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A 103 anni dal codardo assassinio di Francisco Villa la lotta non si ferma: manterremo acceso il fuoco rivoluzionario

Compagni, compagne, ragazzi e ragazze dell’Organización Popular Francisco Villa de Izquierda Independiente, diamo il benvenuto a tutti e tutte all’omaggio della nostra organizzazione al generale Francisco Villa, in occasione del 113° anniversario del codardo assassinio di cui fu vittima e dalla lotta intrapresa da quel giorno.

Oggi siamo prigionieri della storia e come allora abbiamo i nostri traditori, proprio come  quelli del movimento nato dalla rivoluzione del 1910 che, dobbiamo sottolineare, non si trovavano sulle loro poltrone per aver partecipato alla lotta armata, ma per la loro amicizia intima o per essere seguaci postumi di qualche generale o di un loro alleato politico.

Ancora oggi, e nonostante tutto, rendiamo nuovamente con affetto, emozione e soprattutto con gratitudine, il nostro umile omaggio a uno dei più grandi combattenti della rivoluzione messicana, il generale Francisco Villa.

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Messico arde (podcast)

Il Mondiale in guerra tra crimine, capitale e violenza neocoloniale

Era il 22 Febbraio 2026, un pomeriggio che presto è diventato sera. Sui nostri cellulari rimbalzavano notizie e messaggi, soprattutto cercando di sapere se tuttx stessimo bene e se nessunx fosse in giro per le strade del Messico. In quella domenica, a Tapalpa in Jalisco, le forze armate messicane col supporto dell’intelligence statunitense eliminano “El Mencho”, leader del Cartello di Jalisco Nueva Generación, uno dei gruppi criminali narcotrafficanti più potenti, organizzati e moderni al mondo

A quel punto, con metà Messico bloccato dalla reazione del mondo del crimine organizzato e in preda ad una escalation di violenza fuori dall’ordinario, abbiamo iniziato a chiederci, in maniera del tutto spontanea, se non avesse senso prendere parola, raccontare in maniera organica e riassuntiva, fornire una lettura il più possibile integrale, come mai prima abbiamo provato a fare, del cosiddetto “narcotraffico” secondo le analisi che da molti anni il Nodo Solidale porta avanti. Un “modo di vedere la realtà” che non nasce da una lettura meramente teorica e distaccata del contesto messicano, ma bensì, e in primis, dal fatto che il collettivo e molte persone che lo compongono in Messico ci vivono, sognano, lottano, si organizzano, da moltissimi anni.

E poi abbiamo pensato, quest’anno c’è la Coppa del Mondo di calcio maschile, il Mondiale FIFA, l’evento sportivo più contradditorio e ingiusto per eccellenza, non ne parliamo se poi targato Trump e Infantino. Non ne parliamo se avviene durante questi anni di sterminio globale. Non ne parliamo, poi, se avviene in Messico. Dove centinaia di migliaia di persone sono state uccise e oltre 130.000 risultano “desaparecidas”. Dove da vent’anni si vive, e si soffre, una guerra, la cosiddetta “guerra al narcotraffico”.

E allora abbiamo detto: facciamo un podcast. E raccontiamo, al mondo da cui moltx di noi originalmente provengono, cioè l’Italia, cosa secondo noi significa questa guerra, quali sono le sue motivazioni politiche ed economiche, da quali attori è alimentata, come si svolge, perché non finisce, perché è importante che si sappia anche dall’altro lato dell’oceano. E soprattutto, rompiamo il silenzio e chiariamo una volta per tutto quelli che secondo noi sono i nodi centrali: no, non si riduce tutto al nemico pubblico del “narco” e no, non può esistere questa guerra senza una organicità strutturale tra Stato, capitalismo, criminalità organizzata e interessi geopolitici. Un podcast che racconta anche ciò che abbiamo più a cuore e ciò che più importante di tutto, cioè chi resiste a questa guerra: le comunità indigene, le autonomie popolari, le “madres buscadoras”, le donne e gli uomini che ogni giorno difendono la terra, la memoria e la dignità contro la violenza, l’ingiustizia e la brutalità.

Perché se il Messico è uno dei laboratori per eccellenza del “necrocapitalismo” e delle forme più brutali di accumulazione di capitale e di gestione della violenza da parte di Stato e crimine organizzato, è anche allo stesso tempo un incredibile laboratorio di resistenza. Dove la lotta per la vita, è la forma più alta per ribaltare il tavolo dello sfruttamento e del dominio.

Dedichiamo questo podcast a chi resiste ostinatamente, a chi non si perde d’animo, a chi trova la forza ogni maledetto giorno di non dargliela vinta, a chi guarda aldilà dell’ostacolo e della difficoltà, a chi sogna, a chi alza la voce e a chi non piega e non vende la propria dignità. In questa terra chiamata Messico ed in qualsiasi rinconcito di questo pianeta chiamato Terra. Per questo, lasciamo le ultime parole di questo podcast a Samir Flores Soberanes, compagno, contadino, indegna, comunicatore e sognatore, fondatore della radio comunitaria Radio Amiltzinko e oppositore del Proyecto Integral Morelos, assassinato vigliaccamente dal potere il 20 Febbraio 2019.

Vi chiediamo quindi di ascoltarci, di dedicarci il vostro tempo e la vostra attenzione. Perché in questo podcast c’è tanto di chi siamo, tanto di ciò che vogliamo combattere e tanto di ciò che vogliamo costruire. Grazie

Il podcast è diviso in sette microcapitoli, ma ve ne consigliamo l’ascolto integrale. Poteste ascoltarlo qui sul sito, su Internet Archive o su Youtube. È un lavoro frutto dell’amore, della lotta, dell’autogestione, della partecipazione collettiva e dell’entusiasmo. Vi chiediamo in anticipo scusa per errori e distrazioni. È un podcast diretto ad un pubblico italiano, che non vive e non attraversa abitualmente in Messico, quindi in qualche modo “divulgativo” e per forza di cose “semplificato”. Per chi avesse già una certa esperienza e grado di approfondimento su questi temi, bè se lo ascolti comunque perché pensiamo che ne valga la pena e un ripasso (o un altro punto di vista) non fa mai male. A chiunque, chiediamo di diffonderlo, riprodurlo, consigliarlo e farlo girare. Grazie

Ascolta (e scarica) su Archive.org: https://archive.org/details/messico_arde-podcast

Ascolta su Youtube:
https://youtu.be/iu1QrM5pH2c?si=GQcmtPXd8CgrRJYq

Prosfygika Occupata – LA LOTTA HA VINTO – LA LOTTA CONTINUA!

Mentre rimaniamo attent alle condizioni di salute del compagno Aristotelis Chantzis, abbiamo deciso di pubblicare il comunicato di vittoria della lunga e agguerrita lotta contro lo sgombero e riqualificazione del propriuo quartiere, occupato e autogestito, portata avanti dalla comunità di Prosfygika con il sostegno di tantissime e tantissimi solidali in tutta la Grecia e in tutto il mondo.
Invitiamo
chiunque a non abbassare la guardia sulle condizioni di salute del compagno Aristotelis e seguire gli aggiornamenti della lotta a partire dalla chiamata internazionale a partecipare alla resistenza del quartiere durante l’estate, e il tragitto delle “Brigate internazionaliste della vittoria”.
Per aggiornamenti e info: https://saveprosfygika.gr/index.php/en/news/

Link alla pagina del video di annuncio di fine dello sciopero della fame di Aristotelis Chantzis e Suzon Doppagne.


Negli ultimi cinque mesi si è svolta una straordinaria lotta, una questione di vita o di morte, per la difesa di Prosfygika in Alexandras Avenue, Atene. Si è trattato di una lotta contro lo sgombero, lo sfollamento e la distruzione della più grande iniziativa autogestita per l’edilizia sociale, la solidarietà e il bene comune in Grecia e in tutta Europa. Gli aggressori sono stati un regime socialmente distruttivo e il governatore regionale N. Chardalias, con i loro piani di gentrificazione e promuovendo una politica di repressione contro i movimenti e la popolazione.

In prima linea in questa lotta, il compagno Aristotelis Chantzis (in sciopero della fame dal 5 febbraio 2026) e la compagna Suzon Doppagne (in sciopero della fame dal 1° maggio 2026) si sono volontariamente fatti carico di un pesante fardello.

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La Coppa del Mondo in guerra

Di David Barrios Rodríguez
10.06.2025

Lo sport serio non ha nulla a che fare con il fair play. È legato all’odio, alla gelosia, alla vanagloria, al disprezzo di tutte le regole e al piacere sadico di assistere alla violenza: in altre parole, è la guerra senza spari. 

George Orwell

I

L’epigrafe che apre questo testo è stata pubblicata da Eric Arthur Blair, nome di nascita dell’autore di alcuni dei romanzi e reportage più importanti del XX secolo, all’inizio di dicembre 1945. Succedeva a soli tre mesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, nello stesso anno in cui furono liberati i campi di concentramento e sterminio nazisti e lanciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. È stato scritto in occasione di una visita della squadra di calcio Dynamo Mosca in Inghilterra e, anche se non ha fatto esplicitamente riferimento alle componenti ideologiche di quella che sarebbe stata la Guerra Fredda, ha invece apportato una riflessione sui nazionalismi e su cosa significa affrontarli in uno sport d’insieme in cui viene rappresentata la popolazione di un paese nel suo complesso.

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ASSALTARE LA FORTEZZA MUNDIALISTA

10 e 11 Giugno 2026, una cronaca in soggettiva delle proteste contro “el Mundial del Despojo”

Il 10 e 11 Giugno sono state le giornate di vigilia e inaugurazione, rispettivamente, del Mondiale 2026, ospitato in Messico, Stati Uniti e Canada. La partita inauguarale, Messico – Sud Africa, è toccata alla capitale messicana, magra consolazione di un evento sportivo che in realtà è svolto nella sua maggiorparte negli USA.

Sull’ingiustizia, le conseguenze, le contraddizioni profonde, i meccanismi di sfruttamento, impoverimento e gentrificazione ai danni delle classi popolari di Città del Messico (e non solo) di questo mega evento capitalista-estrattivista dai contorni sportivi, ne abbiamo già parlato qui. Altri contributi in italiano su questo tema si possono trovare qui, e in diverse dirette radiofoniche con radio indipendenti italiane.

