3 Post Sriptum 3VII.- DOMANDE, IMMAGINI E SENTIMENTI.

Traduzione a cura del Nodo Solidale di: https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2025/07/20/3-posdatas-3-vii-preguntas-imagenes-y-sentimientos/

Quale immagine ti commuove?
Quella di un bambino smarrito in mezzo a una folla di adulti? Quella di una bambina che ancora non sa di essere soltanto un pezzo di selvaggina?
Quella di una donna scomparsa, intrappolata nel limbo di una violenza senza fine, la cui unica speranza è che i suoi cari la cerchino, perché le autorità si preoccupano soltanto delle statistiche (e di quelle ufficiali, perché quelle reali non si possono manipolare)?
Quella di una madre, con tutto il dolore tatuato sul volto, che cerca la sua creatura scomparsa?
Quella del cadavere dell’infanzia, seppellita tra le macerie di Gaza?
Quella del migrante uomo, donna, altrə (non importa solo il genere ma il colore della pelle) che scopre che il terrore non riconosce frontiere né nazionalità, e che insieme alle rimesse spedisce anche paura e disperazione?
Quella dell’altrə, orgogliosə del proprio abito di luci, con il volto all’improvviso scomposto nel vedere avvicinarsi le luci rosse e blu della polizia?
Quella della famiglia dell’operaio, dell’impiegata, dell’autista, del runner, del muratore, dell’insegnante, che non può usufruire dell’assicurazione perché l’avvocato del padrone ha “dimostrato” che l’incidente che gli è costato la vita “non è avvenuto durante l’orario di lavoro”?
Quella del popolo originario (il Tata Juan Chávez ci ha insegnato che così si chiamano quelli che dall’alto nominano “indio”, e che esistono popoli, nazioni, tribù e quartieri originari) che guarda sconcertato chi ha il suo stesso colore di pelle ma non di cuore (ora è un funzionario, che vuol dire che ha il colore del denaro) e che gli dice qualcosa consegnandogli dei documenti; e quel popolo non capisce che gli sta dicendo che verrà sgomberato perché “invasore della terra”, la stessa terra che hanno lavorato suo padre e sua madre, le sue nonne e i suoi nonni, le sue bisnonne e i suoi bisnonni, e così via fino a secoli prima; ma che non deve preoccuparsi perché con quella miniera, quel campo di pannelli fotovoltaici, quel complesso turistico, quell’autostrada, quel treno turistico, quel centro commerciale, arriveranno il progresso e la civiltà e finalmente potrà tornare a essere bracciante di un nuovo latifondista?
– Quale immagine ti indigna? Quella di Trump masturbandosi mentre guarda le notizie sul massacro quotidiano dei bambini in Palestina e si immagina un complesso turistico “grande e bellissimo” costruito sui cadaveri? Quella di Netanyahu che dichiara alla televisione internazionale che l’Iran sta attentando contro civili con le sue bombe e che dovrebbe essere condannato dalla comunità internazionale? Quella del pubblico ministero che guarda con morbosità la ragazzina violentata mentre la giudica, la sentenzia e la condanna: “con quei vestiti, figliola, te la sei cercata”? Quella della funzionaria “trasformatrice” che, per dimostrare di essere impegnata nelle cause giuste, di fronte alla richiesta di cercare le scomparse, “regala” picconi e pale? (“ma scusi, le stanno facendo pagare”; “Bah, a quel prezzo è come regalarle”). Quella del poliziotto dell’ICE statunitense che picchia con ferocia un migrante che gli dice, con il volto sanguinante, di essere negli Stati Uniti da prima che quell’agente nascesse? Quella dell’altrə, con il corpo spezzato coperto di urina e sangue, mentre chi scatta la foto manda al capo l’immagine e il messaggio: “ecco la foto del frocio che hanno fatto a pezzi”? Quella dell’avvocato che argomenta: “le leggi si studiano per sapere come violarle… legalmente, ovviamente”? Quella della chiarissima legislatrice progressista che, per vana superbia, riesce a condannare chi ha scritto un tuit (o come si dica) dicendo ciò che tutti sanno essere vero, ma che allo stesso tempo teme, umiltà imposta, che le cancellino il visto statunitense? Quella dei funzionari che non funzionano se non “si unge la macchina”, o l’equivalente “With money dancing the dog”? –
E perché hai bisogno di quelle immagini — se è che ti commuovono e ti indignano, certo — per riconoscerti come essere umano?
– Nella piramide mondiale, la geografia della modernità e del progresso, la sua mappa insomma, è un gigantesco murale di fotografie. In alto: le immagini ritoccate dei vari marchi del Grande Capitale. Poche. In basso: milioni di immagini di scomparsə, mortə e dimenticatə. Giungle devastate da macchine e stupidità. Fiumi e lagune contaminati dagli escrementi mortali delle miniere. Popoli originari che un tempo erano vita e oggi sono un complesso alberghiero “all inclusive”. I quartieri marginali. I cieli fumosi delle città industriali con ingranaggi di carne e ossa. Guerre dove muoiono i soliti sacrificabili. Un cimitero clandestino come Patria. –
Ma forse non è tutto. Forse, lì, in quell’angolo, in basso e a sinistra, c’è chi resiste e, resistendo, si ribella e si rivela. Forse…
“Sono le voci, le braccia e i passi decisivi,
e i volti perfetti, e gli occhi di fuoco,
e la tattica sospesa di chi oggi ti odia
per amarti domani quando l’alba sarà alba
e non getto d’insulti, e non fiume di fatiche,
e non una porta falsa per fuggire in ginocchio.”
Dichiarazione d’Odio.
Efraín Huerta (1914-1982).

Dalle Montagne del Sud-Est Messicano.
El Capitan

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