pensare alla Madre Terra. Se lei non è sana, non c’è salute. Dunque, abbiamo iniziato da qui, dalla cura della Madre Terra, togliendole il dolore, le ferite, la stanchezza e la malattia che le hanno imposto alcuni nel suo corpo con la chimica, con i fertilizzanti, violentandola per avere più profitti. Bene… questo la chiamiamo “prevenzione”. E questa è la salute, e non solo la cura con le pasticche e le medicine…”
(dal dialogo con un compagno promotore di salute nel 2008 nel Caracol di Oventik)

 

Cos’è la Campagna “Una sala operatoria nella Selva Lacandona”?
La Rete EuropaZapatista, composta da organizzazioni, collettivi e gruppi di vari territori europei, che appoggiano e solidarizzano con le comunità autonome e in ribellione zapatiste del Chiapas nel sud-est del territorio chiamato Messico, ha lanciato questa campagna con tre obiettivi:
–  Ottenere l’attrezzatura necessaria per le sale operatorie nelle cliniche e negli ospedali zapatisti.
– Diffondere la lotta zapatista per una salute integrale per i popoli indigeni del Chiapas.
– Far conoscere nelle nostre comunità le realtà, le difficoltà e i successi dei popoli zapatisti nella costruzione di un sistema sanitario autonomo, indipendente dai governi, dai loro fondi e dalle loro politiche.

Perché in Chiapas?
Il 1º gennaio 1994, i popoli indigeni del sud-est messicano si sollevarono contro secoli di repressione, razzismo e violenza esercitati su di essi dai vari governi del Paese. Da allora, i diversi governi che si sono succeduti ogni sei anni hanno condotto nella regione una guerra implacabile di logoramento, detta impropriamente “a bassa intensità”, tentando di far arrendere i ribelli. Contro di loro non vi sono stati solo i vari livelli di governo (federale, statale e municipale), ma anche l’esercito federale, le numerose bande paramilitari e di narcotrafficanti, i grandi proprietari terrieri e le multinazionali che cercano di appropriarsi delle ricchezze naturali del Chiapas, uno degli stati più ricchi del Messico.

Questa situazione non appartiene al passato. Ancora oggi la guerra non è cessata. I megaprogetti imposti nelle terre indigene dal precedente presidente López Obrador, che trovano continuità nell’attuale governo di Claudia Sheinbaum, e soprattutto il megaprogetto “Sembrando Vida”, hanno portato il Chiapas sull’orlo di una guerra civile. Organizzazioni vicine al governo da un lato, e gruppi legati al narcotraffico dall’altro, cercano di sottrarre e di appropriarsi delle terre recuperate dai ribelli nel 1994, terre oggi coltivate collettivamente. Ciò ha provocato conflitti molto gravi, come ad esempio le costanti intimidazioni e attacchi alle comunità di Moisés Gandhi e di Seis de Octubre.

Di fronte a tutto questo le comunità zapatiste in ribellione lottano da oltre 30 anni per costruire la loro vita quotidiana secondo i loro principi e valori, rispettando la natura, la Madre Terra, la vita e l’essere umano. Contro la guerra stanno costruendo una cultura di resistenza alla barbarie capitalista. Contro la guerra costruiscono quotidianamente il loro sistema di produzione, di coltivazione e distribuzione dei prodotti, di istruzione e di salute.

Perché nella Selva Lacandona e non altrove?
La Rete EuropaZapatista non è un’associazione umanitaria. Non aiuta i poveri – indigeni o non indigeni – con gli avanzi dei ricchi in cambio di una sorta di espiazione delle proprie colpe. Non è un gruppo culturale che cerca di preservare le tradizioni indigene mentre questi ultimi cercano solo di sopravvivere.
La Rete EuropaZapatista si solidarizza e sostiene i popoli ribelli zapatisti del Chiapas perché questi si sono alzati in lotta.
Perché hanno gridato “¡Ya basta!” alla miseria, all’umiliazione e alla repressione.

Perché cercano di realizzare la loro visione collettiva “qui e ora”.
Perché hanno il coraggio di avere speranza e sanno ascoltare il silenzio mentre resistono e costruiscono.
Perché hanno la forza di aspettare senza cedere, di imparare dai loro errori, di mettere in discussione anche le loro tradizioni pur desiderando di conservare la loro memoria collettiva.
Di più. Perché i popoli originari in ribellione delle montagne del sud-est messicano ci hanno insegnato cosa significa dignità: lottare per la vita. Ci hanno ispirato e continuano a ispirarci a costruire, anche qui nelle nostre terre, un “noi”.
Chiamiamo questa forma di azione, questo sostegno reciproco: politica della solidarietà praticata.