In questo spazio vorremmo invece offrire, niente più che meno, un racconto totalmente soggettivo, parziale e militante del contenuto, conflitto e immaginario di lotta che è culminato, in alcune delle mobilitazioni avvenute a cavallo del 10 e 11 Giugno. Il perché? Perché sono state mobilitazioni relativamente partecipate, capillari ed eterogenee, ma soprattutto importanti perché hanno manifestato un conflitto esplicito, di diversa natura, non scontato né banale, data la potente la macchina propagandistica e la retorica portata avanti dal governo messicano e dal suo principale partito Morena, dai giornali mainstream e dal gigantesco apparato simbolico ed economico che probabilmente solo una organizzazione come la FIFA è capace di produrre.

Partiamo dalle giornate alla vigilia dell’inizio ufficiale del Mondiale. In generale, le mobilitazioni di questi giorni forse non avrebbero potuto avere la stessa potenza e copertura mediatica se non ci fosse stato, nelle settimane precedenti, la protesta della CNTE, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, corrente conflittuale e indipendente del Sindacato dei Lavoratori dell’Educazione, a fare da apripista. Ormai da quasi due settimane, la CNTE è in lotta per l’abrogazione della riforma pensionistica dell’ISSSTE del 2007 e della sua gestione attraverso enti finanziari privati, per il raddoppio dei salari di base, e più in generale contro la continuità delle politiche di welfare interno tra il governo Morena, che aveva promesso di abrogare la legge, e i suoi predecessori. In questo momento storico, e dentro il grande consenso verso il governo Morena, la CNTE rappresenta di fatto l’unica grande organizzazione di massa riconosciuta come tale che porta una critica da sinistra al governo morenista.

La CNTE ha occupato una parte del centro storico in presidio permanente, con decine di migliaia di militant*, e la scorsa settimana ci sono state manifestazioni duramente represse, quando docenti e maestre hanno provato a sfondare le barriere metalliche che da settimane ormai delimitano l’area attorno allo Zocalo, a difesa del FIFA Fan Fest (un’area adibita per gioire delle gesta calcistiche dove si accede solo con identificazione, tutta in mano alla FIFA e consumando rigorosamente prodotti ufficiali, escludendo le migliaia di venditrici informali che ogni giorno animano il centro storico di Città del Messico). Teste spaccate, persone svenute per terra in chiazze di sangue e un maestro che ha perso la vista a causa di un proiettile di gomma, questo il bilancio parziale di quelle giornate.

Senza trovare un accordo col governo, attraverso i tavoli di negoziazione che avvenivano praticamente ogni giorno, la CNTE ha portato avanti quotidianamente varie mobilitazioni, annunciando di bloccare l’aeroporto e la partita inaugurale del Mondiale. “Senza soluzione, il pallone non si muove”, questo lo slogan. In realtà poi, la grande marcia della CNTE nel giorno dell’inaugurazione che avrebbe dovuto bloccare tutto e gettare nel caos la città, che era un po’ il grande timore raccontato dai giornali, non c’è stata. Anzi, molte iniziative e racconti terroristici di proteste che avrebbero mandato in tilt la città e avrebbero distrutto la festa di milioni di messicani, sono stati creati ad hoc, anche con l’uso dell’AI per la creazione di locandine false, con lo zampino probabilmente di alcune organizzazioni e partiti di istanze destroidi.

Sempre nei giorni precedenti, 17 pullman che accompagnavano familiari dei 43 normalisti di Ayotzinapa scomparsi nel 2014 assieme ad altr* student*, sono stati detenut* all’ingresso di Città del Messico per ore con l’accusa di trasportare esplosivi artigianali, bloccando il loro tentativo di unirsi e appoggiare la lotta della CNTE e ad altri collettivi in protesta.

Da mesi, inoltre, collettivi, famiglie e madres buscadoras, in lotta per la ricerca delle loro persone care scomparse, in un dramma collettivo e politico che indica più di 134.000 persone scomparse in Messico, avevano annunciato grandi mobilitazioni nelle giornate a ridosso dell’inizio del mondiale. Come poter accettare passivamente che sotto gli stessi stadi dove si generano milioni di profitti e dove si festeggia il calcio, giacciono pezzi di corpi scomparsi nella complicità dello Stato e del crimine organizzato? “Mexico campeón de desaparición” è lo slogan portato avanti, con le magliette verdi di calcio con dietro stampato il numero +134mila. Questo è a grandi linee, il contesto con cui si arriva alla settimana del mondiale. A questi compagn* in lotta si aggiungono una marea di altri collettivi, gruppi e sigle. Student*, lavoratori e lavoratrici informali e commercianti, movimenti sociali dal basso e antigentrificazione, assemble anti-mundialiste e antiFIFA, collettivi di lavoratrici sessuali e dissidenze di genere, comitato degli abitanti di Santa Ursula Coapa dove sorge lo stadio Azteca, comunità indigene cittadine e rurali in lotta, collettivi pro-Palestina, organizzazioni contadine, sindacati dei trasporti, lavoratr* della salute. Oltre a molti altri gruppi spontanei e autonomi, senza una sigla o un gruppo definito di appartenenza. Una valanga abbastanza disordinata e caotica, di cui era impossibile avere una panoramica chiara e globale, di chiamate all’azione e punti di incontro, ma tutte unite da un unico slogan: l’11 Giugno, tutti allo Stadio Azteca. Questo mondiale, targato Infantino e Trump, con i biglietti più cari della sua storia, profitti potenziali per la FIFA da record, in un presente storico marcato da guerre, genocidi e distruzione, è inaccettabile. E lo è a maggior ragione per il Messico, paese che soffre una spirale di violenza infinita ai danni dei ceti più poveri ed emarginati, con il saldo medio giornaliero di con circa 50 morti violenti, 12 donne uccise e 40 persone scomparse. Una vera e propria guerra, silenziata e nascosta, contro la popolazione, che non è casuale ma ha delle ragioni ben precise di cui abbiamo raccontato molte volte (leggi qui).

Attorno allo stadio azteca quindi, è stata stabilita una sorte di enorme zona rossa, l’operativo ultima milla, ultimo miglio. Una zona di accesso limitato e trasporto speciale con identificazione e biglietto di accesso allo stadio, dove non posso accedere né auto né taxi normali, ma solamente trasporti privati per chi assisterà al mega spettacolo di inaugurazione, con biglietti che costano in media migliaia di dollari.

Le manifestazioni iniziano i giorni precedenti all’11 Giugno, con diversi blocchi, azioni simboliche, sabotaggi e azioni in giro per la città, ognuno a tema differente. I collettivi e movimenti sociali organizzano diverse partite di calcio popolare bloccando alcune arterie e strade. Le madres buscadoras assieme alla CNTE sono tra i più attivi, le prime affiggendo striscioni e grafiche in alcuni dei monumenti principali, i secondi proclamando un corteo per la mattina del 10 Giugno.

La prima grande mobilitazione è pero il la sera del 10 Giugno. Alle 19, è stata proclamata, tra le tante, una manifestazione e una “velada” (una veglia) da molti collettivi di madres buscadoras da tutto il Messico, lungo calzada de Tlalpan, un grande viale che dal centro arriva quasi direttamente allo Stadio Azteca. Dati gli scontri dei giorni precedenti e la militarizzazione soprattutto nella parte sud della città c’è un po’ di preoccupazione, e forse per questo all’inizio si è in poche persone. La partenza della marcia tarda, nell’attesa di gruppi di famiglie e collettivi di busqueda, anche perché i trasporti soffrono ritardi enormi e molte stazioni della metro e del tram sono chiuse. Poi piano piano, il corteo si raggruma e inizia a partire lungo la Calzada de Tlalpan. Come ogni volta che si marcia con i collettivi dei familiari di desaparecidos, le sensazioni sono forti. Il corteo alterna momenti di silenzio profondo ad altri di slogan e urla, contro il governo, contro il potere, contro il sistema responsabile di queste sparizioni, contro Morena e la presidenta Clauda Sheinbaum, traditrice rispetto ad un cambio di rotta promesso e mai atteso. Si urlano i numeri dei compagn* di Ayotzinapa scomparsi, i 43 student*. Si urla contro la polizia, braccio operante e responsabile, o quantomeno connivente, delle sparizioni. I numeri si ingrossano e il corteo procede tra lunghe fasi di stallo e momenti di camminata. Lo stomaco si contorce a vedere enormi striscioni con le facce dei figli e figlie sparite.

Si imbrattano muri, si affiggono centinaia e centinaia di fichas de busqueda, cioè di annunci di sparizioni, con le foto delle persone scomparse, spesso vestite e modificate da apparire con la “camiceta” verde della squadra messicana. Le facce sono piene di odio, rabbia, tristezza, lacrime, alcune silenti e altre urlanti, alcune sorridenti e molte altre tristi. Avere una persona cara sparita ti spacca la vita e l’unica consolazione è la possibilità di trasformare il dolore in lotta, di trovare altri e altre compagn* che in questa sofferenza, ma anche in questa comunità, ti accompagnano e ti supportano. Ci sono gruppi e collettivi di ricerca da molti stati, Jalisco, Guanajuato, Estado de Mexico, Chiapas, Oaxaca, Guerrero. E’ strano definire l’aria che si respira, un misto di tristezza mista ad un orgoglio e dignità profonda. Gli slogan non sono i classici di una lotta di classe contro il capitale e il potere, sono più personali e umani ma altrettanto densi di significati politici. Il traffico dall’altro lato della strada è paralizzato, e alcune persone salutano e supportano dalle finestre e dai palazzi.

Ad un certo punto si iniziano a vedere le luci blu e rosse della polizia e uno scintillio che sembra quasi un effetto ottico: sono le centinaia di caschi neri dei granaderos, le truppe antisommossa, che scintillano nella notte e bloccano la continuazione del grande corso verso lo stadio. Alcuni camion e macchine della polizia, oltre che un container, sono messi di traverso a chiudere ogni accesso possibile. Il corteo si avvicina e le persone, ma soprattutto le madres buscadoras, iniziano ad arrampicarsi sui camion e sulle macchine della polizia, a urlare e a esporre i loro striscioni con i volti dei lori cari, scomparsi da pochi mesi o da decine di anni. La polizia è in assetto antisommossa ma non c’è un atteggiamento direttamente violento o un attacco, sanno che non possono permettersi di reprimere in maniera così evidente questa manifestazione. Lo scontro simbolico è fortissimo: da un lato i corpi neri e rigidi delle forze del potere, e dall’altro i corpi contorti dalle lacrime, dalla rabbia e dal dolore. Alcune madri iniziano a saltare sulle macchine della polizia, a fottersene altamente dei richiami alla calma degli osservatori dei derechos umanos, forze di interposizione con le magliette bianche al soldo del governo convocate per vigilare apparentemente su eventuali maltrattamenti. La situazione permane così per diverso tempo, con alcuni gruppi di madres che si riuniscono per cantare, altre per leggere dei comunicati, altre occupano la strada organizzando una partitella di calcio, altre cercano di passare dall’altra parte della strada per bloccare un ponte pedonale ma vengono bloccate dalla polizia. La manifestazione inizia a diluire e scemare, rimangono diversi gruppi in presidio e quello che domani sarà l’accesso principale allo stadio per turisti, giornalisti e persone che si possono permettere il prezzo folle di accesso alla partita inaugurale per vedere Shakira e i potenti del mondo, nonché tutta la pletora politica di miliardari e politici messicani, è tappezzato di scritte contro uno stato genocida e corrotto, contro il mondiale dello sfruttamento e della violenza, di locandine con i volti di chi da troppo tempo continua ad essere scomparso senza risposte. Il simbolo di questa notte, ridisegnato, non è più quello dell’aquila verde col pallone presente sulla maglia del’11 calciatori messicani, ma quello invece di una pala che si interra: è il tratto distintivo delle madres buscadoras, che si organizzano per cercare, letteralmente, a mani nude e con le pale i possibili resti dei corpi delle persone loro care.  Si torna a casa così, con la sensazione di una ingiustizia profonda e di una lotta necessaria e fondamentale, in cui mettere le mani vuol dire mostrare il marcio dello stato repressivo, criminale e capitalista quale è il Messico.

