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Desde México: ¡Libertad para Anan Yaeesh!

«Nací en Palestina y eso no fue una elección mía. Resistir, en cambio, fue la mejor decisión de mi vida»  Anan Yaeesh, preso político

El día 16 de enero nos enteramos que el Tribunal Penal de L’Aquila (Italia) ha condenado al preso político palestino Anan Yaeesh a una pena de 5 años y 6 meses de prisión en el juicio por asociación con fines terroristas. Afortunadamente los otros dos compañeros acusados, Ali Irar y Mansour Doghmosh, fueron absueltos en esta sentencia de primer grado. Consideramos este veredicto parte de un juicio político contra la resistencia palestina y el inmenso movimiento internacional en su solidaridad.

¿Quíen es Anan Yaeesh?

El compañero, un activista y militante de Palestina que vive en Italia, sigue encarcelado en las prisiones de alta seguridad desde enero de 2024. Se le acusa de ser parte de una facción de las Brigadas de Al-Aqsa en Tulkarem, Cisjordania, lugar en donde el compañero nació hace 37 años. Anan nunca ha negado haber tomado parte en la resistencia armada en su tierra natal, como necesaria forma de supervivencia ante el sistemático y violento genocidio perpetrado por el ejército invasor y colonial del estado de Israel. Tras ser herido en una emboscada y haber pasado 4 años en una cárcel sionista, desde el 2017 el compañero vive en Italia, siguiendo con su lucha en el movimiento social, especialmente el movimiento en solidaridad con la liberación de Palestina. Por esta terquedad de seguir la lucha, se le ha arrestado y ahora se le sentencia.

Un proceso político

Desde su arresto, los fiscales italianos no han conseguido ninguna prueba de la participación directa de Anan Yaeesh en los hechos específicos contestados, de hecho por esta misma razón los otros dos compañeros detenidos, Alí y Mansour, han sido primero excarcelados y ahora absueltos. Las supuestas pruebas de “terrorismo” han sido aportadas sólo por una carpeta proporcionada por el Shin Bet (servicio secreto interno israelí) al MP italiano, en un intento político de crear un peligroso antecedente en donde el derecho de resistencia de un pueblo invadido sea traducido, interpretado y castigado como “actos de terrorismo”. 

Durante el juicio, la campaña “Free Anan” afirmó: “La fiscalía no logró probar la participación de los tres en acciones violentas contra civiles ni colonos israelíes. No se demostró ninguna violación de los límites impuestos por el derecho internacional en cuanto al derecho a la resistencia. De hecho, la fiscalía ni siquiera logró probar que tales hechos ocurrieran. Esto confirma la naturaleza política de un juicio que, cada vez más, parece un intento de criminalizar la solidaridad y la resistencia palestinas”. Toda la acusación de los fiscales italianos ha buscado imponer una interpretación empapada de harto racismo porque juega sucio, usando el teorema “árabe = musulmán = terrorista” con el cual han bombardeado a la opinión pública en Italia y en el mundo durante años. 

Por estas razones, el proceso de Anan se ha vuelto motivo de constante movilización en Italia y en muchas partes del mundo, siendo paradigmático de cómo los tentáculos de las políticas coloniales sionistas llegan a otros países y cómo los Tribunales y gobiernos de Occidente (y no sólo) se presten como mano de obra mercenaria en contra del derecho de resistencia de los pueblos del mundo. Los dueños del planeta – como quedó manifiesto con el genocidio en Gaza y la incursión en Venezuela – hacen y deshacen sus mismas reglas. Reprimir hoy a los palestinos abre el camino para reprimir cualquier resistencia ante las invasiones militares que se vienen y la disidencia interna de cualquier país y gobierno. 

Por todo ello, las organizaciones abajo-firmantes repudiamos el teorema racista y colonial aceptado por el Tribunal de L’Aquila y señalamos que este está actuando como títere de los servicios de inteligencia de Israel. Sabemos que lo que está pasando en Italia y otros países puede pasar en México, porque todos los gobiernos del mundo anhelan con poder tildar y castigar de “terrorismo” los actos de disidencia y rebelión de los pueblos que oprimen.

¡Anan Yaeesh libre! ¡Todxs somos palestinxs!

Firmas:            

Grupo de Trabajo No Estamos Todxs
Nodo Solidale (Italia/México)

Colectivo Editorial A Tinta Negra
Organizaciones Indias por los Derechos Humanos en Oaxaca (Oidho)
Comité de Defensa de los Derechos Indígenas (CODEDI)
Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer, E.M. A.C.
Red Mexicana de Trabajo Sexual
Coordinadora de Organizaciones, Colectivxs e Individuxs por Palestina en Chiapas
Observatorio Memoria y Libertad
Acción Palestina Chiapas

Le YPJ nella Siria di oggi / Las YPJ en la Siria de hoy

Leer en español

Proponiamo la traduzione di questa recente intervista a Rohilat Afrin, Comandante Generale delle Unità di Difesa delle Donne (YPJ), una delle più importanti vertebre del processo politico straordinario dell’Amministrazione Autonoma del Nord ed Est della Siria. Consideriamo che le parole della Comandante ci aggiornano e fanno luce sui complessi rapporti di forza dentro lo scenario della Siria post-Assad e ci ricordano la necessità di mantenere alto il livello di organizzazione attorno alle conquiste sociali della “Rivoluzione di Rojava”.

Rohilat Afrin: “Siamo al tavolo delle trattative grazie ai nostri propri sforzi”

Di Meghan Bodette e Aras Yussef, 11 dicembre 2025

Questa è un’intervista è del Kurdish Peace Institute di Qamishlo, che fornisce l pubblico informazioni concrete e radicate a livello locale su questioni critiche che riguardano la Siria nord-orientale, la regione e il mondo. L’intervista è stata tradotta dal curdo all’inglese e leggermente modificata per maggiore chiarezza. La traduzione dall’inglese è del Nodo Solidale. Link dell’articolo originale qui.

Kurdish Peace Institute: Grazie per il suo tempo e le sue riflessioni. Può presentarsi e spiegare il ruolo che le Unità di Difesa delle Donne (YPJ) svolgono nelle Forze Democratiche Siriane (SDF) e in Siria settentrionale e orientale in generale?

Rohilat Afrin: Sono Rohilat Afrin, comandante generale delle YPJ. Sono anche membro del comando generale delle SDF. Le YPJ esistono in qualche forma da quasi tredici anni, cioè per tutta la durata della rivoluzione del Rojava. Se vogliamo parlare in modo ufficiale, le YPJ esistono da 11, 12 anni.

Le YPJ sono diventate parte integrante della difesa della nostra società. Per la prima volta, un esercito di donne è stato in grado di opporsi a una forza invasora e oppressiva. Poiché l’YPJ si basa sul concetto di autodifesa, non c’è stata nessuna reazione sociale contro la partecipazione delle donne nelle forze armate. Questa società ha sempre avuto bisogno di difendersi. Se guardiamo alla storia, il popolo curdo e il popolo siriano hanno attraversato molte guerre, ma non si è mai sviluppata nessuna forza in grado di assumersi la responsabilità della difesa della loro terra e del loro paese. Certo, le persone sono andate a combattere e sono diventate soldati. Ma il servizio militare le ha separate da se stesse, dalla loro terra, dalla loro causa, dalla loro società. Hanno servito i regimi sotto cui vivevano.

L’YPJ è importante come forza armata, come modello e per il suo impatto sulla società. Perché qual è la necessità fondamentale delle donne in tutto il mondo? È l’autodifesa. L’YPJ si è organizzata inizialmente attorno a questa idea e a questo principio, non alle armi. Abbiamo scelto l’autodifesa come obiettivo, credendo nelle nostre conoscenze e capacità come donne.

L’esistenza dell’YPJ in Rojava, nel nord-est della Siria, è una boccata d’aria fresca per tutte le donne che soffrono nel XXI secolo. Non solo per le donne curde, non solo per le donne della nostra regione, ma per tutte le donne. In pochissimo tempo, il nostro modello, il nostro esercito e le nostre idee sono diventati noti in molti paesi stranieri. Non siamo mai state in America. Ma la nostra prospettiva ha raggiunto l’America. Non eravamo in Europa, ma la nostra prospettiva ha raggiunto l’Europa. Non eravamo in altre parti del Medio Oriente, ma la nostra prospettiva si è diffusa in tutta la regione. Nel XXI secolo, è diventato chiaro che le donne e la società avevano bisogno di qualcosa del genere. Questa necessità ha raggiunto tutte le donne.

La nostra società curda aveva una certa esperienza in questo senso. Molte delle nostre amiche, vicine, parenti erano andate a combattere, ad esempio, con lo YJA-STAR [il braccio armato femminile del PKK]. Questo già esisteva. Abbiamo aperto gli occhi in questo modo: dove è andata questa donna? Perché ha preso le armi? Posso dire che il livello di organizzazione militare delle donne in Kurdistan ha avuto un impatto su di noi. In particolare, abbiamo visto che ogni donna che ha lasciato la propria casa per combattere, che è andata in Iraq, in Turchia, lo ha fatto per difendere tutto il Kurdistan e tutto il popolo curdo.

Con la sua motivazione, la sua filosofia e la sua prospettiva di autodifesa, l’YPJ è stata in grado di chiudere la porta a un gruppo come l’ISIS durante gli anni più lunghi e bui della guerra in Siria. L’ISIS sembrava inarrestabile in tutto il mondo. Ma qui, una lotta condotta sotto la guida delle donne è riuscita a sconfiggere l’ISIS. Non è una cosa normale. Forse ci siamo abituate, perché viviamo in questa realtà, fa parte di ciò che siamo. Ma altrove è diventata una storia, una leggenda, un argomento di interesse. Come hanno fatto quelle donne a raggiungere questo risultato? Posso dirvi come.

Noi, come YPJ, non abbiamo iniziato con le armi. Voglio sottolineare questo fatto. Abbiamo iniziato con l’organizzazione. La nostra arma più grande all’inizio era la nostra organizzazione. Da due, tre, quattro donne, siamo diventate centinaia e centinaia.

All’inizio, abbiamo detto che noi donne dovevamo essere lì, nelle forze armate. Vedevamo dieci uomini, venti uomini, l’intera accademia militare, e tra loro c’erano forse quattro o sei donne. Non c’erano molte donne. Ma avevamo la convinzione che le donne dovevano essere lì e fare questo lavoro, che noi donne dovevamo unirci. E quando la società ha visto che avevamo un obiettivo, che avremmo fatto qualsiasi cosa per combattere e proteggere la nostra terra, la nostra gente, le nostre famiglie, ha iniziato a sostenerci.

Quindi, posso dire che l’YPJ, sia come esercito che come filosofia, ha raggiunto questo livello grazie alla sua capacità di organizzazione. Se non avesse avuto questa forza organizzativa, se non avesse avuto una base filosofica e teorica e non avesse scelto i leader giusti, forse non sarebbe potuto diventare l’esercito che è oggi. Queste cose sono fondamentali. Per diventare un esercito, servono un obiettivo e un’organizzazione. Nel XXI secolo, le donne di tutto il mondo stanno imparandodall’YPJ come difendersi. Siamo diventate un’ispirazione per tutte le donne, non solo per quelle del Kurdistan, del Rojava o della Siria. In ogni epoca, i popoli e le società hanno qualche tipo di esigenza e la leadership si sviluppa per soddisfarla. Ora possiamo dire che l’YPJ sta svolgendo questo ruolo per le donne.

Può fornire un esempio specifico dell’impatto delle forze composte esclusivamente da donne sulla sicurezza, la governance o la società? In altre parole, quali sono alcune delle cose che l’YPJ fa e che le unità maschili o miste non potrebbero fare o non farebbero altrettanto bene?

Le racconterò una storia che ho condiviso molte volte. Abbiamo aperto la nostra prima accademia femminile ad Afrin. Volevamo che le donne imparassero a difendersi in ogni modo possibile. Nel programma, ad esempio, abbiamo detto che le donne avrebbero dovuto allenarsi per imparare a conoscere la loro forza fisica. Le donne dovevano anche imparare la loro forza mentale, attraverso l’educazione politica e ideologica. E in terzo luogo, ci sarebbe stata l’educazione militare. Dovevano imparare a usare la tecnologia che avrebbero avuto a disposizione. Non abbiamo mai pensato di iniziare con le armi. Prima di imbracciare le armi, le donne dovevano capire la politica, l’ideologia e la filosofia.

Abbiamo riunito un gruppo di 30 o 35 donne. Tra loro c’era una madre che poteva avere 50 anni. Era di Amude. All’inizio abbiamo discusso tra noi se sarebbe stata in grado di partecipare a tutte le attività dell’accademia. Le abbiamo parlato e le abbiamo detto che avremmo dovuto rifiutarla: il programma era difficile, le condizioni dell’accademia erano dure e temevamo che potesse essere troppo per lei. Naturalmente, lei ci ha dato una lezione proprio lì. “Chi siete voi per cacciarmi da questa formazione!”, ha risposto.

La filosofia ci insegna che la prima cosa da fare è conoscere se stessi. Questa madre, che ci ha chiesto chi fossimo noi per fermarla, che ha detto che anche lei voleva imparare a combattere, sapeva chi era e quel giorno ha dato a tutti noi una lezione di autodifesa. Ha detto che non avrebbe lasciato l’accademia finché non avesse imparato a usare la sua arma e, con quella determinazione, non se ne è andata. La nostra forza e la nostra capacità organizzativa come YPJ derivano da donne come lei.

L’autodifesa è la parte più importante della civiltà. Non è necessaria solo quando una società è in guerra. Le minacce provengono dalla natura, dagli animali, da altre persone, da qualsiasi luogo: bisogna essere in grado di proteggere la propria società da qualsiasi pericolo. Oggi vediamo che le persone meno protette nella società sono le donne. Le donne subiscono violenza domestica, stupri, disuguaglianze e vengono sminuite quando chiedono la fine delle ingiustizie. Alcuni attacchi alle donne potrebbero non essere fisici, ma alla base della violenza fisica c’è l’idea che qualcuno sia inferiore. Se i tuoi diritti, il tuo corpo, la tua lingua, la tua cultura, la tua opinione vengono negati e ignorati, potresti essere attaccata.

L’YPJ ha ribaltato questo status quo. Noi diciamo che ovunque una donna subisca violenza – a casa sua, da criminali per strada, da una mentalità che nega alle donne la parità di umanità – deve essere in grado di difendersi. Abbiamo iniziato il nostro lavoro su questa base. E, naturalmente, in ultima analisi, se c’è un attacco da parte di un nemico straniero, anche lei deve prendere le armi e difendersi. Prima, le donne potevano lasciare le loro case e le loro comunità, lasciare questa regione e andare in altre parti del Kurdistan per combattere. Forse la loro lotta non ha avuto un grande impatto sulla comunità in generale. Ma le YPJ sono diverse. Abbiamo difeso la nostra società dall’interno. Non abbiamo aspettato che qualcuno venisse dall’esterno a salvarci. E naturalmente, se questo non fosse stato collegato a un’ideologia e a un obiettivo, non sarebbe stato possibile. Questo legame, questa base, è il motivo per cui nessuno è riuscito a distruggere la nostra organizzazione in 12 anni. Il ruolo delle YPJ è diventato evidente per la prima volta nella guerra contro l’ISIS e continua ancora oggi.