Questa è la nostra risposta, come Rete EuropaZapatista, alla domanda: “Perché nella Selva Lacandona?”

La Salute Autonoma Zapatista
All’epoca dell’insurrezione armata zapatista del 1994, la morte e la povertà colpivano duramente l’infanzia nelle comunità indigene del Chiapas. Le cosiddette “malattie della povertà” come infezioni intestinali, respiratorie ed epidemiche, malnutrizione infantile, febbre e diarrea, abbondavano tra i bambini e le bambine. Sebbene si trattasse di malattie perfettamente curabili, un alto numero di morti avvenivano per mancanza di cure mediche e farmaci, rendendo l’aspettativa di vita alla nascita tra le più basse del Paese. All’epoca non si aveva una chiara idea del numero delle nascite e dei decessi dei bambini e delle bambine poiché le istituzioni governative basavano le statistiche sui certificati di nascita e di morte, documenti ufficiali inesistenti per la popolazione indigena della maggior parte dei municipi, considerati ad alta e altissima marginalità.

Il caso di Paticha, una bambina indigena di meno di 5 anni, è emblematico. Raccontava il Sup Marcos:

“..Quella notte, il compagno Samuel venne a cercarmi, sua figlia stava molto male. Andammo a casa loro e lei aveva la febbre. Non avevamo nemmeno un termometro per capire quanto fosse alta, né sapevamo cosa avesse. L’unica cosa che potemmo fare fu immergerla nel fiume, così com’era con tutti i vestiti, per abbassarle la temperatura. E quando tornammo dal fiume, i vestiti si erano già asciugati per quanto la febbre era alta. Morì poche ore dopo… tra le mie braccia, per dirlo in modo crudo, no? Come Paticha c’era tutta una generazione di bambini e bambine sotto i cinque anni che venivano persi lungo il cammino. E per malattie assurde, curabili con poco.”
Nella Granja, Colonia G. Tepeyac, Puebla. 15 de febrero de 2006

Ed è per questo che decisero di sollevarsi in armi, per costruire una vita per i loro bambini e bambine, per i loro anziani e anziane, per le loro donne e i loro uomini basi di appoggio zapatista, e per costruire una salute, un’educazione e una vita dignitosa per tutti e per tutte.
In questi trent’anni sono riusciti a creare un sistema di salute autonomo gestito dai promotori e dalle promotrici della salute che, ponendo particolare attenzione alla prevenzione, ha costruito farmacie, dispensari e cliniche nelle comunità, anche nelle più remote, e cliniche più grandi che permettono anche il ricovero a livello regionale. Esempi di queste cliniche sono “La Guadalupana” a Oventik e la “Clínica de la Mujer, Comandanta Ramona” a La Garrucha, dove è possibile effettuare analisi e studi clinici e offrire servizi di oftalmologia e odontoiatria. In queste cliniche, i pazienti, siano essi
zapatisti o no, vengono trattati senza differenza, con una sapiente combinazione di conoscenze tradizionali e medicina moderna allopatica. Oggi, la mortalità infantile e quella materna al momento del parto appartengono al passato.

 

Un passo avanti
Ora, i compas e le compas hanno deciso di fare un passo avanti nella pratica dell’autonomia nella salute:

“Abbiamo bisogno di attrezzare diverse sale operatorie. Ci sono i “macellai” (N.d.T.: chirurghi) fraterni, ci sono i candidati per l’intervento chirurgico, ci sono i luoghi per costruirle, ci sono i giovani e le giovani disposte a imparare. Manca solo l’attrezzatura. E la formazione per il suo uso e manutenzione, naturalmente.”
Postdata del comunicado “Una Idea Genial”. Agosto del 2024
https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2024/08/21/una-idea-genial/

E questo è quello che vogliamo appoggiare.

Come partecipare alla Campagna “Una sala operatoria nella Selva Lacandona”

– Organizzando eventi e presentazioni pubbliche sulla Campagna

– Informando di questo progetto persone e collettivi che potrebbero essere interessati a partecipare

– Diffondendo gli eventi e le attività della Rete EuropaZapatista

– Contattando direttamente la Rete EuropaZapatista all’indirizzo email: eurozapweb@riseup.net

Potete anche scriverci per qualsiasi domanda, proposta o idea.