Il giorno dopo, ci si alza presto. Il giorno dell’inizio del Mondiale, la città sembra sospesa e rarefatta, in un ambiente assolutamente anomalo considerando che la capitale messicana è normalmente un groviglio pressochè costante e magico di umanità disperata, traffico, rumore e caos in equilibrio precario di una bellezza struggente. È come se le strade emanassero a aria di festa, con moltissime persone con la camiceta verde messicana, ma allo stesso tempo quasi surreale, da non potersi vivere davvero, carica di tensione. Le università e le scuole sono state chiuse, le attività sospese, i lavori pubblici e istituzionali si svolgono da remoto, e ci sono inviti pubblici a non muoversi troppo. La metro è semideserta e diverse stazioni sono state chiuse dove avvengono già i primi presidi e azioni di protesta. In alcune fermate, collettivi in protesta bloccano i tornelli di accesso rendendo gratuito il trasporto metropolitano. Tra i vari concentramenti, c’è quello del contigente studentesco che parte dall’UNAM, l’università pubblica più grande del latinoamerica, a sud della città. La città universitaria è serrata, quasi tutti gli accessi chiusi, le uniche persone sono le compagn* che vanno al corteo e qualche corridore mattiniero davvero volenteroso. Molti altri punti e concentramenti sono già attivi: la CNTE alla fine sta marciando per la Calzada di Tlalpan con gli studenti di Ayotzinapa, a cui si aggiungeranno il Congreso Nacional Indigena (CNI) e la comunità del popolo indigeno Otomì. Collettivi di madres buscadoras sono presenti in diversi punti. Arriva notizia di due compagn* dei medios libres (gruppi di controinformazione dal basso) già fermat*, ma presto liberat* per fortuna. Giungono le prime notizie di alcuni scontri lungo la Calzada di Tlalpan, dove si donne indigene Otomì ballano attorno a una enorme coppa del mondo data alle fiamme. Alcune madri buscadoras esibiscono i loro grandi striscioni con i volti dei loro cari spariti proprio all’ingresso dello stadio dove entra il pubblico pagante, e ovviamente vengono represse, nascoste, silenziate.

Il corteo studentesco parte dal cuore dell’università e si incammina per bloccare Avenida Insurgentes, grande arteria che taglia da Nord a Sud la città. Sono in centinaia e il corteo si ingrossa strada facendo. Vengono sanzionati tutti i simboli del potere universitario, le casette della sicurezza interna universitaria, le stazioni del Metrobus. Il corteo a un certo punto devia, rientrando dentro la UNAM, perché Avenida Insurgentes è bloccata da un plotone di granaderos, la polizia antisommossa della Città del Messico, in passato allenata e formata militarmente da forze militari israeliane. Il corteo continua, uscendo dalla zona universitaria e muovendosi verso un presidio dell’assemblea antimundialista e antiFIFA, assieme a madres buscadoras e collettivi pro-palestina. Prima di riunirsi al presidio, viene bersagliata con pietre, petardi e oggetti di vario tipo, una sede della Guardia Nacional, una polizia militarizzata utilizzata anche nei contesti di grandi operativi militari.

Prima di ricongiungersi al resto dei compagni, il contingente si prende un momento di pausa. Nel presidio, si organizzano partite di calcio, si occupa l’incrocio con striscioni giganti e la statua di Frida Khalo nel mezzo è bardata da teli e lenzuola con slogan contro la FIFA e il mondiale dello sfruttamento e dei desaparecidos. La partecipazione è diversa ed eterogena, c’è un po’ di tutto: gente del quartiere, madres e famiglia buscadoras, persone solidali e curiose, student*, molt* attivist* appartenenti a progetti di medios libres e controinformazione.

Avenida Iman, la strada che porta direttamente al lato sud-ovest dello Stadio Azteca, è apparentemente libera, dunque dopo qualche tempo un grande corpo principalmente studentesco, ma non solo, si mette in marcia con un obiettivo che sembra piuttosto ambizioso se non impossibile, quello di arrivare alle porte dello stadio. Si entra quindi nella ultima milla, la zona rossa. Il corteo acquista energia e carica: le persone e le compas cantano, si animano, si scrive sui muri, si danno volantini alla gente del quartiere, vengono divelte diverse telecamere, c’è una certa euforia rabbiosa che si autoalimenta e che cresce passo dopo passo. I corpi bianchi di interposizione, delle persone civili che lavorano nelle istituzioni della città e che sono obbligate dal governo cittadino a stare per strada per controllare e limitare i danni delle eventuali proteste, si fanno da parte, insultati e derisi da tutto il corteo, come traditori del popolo. La realtà è più complessa di questa: le facce esprimono vergogna e disagio, molte di queste persone hanno denunciato anonimamente che sono obbligate e minacciate a rendersi disponibili per questo tipo di “presenza civile”, altrimenti rischiano di perdere il lavoro, senza sapere realmente cosa devono fare e quali devono essere i loro compiti. Un modo, da parte del governo della città, in apparenza per mostrare meno i muscoli e di non utilizzare le forze di polizia antisommosa. Una strategia, per dividere e alimentare la guerra tra le classi più popolari. Sono le 12.45 circa e manca un quarto d’ora all’inizio ufficiale della Coppa del Mondo 2026. Avenida Iman fa una leggera curva verso sinistra e di fronte a noi si erge il monumentale Stadio Azteca, oggi rinominato “Estadio Banorte – Ciudad de Mexico”. Si divelgono le centinaia di fiori chempasuchil, piantati per abbellire il passaggio dei turisti e renderlo ricco di colori messicano-folcloristici, e si abbattono le transenne che ostacolano il percorso. Lo stadio è a meno di qualche centinaio di metri, e il corteo accelera compatto ed energico. Manca qualche minuto, Shakira termina di cantare “Dai dai”, la sua nuova hit mondiale come da tradizione, si alzano i fuochi d’artificio dallo stadio e il corteo composto da migliaia di persone arriva urlando ed euforico all’entrata numero 8 della mega struttura. Sembra incredibile, ma esattamente nel momento in cui inizia il mondiale più grande della storia della FIFA e forse il più discusso finora, si riesce ad assaltare lo stadio e tutto ciò che rappresenta. Ciò che era stato dichiarato impossibile e inavvicinabile, è ora tangibile e reale.

Le forze di polizia tardano ad arrivare, all’inizio con un piccolo, goffo, stanco, e davvero sfortunato plotone: la discrepanza numerica è abnorme e l’entusiasmo rabbioso di essere arrivati fino a lì è incontrollabile. Iniziano i caroselli e gli scontri, la rabbia contro una città espropriata e militarizzata, venduta alla FIFA e al profitto calcistico, esplode. Le compas si dimostrano estremamente organizzate e preparate. C’è chi si occupa di tenere a bada la polizia, chi di proteggere la retroguardia, chi di soccorrere i primi feriti, chi di documentare gli abusi delle forze di polizia. Successivamente arrivano le forze antisommossa e poco dopo, dal lato sinistro, una dozzina di cavalli che iniziano a caricare. Spuntano le prime teste spaccate, feriti al corpo, alla testa, agli occhi. Lo spettacolo è allo stesso tempo distopico, mitico e doloroso, il sipario costituito dalle transenne e dai corpi della polizia: nel giro di qualche minuto passano prima tre jet ultrasonici, poi le frecce tricolori messicane e infine due elicotteri che trasportano una bandiera sventolante enorme del Messico. La distanza fisica tra questi mondi è minima, anzi entrano in contatto violento. Ma c’è un abisso di significato, di composizione di classe, di visione del mondo e della vita. La violenza della polizia e di tutto l’apparato di sicurezza è ancora più odioso e inaccettabile. Dentro lo stadio lo spettacolo del capitalismo sportivo nella sua essenza, il profitto nella sua forma estetica più patinata e odiosa, obnubilante e capace di un lavaggio del cervello e dei sentimenti senza precedenti, un’opera fondata sulla violenza e lo sfruttamento di un paese (e di un intero mondo) sull’orlo del baratro. Fuori, quella violenza si esprime fisicamente, a suon di gas lacrimogeni, botte, cavalli lanciati sulla gente e sangue. L’odio e la mancanza di giustizia di questo presente non potrebbe avere immagine migliore. Non ci può essere contrasto più essenziale e immediato da capire, un conflitto necessario e giusto da esprimere in tutta la sua forza.