La caduta del regime nel 2024 e l’arrivo delle forze islamiste radicali hanno portato tutti a chiedersi: qual è il futuro delle YPJ? Non solo delle YPJ, ma anche della popolazione, di tutta la Siria settentrionale e orientale, del sistema autonomo locale. Come potremmo vivere sotto il loro dominio? Due sistemi molto diversi si sono ora confrontati in Siria. Uno è un sistema duro e fondamentalista. L’altro, la nostra amministrazione, si basa sulla volontà del nostro popolo.

Come lei descrive, la Siria è ora divisa tra due sistemi politici molto diversi. Questi due sistemi hanno lavorato per unirsi nel quadro dell’accordo di integrazione del 10 marzo 2025 firmato dal comandante in capo delle SDF Mazlum Abdi e dal presidente siriano Ahmed al-Sharaa. In generale, come stanno procedendo i colloqui di integrazione? Qual è il ruolo delle donne e delle strutture femminili in questi colloqui?

È passato un anno dalla caduta del regime. In questo periodo ci sono stati molti cambiamenti. Ancora una volta, persone innocenti sono diventate vittime della guerra. È passato un anno da quando gli sfollati di Afrin sono stati costretti a lasciare Shahba, per esempio. Lo Stato non è così scosso. Quando le persone vengono attaccate, uccise, costrette a migrare, lo Stato non ascolta.

Ora, la domanda più importante è questa. La forza che ora domina la Siria ha un passato come entità radicale che ha devastato e oppresso persone innocenti. Proviene dal jihadismo, da al-Qaeda. Da lì, dove è andata e dove andrà? Come è arrivata al potere? Chi l’ha sostenuta? Come è diventata così legittimata? Dobbiamo capirlo. Anche se, naturalmente, quando una forza diventa uno Stato, nessuno presta molta attenzione a ciò che poteva essere prima.

60 anni fa, in Siria è stato creato un sistema centralizzato. Il popolo siriano ha sofferto in ogni modo inimmaginabile a causa di questo sistema. Ora, con l’arrivo del governo di transizione di Sharaa, dobbiamo guardare a questa storia. Anche la comunità internazionale può valutare la situazione. Da parte nostra, come Siria del Nord e dell’Est, SDF e YPJ, abbiamo intrapreso molti dialoghi e negoziati. Il risultato più importante di questi impegni è stato l’accordo del 10 marzo. Questo accordo è stato raggiunto sul principio che questa società, questa componente, la sua lingua, la sua cultura, i suoi diritti e la sua esistenza saranno riconosciuti nella costituzione.

La garanzia più importante per qualsiasi società sono i diritti costituzionali. Se una comunità, un popolo, una lingua o una componente non sono riconosciuti dalla costituzione, la loro esistenza nel proprio paese è minacciata. Se non si ha alcuna presenza nelle assemblee e nei parlamenti, non si esiste.

Ci sono stati molti cambiamenti nel XXI secolo. Il governo di transizione stesso non nasconde ciò che era in passato. Prima lo Stato Islamico, poi Al-Qaeda, al-Nusra, poi HTS, e HTS è diventato un governo, uno Stato. Questo è un cambiamento, e non può essere solo superficiale. Il mondo deve crederci. Se vogliono allontanarsi da una storia così oscura e diventare i rappresentanti di una repubblica, allora devono riconoscere i diritti di tutte le componenti.

Per tredici anni abbiamo combattuto questa battaglia. Molte persone hanno dato la vita. Possiamo dire che c’è stato un cambiamento, che il vecchio sistema è stato distrutto, ma questo di per sé non è sufficiente. Siamo pronti a vivere in una Siria unificata, ma deve essere una Siria democratica. Questa Siria democratica deve proteggere i diritti di tutti i suoi popoli: curdi, arabi, siriaci, musulmani, cristiani, drusi. E la migliore garanzia di questa protezione è il riconoscimento di tutte le componenti nella costituzione. L’integrazione parte da qui.

All’inizio hanno detto che ogni soldato delle SDF avrebbe dovuto arruolarsi nell’esercito, uno per uno. Ma le SDF non possono arruolarsi in questo esercito come individui. Abbiamo detto loro: va bene, siamo pronti ad arruolarci nell’esercito, ma in quale esercito volete che ci arruoliamo? Esiste qualcosa che si chiama esercito in Siria? No! Ci sono più di 100 milizie. Ognuno forma il proprio gruppo e gli dà un nome. Abu Amsha ha una milizia, Abu Shaqra ha una milizia, Hamzat ha una milizia. Si può chiamare un esercito?

In tutta la Siria, l’unico esercito che ha una struttura, esperienza e capacità è l’SDF. Per tredici anni, questa forza ha combattuto contro l’ISIS, contro le potenze straniere che ci hanno attaccato. Noi diciamo che l’SDF può essere un modello per l’esercito siriano. Perché questo dovrebbe danneggiare la Siria? Non danneggerà affatto l’unità della Siria. Le SDF sono qui oggi, ma domani potremmo proteggere Damasco. Potremmo proteggere Aleppo, Suwayda o la costa. Il modello delle SDF può essere un modello per il nuovo esercito siriano. Quando diciamo questo, non stiamo dicendo che la Siria dovrebbe essere divisa o che vogliamo vivere separatamente. Non diciamo che dobbiamo essere indipendenti. Quello che chiediamo è una Siria democratica che riconosca i diritti di tutte le sue componenti.

Per quanto riguarda l’integrazione, abbiamo iniziato insieme, ma non abbiamo ancora raggiunto un accordo. Recentemente, ci sono state alcune discussioni su come potremmo organizzarci come parte del nuovo esercito. Ma la questione fondamentale sono le garanzie costituzionali. Quando le avremo, potremo parlare delle SDF, delle nostre istituzioni, di tutto.

Il tempo in cui viviamo richiede che tutti cambino se stessi. In Siria, il vecchio sistema è caduto. Non viviamo più nell’era pre-2011. Quando Assad era al potere, aveva uno Stato centralizzato. Quello Stato è stato distrutto. Se lo stesso sistema centralizzato cerca di ricostruirsi con un colore diverso, non si tratta di un vero cambiamento.

Tutto questo per dire che sì, i negoziati sono in corso, ma non abbiamo ancora concordato misure concrete da adottare insieme. Al tavolo delle trattative tutto viene approvato, ma una volta alzati dal tavolo la situazione rimane quella di prima. Lo vediamo in particolare dal lato del governo di transizione. Lasciatemi ripetere: il nostro obiettivo non è la divisione della Siria. Il nostro obiettivo è una Siria democratica. Se guardate le SDF, vedrete che hanno costruito un esercito che include tutte le componenti. Anche le YPJ sono così. Donne di tutte le componenti siriane hanno aderito alle YPJ. Possiamo mettere questa esperienza al servizio di tutta la società siriana. Ad esempio, quando l’ISIS era a Deir Ezzor, non abbiamo detto: “Deir Ezzor è una regione araba, non ci andremo”. Abbiamo combattuto l’ISIS ovunque andasse e abbiamo dato migliaia di martiri per farlo. Raqqa non è nemmeno una città curda. Le nostre forze, le nostre idee e i nostri obiettivi hanno unito persone di tutte le componenti e abbiamo protetto insieme tutta la Siria settentrionale e orientale.

Lei ha detto che alcuni punti sono stati discussi nei colloqui sull’integrazione, ma non sono ancora stati messi in pratica. Vorremmo chiedere quale sia lo status dell’YPJ in questo contesto. Alcune fonti hanno affermato che il governo di transizione è disposto a consentire alle YPJ di entrare a far parte dell’esercito come brigata speciale. Altre fonti suggeriscono che gli Stati Uniti abbiano appoggiato la posizione delle SDF sull’integrazione delle YPJ. Queste affermazioni sono accurate? E cosa può dirci sulle condizioni delle YPJ per la partecipazione al nuovo esercito?

Dalla caduta del regime ad oggi, le forze della coalizione hanno svolto un ruolo di mediazione. Nessuno può negarlo. Molti dialoghi hanno avuto luogo grazie alla loro mediazione. Ma siamo al tavolo delle trattative grazie ai nostri risultati. I nostri successi, la nostra forza e il nostro potere, lo sforzo di questa società: senza tutto questo, non saremmo qui a negoziare. Per anni abbiamo avuto un rapporto con la Coalizione nel contesto della nostra lotta comune contro l’ISIS. Questo ha creato una vera amicizia e comprensione. Ma sono stati i risultati di questa rivoluzione a portarci al tavolo delle trattative.

Noi, in particolare come YPJ, siamo presenti ai negoziati grazie a ciò che abbiamo realizzato. Tutti ci dicevano che non sarebbe stato possibile, che non ci avrebbero accettato. Ma non stiamo negoziando a titolo personale. Portiamo con noi i risultati di una rivoluzione. Chi siede di fronte a noi può vederlo.

Per questo motivo – e forse l’ho già detto prima – il cambiamento è una condizione del nostro tempo. Questo regime deve cambiare se stesso. Ora tutti ci chiedono se siamo state accettate perché siamo al tavolo delle trattative. Senza questa esperienza, senza questi risultati, non saremmo nemmeno entrate nella stanza. Non crediamo di meritare di essere al tavolo solo perché siamo donne. Ma se facciamo parte di questa rivoluzione, perché non dovremmo partecipare ai negoziati? Abbiamo partecipato dall’inizio alla fine. È un diritto perfettamente naturale.

Non voglio entrare nel merito della questione delle brigate e delle divisioni, perché si tratta di una conversazione, non di un accordo. Non sarebbe appropriato da parte mia dire qualcosa di concreto in questo momento. Ma abbiamo avanzato l’idea che le YPJ dovrebbero mantenere la loro autonomia. Oggi non siamo nemmeno completamente integrate nelle SDF. Naturalmente, quando c’è un interesse generale, se questa terra è sotto attacco, lavoreremo insieme per servire il nostro popolo. Ma per il resto, abbiamo il nostro comando, i nostri centri, le nostre istituzioni, e ci organizziamo e ci formiamo al loro interno. In questo modo, proteggiamo la nostra autonomia. Chi prende le decisioni e apporta cambiamenti istituzionali nelle nostre forze è il Comando delle donne. Il Comando generale delle SDF non può cambiare questo. Il generale Mazlum sarà anche il comandante generale delle SDF, ma non può costringermi a fare nulla. Non può apportare cambiamenti nelle nostre forze femminili né mandarmi in una posizione diversa. Chi può farlo? Il Comando delle donne. Questo significa che proteggiamo la nostra autonomia e libertà. Tutti devono saperlo.

La nostra visione come YPJ è che dobbiamo difendere questo status. Dobbiamo avere un posto nel sistema militare. Ci organizziamo sia orizzontalmente che verticalmente. Ad esempio, abbiamo anche una forza sociale, ci organizziamo anche nella vita civile. Esistiamo come forza autonoma all’interno della struttura delle SDF, ma ci sono donne anche in unità delle SDF non appartenenti alla YPJ: non è un esercito solo per uomini.

Per tredici anni abbiamo difeso questo Paese, ma nessuno a Homs, Hama, Suwayda o sulla costa aveva mai sentito parlare di noi. Tutti fuori dalla Siria, negli Stati Uniti, in Russia, in Europa, sapevano dell’esistenza delle YPJ, ma purtroppo, all’interno della Siria, le donne siriane non ci conoscevano. Ora che il regime è caduto, le donne di tutta la Siria possono vederci e molte vogliono organizzarsi come noi. Quindi, le YPJ si proteggeranno come forza femminile autonoma nel nord-est della Siria. Quando raggiungeremo un accordo con Damasco, le YPJ potranno svolgere un ruolo per tutta la Siria. Ma manterremo il nostro status speciale. Non rinunceremo alla nostra esistenza e alla nostra organizzazione. La necessità di autodifesa non scompare solo perché ci stiamo avvicinando alla pace. Forse non avremo più a che fare con lo stesso nemico, ma potrebbero esserci degli attacchi. Bisogna essere pronti. Soprattutto le donne: le donne non possono permettersi di rinunciare alla capacità di autodifesa, né in tempo di guerra né in tempo di pace. Questa è la nostra opinione come YPJ.

Lei stessa ha partecipato ai colloqui di integrazione con Damasco. Molti alti funzionari del governo di transizione provengono da un background islamista radicale, mentre lei rappresenta un movimento radicale per l’autodeterminazione e la liberazione delle donne. Come si comportano nei confronti di te e delle altre donne leader delle delegazioni della Amministrazione Autonoma Democratica del Nord ed Est di Siria (DAANES) e SDF? Pensi che l’esperienza di negoziare con le donne della DAANES e della SDF possa cambiare la loro visione del ruolo delle donne nella nuova Siria?

Stanno cercando di cambiare la loro immagine. Di conseguenza, quando interagiscono con noi, non succede nulla di insolito. Tutto rientra nel normale protocollo. Quando li salutiamo, ad esempio, alcuni ci stringono la mano e altri no. Da questo, come donne possiamo capire che provengono da un contesto piuttosto rigido. In definitiva, però, c’è un approccio molto pragmatico che ha un impatto sulle discussioni e sulla situazione generale. Si nota un ammorbidimento nella loro retorica quando discutiamo con loro. Ma nella pratica, dove non cambia nulla, si nota il loro radicalismo. Ci hanno fatto molte richieste che abbiamo soddisfatto. Più recentemente, sulla questione dell’integrazione militare, abbiamo presentato loro nomi e idee. Nei media ci accusano di ostacolare i colloqui. Ma in realtà sono loro che rallentano i negoziati e si rifiutano di rispondere alle nostre proposte.

Se questo governo riuscirà a credere nell’esistenza di tutte le fedi, le lingue e le comunità siriane, se riuscirà a rendersi conto che questo pluralismo esiste, allora la Siria potrà diventare un paese democratico. Molti siriani arabi sunniti, che costituiscono la maggioranza del Paese, non accettano questa mentalità esclusiva. Non è solo una questione che riguarda le minoranze religiose o etniche. Se il governo di transizione riuscirà a cambiare se stesso e ad accettare le realtà del XXI secolo e le esigenze della società, la Siria vivrà in pace. Se non riuscirà a cambiare, vedrà solo crisi più gravi.

Vorrei dire una cosa importante: questo governo non è completamente indipendente. Ci sono molti paesi stranieri che vogliono influenzare i colloqui sull’integrazione. Non voglio nominarli qui. Se la Siria deve essere un paese per tutti i siriani, queste forze straniere dovrebbero smettere di cercare di influenzare i negoziati. Lasciamo che il governo di transizione condivida le proprie opinioni, libero dall’influenza di punti di vista esterni. È chiaro che il governo è sotto pressione da parte delle forze straniere. Senza questo, un accordo sarebbe stato più facile.

Noi [i predecessori delle SDF e del governo di transizione] abbiamo combattuto gli uni contro gli altri nel 2012 e nel 2013, ma oggi stiamo dialogando. Non è una novità nel mondo. Coloro che combattono le guerre più brutali gli uni contro gli altri si riuniscono per negoziare la pace.

In molti paesi europei, come la Svizzera, molti popoli vivono insieme e ogni popolo ha i propri diritti. A volte possono essere meno di un milione, ma ottengono comunque i loro diritti. Perché la Siria non potrebbe farlo? Quale danno causerebbe che lo renderebbe impossibile? Questo governo deve ascoltare la voce del popolo, non le influenze straniere. In questo modo, possiamo costruire insieme una Siria pacifica e democratica.

