Traduzione di un estratto di “Nostalgia y ensoñación” di Jaime Montejo

In ricordo di Jaime pubblichiamo la traduzione di un estratto dell’introduzione di Nostalgia y ensoñación. Per ricordarlo a 6 anni da quando un sistema di salute per ricchi ce l’ha tolto dal nostro fianco.



Di Jaime Montejo “el cura Mateo” “Padre Mateo”
“Il frailejón
aspetta paziente
sulla montagna”
Le poesie che leggerete di seguito riflettono l’orgoglio che mi accompagna per aver deciso, una volta, di entrare nella guerriglia. Mi sento orgoglioso di aver militato negli anni Ottanta nel movimento politico-militare 19 di aprile, M-19.
Sono un meccanico di cuore. Orgoglioso di essere stato parte del sogno bolivariano di Jaime Bateman Cayón, che ho fatto mio, così come molti altri combattenti.
Orgoglioso di essere un veterano del Battaglione América e delle Milizie Popolari di Aguablanca, della “eme” distrettuale a Cali.
Orgoglioso di aver condiviso sogni, rabbia, panico e dolore con i compagni con cui lottai, come il comandante Mauricio Castaño, giustiziato da sicari con tesserino, al servizio di un regime terrorista e totalitario per vocazione.
Orgoglioso di entrare in combattimento e resistere all’assedio dei chulos, pur sentendo che la vita se ne andava in ogni sparo, dove loro cercavano di mettermi fuori combattimento, perché ero il bersaglio dei loro attacchi e delle loro paure, così come loro furono al centro del mirino ogni volta che sparai, in ogni scontro militare.
Orgoglioso di aver partecipato a innumerevoli giornate propagandistiche.
Orgoglio di aver fatto parte di gruppi di studio, dove conobbi i classici del marxismo-leninismo, Manuel Quintín Lame, Paulo Freire e la teologia della liberazione.
Orgoglioso di aver amato Karina fino al giorno della sua morte, mentre combatteva sotto il comando del Maggiore Elías, laggiù a Novilleras, nella Forza Militare d’Occidente, nel 1994.
Orgoglioso di aver conosciuto la Comandante dei ragazzi di strada e delle lavoratrici sessuali della Quince, nella mia bella Cali, il cui nome di battesimo oggi nessuno sembra ricordare.
Orgoglioso

di aver riposato in un’amaca,
tra le sterpaglie della cordigliera,
dopo una lunga camminata,
attraversando il páramo

di nuovo…

Orgoglioso di non aver ceduto, quando fui detenuto dall’F-2 e interrogato dalla polizia politica dell’esercito colombiano, nonostante il terrore che incombe durante una sessione di tortura nella Terza Brigata, dove la minaccia di morte è la cosa meno dannosa che si possa vivere in quel momento.
Imparai in questi anni di cammino tra sentieri e mulattiere,
che quando il nemico ti accerchia su un crinale montuoso che stai difendendo, o la barricata per strada è insufficiente per avanzare o retrocedere… la prima cosa che devi fare è capire ciò che sta succedendo e prendere una decisione.
Che fare? Patria o morte. Vivi oggi e lotta domani.
Una contraddizione così grande segna la difficoltà o la semplicità nel prendere una decisione, a vent’anni appena compiuti.
Coloro che optarono per la prima scelta fanno parte del nostro memoriale, come molti compagni che non ebbero scelta e persero la vita.
Quelli che abbiamo avuto l’opportunità di scegliere, siamo per sempre angeli caduti, che in alcuni casi cerchiamo di fare memoria e lottare in altri fronti di lotta, con mezzi civili e pacifici, fuggendo dalle nostre stesse paure e fantasmi, che ci perseguitano da allora e non cessano di tenderci imboscate nella quotidianità.

Altri sopravvissuti si vendono nel mercato della politica nazionale e legittimano oggi paramilitari che assassinarono molta gente dell’M-19, delle sue basi d’appoggio o semplicemente del popolo lavoratore.
Imparai anche che la feticizzazione del denaro arriva a imporsi sia nella lotta armata che nella lotta elettorale, che ci alienano allo stesso modo al pensare che tali strategie abbiano vita propria e indipendente dai loro creatori, oppure se pensiamo che siano le uniche forme di lotta valide e che le altre siano poca cosa, davanti alla nostra “scelta corretta”, che speriamo di imporre a simpatizzanti e collaboratori.