La polizia tenta di chiudere e incapsulare la testa del corteo ma, con determinazione, la manifestazione riesce a sfuggire al blocco e indietreggiare con ordine senza disperdersi e farsi dividere troppo. Continuano le cariche a singhiozzi e si ergono barricate a cui viene dato fuoco. Il corteo si ritira retrocedendo lungo Avenida Iman e, col passare del tempo, si inizia ad avere contezza de* fermat* e delle compas che mancano. La situazione si congela, le forze di polizia, ora molto più numerose, si attestano ad una certa altezza della Avenida e ci si ferma, cercando di capire quante persone manchino. Il conflitto prende un’altra forma: si iniziano ad espropriare i diversi negozi appartenenti a grandi catene capitalistiche. Un paio di Oxxo (la più grande catena di supermarket commerciali dell’America Latina, facente parte della FEMSA, la più grande azienda imbottigliatrice di prodotti CocaCola al mondo), una farmacia YZA+ (sempre parte di FEMSA), e un Little Caesars (la terza catena di pizza più grande al mondo). La strada diventa uno spazio gioioso, una festa collettiva. C’è cibo e bere per tutti e tutte, i residenti del quartiere e i ragazzi del barrio ne approfittano con enorme piacere e gusto: volano gelati, caramelle, patatine, panini a rifocillare sia le stanchezze e gli sforzi del corteo in giro da questa mattina presto, quanto gli umori del quartiere. L’esproprio del Little Caesars ha una dinamica estremamente nobile ed interessante: prima vengono fatti uscire con estrema cura e attenzione i lavoratori e lavoratrici, ringraziandoli per la loro comprensione e applaudendoli, e poi in secondo luogo si entra dentro il negozio e ci si divide la succosa mercanzia tra tutti, in primis coi lavoratori che vengono invitati a gustare le stesse pizze che ogni maledetto giorno devono impastare e vendere per guadagnarsi uno stipendio da fame. Una buona parte delle pizze e delle bibite si mettono da parte per portarle alle madres buscadoras e alle maestr* della CNTE, in strada anche loro dalla mattina presto. Si ride, si balla, si parla con qualche turista sudafricano rinchiuso in un bar a vedere la partita e si scherza con loro, dicendogli “Bienvenid@s a Mexico, quieren una pizza? Offre il governo!”, spiegando le motivazioni della protesta e cercando sempre il dialogo con la gente. Il clima è estremamente ilare, disteso, la gioia di una giornata fino ad adesso positiva, conflittuale e in qualche modo vittoriosa. Non c’è alcuna paranoia, né senso di colpa, tantomeno preoccupazione per gli espropri, il conflitto messo in campo, le decine di barricate erette. Fa parte della giornata, della vita, della lotta. Certo sì, qualche persona incazzata c’è ed eccome, ma le relazioni informali con la gente aiutano a spiegarsi, senza tragedie. L’unica preoccupazione è per le compas fermat*, di cui non si ha bene contezza dei numeri e dei nomi, anche se a fine giornata saranno 12. Tutt* portate alla Fiscalia di Coyoacan, rilasciate entro la notte stessa, alcuni con denunce pendenti individuali o collettive. Molti, sono stati pestati gravemente durante la detenzione, un compagno ha letteralmente la testa aperta. 

Dopo alcuni momenti di pausa, il corteo del contingente universitario riprende a marciare, con l’obiettivo di portare i viveri espropriati agli altri collettivi in lotta. I numeri si sono ridotti molto, c’è stanchezza ma non ci si perde troppo d’animo e si raggiunge Avenida Santa Ursula, sempre limitando la zona rossa dell’ultima milla. La partita inaugurale è praticamente finita, il Messico ha vinto nettamente 2 – 0 sul Sud Africa, giocando male e con 3 espulsioni. La gente vuole festeggiare, il conflitto nelle strade ora invece è visibile. Molte persone sono solidali con la marcia e gli studenti, altri per nulla se non ostili. La parentesi da aprire è importante, e meriterebbe ben altri approfondimenti e considerazioni: c’è una sorta di cortocircuito fortissimo che prende forma, in un paese dove il calcio è amatissimo e l’affezione verso la camiceta verde e il Mondiale in casa è inscalfibile. Il seleccion mexicana, pur non avendo mai vinto nulla e non eccellendo come squadra mondiale, ha sempre avuto un fortissimo attaccamento alla Coppa del Mondo e alle gesta sportive mostrate in questa competizione. Aldilà di chi si può permettere di andare allo stadio pagando migliaia di dollari, o della retorica populista del governo Morena, el futbol è un tema di identità popolare, un momento di festa collettiva per le strade, un momento per condividere la allergica allegria messicana, la buena onda e la grande ospitalità sempre dimostrata. Per quanto la FIFA tenti di trasformare tutto in un enorme profitto, è chiaro che questa giornata soprattutto nei quartieri popolari è una festa, in tutti i sensi, ed è anche un enorme momento di evasione comprensibile dagli orrori e sfruttamenti della vita quotidiana, tra salari da fame e il rischio di non tornare a casa. Contestare il Mondiale e i suoi meccanismi di sfruttamento, riconoscere che il Messico è un paese dove esista una guerra civile ai danni dei più poveri, guardare in faccia alle desapariciones, sembra che provochi un tilt nella maggior parte delle persone comuni, come se non si possa riconoscere l’ingiustizia da un lato e l’amore per il proprio paese e la propria cultura, a maggior ragione in un momento dove tutto il mondo ti sta guardando e in una fase storica in cui il tuo paese è costantemente minacciato e screditato dall’ingombrante vicino degli Stati Uniti. È estremamente complesso, non solo politicamente ma umanamente, trovarsi, attraversare e vivere questo scontro dentro i settori popolari della società messicana.

Il corteo questo conflitto lo attraversa, fisicamente, con qualche diverbio e provocazione da parte di alcune persone. Ad un certo punto, da una strada laterale, i granaderos attaccano con gas e caricano la manifestazione, disperdendola, dividendola e spingendola dentro le piccole strade del quartiere Pedregal Santa Ursula. Inizia a diluviare. A quel punto, la giornata sembra al culmine, il corteo cerca di uscire indenne dalla morsa repressiva, la manifestazione si scioglie in un posto sicuro dopo quasi dieci ore di protesta attiva e azione diretta. I viveri per gli altri collettivi si porteranno l’indomani.

Cosa rimane di queste due giornate?  La determinazione, certamente, inscalfibile e ostinata, messa in campo con forme e modalità diverse, contro la Idra Capitalista, un nemico dai mille tentacoli (economici, politici, militari e mediatici) che quest’oggi mostra la testa della FIFA e del governo messicano. Rimane il coraggio di aver cercato e voluto avvicinarsi al simbolo di questo Mondiale e delle sue ingiustizie, l’immenso e storico Estadio Azteca, e di esserci riusciti, a dispetto di un clima di terrore che non ha paralizzato la voglia di scendere in piazza. Rimane l’organizzazione dei movimenti sociali cittadini dal basso che da mesi lavorano per creare e alimentare giornate di mobilitazione come questa. E soprattutto, rimane la dignità, profonda e immensa, di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi all’apparente ineluttabilità di avere una persona cara desaparecida, di dover soffrire per un salario da fame, di dovere scegliere tra i due mostri identici del crimine organizzato e Stato, di accettare passivamente un meccanismo di sfruttamento internazionale che nasconde dietro un pallone che rotola, un presente e futuro di ingiustizia, controllo e impoverimento. 

Che la gioia del calcio si espropri ai ricchi e potenti di questo mondo, che la gioia del calcio torni ai quartieri, ai villaggi, alle comunità e si collettivizzi.

PODCAST: IL MONDIALE DELLO SFRUTTAMENTO

Dietro la festa del calcio, Il Mondiale 2026 visto da chi ne paga il prezzo e le sue ingiustizie

Ascolta qui:


Tra gli echi lontani delle imprese di Maradona e della “Partita del Secolo”, lo Stadio Azteca si prepara a entrare ancora una volta nella storia ospitando il Mondiale 2026. Ma dietro il luccichio della grande festa del calcio globale della FIFA, targata Infantino e Trump, Città del Messico racconta un’altra storia: quella dei cantieri che avanzano senza sosta e senza diritti, dei quartieri che cambiano volto schiacciando chi in quei quartieri ci vive, delle lavoratrici sessuali senza ascolto, degli affitti che schizzano alle stelle, del saccheggio dell’acqua e delle comunità che resistono. E quello di un paese intero sospeso nella violenza criminale narcostatale quotidiana, dove mentre si gioca una partita di calcio scompaiono in media 2 persone.  Questo podcast attraversa le contraddizioni di una metropoli sospesa tra mito sportivo e gentrificazione, dando voce a Sofia Pontiroli, giornalista indipendente che vive a Città del Messico, e un compagno attivista dell’Assemblea AntiMundialista, che ci raccontano i diversi impatti economici, sociali e politici del megaevento estrattivista per eccellenza. Tra le lotte delle madres buscadoras, le mobilitazioni sociali e le partite popolari organizzate nelle strade, emerge un racconto in cui il calcio diventa lente per denunciare un modello, tanto messicano quanto globale, che privilegia il profitto rispetto alla vita delle persone. Osservare il presente del Messico, un viaggio tra calcio e lotta, per ascoltare e portare solidarietà e complicità a chi resiste al “Mondiale dello sfruttamento”.

Ps. Alla fine del podcast, un omaggio a Eduardo Galeano e al suo El Fin del Partido, perchè nessuno come lui ha saputo raccontare e significare, in tutti i sensi e nel bene e nel male, el fútbol.

Traduzione di un estratto di “Nostalgia y ensoñación” di Jaime Montejo

In ricordo di Jaime pubblichiamo la traduzione di un estratto dell’introduzione di Nostalgia y ensoñación. Per ricordarlo a 6 anni da quando un sistema di salute per ricchi ce l’ha tolto dal nostro fianco.



Di Jaime Montejo “el cura Mateo” “Padre Mateo”
“Il frailejón
aspetta paziente
sulla montagna”
Le poesie che leggerete di seguito riflettono l’orgoglio che mi accompagna per aver deciso, una volta, di entrare nella guerriglia. Mi sento orgoglioso di aver militato negli anni Ottanta nel movimento politico-militare 19 di aprile, M-19.
Sono un meccanico di cuore. Orgoglioso di essere stato parte del sogno bolivariano di Jaime Bateman Cayón, che ho fatto mio, così come molti altri combattenti.
Orgoglioso di essere un veterano del Battaglione América e delle Milizie Popolari di Aguablanca, della “eme” distrettuale a Cali.
Orgoglioso di aver condiviso sogni, rabbia, panico e dolore con i compagni con cui lottai, come il comandante Mauricio Castaño, giustiziato da sicari con tesserino, al servizio di un regime terrorista e totalitario per vocazione.
Orgoglioso di entrare in combattimento e resistere all’assedio dei chulos, pur sentendo che la vita se ne andava in ogni sparo, dove loro cercavano di mettermi fuori combattimento, perché ero il bersaglio dei loro attacchi e delle loro paure, così come loro furono al centro del mirino ogni volta che sparai, in ogni scontro militare.
Orgoglioso di aver partecipato a innumerevoli giornate propagandistiche.
Orgoglio di aver fatto parte di gruppi di studio, dove conobbi i classici del marxismo-leninismo, Manuel Quintín Lame, Paulo Freire e la teologia della liberazione.
Orgoglioso di aver amato Karina fino al giorno della sua morte, mentre combatteva sotto il comando del Maggiore Elías, laggiù a Novilleras, nella Forza Militare d’Occidente, nel 1994.
Orgoglioso di aver conosciuto la Comandante dei ragazzi di strada e delle lavoratrici sessuali della Quince, nella mia bella Cali, il cui nome di battesimo oggi nessuno sembra ricordare.
Orgoglioso