Molti qui dicono che Jabhat al-Nusra si sarebbe rifiutato di parlare con i combattenti dell’YPJ durante gli scontri e i negoziati del 2012-2013 a cui lei ha accennato; secondo quanto riferito, avrebbero chiesto di negoziare con gli uomini. Cosa può dirci al riguardo?

Sì, è vero, all’epoca non volevano parlare con noi. Ora, a causa di tutto ciò che è cambiato, devono farlo.

Ma sapete, anche nel 2012, quando ero ad Afrin, mi sono seduta con loro in più di un’occasione. Ovviamente era segreto, ma abbiamo dialogato, anche se alla fine loro preferivano parlare con gli uomini.

C’è qualcos’altro che vorrebbe aggiungere?

In qualsiasi paese, rivoluzione o processo di pace, se le donne non sono presenti, non è possibile trovare una soluzione.

La nostra rivoluzione lo ha dimostrato. Le donne che non potevano uscire di casa senza permesso ora possono fare politica, diplomazia, lavoro culturale. Questa libertà prima non esisteva. Ma la nostra mentalità e il nostro sistema hanno creato vera fiducia e convinzione. La leadership delle donne è l’aspetto di questa rivoluzione che ha suscitato maggiore interesse. Sia in guerra che in diplomazia, se le donne organizzate non sono presenti, non raggiungeremo una soluzione.

Il XXI secolo sarà il secolo delle donne e le soluzioni ai suoi problemi possono essere trovate con la leadership delle donne. In un luogo in cui le donne possono organizzarsi e guidare, il successo è possibile. Ma i luoghi in cui l’esistenza, le voci e le opinioni delle donne sono negate sono destinati alla distruzione.

La nostra rivoluzione ha raggiunto oggi un certo livello. Domani molte cose potrebbero cambiare. Potrebbe esistere con un nome diverso o un sistema diverso. I nostri obiettivi non cambieranno, ma molte cose che sono esistite fino ad oggi potrebbero apparire molto diverse. Perché questo processo, questo momento, questo secolo sono una fase di cambiamento. Ma ciò che è importante è che non deviamo dal percorso di coloro che si sono battuti per la democrazia, il pluralismo e tutti i nostri valori.

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Las YPJ en la Siria de hoy

Proponemos la traducción de esta reciente entrevista a Rohilat Afrin, Comandanta General de las Unidades de Defensa de las Mujeres (YPJ), una de las vértebras más importantes del extraordinario proceso político de la Administración Autónoma del Norte y Este de Siria. Consideramos que las palabras de la Comandanta nos ponen al día y arrojan luz sobre las complejas relaciones de poder en el escenario de la Siria post-Assad, y nos recuerdan la necesidad de mantener un alto nivel de organización en torno a los logros sociales de la «Revolución de Rojava».

Rohilat Afrin: «Estamos en juego gracias a nuestros propios esfuerzos»

Por Meghan Bodette y Aras Yussef, 11 de diciembre de 2025

Esta entrevista es un producto del Instituto Kurdo para la Paz en Qamishlo, que proporciona a los responsables políticos y al público información práctica y con arraigo local sobre cuestiones críticas a las que se enfrentan el noreste de Siria, la región y el mundo. La entrevista ha sido traducida del kurdo al inglés y ligeramente editada para mayor claridad. Traducción al español de Nodo Solidale.

Instituto Kurdo para la Paz: Gracias por su tiempo y sus opiniones. ¿Puede presentarse y explicar el papel que desempeñan las Unidades de Defensa de las Mujeres (YPJ) en las Fuerzas Democráticas Sirias (SDF) y en el norte y el este de Siria en general?

Rohilat Afrin: Soy Rohilat Afrin, comandante general de las YPJ. También soy miembro del mando general de las SDF. Las YPJ llevan existiendo de alguna forma desde hace casi trece años, es decir, desde el inicio de la Revolución de Rojava. Si queremos hablar oficialmente, las YPJ llevan existiendo desde hace 11 o 12 años.

Las YPJ se convirtieron en parte de la defensa de nuestra sociedad. Por primera vez, un ejército de mujeres fue capaz de plantar cara a una fuerza invasora y opresora. Dado que las YPJ se basan en el concepto de autodefensa, no hubo ninguna reacción social contra la participación de las mujeres en las fuerzas armadas. Esta sociedad siempre ha necesitado la capacidad de defenderse. Si miramos la historia, el pueblo kurdo y el pueblo sirio han pasado por muchas guerras, pero nunca se desarrolló ninguna fuerza que pudiera asumir la responsabilidad de la defensa de su tierra y su país. Ciertamente, la gente se alistó y se convirtió en soldados. Pero el servicio militar los separó de sí mismos, de su tierra, de su causa, de su sociedad. Sirvieron a los regímenes bajo los que vivían.

La YPJ es importante como fuerza armada, como modelo y por su impacto en la sociedad. Porque, ¿cuál es la necesidad más fundamental de las mujeres en todo el mundo? La autodefensa. La YPJ se organizó inicialmente en torno a esta idea y este principio, no en torno a las armas. Elegimos la autodefensa como objetivo, con la convicción de nuestro conocimiento y nuestra capacidad como mujeres.

La existencia de las YPJ en Rojava, en el noreste de Siria, es un soplo de aire fresco para todas las mujeres que sufren en el siglo XXI. No solo para las mujeres kurdas, no solo para las mujeres de nuestra región, sino para todas las mujeres. En muy poco tiempo, nuestro modelo, nuestro ejército y nuestras ideas se dieron a conocer en muchos países extranjeros. Nunca estuvimos en Estados Unidos. Pero nuestra perspectiva ha llegado a Estados Unidos. No estuvimos en Europa, pero nuestra perspectiva llegó a Europa. No estuvimos en otras partes de Oriente Medio, pero nuestra perspectiva se ha extendido por toda la región. En el siglo XXI, quedó claro que las mujeres y la sociedad necesitaban algo así. Esta necesidad llegó a todas las mujeres.

Nuestra sociedad kurda tenía cierta experiencia en esto. Muchas de nuestras amigas, vecinas y parientes habían ido a luchar, por ejemplo, con las YJA-STAR [el brazo armado femenino del PKK]. Esto existía. Abrimos los ojos a ello de esta manera: ¿A dónde fue esta mujer? ¿Por qué tomó las armas? Puedo decir que el nivel de organización militar de las mujeres en Kurdistán tuvo un impacto en nosotras. En particular, vimos que cada mujer que abandonó su hogar para luchar, que se fue a Irak, a Turquía, lo hizo para defender todo el Kurdistán y a todo el pueblo kurdo.

Con su motivación, su filosofía y su perspectiva de autodefensa, las YPJ lograron cerrar la puerta a un grupo como el ISIS durante los años más largos y oscuros de la guerra en Siria. El ISIS parecía imparable en todo el mundo. Pero aquí, una lucha librada bajo el liderazgo de las mujeres fue capaz de derrotar al ISIS. Esto no es algo normal. Quizás nos hemos acostumbrado a ello, porque vivimos en esta realidad, es parte de lo que somos. Pero en otros lugares, se convirtió en una historia, una leyenda, un tema de interés. ¿Cómo lo lograron esas mujeres? Puedo decirles cómo.

Nosotras, como YPJ, no empezamos con armas. Quiero destacar este hecho. Empezamos con la organización. Nuestra mayor arma al principio fue nuestra organización. De dos, tres, cuatro mujeres, pasamos a ser cientos y cientos.

Al principio, dijimos que las mujeres teníamos que estar allí, en las fuerzas armadas. Veíamos a diez hombres, veinte hombres, toda la academia militar, y entre ellos éramos quizás cuatro o seis mujeres. No había muchas mujeres en absoluto. Pero teníamos la convicción de que las mujeres teníamos que estar allí y hacer este trabajo, que nosotras, como mujeres, teníamos que unirnos. Y cuando la sociedad vio que teníamos un objetivo, que haríamos cualquier cosa para luchar por proteger nuestra tierra, nuestro pueblo, nuestras familias, empezaron a apoyarlo.

Así que puedo decir que las YPJ, tanto como ejército como filosofía, alcanzaron este nivel gracias a su capacidad de organización. Si no hubieran tenido esta fuerza organizativa, si no hubieran tenido una base filosófica y teórica, y si no hubieran elegido a los líderes adecuados, quizá no se habrían convertido en el ejército que son hoy. Estas cosas son fundamentales. Para convertirse en un ejército, se necesita un objetivo y una organización. En el siglo XXI, las mujeres de todo el mundo están aprendiendo a defenderse gracias a las YPJ. Nos hemos convertido en una inspiración para todas las mujeres, no solo para las de Kurdistán, Rojava o Siria. En cada época, los pueblos y las sociedades tienen algún tipo de necesidad y se desarrolla un liderazgo para satisfacerla. Ahora, podemos decir que las YPJ están desempeñando ese papel para las mujeres.

¿Puede dar un ejemplo concreto del impacto de las fuerzas exclusivamente femeninas en la seguridad, la gobernanza o la sociedad? Es decir, ¿qué cosas hace la YPJ que las unidades masculinas o mixtas no podrían hacer o no harían tan bien?

Le contaré una historia que he compartido muchas veces. Abrimos nuestra primera academia para mujeres en Afrin. Queríamos que las mujeres aprendieran a defenderse en todos los aspectos. En el programa, por ejemplo, dijimos que las mujeres tendrían que hacer ejercicio para desarrollar su fuerza física. Las mujeres también tenían que aprender a desarrollar su fuerza mental a través de la educación política e ideológica. Y, en tercer lugar, habría educación militar. Tenían que aprender a utilizar la tecnología que tendrían en sus manos. Nunca se nos ocurrió empezar con las armas. Antes de tomar las armas, las mujeres tenían que comprender la política, la ideología y la filosofía.

Reunimos a un grupo de entre 30 y 35 mujeres. Entre ellas había una madre que debía de tener unos 50 años. Era de Amude. Al principio, discutimos entre nosotros si sería capaz de participar en todas las actividades de la academia. Hablamos con ella y le dijimos que tendríamos que rechazarla: el programa era difícil, las condiciones en la academia eran duras y nos preocupaba que fuera demasiado para ella. Por supuesto, ella nos dio una lección allí mismo. «¡Quiénes son ustedes para echarme de esta formación!», respondió.

La filosofía nos dice que lo primero que hay que hacer es conocerse a uno mismo. Esta madre, que nos preguntó quiénes éramos nosotros para detenerla, que dijo que ella también quería aprender a luchar, sabía quién era, y ese día nos dio a todas una lección de autodefensa. Dijo que no se iría de la academia hasta que aprendiera a usar su arma, y con esa determinación, no se fue. Nuestra fuerza y capacidad organizativa como YPJ proviene de mujeres como ella.

La autodefensa es la parte más importante de la civilización. No solo es necesaria cuando una sociedad está en guerra. Las amenazas provienen de la naturaleza, de los animales, de otras personas, de cualquier lugar; hay que ser capaz de proteger a la sociedad de cualquier peligro. Hoy en día, vemos que las personas menos protegidas de la sociedad son las mujeres. Las mujeres se enfrentan a la violencia doméstica, a las violaciones, a la desigualdad, y se las menosprecia cuando piden que se ponga fin a la injusticia. Algunos ataques contra las mujeres pueden no ser físicos, pero la base de la violencia física es la idea de que alguien es inferior. Si se niegan e ignoran tus derechos, tu cuerpo, tu idioma, tu cultura, tu opinión, puedes ser atacada.

Las YPJ han cambiado ese status quo. Decimos que, dondequiera que una mujer se enfrente a la violencia —en su casa, por parte de delincuentes en la calle, por parte de una mentalidad que niega a las mujeres la igualdad humana—, debe poder defenderse.

Empezamos nuestro trabajo sobre esta base. Y, por supuesto, en última instancia, si hay un ataque de un enemigo extranjero, también debe tomar las armas y defenderse. Antes, las mujeres podían haber abandonado sus hogares y comunidades, haber dejado esta región y haberse ido a otras partes del Kurdistán para luchar. Quizás su lucha no tuvo tanto impacto en la comunidad en general. Pero las YPJ son diferentes. Defendimos nuestra sociedad desde adentro. No esperamos a que nadie viniera de fuera a salvarnos. Y, por supuesto, si esto no estuviera conectado con una ideología y un objetivo, no habría sido posible. Esta conexión, esta base, es la razón por la que nadie ha podido destruir nuestra organización en 12 años. El papel de las YPJ se hizo evidente por primera vez en la guerra contra el ISIS y ha continuado hasta hoy.

La caída del régimen de Assad en Siria en 2024 y la llegada de fuerzas islamistas radicales hicieron que todo el mundo se preguntara: ¿cuál es el futuro de las YPJ? No solo las YPJ, sino también el pueblo, todo el norte y el este de Siria, el sistema autónomo de aquí. ¿Cómo podríamos vivir bajo su dominio? Ahora se enfrentan en Siria dos sistemas muy diferentes. Uno es un sistema duro y fundamentalista. El otro, nuestra administración, se basa en la voluntad de nuestro pueblo.

Tal y como lo describes, Siria está ahora dividida entre dos sistemas políticos muy diferentes. Estos dos sistemas han estado trabajando para unirse bajo el marco del acuerdo de integración del 10 de marzo de 2025 firmado por el comandante en jefe de las SDF, Mazlum Abdi, y el presidente sirio, Ahmed al-Sharaa. En general, ¿cómo avanzan las conversaciones de integración? ¿Cuál es el papel de las mujeres y las estructuras de mujeres en ellas?

Ha pasado un año desde la caída del régimen. Ha habido muchos cambios en ese tiempo. Una vez más, personas inocentes se convirtieron en víctimas de la guerra. Por ejemplo, ha pasado un año desde que los desplazados de Afrin fueron expulsados de Shahba. El Estado no se ve tan afectado. Cuando la gente es atacada, asesinada, obligada a emigrar, el Estado no escucha.

Ahora, la gran pregunta es esta. La fuerza que ahora domina Siria tiene un pasado como entidad radical que devastó y oprimió a personas inocentes. Proviene del yihadismo, de Al Qaeda. A partir de ahí, ¿adónde ha ido y adónde irá? ¿Cómo llegó al poder? ¿Quién la apoyó? ¿Cómo se ha legitimado tanto?

Tenemos que entender esto. Aunque, por supuesto, cuando cualquier fuerza se convierte en un Estado, nadie presta mucha atención a lo que pudo haber sido antes. Hace 60 años, se creó un sistema centralizado en Siria. El pueblo sirio sufrió de todas las formas imaginables a causa de este sistema. Ahora, con la llegada del gobierno de transición de Sharaa, debemos examinar esta historia.

La comunidad internacional también puede evaluar la situación. Por nuestra parte, como Siria del Norte y del Este, las SDF y las YPJ, hemos participado en muchos diálogos y negociaciones. El resultado más importante de estos compromisos fue el “Acuerdo del 10 de Marzo”. Este acuerdo se alcanzó sobre la base del principio de que esta sociedad, este componente, su lengua, su cultura, sus derechos y su existencia serán reconocidos en la Constitución.

La garantía más importante para cualquier sociedad son los derechos constitucionales. Si una comunidad, un pueblo, una lengua o un componente no están reconocidos por la Constitución, su existencia en su país se ve amenazada. Si no tienes presencia en las asambleas y los parlamentos, no existes.