Imparai,
che non c’è cosa più gradevole
che bere l’acqua
raccolta nelle bromelie
della selva tropicale.

Sussiste,
controcorrente,
il ricordo dei nostri morti e dei desaparecidos,
che si elevano sopra la nostra eredità,
come esempi di vita
e modelli di comportamento,
nonostante scatti,
basse passioni
e tentazioni,
che poterono accompagnarli
nella loro militanza rivoluzionaria
e nel quotidiano trascorrere.

Prodotto di queste contraddizioni, nacquero le poesie di questo libro,
deliranti ed esaltate
per tanta adrenalina,
testosterone
e sangue versato,
che si fusero in un solo scoppio
per non assaltare l’eternità.

Aver lasciato la lotta armata
ed essere partito
oltre l’alto mare,
non mi rende un pentito
di questa forma di lotta.
Non cerco di fare un’apologia della resa.
Ancora meno di lodarla tra versi e metafore proprie di un damerino.
Non è mia intenzione cantare a quei compagni che si arresero e, consegnando le armi, legittimarono il sistema elettorale colombiano e smisero di lottare. Alcuni di loro, amici carissimi, con i quali condivisi poco più che la mia stessa vita.
Altri continuano in piedi nella lotta, senza armi, senza montagna e senza clandestinità. Amnistiati o no. Esiliati o no. Messi a tacere o no.
Io invece sono solo un sopravvissuto di un gruppo di poco più di 77 insorti, che caddero in combattimento o furono fatti sparire dalle forze dell’ordine dello Stato colombiano.
Un sopravvissuto, ora messicano, con tracce visibili della sindrome post-traumatica, perseguitato da sensi di colpa che si dissolvono nel mio lavoro quotidiano di prevenzione dell’HIV/AIDS, come pratica di libertà, tra lavoratrici sessuali e la mia attuale militanza come aderente e attivista dell’Altra Campagna, iniziativa civile e pacifica convocata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Messico.
Tuttavia, è certo che non tornerei più a prendere le armi, senza che ciò implichi minimamente ripudiare questa forma di lotta.
Nemmeno indirizzerei il mio lavoro politico verso la presa del potere;
il che non è uguale
a non lottare per consolidare
potere popolare
in lungo e in largo

Potere popolare che instauri un governo,
con democrazia diretta e non rappresentativa,
che comandi obbedendo
e che il popolo possa sciogliere
se non è al servizio del popolo,
dove non consegniamo tutto il potere,
né tutte le armi,
a nessun comandante o compagno
che poi voglia schiacciarci.
Posso dire,
senza timore di sbagliarmi,
che le poesie di questo libro riflettono
che non c’è santità nella violenza rivoluzionaria,
lì Dio non è presente,
né in nessun’altra parte,
a dire il vero.
Che ingenui fummo!…
Ciò che c’è nella violenza rivoluzionaria
è una risposta alla violenza istituzionale di un regime
che condanna alla miseria milioni di persone
e stermina coloro che dissentono dai potenti.
Non c’è santità, c’è scontro a morte
con chi difende violentemente e senza compassione
lo Stato e le sue istituzioni.
Non c’è santità, ci sono apparati armati
che rappresentano una delle massime espressioni del patriarcato,
che competono a morte in una guerra di guerriglia, movimenti e posizioni,
con una logica propria del capitale,
che genera guerre commerciali per aprirsi strada in altre latitudini
e colonizzare la nostra mente e lo spirito di ribellione.
Non c’è santità, ma c’è giustizia popolare.
Non c’è santità, ma c’è punizione, assassinando chi uccide civili disarmati.
Non c’è santità, ma c’è vendetta, esercitata contro i nostri carnefici.
Non c’è santità, ma c’è speranza di poter annientare
chi ci annienta.
Non c’è santità,
ma è l’unico cammino
che a molti di noi è rimasto,
al margine del divino e del mondano,
al margine di ciò che è amato e desiderabile,
al margine di sé stessi
e senza santità, forse.

L’albero piantato in onore a Jaime nel Casale Alba 2, Roma il 05/05/2026

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