di aver riposato in un’amaca,
tra le sterpaglie della cordigliera,
dopo una lunga camminata,
attraversando il páramo

di nuovo…

Orgoglioso di non aver ceduto, quando fui detenuto dall’F-2 e interrogato dalla polizia politica dell’esercito colombiano, nonostante il terrore che incombe durante una sessione di tortura nella Terza Brigata, dove la minaccia di morte è la cosa meno dannosa che si possa vivere in quel momento.
Imparai in questi anni di cammino tra sentieri e mulattiere,
che quando il nemico ti accerchia su un crinale montuoso che stai difendendo, o la barricata per strada è insufficiente per avanzare o retrocedere… la prima cosa che devi fare è capire ciò che sta succedendo e prendere una decisione.
Che fare? Patria o morte. Vivi oggi e lotta domani.
Una contraddizione così grande segna la difficoltà o la semplicità nel prendere una decisione, a vent’anni appena compiuti.
Coloro che optarono per la prima scelta fanno parte del nostro memoriale, come molti compagni che non ebbero scelta e persero la vita.
Quelli che abbiamo avuto l’opportunità di scegliere, siamo per sempre angeli caduti, che in alcuni casi cerchiamo di fare memoria e lottare in altri fronti di lotta, con mezzi civili e pacifici, fuggendo dalle nostre stesse paure e fantasmi, che ci perseguitano da allora e non cessano di tenderci imboscate nella quotidianità.

Altri sopravvissuti si vendono nel mercato della politica nazionale e legittimano oggi paramilitari che assassinarono molta gente dell’M-19, delle sue basi d’appoggio o semplicemente del popolo lavoratore.
Imparai anche che la feticizzazione del denaro arriva a imporsi sia nella lotta armata che nella lotta elettorale, che ci alienano allo stesso modo al pensare che tali strategie abbiano vita propria e indipendente dai loro creatori, oppure se pensiamo che siano le uniche forme di lotta valide e che le altre siano poca cosa, davanti alla nostra “scelta corretta”, che speriamo di imporre a simpatizzanti e collaboratori.

Imparai,
che non c’è cosa più gradevole
che bere l’acqua
raccolta nelle bromelie
della selva tropicale.

Sussiste,
controcorrente,
il ricordo dei nostri morti e dei desaparecidos,
che si elevano sopra la nostra eredità,
come esempi di vita
e modelli di comportamento,
nonostante scatti,
basse passioni
e tentazioni,
che poterono accompagnarli
nella loro militanza rivoluzionaria
e nel quotidiano trascorrere.

Prodotto di queste contraddizioni, nacquero le poesie di questo libro,
deliranti ed esaltate
per tanta adrenalina,
testosterone
e sangue versato,
che si fusero in un solo scoppio
per non assaltare l’eternità.

Aver lasciato la lotta armata
ed essere partito
oltre l’alto mare,
non mi rende un pentito
di questa forma di lotta.
Non cerco di fare un’apologia della resa.
Ancora meno di lodarla tra versi e metafore proprie di un damerino.
Non è mia intenzione cantare a quei compagni che si arresero e, consegnando le armi, legittimarono il sistema elettorale colombiano e smisero di lottare. Alcuni di loro, amici carissimi, con i quali condivisi poco più che la mia stessa vita.
Altri continuano in piedi nella lotta, senza armi, senza montagna e senza clandestinità. Amnistiati o no. Esiliati o no. Messi a tacere o no.
Io invece sono solo un sopravvissuto di un gruppo di poco più di 77 insorti, che caddero in combattimento o furono fatti sparire dalle forze dell’ordine dello Stato colombiano.
Un sopravvissuto, ora messicano, con tracce visibili della sindrome post-traumatica, perseguitato da sensi di colpa che si dissolvono nel mio lavoro quotidiano di prevenzione dell’HIV/AIDS, come pratica di libertà, tra lavoratrici sessuali e la mia attuale militanza come aderente e attivista dell’Altra Campagna, iniziativa civile e pacifica convocata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Messico.
Tuttavia, è certo che non tornerei più a prendere le armi, senza che ciò implichi minimamente ripudiare questa forma di lotta.
Nemmeno indirizzerei il mio lavoro politico verso la presa del potere;
il che non è uguale
a non lottare per consolidare
potere popolare
in lungo e in largo

Potere popolare che instauri un governo,
con democrazia diretta e non rappresentativa,
che comandi obbedendo
e che il popolo possa sciogliere
se non è al servizio del popolo,
dove non consegniamo tutto il potere,
né tutte le armi,
a nessun comandante o compagno
che poi voglia schiacciarci.
Posso dire,
senza timore di sbagliarmi,
che le poesie di questo libro riflettono
che non c’è santità nella violenza rivoluzionaria,
lì Dio non è presente,
né in nessun’altra parte,
a dire il vero.
Che ingenui fummo!…
Ciò che c’è nella violenza rivoluzionaria
è una risposta alla violenza istituzionale di un regime
che condanna alla miseria milioni di persone
e stermina coloro che dissentono dai potenti.
Non c’è santità, c’è scontro a morte
con chi difende violentemente e senza compassione
lo Stato e le sue istituzioni.
Non c’è santità, ci sono apparati armati
che rappresentano una delle massime espressioni del patriarcato,
che competono a morte in una guerra di guerriglia, movimenti e posizioni,
con una logica propria del capitale,
che genera guerre commerciali per aprirsi strada in altre latitudini
e colonizzare la nostra mente e lo spirito di ribellione.
Non c’è santità, ma c’è giustizia popolare.
Non c’è santità, ma c’è punizione, assassinando chi uccide civili disarmati.
Non c’è santità, ma c’è vendetta, esercitata contro i nostri carnefici.
Non c’è santità, ma c’è speranza di poter annientare
chi ci annienta.
Non c’è santità,
ma è l’unico cammino
che a molti di noi è rimasto,
al margine del divino e del mondano,
al margine di ciò che è amato e desiderabile,
al margine di sé stessi
e senza santità, forse.

L’albero piantato in onore a Jaime nel Casale Alba 2, Roma il 05/05/2026

3 Post Sriptum 3VII.- DOMANDE, IMMAGINI E SENTIMENTI.

Traduzione a cura del Nodo Solidale di: https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2025/07/20/3-posdatas-3-vii-preguntas-imagenes-y-sentimientos/

Quale immagine ti commuove?
Quella di un bambino smarrito in mezzo a una folla di adulti? Quella di una bambina che ancora non sa di essere soltanto un pezzo di selvaggina?
Quella di una donna scomparsa, intrappolata nel limbo di una violenza senza fine, la cui unica speranza è che i suoi cari la cerchino, perché le autorità si preoccupano soltanto delle statistiche (e di quelle ufficiali, perché quelle reali non si possono manipolare)?
Quella di una madre, con tutto il dolore tatuato sul volto, che cerca la sua creatura scomparsa?
Quella del cadavere dell’infanzia, seppellita tra le macerie di Gaza?
Quella del migrante uomo, donna, altrə (non importa solo il genere ma il colore della pelle) che scopre che il terrore non riconosce frontiere né nazionalità, e che insieme alle rimesse spedisce anche paura e disperazione?
Quella dell’altrə, orgogliosə del proprio abito di luci, con il volto all’improvviso scomposto nel vedere avvicinarsi le luci rosse e blu della polizia?
Quella della famiglia dell’operaio, dell’impiegata, dell’autista, del runner, del muratore, dell’insegnante, che non può usufruire dell’assicurazione perché l’avvocato del padrone ha “dimostrato” che l’incidente che gli è costato la vita “non è avvenuto durante l’orario di lavoro”?
Quella del popolo originario (il Tata Juan Chávez ci ha insegnato che così si chiamano quelli che dall’alto nominano “indio”, e che esistono popoli, nazioni, tribù e quartieri originari) che guarda sconcertato chi ha il suo stesso colore di pelle ma non di cuore (ora è un funzionario, che vuol dire che ha il colore del denaro) e che gli dice qualcosa consegnandogli dei documenti; e quel popolo non capisce che gli sta dicendo che verrà sgomberato perché “invasore della terra”, la stessa terra che hanno lavorato suo padre e sua madre, le sue nonne e i suoi nonni, le sue bisnonne e i suoi bisnonni, e così via fino a secoli prima; ma che non deve preoccuparsi perché con quella miniera, quel campo di pannelli fotovoltaici, quel complesso turistico, quell’autostrada, quel treno turistico, quel centro commerciale, arriveranno il progresso e la civiltà e finalmente potrà tornare a essere bracciante di un nuovo latifondista?
– Quale immagine ti indigna? Quella di Trump masturbandosi mentre guarda le notizie sul massacro quotidiano dei bambini in Palestina e si immagina un complesso turistico “grande e bellissimo” costruito sui cadaveri? Quella di Netanyahu che dichiara alla televisione internazionale che l’Iran sta attentando contro civili con le sue bombe e che dovrebbe essere condannato dalla comunità internazionale? Quella del pubblico ministero che guarda con morbosità la ragazzina violentata mentre la giudica, la sentenzia e la condanna: “con quei vestiti, figliola, te la sei cercata”? Quella della funzionaria “trasformatrice” che, per dimostrare di essere impegnata nelle cause giuste, di fronte alla richiesta di cercare le scomparse, “regala” picconi e pale? (“ma scusi, le stanno facendo pagare”; “Bah, a quel prezzo è come regalarle”). Quella del poliziotto dell’ICE statunitense che picchia con ferocia un migrante che gli dice, con il volto sanguinante, di essere negli Stati Uniti da prima che quell’agente nascesse? Quella dell’altrə, con il corpo spezzato coperto di urina e sangue, mentre chi scatta la foto manda al capo l’immagine e il messaggio: “ecco la foto del frocio che hanno fatto a pezzi”? Quella dell’avvocato che argomenta: “le leggi si studiano per sapere come violarle… legalmente, ovviamente”? Quella della chiarissima legislatrice progressista che, per vana superbia, riesce a condannare chi ha scritto un tuit (o come si dica) dicendo ciò che tutti sanno essere vero, ma che allo stesso tempo teme, umiltà imposta, che le cancellino il visto statunitense? Quella dei funzionari che non funzionano se non “si unge la macchina”, o l’equivalente “With money dancing the dog”? –
E perché hai bisogno di quelle immagini — se è che ti commuovono e ti indignano, certo — per riconoscerti come essere umano?
– Nella piramide mondiale, la geografia della modernità e del progresso, la sua mappa insomma, è un gigantesco murale di fotografie. In alto: le immagini ritoccate dei vari marchi del Grande Capitale. Poche. In basso: milioni di immagini di scomparsə, mortə e dimenticatə. Giungle devastate da macchine e stupidità. Fiumi e lagune contaminati dagli escrementi mortali delle miniere. Popoli originari che un tempo erano vita e oggi sono un complesso alberghiero “all inclusive”. I quartieri marginali. I cieli fumosi delle città industriali con ingranaggi di carne e ossa. Guerre dove muoiono i soliti sacrificabili. Un cimitero clandestino come Patria. –
Ma forse non è tutto. Forse, lì, in quell’angolo, in basso e a sinistra, c’è chi resiste e, resistendo, si ribella e si rivela. Forse…
“Sono le voci, le braccia e i passi decisivi,
e i volti perfetti, e gli occhi di fuoco,
e la tattica sospesa di chi oggi ti odia
per amarti domani quando l’alba sarà alba
e non getto d’insulti, e non fiume di fatiche,
e non una porta falsa per fuggire in ginocchio.”
Dichiarazione d’Odio.
Efraín Huerta (1914-1982).