Ha habido muchos cambios en el siglo XXI. El propio gobierno de transición no oculta lo que solía ser. Primero fue el Estado Islámico, luego Al Qaeda, Al Nusra, luego HTS, y HTS llegó a convertirse en un gobierno, un Estado. Eso es un cambio, y es un cambio que no puede ser meramente cosmético. El mundo debe creerlo. Si quieren alejarse de una historia tan oscura y convertirse en los representantes de una república, entonces tienen que reconocer los derechos de todos los componentes.

Durante trece años hemos librado esta lucha. Muchas personas han dado su vida. Podemos decir que ha habido un cambio, que el antiguo sistema ha sido destruido, pero eso por sí solo no es suficiente. Estamos preparados para vivir en una Siria unificada, pero debe ser una Siria democrática. Esta Siria democrática debe proteger los derechos de todos sus pueblos: kurdos, árabes, sirios, musulmanes, cristianos, drusos. Y la mejor garantía de esta protección es el reconocimiento de todos los componentes en la Constitución. La integración comienza aquí.

Al principio, dijeron que cada soldado de las SDF debía unirse al ejército uno por uno. Pero las SDF no pueden unirse a este ejército como individuos. Les dijimos: «De acuerdo, estamos dispuestos a unirnos al ejército, pero ¿a qué ejército quieren que nos unamos? ¿Existe algo llamado ejército en Siria? ¡No! Hay más de 100 milicias. Cada uno forma su grupo y le da un nombre. Abu Amsha tiene una milicia, Abu Shaqra tiene una milicia, Hamzat tiene una milicia. ¿Se puede llamar a eso un ejército?

En toda Siria, el único ejército que tiene estructura, experiencia y capacidades es el SDF. Durante trece años, esta fuerza luchó contra el ISIS, contra las potencias extranjeras que nos atacaron. Decimos que el SDF puede ser un modelo para el ejército sirio. ¿Por qué eso perjudicaría a Siria? No perjudicará en absoluto la unidad de Siria. Las SDF están aquí hoy, pero mañana podríamos proteger Damasco. Podríamos proteger Alepo, Suwayda o la costa. El modelo de las SDF puede ser un modelo para el nuevo ejército sirio. Cuando decimos esto, no estamos diciendo que Siria deba dividirse o que queramos vivir separados. No decimos que tengamos que ser independientes. Lo que pedimos es una Siria democrática que reconozca los derechos de todos sus componentes.

En cuanto a la integración, empezamos juntos, pero aún no hemos llegado a un acuerdo. Recientemente, hubo algunos debates sobre cómo podríamos organizarnos como parte del nuevo ejército. Pero la cuestión fundamental son las garantías constitucionales. Cuando las tengamos, podremos hablar de las SDF, de nuestras instituciones, de todo.

La época en la que vivimos exige que todos cambien. En Siria, el antiguo sistema cayó. Ya no vivimos en la era anterior a 2011. Cuando Assad estaba en el poder, tenía un Estado centralizado. Ese Estado fue destruido. Si el mismo sistema centralizado intenta reconstruirse con un color diferente, eso no es un cambio real.

Todo esto quiere decir que sí, se están llevando a cabo negociaciones, pero aún no hemos acordado medidas prácticas que tomar juntos. Sobre la mesa, todo está aprobado, pero una vez que nos levantamos de la mesa, la situación sigue siendo la misma. Lo vemos especialmente por parte del gobierno de transición. Permítanme repetirlo: nuestro objetivo no es la división de Siria. Nuestro objetivo es una Siria democrática. Si se fijan en las SDF, verán que han creado un ejército que incluye a todos los componentes. Las YPJ también son así. Mujeres de todos los componentes sirios se han unido a las YPJ. Podemos poner esta experiencia al servicio de toda la sociedad siria. Por ejemplo, cuando el ISIS estaba en Deir Ezzor, no dijimos «Deir Ezzor es una región árabe, no iremos allí». Luchamos contra el ISIS dondequiera que fuera y dimos miles de mártires por hacerlo. Raqqa tampoco es una ciudad kurda. Nuestras fuerzas, nuestras ideas y nuestros objetivos unieron a personas de todos los componentes y protegimos juntos todo el norte y el este de Siria.

Usted ha dicho que algunos puntos se han debatido en las conversaciones de integración, pero aún no se han puesto en práctica. Nos gustaría preguntarle sobre la situación de las YPJ en este contexto. Algunas fuentes han afirmado que el Gobierno de transición está dispuesto a permitir que las YPJ se unan al ejército como brigada especial. Otras afirmaciones sugieren que Estados Unidos ha respaldado la posición de las SDF sobre la integración de las YPJ. ¿Son ciertas estas afirmaciones? ¿Y qué puede decirnos sobre las condiciones de las YPJ para participar en el nuevo ejército?

Desde la caída del régimen hasta hoy, las fuerzas de la Coalición han desempeñado un papel mediador.

Nadie puede negarlo. Se han celebrado muchos diálogos con su mediación. Pero estamos en la mesa gracias a nuestros propios logros. Nuestros éxitos, nuestra fuerza y nuestro poderío, el esfuerzo de esta sociedad… Sin eso, no estaríamos en estas negociaciones. Durante años, hemos mantenido una relación con la Coalición en el contexto de nuestra lucha conjunta contra el ISIS. Esto ha creado una verdadera amistad y comprensión. Pero los logros de esta revolución son los que nos han llevado a la mesa.

Nosotros, como YPJ en particular, estamos presentes en las negociaciones gracias a lo que hemos logrado. Todos nos decían que no sería posible, que no nos aceptarían. Pero no estamos negociando a título personal. Traemos con nosotros los logros de una revolución. Los que se sientan frente a nosotros pueden verlo. Por esta razón, y tal vez ya lo haya dicho antes, el cambio es una condición de nuestro tiempo. Este régimen tiene que cambiar. Ahora, todo el mundo nos pregunta si nos han aceptado porque estamos en la mesa. Sin esta experiencia, sin estos logros, ni siquiera habríamos llegado a la sala. No creemos que merezcamos estar en la mesa solo por ser mujeres. Pero si formamos parte de esta revolución, ¿por qué no íbamos a formar parte de las negociaciones? Hemos participado desde el principio hasta el final. Es un derecho perfectamente natural. No quiero entrar en el tema de las brigadas y las divisiones, porque eso es una conversación, no un acuerdo. No sería apropiado que dijera nada concreto ahora. Pero hemos planteado la idea de que las YPJ deben mantener su autonomía. Hoy en día, ni siquiera estamos totalmente integradas en las SDF. Por supuesto, cuando hay un interés general, si esta tierra es atacada, trabajaremos juntas para servir a nuestro pueblo. Pero, por lo demás, tenemos nuestro propio mando, nuestros propios centros, nuestras propias instituciones, y nos organizamos y educamos dentro de ellas. De esta manera, protegemos nuestra autonomía. Las que toman las decisiones y los cambios institucionales en nuestras fuerzas son el Mando de las Mujeres. El Mando General de las SDF no puede cambiar esto. El general Mazlum puede ser el comandante general de las SDF, pero no puede obligarme a hacer nada. No puede hacer ningún cambio en nuestras fuerzas femeninas ni enviarme a un puesto diferente. ¿Quién puede hacerlo? El Mando de las Mujeres. Esto significa que protegemos nuestra autonomía y libertad. Todo el mundo tiene que saberlo. Nuestra opinión como YPJ es que debemos defender este estatus. Debemos tener un lugar en el sistema militar. Nos organizamos tanto horizontal como verticalmente. Por ejemplo, también tenemos una fuerza social, nos organizamos en la vida civil. Existimos como una fuerza autónoma dentro de la estructura de las SDF, pero también hay mujeres en unidades de las SDF que no pertenecen a la YPJ; no es un ejército solo para hombres. Durante trece años hemos defendido este país, pero nadie en Homs, Hama, Suwayda o la costa había oído hablar de nosotras. Todo el mundo fuera de Siria, en Estados Unidos, Rusia, Europa, sabía que existía la YPJ, pero, por desgracia, dentro de Siria, las mujeres sirias no nos conocían. Pero ahora que el régimen ha caído, las mujeres de todas las partes de Siria pueden vernos y muchas quieren organizarse como nosotras. Por lo tanto, las YPJ se protegerán a sí mismas como una fuerza femenina autónoma en el noreste de Siria. Cuando lleguemos a un acuerdo con Damasco, las YPJ podrán desempeñar un papel en toda Siria. Pero mantendremos nuestro estatus especial. No renunciaremos a nuestra existencia ni a nuestra organización. La necesidad de autodefensa no desaparece solo porque nos acerquemos a la paz. Quizás no volvamos a enfrentarnos al mismo enemigo, pero podría haber ataques. Hay que estar preparadas. Especialmente las mujeres: las mujeres no pueden permitirse prescindir de la capacidad de autodefensa, ni en tiempos de guerra ni en tiempos de paz. Esta es nuestra opinión como YPJ.

Usted misma ha participado en las conversaciones de integración con Damasco. Muchos altos funcionarios del gobierno de transición provienen de un entorno islamista radical, mientras que usted representa un movimiento radical por la autodeterminación y la liberación de las mujeres. ¿Cómo se dirigen a usted y a otras mujeres líderes de las delegaciones de DAANES y SDF? ¿Cree que la experiencia de negociar con mujeres de DAANES y SDF podría estar cambiando su opinión sobre el papel de la mujer en la nueva Siria?

Están tratando de cambiar su imagen. Como resultado, cuando se relacionan con nosotras, no ocurre nada inusual. Todo se desarrolla dentro del protocolo normal. Cuando les saludamos, por ejemplo, algunas nos dan la mano y otras no. A partir de esto, como mujer, se puede entender que provienen de un entorno bastante estricto. Sin embargo, en última instancia, hay un enfoque muy pragmático que tiene un impacto en las discusiones y en la situación general. Se puede observar un ablandamiento en su retórica cuando discutimos temas con ellos. Pero en la práctica, cuando nada cambia, se puede ver su radicalismo. Nos han hecho muchas peticiones que hemos cumplido. Más recientemente, en lo que respecta a la integración militar, les presentamos nombres e ideas. En los medios de comunicación, nos acusan de retrasar las conversaciones. Pero, en realidad, son ellos los que ralentizan las negociaciones y se niegan a responder a nuestras propuestas. Si este Gobierno puede creer en la existencia de todas las religiones, lenguas y comunidades de Siria, si puede darse cuenta de que este pluralismo existe, entonces Siria puede ser un país democrático. Muchos sirios árabes suníes, que son la mayoría del país, tampoco aceptan esta mentalidad excluyente. No es solo una cuestión de minorías religiosas o étnicas. Si el Gobierno de transición puede cambiar y aceptar las realidades del siglo XXI y las necesidades de la sociedad, Siria vivirá en paz. Si no puede cambiar, solo verá crisis mayores. Voy a decir algo importante aquí: este Gobierno no es completamente independiente. Hay muchos países extranjeros que quieren influir en las conversaciones de integración. No quiero nombrarlos aquí. Si Siria quiere ser un país para todos los sirios, estas fuerzas extranjeras deben dejar de intentar influir en las negociaciones. Dejemos que el gobierno de transición comparta sus propias opiniones, libre de la influencia de opiniones externas. Está claro que el gobierno está bajo la presión de fuerzas extranjeras. Sin esto, un acuerdo podría haber sido más fácil. Nosotros [los predecesores de las Fuerzas Democráticas Sirias y el Gobierno de transición] luchamos unos contra otros en 2012 y 2013, pero hoy estamos dialogando. Esto no es algo nuevo en el mundo. Quienes libran las guerras más brutales entre sí se unen para hacer la paz. En muchos países europeos, como Suiza, conviven muchos pueblos, y cada uno de ellos tiene sus derechos. A veces pueden ser menos de un millón, pero obtienen sus derechos de todos modos. ¿Por qué no podría Siria hacer lo mismo? ¿Qué daño causaría que lo hiciera imposible? Este Gobierno debe escuchar la voz del pueblo, no las influencias extranjeras. De esta manera, podremos construir juntos una Siria pacífica y democrática.

Muchas personas aquí dicen que Jabhat al-Nusra se negó a hablar con las combatientes de las YPJ durante los enfrentamientos y negociaciones de 2012-2013 a los que usted alude; al parecer, exigían negociar con hombres. ¿Qué puede decirnos al respecto?

Sí, es cierto, en aquel entonces no querían hablar con nosotras. Ahora, debido a todo lo que ha cambiado, tienen que hacerlo. Pero, ¿sabes?, incluso en 2012, cuando estaba en Afrin, me senté con ellos en más de una ocasión. Era en secreto, por supuesto, pero mantuvimos un diálogo, aunque al final ellos preferían hablar con hombres.

¿Hay algo más que quieras añadir?

 En cualquier país, revolución o proceso de paz, si las mujeres no están presentes, no es posible encontrar una solución. Nuestra revolución lo demostró. Las mujeres que no podían salir de sus casas sin permiso ahora pueden dedicarse a la política, la diplomacia y el trabajo cultural. Esta libertad no existía antes. Pero nuestra mentalidad y nuestro sistema crearon una confianza y una convicción reales. El liderazgo de las mujeres es el aspecto de esta revolución que más interés suscitó. Tanto en la guerra como en la diplomacia, si las mujeres organizadas no están presentes, no llegaremos a una solución. El siglo XXI será el siglo de las mujeres, y las soluciones a sus problemas se pueden encontrar con el liderazgo de las mujeres. En un lugar donde las mujeres pueden organizarse y liderar, el éxito es posible. Pero los lugares donde se niega la existencia, las voces y las opiniones de las mujeres se encaminan hacia la destrucción.

Nuestra revolución ha alcanzado hoy un cierto nivel. Mañana podrían cambiar muchas cosas. Podría existir con un nombre diferente o un sistema diferente. Nuestros objetivos no cambiarán, pero muchas cosas que han existido hasta hoy podrían ser muy diferentes. Porque este proceso, este momento, este siglo es una época de cambios. Pero lo importante es que no nos desviemos del camino de quienes defendieron la democracia, el pluralismo y todos nuestros valores.

Semillas que brotan en el infierno

Proponemos un segundo artículo de la pagina web en italiano Il Rovescio como aportación al análisis de la guerra permanente del capitalismo y su forma colonialista. El texto analiza el colonialismo de asentamiento histórico mirándolo a través del genocidio en Gaza. Traducción de Nodo Solidale.

Vladimir Žabotinskij, fundador de la organización paramilitar sionista Irgun, lo admitía sin rodeos: «[Los palestinos] miraban a Palestina con el mismo amor instintivo y el mismo fervor con que cualquier azteca miraba a su México o cualquier sioux miraba a su pradera». El colonialismo sionista ha hecho todo lo posible por borrar esos paralelismos históricos. Pero el horror de Gaza nos permite ver en directo —equipados con todos los medios que el complejo científico-militar-industrial ha desarrollado entretanto— el exterminio de los nativos americanos o de los aborígenes de Australia.

Por eso es tan vertiginoso como necesario elaborar y poner en práctica una concepción de la historia more Gaza demonstrata.