Dalle Montagne del Sud-Est Messicano.
El Capitan

Conversatorio – “Los pueblos iraníes entre dos demonios”

Si les interesa conocer más sobre la situación en Irán, el complejo panorama político y la resistencia histórica de su pueblo, les invitamos a escuchar este audio del conversatorio que se realizó el 1° de abril en la Librería “La Cosecha” (en San Cristóbal de Las Casas, Chiapas), con dos compañerxs iraníes del colectivo “Andisheh va Peykar” (Pensamiento y Lucha).

En el audio, un recorrido histórico de los proyectos neoliberales impulsados por el régimen de los Ayatolás y las constantes represiones contra los movimientos sociales de los pueblos iraníes. Al mismo tiempo en su conversatorio lxs compañerxs del colectivo “Andisheh va Peykar” analizan critcamente y rechazan la mortífera injerencia imperialista de Israel y Estados Unidos.

¡No a las guerras del capitalismo!
¡Por la revolución social, abajo y a la izquierda!

https://www.youtube.com/watch?v=mvDxZhpTyxs





LA RÉSISTANCE DE PLAYA SALCHI (FRA)

RAPPORT DE LA BRIGADE INTERNATIONALISTE CONTRE LA PRIVATISATION DE « PLAYA SALCHI »

Introduction

Les 25, 26 et 27 mars 2026, un groupe de camarades du « Nodo Solidale », du Collectif zapatiste de Lugano, du SOA « Il Molino » ainsi que d’autres personnes solidaires venues d’Italie et de Suisse a mené une brigade internationaliste en solidarité avec la lutte contre la privatisation de la « plage de Salchi », sur la côte d’Oaxaca, au Mexique.

Les collectifs mentionnés ont été invités par le Comité de défense des droits autochtones (CODEDI) — une organisation populaire, présente dans plus de 25 communautés de la région et qui lutte depuis 1998 pour la défense de son territoire — afin de découvrir le cas emblématique d’expropriation et de spéculation foncière qui porte préjudice au camarade paysan Miguel Sánchez Hernández. Au cours de ces trois jours d’échanges de connaissances, d’ateliers, de jeux avec les enfants et de pratiques de lutte, plusieurs entretiens ont été menés avec les personnes impliquées dans cette lutte pour la défense du territoire, dont la synthèse est présentée dans ce rapport et dans une vidéo qui sera publiée prochainement.

Contexte de la « question foncière » au Mexique

Au Mexique, à la suite de luttes séculaires, de guerres paysannes et de révolutions, il existe un système de propriété foncière qui reconnaît, outre la propriété publique et privée, la propriété sociale (donc collective) des terres. Une réalité qui couvre plus de la moitié du territoire national. Concrètement, à partir de la révolution d’Emiliano Zapata et de Francisco Villa, le caractère inaliénable de la terre et sa redistribution en noyaux agraires connus sous le nom de « ejidos » et de terres communales ont été consacrées dans la Constitution de 1917. Cette redistribution a eu lieu à partir de la fin des années 1930 et s’est prolongée jusqu’en 1992, année où une réforme constitutionnelle a autorisé la vente partielle des terres des ejidos. Les ejidos ont été attribués par décret présidentiel, tandis que les terres communales l’ont été sur la base de la reconnaissance des terres «ancestrales», telles qu’elles ont été définies par les documents et accords signés entre les peuples autochtones et la Couronne espagnole à l’époque coloniale.

En général, l’utilisation de ces terres collectives est gérée par l’assemblée des « ejidatarios » ou des « comuneros », en tant qu’autorité locale suprême, dans le cadre juridique de la réforme agraire. Ce sont des terres qui peuvent être transmises de père en fils ou échangées au sein du noyau agraire, mais qui ne peuvent être revendues en dehors de celui-ci (sauf exceptions spécifiques). Ce système de gestion des terres représente une véritable forme de pouvoir communautaire, paysan et souvent autochtone, dans lequel s’ancrent ce qu’on appelle les « us et coutumes » (pratiques coutumières).

La terre, c’est la liberté

Au Mexique, les terres collectives, du moins formellement, concernent environ 100 millions d’hectares, gérées par plus de 30 000 noyaux agraires. Ce système a été constamment érodé par des lois, des décrets et des tentatives de réformes constitutionnelles, ainsi que par des pratiques de fait menées par les grandes entreprises et les consortiums économiques et politiques nationaux, tous intéressés à réduire l’espace d’autonomie des paysans et des peuples autochtones du pays. Toutes ces terres « légalement soustraites » au marché capitaliste s’avèrent, en effet, très attrayantes pour de multiples acteurs économiques et politiques.

Ces dernières années, le crime organisé a pris part au pillage constant à l’encontre des peuples autochtones et des paysannexs, intervenant comme bras armé tant dans les territoires où ont été implantés des mégaprojets promus par le gouvernement (comme par exemple  le Corridor interocéanique de l’isthme de Tehuantepec ou encore le « Train maya » – un réseau de chemin de fer interurbain qui traverse la péninsule du Yucatán), mais également au niveau local en passant des accords avec des entrepreneurs ou hommes politiques visant à réaliser des gains juteux sur des parcelles de terres collectives.

Il est important de mentionner qu’au Mexique, au cours des 20 dernières années, plus de 500 000 personnes ont été assassinées et quelque 134 000 sont portées « disparues ». Le pays vit une guerre de fragmentation territoriale : une guerre civile « anormale », intermittente, asymétrique, dispersée mais profondément violente ; tout cela forme un système complexe d’expropriation à plusieurs niveaux qui, chaque jour, attaque, réduit et brade les terres collectives et s’acharne contre ceux qui les défendent.

Le cas de la plage de Salchi est un exemple parmi des milliers d’autres, le long de toutes les côtes du Mexique.

Brève histoire du vol des terres à Salchi

La plage de Salchi fait partie de l’ensemble des « terres communales » de San Pedro Pochutla, dans l’État d’Oaxaca. Des terres qui, avec la création du complexe touristique de « Bahías de Huatulco » au début des années 90, ont subi une privatisation rapide et illégale. Le mécanisme le plus utilisé a été la vente de terrains via des documents frauduleux signés par le commissaire du « Service chargé des biens communaux ». Le commissaire est la figure élue par l’assemblée des communaux qui est censé protéger et gérer les terres collectives, mais il devient souvent précisément l’autorité agraire locale la plus facile à corrompre par les intérêts accapareurs (ou éliminable par ceux-ci lorsqu’il refuse, au contraire, de se prêter au jeu). Très souvent, les commissaires des biens communaux deviennent ainsi les principaux complices des entrepreneurs : ils reçoivent de ces derniers des pots-de-vin ou une commission pour les terres cédées, bien que les titres de propriété délivrés n’aient aucune valeur formelle devant le tribunal agraire ni le cadastre, c’est-à-dire ces institutions qui, partie inhérente du même système de corruption généralisée, restent éternellement aveugles face à ces violations chroniques.

Playa Salchi

La plupart des villas que les riches érigent sur les côtes du Mexique ont été construites grâce à ces permis falsifiés et sur des terres communales autochtones ou paysannes.

La baie de la plage de Salchi se situe à l’embouchure sur le Pacifique d’une parcelle de 28 hectares de terres communales attribuée à Miguel Sánchez Hernández, un paysan de 87 ans, qui en prend soin depuis qu’il en a hérité, à des fins agricoles, de son grand-père adoptif. Depuis les premières tentatives de privatisation, Don Miguel a refusé de céder les terres qui lui ont été attribuées pour la construction de zones touristiques. Mais son refus, en tant que propriétaire officiel, s’est avéré totalement inefficace pour empêcher leur privatisation.

En 2000, David Ortega del Valle lui a proposé de vendre 10 hectares de terrain « en bord de mer » à un consortium immobilier canadien, avec la promesse initiale d’un paiement pour ces terrains. Accord qui, à ce jour, n’a pas été respecté. Dans cette zone, au cours des dernières années et jusqu’en 2025, 42 logements avec « vue sur la mer » ont été construits, occupés la plupart du temps de façon saisonnière par des retraité·es canadien·nes. Au fil des ans, Miguel Sánchez a tenté de récupérer ces terres avec le soutien de diverses organisations sociales et de défense des droits humains, parmi lesquelles le CODEDI, qui organise depuis longtemps des comités locaux dans la région pour la défense des droits autochtones et se mobilise pour promouvoir la résistance contre les projets capitalistes et extractivistes sur les territoires autochtones, en particulier sur la côte et dans la Sierra Sur de Oaxaca.

En 2017, le CODEDI et d’autres organisations locales alliées ont commencé à cultiver de manière cyclique les quelque 14 hectares de terres qui avaient échappé à la « touristification », en y plantant du maïs, des courgettes et des haricots, ainsi que d’autres denrées alimentaires destinées aux familles des communautés de l’organisation.

En juillet 2018, le coordinateur local du CODEDI, Abraham Hernández González, a été enlevé près de la plage puis assassiné : son corps a été retrouvé dans la localité voisine de Cuatunalco. Les circonstances de ce meurtre n’ont jamais fait l’objet d’une enquête et, à ce jour, les responsables jouissent d’une impunité totale. Cet événement dramatique a aggravé le conflit foncier à Salchi et mis en évidence la complicité du crime organisé avec les entrepreneurs impliqués. « Depuis août 2020, raconte Miguel Sánchez, j’ai été la cible de tentatives répétées d’expropriation de mes terres et de mon logement, avec des personnes cagoulées et armées qui me surveillent et effectuent des rondes incessantes ». En effet, M. Miguel dénonce que, lors d’une Caravane d’observation des droits humains, en septembre 2025, huit fourgonnettes transportant des personnes armées sont arrivées et qu’à cette occasion, il a été enlevé, menacé de mort, agressé et frappé, insulté avec des obscénités et des humiliations de toutes sortes, ce qui a compromis son état de santé au point qu’il a dû subir une opération d’urgence.

la “colonia” canadiense

Nous avons été informéexs d’au moins deux autres actes d’intimidation survenus lors d’activités publiques :

– Le 7 juin 2025 s’est tenu le « Forum pour la défense de la terre et des droits agraires des paysans de la côte », auquel ont participé 17 organisations dénonçant la tentative d’expropriation à Playa Salchi. Au cours de cet événement, 16 personnes armées liées au « Cartel del Despojo » (cartel de la spoliation) ont fait irruption sur les terres de Miguel Sánchez, le menaçant de mort afin d’imposer un autre projet touristique.

– Le 29 janvier 2026, un groupe de civil·es, parmi lesquels se trouvait le Colombien Arturo Peralta (responsable du projet immobilier du consortium canadien susmentionné), a fait irruption sur les terres de Miguel Sánchez, qui ne sont pas encore envahies par la « touristification », avec des pelleteuses et des engins de chantier, accompagné de trois patrouilles de la police d’État. Au cours de cette agression, les pelleteuses, escortées par les forces de sécurité et par certains civils armés, ont complètement démoli quelques petites maisons et constructions dispersées sur les terres agricoles, également utilisées par d’autres paysannexs qui viennent souvent aider Don Miguel à travailler la terre. Armes à la main, les insultes et les menaces se sont multipliées à l’encontre du vieux paysan et des autres personnes présentes. La participation de la police d’État, en protégeant manifestement une agression illégitime et illégale aux côtés de civils armés non identifiés, illustre encore plus la complicité des institutions avec les agissements criminels du « Cartel del Despojo ».

En tant qu’internationalistes, nous ne pouvons manquer de souligner la similitude effrayante entre ce dernier événement et les bulldozers de l’armée israélienne en Palestine qui, au nom des lois tordues du « colonialisme de peuplement », fortifient les zones accaparées par les colons « blancs » et démolissent, armes à la main et avec violence, les maisons des autochtones, des paysans et des bergers de la région. Ceci nous rappelle à quel point le capitalisme déploie, dans différentes régions du monde, les mêmes mécanismes coloniaux et racistes de discrimination, de nettoyage ethnique, d’expropriation et de criminalisation.

Le « Cartel de la spoliation »

Don Miguel, les camarades du CODEDI et d’autres organisations alliées, réunis pour défendre la plage de Salchi, signalent qu’il existe un groupe de personnes, parmi lesquelles se trouvent certains fonctionnaires du parti Morena (parti au pouvoir au niveau de l’État ainsi que fédéral) qui — de mèche avec les commissaires des biens communaux, les autorités du tribunal agraire, les forces de l’ordre et le crime organisé — s’enrichissent en orchestrant la privatisation des plages et des terres communales sur la côte d’Oaxaca.

Outre le cas de Salchi, d’autres affaires ont été rendues publiques, notamment sur la plage voisine de « El Coyote » et de la plage de « El Coyul » (à plusieurs kilomètres plus au sud). Ce groupe de personnes, surnommé le « Cartel de la spoliation », applique partout le même mode opératoire : il envoie des hommes armés pour intimider et expulser les paysannexs par la menace et la violence ; ensuite il s’approprie les terres en simulant la légalité à l’aide de documents délivrés par des autorités agraires corrompues ; terres qu’il revend à des consortiums immobiliers étrangers en spéculant sur chaque mètre carré de terre volée (une parcelle de 200 m², soustraite par la tromperie et la violence, se revend entre 50 000 et 100 000 euros — soit entre 1 et 2 millions de pesos mexicains). Les groupes immobiliers revendent à leur tour, à des prix stratosphériques, les « petites maisons en bord de mer » sur le marché de leurs territoires d’origine (souvent les États-Unis, le Canada, l’Union européenne, mais aussi l’Arabie saoudite et la Russie), en facturant en dollars. Les flux financiers générés par cette spéculation sont colossaux et ne profitent qu’à ceux qui sont déjà riches : fonctionnaires, entrepreneurs et mafieux.

Le résultat de toute cette opération mafieuse n’est rien d’autre qu’une gentrification des plages fondée sur un modèle extractiviste qui, comme le répètent nos interlocuteuricexs, ne peut fonctionner qu’avec le soutien complice des institutions, dont les opérations irrégulières sont facilitées par des pots-de-vin substantiels.

Les acteurs locaux et nationaux de ce « cartel », désignés comme les principaux bénéficiaires du vol de terres, sont les députés fédéraux Alejandro Avilés Álvarez (du Parti vert écologiste du Mexique, mais affilié au Parti Morena) et Juan Hugo de la Rosa (Morena), l’assistant juridique Orlando Acevedo (du Parti PRI), l’ancien commissaire aux biens communaux de Pochutla, Jesús « Chucho » Reyes, David Ortega del Valle (directeur de la gestion environnementale au ministère de l’Environnement de l’État d’Oaxaca), le politicien local Alfonso Esparza, l’homme d’affaires Israel Carreño Morales (responsable de l’accaparement de la plage El Coyote) et le comptable Sergio Castro López. Ainsi, le groupe opère en toute impunité grâce à la protection d’acteurs des trois niveaux de gouvernement (municipal, étatique et fédéral) et avec la participation tant des partis de la majorité que de l’opposition.

Le « blanchiment » de la côte : spoliation et blanchiment d’argent (*)

(* Ce chapitre est un extrait d’un article de Kino Balu: https://elgirodelarueda.net/despojo-playa-salchi-castro-lopez-oaxaca/)

Construcciones ilegales

Le conflit de « Playa Salchi » est en quelque sorte l’emblème de l’offensive d’expropriation territoriale et de marchandisation du littoral d’Oaxaca : un véritable terrain d’expérimentation. C’est ici que s’entremêlent les activités financières criminelles historiques de personnages tels que Sergio Castro López (un comptable d’origine modeste qui a gravi les échelons jusqu’à devenir un blanchisseur de milliards, en perfectionnant ces « montages fiscaux agressifs » qui ont permis à des gouverneurs et à des entreprises d’échapper largement à leurs obligations fiscales. Son entreprise — « Inteligencia de Negocios » — a servi de centre opérationnel à des réseaux de 150 prête-noms, brassant plus de 100 milliards de pesos dans des opérations de blanchiment), et celle d’opérateurs politiques locaux, protégés par des partis tels que Morena et Verde Ecologista ou encore soutenus par la «Quatrième Transformation» au sein du gouvernement et de ses centres d’intérêt.

Ce phénomène révèle une tendance : les projets hôteliers sur des terrains expropriés ne sont pas seulement des opérations immobilières, mais aussi des mécanismes de blanchiment d’argent. Les hôtels permettent de justifier d’énormes flux financiers, tout en générant des actifs immobiliers sur des territoires stratégiques. La côte d’Oaxaca, avec son potentiel touristique et sa faiblesse institutionnelle, offre les conditions idéales pour cette symbiose entre l’expropriation territoriale et le blanchiment d’argent. Le gouvernement ne se contente pas de tolérer ces opérations, il les intègre organiquement à son propre projet politique, démontrant ainsi que la soi-disant « Quatrième Transformation » peut cohabiter sans problème avec les formes les plus sophistiquées de la criminalité capitaliste.

Un modèle d’expropriation intégrale, dans lequel l’appropriation du territoire s’entremêle avec le contrôle politique, le blanchiment d’argent et la cooptation institutionnelle pour créer des enclaves de totale impunité, et qui opère en plusieurs phases : tout d’abord, l’identification de territoires stratégiques abritant des communautés institutionnellement affaiblies ; ensuite, la construction d’alliances avec des acteurs politiques locaux ; troisièmement, le développement de projets immobiliers justifiant le blanchiment d’argent ; quatrièmement, la neutralisation des résistances par la cooptation ou la criminalisation des opposantexs.

Hotel recuHôtel construit sans permis sur des terres accaparées et récupéré par la communauté

Don Miguel Sánchez, âgé de 87 ans et fort de plus de soixante ans de travail sur ces terres, incarne tout ce que ce modèle cherche à éliminer : la mémoire historique, les droits territoriaux ancestraux et la résistance paysanne.

Sa spoliation n’est pas fortuite : elle est méthodique.

La résistance et les alliances

Don Miguel Sánchez Hernández n’est pas seul. Il bénéficie du soutien du CODEDI et des organisations sociales de la gauche anticapitaliste du FORO (Front des organisations d’Oaxaca), ainsi que d’autres alliés stratégiques qui ont réussi à faire de cette affaire un exemple de résistance et non d’expropriation silencieuse, comme cela s’est malheureusement produit dans de trop nombreux cas similaires sur la même côte d’Oaxaca, ainsi que dans d’autres régions du Mexique.

Comme nous l’avons déjà mentionné, en juin 2025, parmi les dunes contestées de la plage de Salchi, 14 organisations locales se sont réunies, convoquant la Misión de Observancia de los Derechos Humanos (Mission d’observation des droits humains), qui a été menée les 12 et 13 juillet 2025. La mission a rédigé un rapport détaillé sur la violation des droits humains sur les plages de Salchi et de El Coyote. La mission a réuni 17 organisations de la société civile, des représentants légaux du syndicat des enseignants de la Section XXII de la CNTE à Oaxaca, ainsi que des citoyens et des avocats de la société civile appartenant à des organisations civiles, toutes ayant une longue expérience dans la défense des droits humains et collectifs dans l’État d’Oaxaca.

Les organisations suivantes ont participé et participent toujours à la surveillance constante du territoire et de la situation : CODEDI, CODEPO (Comité de défense des droits du peuple d’Oaxaca), 14 DE JUNIO, CCCP (Conseil des communautés paysannes et prolétariennes), COCISS (Conseil des communautés autochtones de la Sierra Sur), APIIDTT (Assemblée des peuples autochtones de l’isthme pour la défense de la terre et du territoire), l’ONG EDUCA, MIUCO (Femmes autochtones et afro-descendantes unies pour le bien de la côte d’Oaxaca), FPR (Front populaire révolutionnaire), FIZ (Front autochtone zapotèque), l’Assemblée de la communauté autochtone de Puente Madera, l’Assemblée de la communauté autochtone de El Coyul et la coopérative Cimarronez.