Tomemos la conocida frase del historiador Patrick Wolfe (a quien debemos algunos de los estudios más precisos sobre el colonialismo de asentamiento): «La invasión colonial de una tierra para crear asentamientos es una estructura, no un acontecimiento». (De lo que se deduce el corolario: «La eliminación de los nativos es un principio organizativo»). Esta estructura hace que en 2025 siga siendo operativa la justificación jurídica de la expropiación colonial proporcionada en 1689 por John Locke (Segundo tratado sobre el gobierno): el propietario de la tierra no es quien reside en ella, sino quien la aprovecha. Definir como tierra de nadie (terra nullius) los entornos habitados por las poblaciones nativas es la piedra angular del asentamiento colonial. No se trata de un acontecimiento, precisamente, sino de una estructura. Tanto es así que las leyes sobre la terra nullius no fueron derogadas en Australia hasta 1992, cuando la tarea ya estaba prácticamente concluida. La expropiación no se llevó a cabo solo mediante la coacción física, sino también mediante contratos comerciales y tratados legales. Lo mismo ocurre con la colonización sionista: «La arquitectura de desplazamiento del régimen israelí utiliza muchos métodos diferentes, pero todos tienen un único objetivo: controlar la mayor cantidad de tierra posible manteniendo dentro la menor cantidad posible de palestinos, sin activar las alarmas internacionales, ya sea mediante la invención de «disputas inmobiliarias», la demolición de casas construidas «sin autorización», robando tierras y declarándolas «zonas militares», «yacimientos arqueológicos», «reserva natural» o «propiedad del Estado»; o simplemente frenando el crecimiento de las comunidades palestinas aislándolas y cortando sus vínculos económicos y sociales con las ciudades vecinas. El proyecto sionista ya ha creado las narrativas para legalizar y justificar la sustitución del nativo por el colono» (Mohammed El-Kurd, Vittime perfette e la politica del gradimento, Fandango, Roma, 2025). La famosa frase de Kafka —«las cadenas de la humanidad torturada están hechas de papel protocolo»— se aplica especialmente a las colonias. Es el soberano —en la era moderna, el Estado— quien decide quién es el legítimo propietario de la tierra. El Estado, producto y garante de la expropiación de tierras, revela precisamente en los colonialismos de asentamiento la relación de implicación recíproca entre la violencia extralegal y la extensión del imperio de la ley: la segunda consagra la primera, ocultándola. No es casualidad que el Estado sionista, único colonialismo de asentamiento que ha quedado inconcluso —una inconclusión que se llama resistencia palestina—, sea el único Estado del mundo que no tiene fronteras definidas. Cuanta más tierra se arrebata por la fuerza a los palestinos, más se expande el Estado israelí, con su jurisdicción correspondiente. «El colonialismo es el ladrón y, al mismo tiempo, el policía, que comete el delito y lo legaliza» (Mohammed El-Kurd). La relación que las leyes de Tel Aviv tienen con las acciones extralegales de los colonos contra los palestinos es la misma que las de Washington tenían con los robos y las matanzas cometidos por los cowboys contra los nativos americanos. Ni las «leyes fundamentales» de Israel ni la Constitución de los Estados Unidos admiten oficialmente el incendio de aldeas y la expulsión armada de sus habitantes por parte de ciudadanos particulares, pero lo que llamamos «Estado de Israel» y «Estados Unidos de América» no son más que la legalización de esas violencias. Cuanto más tiempo pasa, más se convierte el hecho consumado en un hecho jurídico. La diferencia entre los dos contextos es que, en el caso del sionismo, su «genocidio incremental» («la eliminación del nativo como principio organizativo») sigue en curso, mientras que la violencia contra los nativos americanos ha concluido, es decir, ha sido sancionada y ocultada.

El llamado «plan Trump» reconoce que el aliado sionista ha sufrido una amarga derrota (el intercambio de 2000 prisioneros palestinos por 20 prisioneros israelíes es la manifestación más inmediata y evidente). Así pues, el «principio organizativo» (anexionar la mayor cantidad de territorio palestino con la menor cantidad posible de palestinos) recurre a otros medios. Ese derecho legal de propiedad que suele servir para justificar a posteriori la expropiación violenta de tierras se convierte ahora en un requisito previo para futuras expropiaciones. He aquí, bien resumido, el mecanismo: «Las Naciones Unidas estiman que, después del 7 de octubre de 2023, casi dos millones de habitantes de Gaza han sido desplazados. En esencia, el 90 % de la población palestina ha tenido que abandonar sus hogares, o lo poco que queda de ellos. Para reclamar la propiedad de las tierras que han abandonado, deberían disponer de un título que los legitimara.

«El problema es que, en Palestina, especialmente en los territorios ocupados, el porcentaje de tierras e inmuebles debidamente registrados es, como mínimo, escaso. Israel siempre ha complicado los procedimientos de validación de los títulos de propiedad. […] El resultado es fácil de imaginar: los palestinos evacuados de Gaza y de otros territorios ocupados no podrán reclamar la propiedad de los terrenos seleccionados para la reactivación económica de la zona. […] Quizás los más disciplinados puedan servir en las mesas de los futuros complejos turísticos propiedad de los invasores» (Emiliano Brancaccio, Palestinos esclavos modernos: expropiados y convertidos en vagabundos, «il manifesto», 30 de septiembre de 2025).

Si queremos una imagen de brutal claridad sobre la relación entre la violencia y el derecho de propiedad, y sobre cómo el tecno-capitalismo borra la historia para imponer a los seres humanos vivir en una especie de obra permanente, aquí la tenemos: un poder construido en unas décadas anuncia la construcción de una «Nueva Gaza» sobre la milenaria que ha arrasado en veinticuatro meses.

El «plan de paz» está impulsado por la conciencia ubuesca de que la única manera de demoler incluso las ruinas es «equilibrarlas con edificios bonitos y bien ordenados». No solo complejos turísticos de lujo, sino también y sobre todo polos tecnológicos, gracias a los cuales transformar en un modelo internacional la «nación start-up»: el mundo-obra, el mundo-laboratorio. Como ha sido bien documentado (por ejemplo: https://merip.org/ 2025/10/the-military-backbone-of-normalization/), de hecho, la razón principal por la que casi todos los países árabes están a favor de este plan colonial y esclavista no es tanto y solo el negocio inmobiliario que se avecina, o una conveniencia política genérica, sino la voluntad de reforzar sus respectivos complejos científico-militares-industriales. Desde este punto de vista, la experiencia sobre el terreno de Israel en materia de vigilancia masiva, fusión civil-militar y guerra cibernética no tiene rival. Al reunir diferentes épocas en el mismo espacio-tiempo, el colonialismo inteligente actualiza continuamente las tres alianzas más funestas de la historia: «tinta, técnica y muerte» (Karl Kraus); «dinero, maquinaria y álgebra» (Simone Weil); «Estado, ciencia e industria» (Jean-Marc Royer). En un escenario de guerra mundial, de trastornos medioambientales y de políticas de «racionamiento» del acceso a bienes, servicios o zonas geográficas, todos los poderes quieren comprar un know-how similar. Mientras que el transhumanismo de derecha e izquierda quiere hacernos creer que se puede vivir en las nubes (cloud), Gaza pone al descubierto que el desarrollo tecno-militar es el brazo armado de la expropiación de la tierra, producto y al mismo tiempo gendarme de esa larga «guerra contra la subsistencia» (Ivan Illich) que es la modernidad capitalista industrial.

Mientras que en esa franja de tierra «se rompe el mito de la invencibilidad colonial», estar del lado de la resistencia palestina no significa situarse de forma autocomplaciente «en el lado correcto de la historia», sino elegir su parte maldita, sus «clases aniquiladas», sus «semillas capaces de germinar en el infierno».

«El eslogan Todos somos palestinos debe abandonar la metáfora y manifestarse materialmente. Porque Gaza no puede luchar sola contra el imperio. […] Somos, sin lugar a dudas, sujetos de conquista y colonización, pero también somos mucho más. En cada giro de nuestra sangrienta historia, hemos sido brutalizados, huérfanos de nuestros seres queridos, expropiados, exiliados, hambrientos, masacrados y encarcelados, pero nos hemos negado, para gran consternación del mundo, a someternos. Por cada masacre e invasión, ha habido y hay hombres y mujeres que empuñan armas, tanto artesanales como sofisticadas —cócteles molotov, rifles, hondas, cohetes— para luchar. Siempre ha habido lucha, siempre han florecido los jazmines» (Mohammed El-Kurd).

Del método Yakarta al método Gaza

Proponemos el primero de dos artículos de la pagina web in italiano Il Rovescio como aportación al análisis de la feroz fase actual e histórica del capitalismo, entendido como un sistema de guerra perenne. El texto fue escrito para lectores italianos, hay algunas referencias especificas a la historia de este país, sin embargo sentimos que su lectura aporta mucho para una mirada critica internacionalista. Traducción de Nodo Solidale.

Del Método Yakarta al Método Gaza

En 2021 se publicó en Italia, traducido por Einaudi, un libro importante que, al menos en los círculos subversivos, pasó prácticamente desapercibido. Se trata de Il Metodo Giacarta. La cruzada anticomunista de Washington y el programa de asesinatos en masa que han moldeado nuestro presente. En este texto, el periodista californiano Vincent Bevins demuestra, de forma amplia y precisa, que el golpe de Estado llevado a cabo en Indonesia en 1965 con el apoyo Estados Unidos fue un episodio central de la Guerra Fría porque representó, precisamente, un método.

Leer el libro de Bevins mientras se está llevando a cabo el genocidio del pueblo palestino elimina toda distancia histórica de la lectura, lanzándonos al presente.

El método Yakarta

«Entre 1954 y 1990 surgió en todo el mundo una red informal de programas anticomunistas de exterminio apoyados por Estados Unidos que cometió asesinatos en masa en al menos veintitrés países. No hubo un plan general, ni una sala de control en la que se orquestara todo, pero creo que los programas de exterminio en Argentina, Bolivia, Brasil, Chile, Colombia, Corea del Sur, El Salvador, Filipinas, Guatemala, Honduras, Indonesia, Irak, México, Nicaragua, Paraguay, Sri Lanka, Sudán, Taiwán, Tailandia, Timor Oriental, Uruguay, Venezuela y Vietnam estaban relacionados entre sí y desempeñaron un papel crucial en la Guerra Fría. (Y no incluyo las intervenciones militares directas ni a los inocentes que perdieron la vida en la guerra como «daños colaterales»). Los hombres que ejecutaron intencionadamente a disidentes y civiles indefensos aprendían unos de otros; adoptaban métodos ya aplicados en otros países; a veces incluso llamaban a sus operaciones como otros programas que querían emular. He encontrado pruebas que vinculan indirectamente la metáfora «Yakarta», tomada del mayor y más importante de estos programas, con al menos once países (doce, si tenemos en cuenta Sri Lanka, donde el Gobierno aplicó lo que denominó «solución indonesia»). Pero incluso los regímenes que nunca se vieron influenciados por este lenguaje particular habían visto muy claramente lo que había hecho el ejército indonesio y el éxito y el prestigio que sus acciones habían aportado a su país en Occidente. Y aunque algunos de estos programas se llevaron a cabo de forma deficiente y arrasaron con espectadores inocentes que no representaban ninguna amenaza, en realidad lograron eliminar a los verdaderos opositores al proyecto global liderado por Estados Unidos. Una vez más, Indonesia es el ejemplo más importante. Sin el exterminio del PKI [Partido Comunista Indonesio], el país no habría pasado de Sukarno a Suharto. Incluso en los países donde el destino de los gobiernos no estaba en juego, los asesinatos en masa mostraban lo que le sucedería a quienes se resistieran: una forma eficaz de terror de Estado que también se aplicó en las regiones circundantes. [] Quiero afirmar que esta red informal de programas de exterminio, organizada y justificada por principios anticomunistas, desempeñó un papel muy importante en la victoria de los Estados Unidos y que esa violencia ha influido profundamente en el mundo en el que vivimos hoy».

Una eficacia despiadada

«Indonesia se convirtió realmente en un «socio dócil y complaciente» de Estados Unidos, lo que explica por qué hoy en día tantos estadounidenses apenas han oído hablar de ese país. Pero en aquella época las cosas eran muy diferentes. La aniquilación del tercer partido comunista del mundo y el surgimiento de una dictadura fanáticamente anticomunista sacudieron violentamente a Indonesia y provocaron un tsunami que llegó a casi todos los rincones del mundo. A largo plazo, la forma de la economía global cambió para siempre. Además, la magnitud de la victoria anticomunista y la despiadada eficacia del método empleado inspiraron programas de exterminio que tomaron el nombre de la capital indonesia.

En pocas palabras

«Además, todos hemos tenido el capitalismo americanocéntrico que quería Washington. Basta con mirar a nuestro alrededor», dijo señalando su ciudad y todo el archipiélago indonesio que lo rodeaba.

¿Cómo ganamos?, pregunté.

Winarso se detiene: «Nos mataron».

Las cifras de una masacre

Por sí solo, el mapa titulado «Los programas de exterminio anticomunista, 1945-2000» y publicado como apéndice del libro de Bevins cuenta una historia tan feroz que simplemente deja atónito lo poco presente que está en la conciencia colectiva. Estos son los lugares, las fechas y las cifras:

México 1965-1982: 1300

Honduras 1980-1993: 200

Nicaragua 1979-1989: 50 000

Guatemala 1954-1996: 200 000

Venezuela 1959-1970: 500-1500

El Salvador 1979-1992: 75 000

Colombia 1985-1995: 3000-5000

Países miembros de la Operación Cóndor (la alianza anticomunista entre Argentina, Bolivia, Brasil, Chile, Paraguay y Uruguay), años setenta y ochenta: 60 000-80 0000

Irak 1963 y 1978: 5000

Irán 1988: 9000 («el único caso en el que la violencia fue perpetrada por un adversario geopolítico de los Estados Unidos»)

Sudán 1971: algo menos de 100

Sri Lanka 1987-1990: 40 000-60 000

Tailandia 1973: 3000

Corea del Sur 1948-1950: 100 000-200 000

Taiwán 1947: 10 000

Filipinas 1972-1986: 3250

Vietnam, Operación Fénix 1968-1972: 50 000

Timor Oriental 1975-1999: 300 000

Indonesia 1965-1966: 1 000 000

«Yakarta está llegando»

O simplemente «YAKARTA» son las inscripciones que, en 1972, aparecen en varias ciudades de Chile y que los militantes de izquierda reciben por correo. Los responsables de la operación son el grupo fascista Patria y Libertad y la sección chilena de la organización anticomunista brasileña Tradición, Familia y Propiedad —base social del golpe militar de 1964 en Brasil—, ambas financiadas por la CIA. El 11 de septiembre de 1973 se produce el golpe de Estado. Cuando miles de «rojos» son reunidos en el Estadio Nacional para ser interrogados, torturados y asesinados, los que presiden las operaciones son consejeros militares brasileños. La DINA, la feroz policía secreta de Pinochet creada por la CIA, asesina en pocos días a tres mil opositores.

La violencia contra los indígenas y los disidentes en Guatemala fue promovida por la Mano Blanca (una organización racista y ferozmente anticomunista) con el apoyo de los Boinas Verdes estadounidenses. «Entre 1978 y 1983, el ejército guatemalteco asesinó a más de doscientas mil personas. Aproximadamente un tercio de ellas, sobre todo en las zonas urbanas, fueron secuestradas y «desaparecidas». La mayoría de las demás eran indígenas mayas masacrados al aire libre en los campos y montañas donde sus familias habían vivido durante generaciones». En 1982 fueron exterminadas aldeas enteras. «En Indonesia, el asesinato en masa puede que no haya sido genocidio, sino solo asesinato en masa anticomunista. En Guatemala fue un genocidio anticomunista».

En 1979, para acabar con el Nicaragua sandinista, Estados Unidos desplegó a los contras, fuerzas anticomunistas financiadas por la CIA y entrenadas por Argentina, Guatemala y Chile como continuación de la Operación Cóndor (con la que «el fanatismo anticomunista conquistó el continente» latinoamericano). En una reunión organizada por el embajador de Estados Unidos en España, los equipos especiales argentinos y guatemaltecos siguen hablando del «Plan Yakarta».

¿Por qué «Yakarta»?

Operación Aniquilación

Operasi Penumpasan. Así se llama la operación lanzada el 8 de octubre de 1965 por el ejército indonesio contra los comunistas. En unos seis meses, un millón de personas son exterminadas y otras tantas son encerradas en campos de concentración. Preparado por la CIA desde 1958 siguiendo el modelo del golpe de Estado en Guatemala, el golpe del general Suharto reproduce hasta el más mínimo detalle la forma en que se impuso la dictadura en Brasil el año anterior. La ideología es la proporcionada por la «teoría de la modernización», según la cual, en determinados contextos, es el ejército el que debe eliminar por la fuerza todo lo que se opone a la modernización capitalista de un país. Es el ejército modernizador guatemalteco el que, en 1954, permite, mediante un golpe de Estado, asegurar el control de la producción agrícola a la United Fruit Company. Lo mismo ocurrirá con la ITT en el Chile del general Pinochet, así como, en 1976, tras el golpe de Estado del general Videla, en Argentina, donde «la empresa automovilística Ford y el Citibank colaboraron en la desaparición de trabajadores pertenecientes al sindicato». Pero el modelo que sigue el general Suharto para «erradicar de raíz» la presencia comunista (hablamos, entre el PKI, el sindicato de trabajadores, el frente campesino, la organización estudiantil y el Gerwani, es decir, el movimiento de mujeres, de algo así como diez millones de personas) se inspira, en las técnicas de propaganda, en las experimentadas por la CIA en el golpe de Estado de Brasil de 1964. Se inventa un plan secreto comunista para atacar al ejército y tomar el poder, con brujas comunistas que castran a los oficiales mientras duermen y luego bailan desnudas alrededor de los cadáveres mutilados. Se erige un monumento a los militares golpistas asesinados por los comunistas, se producen películas para proyectar oficialmente cada año y se transforma el día de las fuerzas armadas en la celebración de la aniquilación de los enemigos de la nación. El ejército se convierte en el centro organizativo de la modernización.

«Un año después de un golpe de Estado en la nación más importante de América Latina, inspirado en parte por una leyenda sobre soldados comunistas que apuñalan a generales mientras duermen, el general Suharto le cuenta a la nación más importante del sudeste asiático que los comunistas y los soldados de izquierda se llevaron a los generales de sus casas en medio de la noche para matarlos lentamente a puñaladas, y luego ambas dictaduras militares anticomunistas, alineadas con Washington durante décadas, celebran el aniversario de estas rebeliones de manera muy similar». A partir de 1958, la Fundación Ford organiza viajes de estudio a Estados Unidos para jóvenes oficiales indonesios, que reciben formación, entre un curso sobre la economía estadounidense y veladas en locales de “table dance”, en las bases militares de Kansas.

¿Eran Brasil en 1964 e Indonesia en 1965 países al borde de la revolución? En absoluto. En el primer caso, algunas tímidas reformas que no gustaban a los terratenientes; en el segundo, un gobierno que, con el congreso de Bandung de 1955, se puso al frente de los países que acababan de salir del juego colonial o que tenían intención de hacerlo, un gobierno —el de Sukarno— apoyado por los nacionalistas, los islamistas e incluso por el PKI, partido cuya estrategia era totalmente socialdemócrata. Países que no estaban lo suficientemente alineados con Washington y su guerra contra el comunismo. Bevins sostiene que los golpes de Estado en Brasil e Indonesia, con su efecto dominó, fueron los acontecimientos decisivos de la Guerra Fría, que no se libró tanto y solo con misiles nucleares y napalm, sino con políticas de exterminio en las colonias o excolonias. Hasta tal punto que la victoria de Estados Unidos en Indonesia (y en Timor Oriental, donde Suharto asesinó a un tercio de la población) compensó la derrota en Vietnam.

La diferencia entre Brasil e Indonesia es que, cuando, una vez alcanzada la modernización, terminaron las respectivas dictaduras militares, en el país latinoamericano la «reconciliación nacional» tuvo que hacer frente a los asesinados y los desaparecidos, mientras que el exterminio indonesio fue simplemente borrado, con toda una población literalmente embrujada. Una militante nonagenaria, superviviente de la detención y la tortura, le cuenta a Bevins que para los habitantes del barrio en el que vive sigue siendo una bruja comunista.

Silencio

«El objetivo de la violencia era su silencio. Las fuerzas armadas no supervisaron el exterminio de todos y cada uno de los comunistas, presuntos comunistas o simpatizantes comunistas del país: habría sido casi imposible, dado que aproximadamente una cuarta parte del país tenía alguna afiliación con el PKI. Una vez que las masacres se generalizaron, se hizo extremadamente difícil encontrar a alguien que admitiera tener alguna relación con el PKI.

Alrededor del quince por ciento de las personas capturadas eran mujeres. Fueron sometidas a violencias particularmente crueles y de género que se derivaban directamente de la propaganda difundida por Suharto con la ayuda de Occidente. Sumiyati, miembro de Gerwani, escapó de la policía durante dos meses antes de entregarse. La obligaron a beber la orina de sus torturadores. A otras mujeres les cortaron los pechos o les mutilaron los genitales; las violaciones y la esclavitud sexual eran prácticas generalizadas.

Las listas de personas a eliminar no solo fueron facilitadas al ejército indonesio por funcionarios del Gobierno de los Estados Unidos: algunos directivos de plantaciones de propiedad estadounidense proporcionaron los nombres de sindicalistas y comunistas «incómodos» que luego fueron asesinados.

[…] Estados Unidos contribuyó a la operación en todas sus fases, desde mucho antes del inicio de las masacres hasta que cayó la última víctima y el último preso político salió de la cárcel, décadas después, torturado, marcado por las cicatrices y perdido».

El método Gaza

Tras la caída de la URSS, el concepto de «comunismo» fue sustituido por el de «terrorismo». En la cruzada mundial «antiterrorista» que se desplegó sobre todo a partir de 2001, Israel desempeñó, como era de esperar, un papel crucial. Si bien el concepto de «terrorismo» se remonta a Babeuf, el paradigma operativo del rebelde como «terrorista» es, de hecho, típicamente colonial. Y la historia nos enseña que todo lo que se experimenta en las colonias —desde los bombardeos aéreos sobre civiles hasta la detención administrativa, desde las técnicas de tortura hasta la arquitectura de la ocupación— tarde o temprano vuelve. Los primeros campos de concentración (en sentido literal: campos de concentración) fueron creados por España en Cuba en 1896, replicados en Filipinas (por España y posteriormente por Estados Unidos) y luego en Sudáfrica por el Imperio Británico, hasta convertirse en el emblema mismo del nazismo. Los métodos empleados en Argelia serán enseñados por la policía militar francesa a las policías militares y secretas de Brasil, Guatemala, Chile, Argentina… La represión «anticomunista» más feroz de América Latina tiene lugar allí donde el enemigo de la nación y el salvaje anticivil se confunden: en Guatemala. Al igual que en la eliminación histórica del exterminio en Indonesia y Timor Oriental (donde se elimina a un tercio de la población), pesa el hecho de que los asesinados no fueran blancos.

El espacio intermedio entre las colonias y el territorio nacional son las zonas fronterizas. No es casualidad que la violencia fascista, en Trieste y sus alrededores, afectara primero a las poblaciones eslavas y luego a los italianos «rojos», con métodos a medio camino entre la expedición punitiva y las técnicas militares de guerra, y creó al «eslavo-comunista» como enemigo nacional, versión blanca del indígena maya-comunista de Guatemala (donde las prácticas de exterminio llevadas a cabo por el ejército guatemalteco se realizaron con el entrenamiento y la supervisión del ejército israelí). Y no es casualidad que los primeros en experimentar en carne propia, en la Italia de los años sesenta, la tortura como método militar fueran los secesionistas tiroleses (al frente de las operaciones contra ellos encontramos a los mismos personajes de la Oficina de Asuntos Reservados que planificó la masacre de Piazza Fontana). Si la legislación italiana «antiterrorista», desde 1980 en adelante, ha sentado precedente a nivel internacional (anticipándose a la europea de los años 2000) y la prisión de guerra 41 bis es hoy estudiada por el Estado chileno, no debe sorprender que los más acérrimos defensores de Netanyahu (los demás lo apoyan con mayor discreción) sean los exponentes de esa derecha anticomunista y antisemita heredera de la Guardia de Hierro filonazi (Orban), del Método Yakarta y de la Operación Cóndor (Bolsonaro y Milei) y del ejército como baluarte contra los maricones y los rojos (Vannacci). O los afrikaners, cuya potencia tecnológica confiere a su supremacismo una dimensión incluso cósmica (pensemos en Elon Musk y Peter Thiel).

Pero también la izquierda institucional ha recogido la enseñanza del Método Giacarta (no en vano Berlinguer justificaba el «compromiso histórico» refiriéndose explícitamente al golpe de Estado de Pinochet, como antes Togliatti justificó el «giro de Salerno», operado en obediencia a Moscú, para evitar una «situación a la griega», es decir, el enfrentamiento con la CIA), alineándose activamente —con cuestionarios, denuncias a la policía, la «línea de firmeza» en el caso Moro— con la represión «antiterrorista», hasta el inmundo eslogan «el proletariado salvará al Estado».

Es el colonialista quien define quién es el indígena; es el inquisidor quien establece quién es la bruja; es el supremacista blanco quien establece quién es el negro; es el antisemita quien define quién es el judío; es el sionista quien establece quién es el antisemita; es el anticomunismo quien establece quién es el comunista; es el antiterrorismo quien establece quién es el terrorista. Preguntarse por la sustancia social, política u ontológica de estas categorías de parias no solo es engañoso, sino que implica deslizarse por el terreno del poder acusador, de su propaganda y de su guerra psicológica.

Mientras asistimos al declive del imperio estadounidense, con las declaraciones de Trump sobre la anexión de Canadá y la conquista de Groenlandia, con los buques nucleares estadounidenses desplegados en el Indo-Pacífico y frente a Venezuela, y con el Pentágono rebautizado sin rodeos como Departamento de Guerra, debemos comprender que Gaza no es un horror contra el que reclamar desde abajo el respeto del Derecho internacional o la democracia, sino un método que resume toda una historia de masacres y que sirve de advertencia para todos los palestinizables del mundo.

La orden ya se ha dado

«Nos inspiramos en la estrategia de Haussmann para el París del siglo XIX», se lee en el documento Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation (GREAT). Como es sabido, el barón von Haussmann destruyó el antiguo París de callejuelas y calles estrechas (que facilitaban las barricadas y las insurrecciones) y lo reorganizó en amplios bulevares que facilitaban el paso de la caballería y el desplazamiento de las tropas por la zona urbana. Aún hoy, la arquitectura imperial es parte integrante de la contrainsurgencia, es decir, de la continuación del colonialismo en el espacio urbano. Sin destruir las calles, los túneles y la resistencia de Gaza, no se pueden construir los polos tecnológicos ni edificar, sobre decenas de miles de cadáveres, los hoteles de lujo. El terrorista, tanto en Palestina como en Occidente, es cualquier bárbaro que se oponga al destino manifiesto del imperio. El lenguaje cada vez más explícitamente religioso y «mesiánico» (mejor dicho, teocrático) nos informa de que cuanto más imposibles parecen los objetivos, más desmesurados y totales se vuelven los medios. Hoy en día, el Método Yakarta, dotado de todas las herramientas que el complejo científico-militar-industrial ha preparado entretanto, está encabezado por un promotor inmobiliario y respaldado por transhumanistas que disponen de todos los medios de poder para sus delirios. Lo más absurdo es explicarle al rey Ubu que es una locura pensar en deportar a dos millones de palestinos para construir una costa de lujo.

La solidaridad internacionalista con la resistencia palestina debe reforzarse con la conciencia de que algo similar ya ha ocurrido. Los hoteles y clubes de Bali, destino turístico y sexual de los blancos ricos de Occidente, se construyeron literalmente sobre la Operación Aniquilación (que solo en esa isla indonesia exterminó al cinco por ciento de la población, es decir, a ochenta mil personas). La arena sobre la que se construyeron los complejos turísticos y los clubes de playa donde «los blancos pueden permitirse comprar hospitalidad de lujo, o sexo, a la población local», es «la misma arena donde los militares llevaron a personas de Kerobokan, a pocos kilómetros al este, para matarlas durante la noche».

«Tenía que matar a los comunistas para que los inversores extranjeros pudieran traer aquí su capital», dice Ngurath Termana.

Que la revuelta que se está produciendo en Indonesia haga saltar por los aires esos complejos turísticos y la infame violencia sobre la que se construyeron.

Una creencia insostenible

En una entrevista concedida a «Jacobin Italia» poco después de la traducción al italiano de su libro, Bevins decía:

«No creo que esta historia haya terminado. Con el paso del tiempo, los temas de este libro han resultado ser más actuales de lo que me hubiera gustado, y el anticomunismo es un fantasma del pasado que puede resurgir en cualquier momento y con más fuerza aún. Aunque la hegemonía de Estados Unidos se ejerce a través de métodos diferentes y ha perdido poder frente a China, sigue siendo, con diferencia, el país más poderoso y no hay razones para creer que algo que ocurrió en el pasado no pueda repetirse. Es una especie de creencia automática que considero insostenible. Y puedo afirmarlo porque los chilenos y los indonesios pensaban exactamente lo mismo. Muchos de ellos me dijeron que si les hubiera preguntado un año antes de la masacre si era posible, habrían dicho que no. Por ejemplo, los chilenos pensaban: «No, vamos, estamos en los años setenta y no estamos en Guatemala o Indonesia, donde los generales matan a la gente». Bueno, yo creo que hay que estar siempre alerta, sobre todo porque el sistema económico global es el mismo que entonces.

Si hay un pueblo que sabe que debe esperar toda la violencia posible por parte del enemigo, ese es el palestino. Una violencia exterminadora que, a diferencia de la desplegada por la Operación Aniquilación, se transmite en directo a todo el mundo.

Somos nosotros quienes, ante el Plan Gaza, no debemos ceder ni a la incredulidad ni al horror desarmado.

Gaza è Rio de Janeiro. Gaza è il mondo intero.

Di Raúl Zibechi (traduzione Nodo Solidale)

Non ci sono parole sufficienti per descrivere l’orrore che ci provoca il massacro di oltre 130 giovani neri, poveri, uccisi dalla polizia di Rio de Janeiro, con la scusa di combattere il narcotraffico.