De plus, au fil des ans, le CODEDI a construit un réseau de collaborations et d’alliances nationales et internationales avec d’autres organisations autochtones, dont certaines sont liées au Congrès national autochtone (CNI), ainsi qu’avec des collectifs européens qui soutiennent le zapatisme, comme par exemple les collectifs qui ont participé à l’élaboration du présent rapport. Grâce à ces contacts, une visite d’information et de solidarité d’une brigade d’activistes italiens a pu être organisée fin juillet 2025, ainsi que la visite de l’actuelle Brigade internationaliste, fin mars 2026.

Les collectifs impliqués se sont engagés à continuer de surveiller, même à distance, la situation d’appropriation illicite et de répression potentielle de la résistance sur les terres de Miguel Sánchez Hernández.

L’utilisation autogérée des espaces et des champs

Les 14 hectares de terres qui résistent encore à l’avancée de la colonisation immobilière et touristique sont cultivés de manière cyclique avec du maïs, des haricots, des courgettes, des papayes et d’autres fruits de saison. Les camarades du CODEDI organisent des « tequios » avec les comités locaux de leur organisation pour démontrer une utilisation saine, alternative, écologique et autogérée des champs, en opposition au modèle extractiviste des consortiums immobiliers.

À Playa Salchi, ces deux modèles diamétralement opposés s’affrontent physiquement et politiquement.

Le CODEDI s’inscrit dans une longue tradition de processus autogérés, s’appuyant sur l’expérience de l’insurrection et de la Commune d’Oaxaca de 2006, et s’est, dans une certaine mesure, inspiré des processus autonomes de l’Armée zapatiste de libération nationale (EZLN), du CIDECI au Chiapas et des autres peuples autochtones du CNI. Fort de cette dynamique, il a créé en 2013 un Centre de formation dans l’ancienne Finca Alemania (Sierra Sur) où les enfantexs et les jeunes des communautés et villages peuvent étudier et apprendre divers arts et métiers, à travers un processus pédagogique empirique et autonome. Ce modèle libertaire d’« école vivante » est régulièrement transposé à Salchi, où des ateliers sont organisés pour les enfantexs et les adolescentexs dans les locaux d’un grand hôtel illégal et moderne, construit sans aucun permis à quelques mètres de la plage et récupéré par la suite par ceux qui défendent le territoire.

Graffitis à Playa Salchi

Au cours des premiers mois de 2026, par exemple, plusieurs rencontres et ateliers pour les enfantexs ont eu lieu à Playa Salchi, abordant des thèmes tels que la biologie marine, l’alimentation saine face à la malbouffe, la médecine naturelle et l’histoire orale à travers des espaces offerts aux conteurs coutumiers. Les ateliers sont généralement animés par des collectifs solidaires qui se consacrent aux thèmes mentionnés et s’adressent principalement aux élèves de la petite école autonome de Finca Alemania ainsi qu’ aux enfantexs de Salchi en général.

En s’appuyant sur des expériences, surtout urbaines, d’autogestion et d’autonomie, les collectifs et les personnes qui participent à la Brigade internationaliste considèrent cette forme d’organisation  — l’autogestion collective des espaces et des terres — comme l’un des éléments fondamentaux et décisifs pour la construction d’autres mondes possibles. En effet, comme nous l’enseigne l’histoire des nombreuses expériences de lutte tout au long de l’histoire du Mexique, la création de l’autonomie et de modes de vie autogérés est une voie qu’il faut emprunter et intensifier avec détermination et constance, en tant que formes de gestion collective des corps, des esprits et des territoires.

Dans ce contexte, et pour créer des formes de lutte et d’union qui s’opposent aux dynamiques de spoliation et de pillage des territoires, la proposition du CODEDI devient un élément fondamental de construction et d’opposition.

La création d’un futur « Centre communautaire de formation » dédié à l’enfance et à la jeunesse, sur les mêmes terres que celles que le système capitaliste tente d’arracher aux populations locales, est une vision particulièrement audacieuse et combative, dans un panorama mondial de plus en plus complaisant et résigné. A l’inverse, ce projet prend clairement position et choisit son camp.

Activité de la petite école autonome de l’ancienne Ferme Alemania

Il nous semble donc essentiel de souligner la volonté d’intensifier les efforts et de consacrer plus de travail, plus de prise en charge et de formation spécifique envers les jeunes générations, ainsi que celle de maintenir la construction pratique et réelle d’alternatives collectives autonomes, qui permettent de visualiser et de mettre en place des laboratoires efficaces de contre-pouvoir face au capitalisme. Élaborer des pratiques qui proposent en même temps des formes ou des foyers de résistance face à la domination de plus en plus totalitaire de l’union indissoluble entre le capital, la mafia et l’État. Une situation qui — compte tenu également de la précarité ou de l’absence totale de perspectives d’emploi, d’émancipation et d’autodétermination — a forcé de très nombreuses personnes, en particulier les jeunes, les pauvres et les femmes, ces dernières années, à rejoindre la main-d’œuvre précaire, n’ayant pas d’autre choix que de se soumettre à l’exploitation dans les usines maquiladoras, dans les emplois précaires et mal rémunérés et exploités au Mexique ou aux États-Unis, au travail du sexe ou, en dernier recours, de s’enrôler comme main-d’œuvre au service du crime organisé.

Se réapproprier un territoire où l’on subvient à ses propres besoins, en cultivant des denrées alimentaires de base qui peuvent également générer une autosuffisance économique, devient une forme de « barricade sociale, politique et culturelle » face à l’avancée du système criminel/mafieux de l’État et des principaux intérêts économiques, privés ou publics. Dans un système qui fait de la guerre sa doctrine et son mode d’imposition au monde, l’effort en cours pour le contrer par des pratiques collectives, autogérées et autonomes devient donc non seulement un NON à la privatisation-spoliation, mais aussi un OUI à un autre monde possible.

Conclusion : la « touristification » comme instrument colonial de spoliation

Pour le vieux paysan Miguel Sánchez Hernández et les habitants de Playa Salchi et de ses environs, l’agriculture, tout comme la pêche en rivière et en mer, constitue l’une des principales activités et une source fondamentale de subsistance pour les familles. Ces pratiques économiques et traditionnelles ont subi de profondes transformations ces dernières années, en raison d’une logique qui vise à instaurer un « développement » dans cette région, par le biais d’un tourisme de masse destructeur et de projets d’infrastructures logistiques, dont des routes reliant Oaxaca à Guerrero et Veracruz dans le cadre des projets complémentaires au grand chantier du Corridor interocéanique de l’isthme de Tehuantepec (CIIT). Cela a eu un impact négatif sur la forme de la propriété sociale et a introduit dans la région une vision mercantiliste de la terre, favorisant le blanchiment d’argent et la la livrant aux intérêts des agences immobilières et de spéculateurs.

Les grandes infrastructures et les pôles touristiques — en contradiction avec le discours officiel et « progressiste » du gouvernement — s’abattent sur les terres autochtones comme des projets néocoloniaux impitoyables. Ce sont de véritables formes contemporaines de conquête qui s’attaque à un mode de vie de subsistance, considéré par le système capitaliste comme étant primitif, superflu et inutile économiquement.

La « touristification » massive des ressources naturelles et, en particulier, de territoires spécifiques, n’est absolument pas nouvelle pour nous. Nous aussi, en tant que personnes présentes ici avec la Brigade internationaliste, nous vivons ou avons vécu sur des territoires dont l’exploitation, liée à la privatisation des terres et des ressources (eaux, forêts, jungles, montagnes), a généré d’immenses quantités d’argent à blanchir, contribuant massivement à la dévastation sociale, culturelle et territoriale en cours.

C’est une tempête planétaire qui vient de loin et qui balaye toute forme de vie ne s’adaptant pas au capital. Une forme de nécropolitique ou de capitalisme gore qui ne sait plus quoi faire des corps excédentaires, improductifs et qui ne se plient pas aux diktats du système. Et qui, en même temps, accapare les richesses et les ressources naturelles des communautés locales pour les valoriser dans son propre modèle économique.

Une guerre qui, historiquement, par ses spécificités coloniales et de domination, a dévasté des territoires et des populations entières, créant un contexte de dépendance et d’exploitation, à l’origine de l’enrichissement, d’une certaine suprématie, d’un développement mal défini et aussi — ne l’oublions pas — de certains « droits » conquis dans le monde occidental, un Occident depuis toujours prédateur et colonial.

« Le cas de Playa Salchi symbolise l’un des défis fondamentaux de notre époque : faire face à des formes de criminalité qui ont réussi à se fondre parfaitement dans les structures légales et institutionnelles. Il ne s’agit pas de délinquants opérant en marge du système, mais de délinquants qui sont le système lui-même », résume Kino Balu.

Playa Salchi devient ainsi en un paradigme de l’expropriation coloniale, répandu non seulement au Mexique mais dans de nombreuses régions de la planète, où les terres riches en diversité et en humanité du soi-disant « Sud global » sont arrachées à leurs populations respectives, marchandisées et rendues hyper-productives afin d’intensifier un tourisme agressif, riche et « blanc », qui se moque éperdument des spécificités des communautés locales. Un tourisme qui privatise les ressources, fait grimper le coût de la vie de manière insoutenable et expulse les pauvres des lieux touristiques ou les exploite en tant que main-d’œuvre bon marché.

Une gentrification et une « touristification », à la fois massives et destinées aux élites aisées, avec pour résultat que des populations entières, des zones géographiques et des territoires perdent leur mémoire, leur dignité et leurs perspectives de vie, les reléguant aux marges du système économique actuel.

La résistance

Une dignité, comme le montrent les initiatives décrites ici,  qu’il est possible de retrouver par l’action directe dans la résistance, la reconnexion avec la terre et la nature, ainsi que par l’autogestion collective des espaces et des temps.

Face à cette machine d’expropriation, les communautés de la Sierra Sur et de Playa Salchi ont développé des exemples de résistance qui vont au-delà de la simple défense du territoire. Leur lutte remet en cause le modèle de développement en lui-même, qui considère les territoires comme des marchandises et les communautés comme des obstacles au progrès.

Ici, comme ailleurs, le choix du camp dans lequel se situer devient impératif et l’opposition au système-guerre se fait concrète et réelle : dans la construction d’un pouvoir populaire autonome, dans des réseaux de solidarité territoriale qui dépassent les frontières imposées par l’État-nation et dans des formes d’organisation conflictuelles et directes, dont la légitimité ne dépend pas de la médiation institutionnelle.

« La terre ne se vend pas, on l’aime et on la défend »

Brigade internationaliste, Playa Salchi, mars 2026