Si è trattato di un’operazione di guerra urbana in cui il governo dello Stato ha mobilitato 2.500 poliziotti in assetto da guerra, oltre a blindati ed elicotteri per attaccare i complessi delle favelas Penha e Alemao nella zona nord della città, un’area con un’alta concentrazione di popolazione povera. Si tratta di due complessi di favelas che superano i 150.000 abitanti, con un’enorme densità di popolazione.

Il governo di Rio ha dichiarato che ci sono stati 60 morti, ma la popolazione delle favelas ha portato nelle piazze più di 50 corpi che non figuravano nel conteggio ufficiale, lasciando il dubbio su quanti siano stati uccisi. Finora il numero supera i 120.

Le reazioni non si sono fatte attendere, dalle organizzazioni per i diritti umani alle Nazioni Unite, che si sono dette “inorridite” dal massacro. Al di là dei dati, ci sono fatti rilevanti.

Il genocidio palestinese a Gaza è lo specchio in cui devono guardarsi i popoli e le persone oppresse del mondo. Per chi sta in alto, si apre un periodo di caccia indiscriminata alla popolazione “in esubero”, perché hanno la garanzia dell’impunità. Ora più che mai, Gaza siamo tutti noi. Può essere Quito, San Salvador, Rosario o Tegucigalpa; il Cauca colombiano o Wall Mapu; la montagna di Guerrero o le comunità del Chiapas. Ora siamo tutti nel mirino di un capitalismo che uccide per accumulare sempre più rapidamente.

Dicono narcotrafficanti con la stessa indifferenza con cui dicono palestinesi, mapuche o maya. Sono solo scuse. Argomenti per le classi medie urbane. Ma la storia recente ci mostra che quello che stanno facendo è creare laboratori per il genocidio.

Nel tranquillo Ecuador, quando i popoli indigeni li hanno sconfitti nella rivolta del 2019, hanno reagito liberando i più feroci criminali nelle carceri trasformate in luoghi di sterminio, dove i media mostravano i detenuti che giocavano a calcio con la testa di un decapitato.

Nel Cauca, l’estrazione mineraria a cielo aperto e la coltivazione di droga hanno esacerbato la violenza paramilitare contro le comunità Nasa e Misak che resistono e non si arrendono, rendendo la regione la più violenta di un paese già di suo violento.

Nel territorio mapuche, sia in Cile che in Argentina, i poteri forti hanno deciso che coloro che non si arrendono devono essere definiti “terroristi”, con il risultato che oggi ci sono più prigionieri mapuche che sotto le dittature di Pinochet e Videla.

In Messico, tutto è chiaro, così chiaro che i media e i governi non vogliono farcelo vedere, mascherando la violenza con discorsi che ne sottolineano solo la complicità. La violenza sistematica in Guerrero e in Chiapas dovrebbe essere motivo di scandalo.

A Rio de Janeiro, un sociologo dice spesso che il narco non è uno Stato parallelo, ma lo Stato realmente esistente. Compresi tutti i governatori degli ultimi decenni, con il loro entourage di imprenditori mafiosi, deputati e consiglieri comunali che costituiscono un potere ereditato dagli squadroni della morte della dittatura militare.

Gaza ci pone in un altro luogo, di fronte ad altre sfide. La prima è comprendere che la morte è la ragion d’essere del sistema capitalista. La seconda è capire che questo sistema è composto dalla destra e dalla sinistra, dai conservatori e dai progressisti. La terza è che dobbiamo organizzarci per proteggerci da soli, perché nessuno lo farà per noi.

Il mondo che abbiamo conosciuto sta crollando. Piangiamo quei giovani uccisi a Rio, quei corpi distesi sull’asfalto.

Trasformiamo le nostre lacrime in fiumi di indignazione e in torrenti di ribellione.

Arar el Campo de la Esperanza

Recibimos, publicamos y compartimos estas reflexiones del compañero Vito, de Terra Insumisa (Sicilia, Italia), quien se encuentra ahora en la isla de Creta, como integrante de la Global Sumud Flotilla, arreglando los barcos que fueron atacados y dañados en alta mar por los drones israelíes.

Arar el Campo de la Esperanza: Un Grito Contra los Juegos de Poder, por la Vida (por Vito – Terra Insumisa)


Les escribo desde Creta, desde el puerto de Ierapetra, donde mis manos están ocupadas en reparar las embarcaciones golpeadas por los drones. Pero esto no es solo un relato de reparaciones. Es una restitución, un intento de dar sentido a la misión que estamos llevando a cabo, una misión que busca poner en navegación no solo embarcaciones, sino la vida y la esperanza mismas.

En este momento difícil, mientras palabras de desconfianza y traición intentan insidiosamente socavar nuestra determinación, es fundamental reafirmar quiénes somos. Estas manos y este corazón están con las personas en el mar, con las Flotillas por la Vida y contra la muerte. No somos políticos de sonrisas falsas, cuya política ya nos ha roto el alma demasiadas veces. Al contrario, nuestro punto de partida es otro: es un grito para romper el asedio.

Un grito de partida. Al principio no hay la palabra calculada, sino el grito. Un grito de tristeza, de horror, de rabia y de rechazo ante la mutilación de las vidas humanas perpetrada por el capitalismo. El pensamiento nace de la rabia, no de la pose de la razón. El grito contra todas las guerras capitalistas no es un simple eslogan, sino la articulación de un profundo disenso que nace de la experiencia. Vemos nuestras escuelas invadidas por soldados, nuestra tierra llenarse de F-35, los mismos aviones que siembran muerte en la tierra de nuestros hermanos y hermanas en Palestina. Vemos la política armando a los poderosos y llevando miseria a las niñas y niños hambrientos. Esta rabia no es un fenómeno aislado; es la conciencia de que el mundo es fundamentalmente erróneo, que estas injusticias no son casuales sino parte de un sistema.

Este grito, sin embargo, no es desesperación. Es un grito a dos dimensiones: la rabia que nace de la experiencia presente lleva consigo una esperanza, la proyección de una alteridad posible.
Es un rechazo a aceptar lo inaceptable: que la lógica de la muerte deba prevalecer, que los juegos de poder deben seguir envenenando las raíces de las misiones por la vida. Lo que enfrento, lo que enfrentamos no es simplemente un conflicto entre naciones o un acto de guerra aislado. Es una forma de violencia organizada, un conglomerado de intereses que involucra el aparato estatal, la iniciativa privada y las mafias criminales. Esta violencia es la expresión de un orden patriarcal y capitalista que se ha construido históricamente a través de la guerra, la apropiación de los cuerpos y la destrucción del territorio. Cuando vemos los ataques de los NarcoEstados o la lucha contra un genocidio, estamos asistiendo a las manifestaciones de este sistema global. En América Latina, en Palestina, como en otros lugares, el capitalismo está asumiendo un perfil cada vez más mafioso y criminal, donde las prácticas ilegales se convierten
en el núcleo de la acumulación.

Es por esto que la lógica de la política tradicional, la de los juegos de poder, resulta no solo ineficaz, sino tóxica. La idea de cambiar el mundo tomando el poder, conquistando el Estado, es un paradigma que ha dominado el pensamiento revolucionario durante más de un siglo, pero que ha demostrado su fracaso. El Estado no es un instrumento neutro que puede ser usado para el bien; está profundamente integrado en la red de relaciones sociales capitalistas. Intentar usar el Estado para cambiar la sociedad significa caer en la trampa de adoptar la lógica misma del poder que se quiere combatir. La lucha se pierde no cuando se es derrotado, sino cuando se adopta el lenguaje y los métodos del poder.
Nuestra misión, por lo tanto, se sitúa fuera de esta lógica. Nosotros, gente de la tierra, nos movemos no para conquistar el poder, sino por la vida que llevamos y por el pueblo que somos. El desafío revolucionario hoy es precisamente este: cambiar el mundo navegando.

Si la toma del poder no es el camino, ¿cuál es la alternativa? La respuesta se encuentra en las prácticas de los pueblos en movimiento, que crean otros mundos aquí y ahora. Nuestra acción, como la de los zapatistas en Chiapas o los movimientos indígenas en Bolivia, no está dirigida a un objetivo futuro, sino que es en sí misma la prefiguración de la sociedad por la que luchamos. La resistencia no es solo decir “no”, sino también construir, crear relaciones sociales diferentes alas capitalistas.

bandera zapatista

Las Flotillas por la Vida son una de estas grietas en el sistema. En un mundo dominado por la lógica de la muerte, la militarización y el lucro, una acción que lleva vida y esperanza es un acto de profunda subversión. Es la afirmación del “poder-hacer” (nuestra capacidad creativa y colectiva) contra el “poder-de-arriba” (la dominación y la opresión). Es un acto de dignidad: el rechazo a aceptar la humillación y la deshumanización, un rechazo que lleva consigo el proyecto de la humanidad que nos es negada. Esto también significa superar una visión que separa las luchas. La frase “si tocan la Flotilla se bloquea todo” es correcta, pero debe ampliarse: “si no imponen el embargo a Israel, si no detienen todas las guerras capitalistas, bloqueamos todo”. La rabia contra la militarización de nuestras vidas y de nuestro suelo es el surco a trazar para unirnos. La lucha por Palestina es la lucha contra la militarización de la tierra, contra la violencia de los NarcoEstados, contra toda forma de opresión capitalista.

Mientras espero volver a poner en el mar estas embarcaciones, la pregunta fundamental que me hago es si nuestro corazón está listo para luchar al lado de estos pueblos. Esta lucha no busca aplausos ni lugares cómodos. Es una práctica diaria de resistencia y creación, una acción que, al igual que la de los zapatistas, desarrolla economía, salud y educación dentro y para la resistencia misma. Reparar una embarcación se convierte así en un acto político, una forma de tejer relaciones de solidaridad, amor y comunidad frente a la reducción de cada relación a mercancía. Es la materialización de la esperanza no como un piadoso deseo, sino como una práctica concreta de liberación. Nuestra misión es un fragmento de ese otro mundo que estamos construyendo, un mundo basado en la dignidad y el respeto mutuo.

Nuestro grito contra todas las guerras capitalistas sigue resonando desde este puerto. Es un grito que une nuestra acción aquí, en Creta, con la resistencia en Palestina y la de todos los pueblos que luchan. Es la conciencia de que nuestra lucha es una sola, indivisible.
Porque hoy es Palestina, pero mañana seremos Nosotros y Nosotras.

Por la Flotilla Sumud, por la resistencia que somos (ESP)

Global sumud es la ruptura de los diques.

Las barreras ya no resisten: las diferentes interpretaciones de un conflicto secular se entrelazan y finalmente rompen el silencio. Es el jaque mate que le da un giro al juego: no necesitamos pedir permiso, ya hemos ido más allá.

La flotilla no es solo madera y velas: es un regalo, una declaración de pertenencia a una elección política justa y necesaria.

Ya estamos ganando.

Los verdugos de este genocidio nos han reconocido como enemigos, nos han identificado, amenazado y atacado. Pero la flotilla sigue ahí, en nuestro mar Mediterráneo, y nosotros, en tierra, somos cientos de miles gritando NO a un genocidio en directo.

Lxs migrantes muertxs son nuestros compañerxs invisibles y silenciosxs: sus cuerpos rechazados y abandonados en la más peligrosa de las travesías, sus nombres borrados por el olvido, olvidados por los poderosos pero vivos en la memoria de quienes los buscan, resuenan en cada ola. Son parte del mar que nos lleva y nos sostiene, son la mano plateada que atraviesa la noche.

Los trabajadores portuarios del Mediterráneo también forman parte del mar: manos y cuerpos que custodian y desafían las corrientes y que ahora bloquean, amenazan y mantienen bajo presión el corazón productivo de estas aguas.

Los barcos que navegan hacia Gaza, como los que permanecerán inmóviles, rechazados por los puertos si es necesario, se convierten así en banderas de rebelión, respuestas vivas a ese grito mudo, olas de valentía que desafían el silencio y llevan consigo la dignidad de quienes no se doblegan ni se rinden.

Sumud es permanecer, resistir, actuar ante la barbarie.

Es un gesto colectivo que derriba fronteras, una poesía escrita con agua salada y sudor, una promesa que no puede ser bombardeada, secuestrada, torturada…

Sumud es el hilo que nos mantiene unidos a través de mares y continentes. La certeza de que cada puerto negado genera mil otros atracaderos, que cada barco detenido multiplica el deseo de seguir navegando por las rutas de la justicia.

No es solo resistencia: es un ejercicio de futuro.

Es la certeza de que es la dignidad la que escribe la historia y que los pueblos que eligen resistir ya son libres, incluso antes de la victoria. Y cuando nuestros barcos surcan el mar, no solo transportan cuerpos: llevan otro mundo posible.

Un mundo que no conoce muros, ni asedios, ni silencios impuestos.

Este es el viento que nos impulsa.

Este es el mar que nos sostiene.

Este es nuestro jaque mate a la barbarie.

Y el nombre de todo esto es Sumud.

Buen viento, Flotilla.

PER LA SUMUD, PER LA RESISTENZA CHE SIAMO (ITA)

Global sumud è la rottura degli argini.

Le barriere non reggono più: le letture diverse di un conflitto secolare si intrecciano e frantumano finalmente il silenzio.
È lo scacco matto che ribalta la partita: non abbiamo bisogno di chiedere permesso, siamo già oltre.
La flotilla non è solo legno e vele: è un dono, una dichiarazione di appartenenza a una scelta politica giusta e necessaria.
Abbiamo già vinto.
I carnefici di questo genocidio ci hanno riconosciuto come un nemico, identificato, minacciato, attaccato.
Ma la flotilla è ancora lì nel nostro Mediterraneo e noi a terra siamo centinaia di migliaia, gridando NO a un genocidio in diretta.

I migrantx mortx sono i nostri compagnx invisibili e silenziosi: i loro corpi respinti e abbandonati nella più pericolosa delle traversate, i loro nomi cancellati dall’oblio, dimenticati dai potenti ma vivi nella memoria di chi li cerca, risuonano in ogni onda. Sono parte del mare che ci porta e ci sostiene, della mano argentata che attraversa la notte.

I lavoratori portuali del Mediterraneo sono anch’essi parte del mare: mani e corpi che custodiscono e sfidano le correnti e che ora bloccano, minacciano, tengono sotto pressione il cuore produttivo di queste acque.

Le barche che navigano verso Gaza, come quelle che resteranno ferme, respinte dai porti se necessario, diventano quindi bandiere di ribellione, risposte viventi a quel grido muto, onde di coraggio che sfidano il silenzio e portano con sé la dignità di chi non si piega e non si arrende.

Sumud è restare, resistere, agire davanti alla barbarie.
È un gesto collettivo che abbatte le frontiere, una poesia scritta con acqua salata e sudore, una promessa che non può essere bombardata, sequestrata, torturata…
Sumud è il filo che ci tiene unitx attraverso mari e continenti.
La certezza che ogni porto negato genera mille altri approdi, che ogni nave fermata moltiplica il desiderio di navigare ancora sulla rotta della giustizia.
Non è solo resistenza: è un esercizio di futuro.
È la certezza che è la dignità che scrive la storia e che i popoli che scelgono di resistere sono già liberi, anche prima della vittoria.
E quando le nostre barche solcano il mare, non trasportano solo corpi: portano un mondo possibile.
Un mondo che non conosce muri, né assedi, né silenzi imposti.

Questo è il vento che ci spinge.
Questo è il mare che ci sostiene.
Questo è il nostro scacco matto alla barbarie.

E il nome di tutto questo è Sumud.
Buon vento.

Sudán, ¿por dónde empezar?

Texto de un compañero del Nodo Solidale, viviendo en Sudán, publicado en la revista digital Desinformemonos el 9 de septiembre de 2025.

¿Por dónde empezar? Por un relato. Quizás una reflexión que permita mirar el horror que se oculta en la arena sudanesa. Mirar de reojo nada más: porque, por más cerca que esté, no logro clavar la mirada.

Puedo dejar que el calor, el polvo y la muerte se me peguen a la piel desnuda, pero no que la atraviesen. Porque este es el relato de una catástrofe demasiado antigua, demasiado actual. Una historia de acuerdos que se rompen antes de firmarse, de lazos de hermandad quebrados en nombre del oro, del dominio, del poder.

Una historia que, mis queridos compañeros, resuena en la tierra martirizada de Chiapas.

Aquí como allá, la bestia que llaman crisis acostumbra ocultarse detrás de siglas y nombres. RSF. SAF. Zamzam. CH-95. El Fasher. Shell termobárica.

Aquí como allá, nombres evocados por reporteros se hacen carne y presencia, arrastran muerte, hambruna y catástrofe.

Aquí como allá,

la Hidra.

Kandakes

Kandake: título real utilizado en el antiguo reino de Kush para designar a una reina guerrera, evocada en contextos contemporáneos como símbolo de resistencia, fuerza y autoridad de las mujeres.

Sudán, 8 de abril de 2019

El régimen de Omar al-Bashir, en el poder desde hace 30 años, tambalea.

Después de años de represión y crisis económica, el pueblo estalla: tras el aumento del precio del pan, miles de sudaneses inundan las calles, en Atbara, Ghedaref, hasta Jartum.

En la capital, las manifestaciones se hacen masivas, todas están encabezadas por mujeres. Entre las barricadas y el humo de las llantas, el 70% de los manifestantes son estudiantas, madres, maestras, doctoras, vendedoras ambulantes.

Ante el patriarcado, la brutalidad de su ley moral, los latigazos, la mutilación genital y la segregación, Alaa Salah, 23 años, se hace vocera de la lucha. La Kandakeenciende a la multitud y desgarra el miedo.

“Las balas no matan, lo que nos mata es el silencio.”

Lejos de ser un símbolo, Alaa Salah es parte de un proceso colectivo que viene en camino desde hace años: las mujeres de Sudán ya han encabezado las revueltas en la historia reciente del país, en 1964 y 1985, y fueron protagonistas en la lucha por la igualdad y los derechos en los años 70, ahora se constituyen en la MANSAM, una plataforma que reúne mujeres de sindicatos y asociaciones civiles.

Exigen participación política, igualdad, una vida digna.

Tras 30 años de opresión genocida, el régimen cae. Las mujeres entran en la asamblea que deberá guiar la transición democrática.

Arde la esperanza.

Drones y janjawid

Janjawid: demonios a caballo. Milicias armadas árabes activas principalmente en Darfur, responsables de masacres, violaciones y saqueos .

Jartum, 25 de octubre de 2021

El general Abdel Fattah al-Burhan, comandante de las Fuerzas Armadas Sudanesas (SAF) e integrante de la asamblea para la transición democrática, declara el estado de emergencia y disuelve la asamblea.

Teme la exclusión del ejército en la gestión del Estado y la intolerancia de la sociedad civil hacia su rol.

Lo hace con el apoyo de Hamdan Dagalo (Hemedti), jefe de las Fuerzas de Apoyo Rápido (RSF), un cuerpo especial integrado por los janjawid, paramilitares de origen árabe ya tristemente famosos por el conflicto en Darfur.

Tras dos años de gobierno militar, la cohabitación entre al-Burhan y Hemedti se quiebra: el general no ve con buenos ojos el poder político-militar de RSF – tropas bien armadas y adiestradas, todas de etnia árabe – y quiere incorporarlas al ejército regular.

Esa propuesta es inaceptable para Hemedti, pues implicaría el fin de su poder, particularmente arraigado en Darfur, la zona más fértil y rica en minas de oro de Sudán.

El 15 de abril de 2023, en pleno Ramadán, estalla la guerra civil en Jartum.

No hay un frente, pues ambas fuerzas están desplegadas en todo el país. Comienza una guerra asimétrica, donde los equilibrios cambian rápidamente. La guerra estalla en las ciudades, los territorios urbanos se enfrentan calle por calle. La catástrofe para los civiles no tiene salida.

Clanes y familias se parten: de repente, el hermano puede ser enemigo, puede estar con RSF o con SAF. Miles mueren. La cuenta más cara la pagan las mujeres: el precio de la rebeldía es la violación en masa, la deportación, la esclavitud sexual.

En un latido, el poder ha borrado años de lucha.

Después de los primeros meses, aunque no hayan frentes fijos el mapa del paìs esta partido en dos: SAF – es decir, el Estado o lo que queda de él – pierde el control de Jartum y se establece en el oriente del país, moviendo la capital a Puerto Sudán, en el mar Rojo, único punto de entrada y salida del país tras la destrucción del aeropuerto de Jartum.

Aunque pierde la capital, SAF mantiene la supremacía aérea gracias al uso indiscriminado de drones que llegan del extranjero, principalmente de Turquía e Irán.

RSF se establece en Jartum y mantiene un control radical, sobre todo en Darfur, verdadero centro de su poder económico militar.

Por casi dos años no hay cambios significativos en la línea del frente, aunque SAF avanza lenta pero inexorablemente hacia Jartum, donde entrará en mayo de 2025.

La guerra no termina. RSF se retira a Darfur y crea un Estado paralelo, que amenaza con partir en dos a Sudán.

Hoy, 4 de septiembre de 2025, la guerra civil ha agotado los recursos humanos y económicos del país. Sudán sufre la peor carestía que la humanidad ha conocido desde las guerras mundiales. Una persona de cada cinco está desplazada, no posee nada más que lo que lleva puesto y no tiene dónde ir.

El precio de la comida rebasa los precios europeos. El fantasma del hambre está en la puerta.

Ambos bandos han cometido atrocidades innombrables: bombardeos de mercados y civiles, reclutamiento de niños soldados, saqueo y destrucción.

Es imposible contar cuántas mujeres han sido secuestradas, violadas, esclavizadas.

En las zonas occidentales del país, la violación se ha vuelto práctica común, en el intento de forzar la sustitución étnica.

As-ṣalātu khayrun min an-nawm.Rezar es mejor que dormir

Ṣalāt al-fajr: la oración del alba, primera de las cinco oraciones diarias prescritas. Se realiza poco antes del amanecer; es signo de vigilancia y devoción.

Puerto Sudán, una mañana de mayo, 4 a.m.

El llamado del muecín me despierta como siempre – pues supongo que para eso sirve. Suelo contestarle con un rencoroso “mierda”, pero hoy no.

Los drones han caído toda la noche sobre la ciudad, y me alegra escuchar su rezo. Sé que con el amanecer parará el bombardeo.

Otro día empieza, las columnas de humo son los únicos testigos de los drones.

En el desayuno, ninguno de mis colegas dice nada. Ya lo tenemos normalizado.

Los drones, la nueva arma de RSF, despegan desde Somaliland y llegan aquí, a Puerto Sudán, golpeando depósitos militares, instalaciones del gobierno, almacenes de gasolina, el aeropuerto.

De vez en cuando, la contraofensiva aérea de SAF acierta y se ve un estallido rojizo en el cielo nocturno.

Los drones de RSF, la defensa aérea de SAF.

No.

Los drones de Emiratos Arabes Unidos, la defensa aérea de Rusia y China.

¿Qué hay en Sudán más allá de polvo y desierto?

Sudán y la geopolítica del colapso

Colapso: Una disminución drástica de la población humana y/o de la complejidad política, económica y social, en una amplia región geográfica y durante un período prolongado.

Planeta Tierra, justo ahora

La guerra en Sudán no es un conflicto local. El desierto del Sahel y Sudán en particular se han convertido en un campo de batalla donde chocan intereses globales, una manifestación más de la guerra de desgaste integral que ya no se libra entre bloques ideológicos, sino entre corporaciones transnacionales, estados fallidos, milicias privadas y superpotencias en disputa por recursos y rutas.

Sudán es mucho más que arena. Bajo su superficie hay minas de oro controladas por grupos armados, tierras fértiles capaces de alimentar millones, yacimientos de uranio aún no explotados, y un acceso geoestratégico al Mar Rojo, por donde circula más del 12% del comercio marítimo global.

Quien controle Sudán, controla una porción del mundo que viene.

RSF recibe financiamiento directo de Emiratos Árabes Unidos, armas y drones a través de Somaliland, y apoyo logístico de redes transnacionales vinculadas al comercio ilegal de oro. SAF, por su parte, está respaldada por Rusia, que busca acceso al Mar Rojo para su flota militar.

Técnicos rusos asesoran la defensa aérea en Port Sudán, y aunque Wagner ya no existe oficialmente, sigue operando bajo otros nombres, con contratos mineros y presencia mercenaria. El 87% del armamento que utiliza SAF proviene de Rusia, lo que convierte al Kremlin en su principal proveedor de guerra.

Al interés de la industria de guerra se suma el valor de Sudán en cuanto nudo estratégico. China protege sus propios intereses logísticos: controla refinerías, participa en la extracción minera, desarrolla infraestructuras clave – como el ferrocarril, el puerto, las represas – y no quiere perder su inversión. Port Sudán y el Mar Rojo también le importan: un Sudán funcional es una pieza vital para el buen éxito de la Nueva Ruta de la Seda. China asesora la estabilidad de Sudán por puro cálculo comercial. Egipto, por otro lado, respalda a SAF por miedo: teme un Sudán roto y radicalizado. La presa del Nilo Azul está río abajo y El Cairo no puede arriesgarse a perder el agua que alimenta su subsistencia.

Lo que se libra en Sudán es una guerra por encargo, un despojo sin nombre oficial ni invasiones abiertas. Una guerra donde las grandes potencias externalizan la violencia: entrenan, financian, arman, saquean, y luego se retiran. La guerra civil en Sudán, como toda guerra, no es local. Es una más entre las muchas cabezas de la Hidra, otro despiadado intento de aplastar los pueblos, la memoria, la vida.

Aquí como allá, nos queda estar de pie.

Impedir que la memoria se pierda entre el viento y las arenas. Impedir que las mentiras oculten los rostros, las voces, los silencios y la verdad.

De aquí voy a empezar.

Giornate di lotta globali per Samir Flores

 

Video della giornata di lotta tratto da La Jornada

Il 20 Febbraio decorrevano 6 anni dall’assassinio di Samir Flores Soberanes.
Compagno instancabile nelle lotte territoriali ed ambientali contro la devastazione ambientale del Proyecto Integral Morelos.
Per approfondire clicca qui

Il 20 siamo stati sotto l’ambasciata messicana a Roma con il busto di Samir, mentre altri busti bloccavano la strada per cholula, venivano esposti a Parigi, a San Francisco, mentre si svolgevano azioni di protesta in moltissime città messicane.
Migliaia di Zapatisti si mobilitavano nei Caracol per ricordare Samir e per rivendicare giustizia

   

Nei link i racconti delle giornate di lotta su Radio Onda d’Urto e su Radio Onda Rossa

L’omicidio ancora è impune, ma si alza in tutto il globo un grido.
JUSTICIA PARA SAMIR FLORES SOBERANES.

Riportiamo la traduzione del comunicato del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra y el Agua Morelos, Puebla, Tlaxcala e Congreso Nacional Indígena.

Comunicato a 6 anni dall’assassinio di Samir Flores Soberanes, impunità e imposizioni regnano nel narcostato messicano. 

Questo 20 febbraio ricorrono 6 anni dall’assassinio del nostro fratello Samir Flores Soberanes, 6 anni dall’esplosione di un ennesimo proiettile contro la forza della ribellione e dell’autonomia. Non sono poche le pallottole vigliacche esplose e dirette contro la lotta per la vita che si solleva con dignità in migliaia di luoghi del pianeta terra, e quando una pallottola tocca un compagno come Samir, la morte diventa un seme, un esempio, memoria degna, ed è da lì che inizia a fiorire la giustizia dal basso, per il nostro compagno.

Perché di fronte alla tormenta, l’organizzazione, il fiore, il canto e la memoria saranno la nostra nave guida per ottenere giustizia collettiva per il nostro fratello Samir Flores Soberanes e la lotta per la vita. 

Quest’anno segna 13 anni di imposizioni per mettere in funzione il Progetto Integrale Morelos (PIM), 6 anni dal sanguinoso tradimento di López Obrador e della 4T nei confronti dei popoli originari del Messico e del vulcano Popocatépetl, 6 anni da quel 10 febbraio in cui Samir, insieme ai rappresentanti di decine di popoli colpiti dal PIM, hanno assistito al cambio di idea del Presidente che in campagna elettorale si era pronunciato contro il PIM e da quando è arrivato al potere lo ha sostenuto. Samir e il popolo hanno gridato a Obrador: “Acqua sì, termoelettrica no! Vita sì, gasdotto no! Esigiamo che tu mantenga la parola data e l’annullamento del PIM!”

López Obrador li ha additati in maniera furiosa: “che gridino pure, che gridino pure e che sventolino cappelli”, “radicali di sinistra, per me non sono altro che conservatori”, “ sono quelli che non votano e se lo sono già dimenticato, che invitano alla radicalità, e che non votando si comportano da conservatori”. Non sapevamo che quel giorno avrebbero lanciato il grido di battaglia, la condanna a morte del nostro compagno Samir, assassinato 10 giorni dopo. 

Il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra y el Agua ha denunciato la rete di potere e le relazioni che esistono tra gli autori intellettuali e materiali dell’omicidio di Samir, dove Obrador ha lanciato dall’alto i suo grido di battaglia, affinchè il superdelegato federale Hugo Erik Flores (avvocato degli assassini di Acteal e leader del PES) lo mettesse in atto, insieme agli impegni presi dall’ex governatore di Morelos Cuauhtémoc Blanco con il Cartel Jalisco Nuova Generacion “in cambio della pacificazione”, ordinando al gruppo criminale “Los Aparicio” di giustiziare Samir. 

Hugo Erik Flores è stato l’inviato di Obrador per gestire la consultazione sul PIM a Morelos e Samir lo ha fronteggiato, smascherando le sue menzogne davanti a centinaia di persone che hanno partecipato al forum del governo federale a Jonacatepec il 19 febbraio 2019, strappando applausi al pubblico. 

Da Radio Amiltzinko, Samir informava la zona orientale di Morelos e parte di Puebla sulle conseguenze del PIM e del tradimento di Obrador, che nel 2014 aveva detto: “Non vogliamo un gasdotto a Morelos, installare una centrale termoelettrica nella terra di Zapata è come installare una discarica a Gerusalemme, cosa succede a questi, sono dei pazzi”, parole più, parole meno. La sua voce amplificata contro il PIM e la sua coerenza sono costate la vita a Samir.  

Perché Samir? Perché ha commesso il peccato più grande che il potere non può tollerare: continuare a lottare quando le condizioni sembrano perse e risalire… costruire autonomia, continuare a lottare… La costruzione del gasdotto è stata imposta ad Amilcingo nel 2014 con la forza pubblica e gli spari sulla popolazione, 5 sono stati i feriti della comunità a causa dei proiettili e decine di poliziotti sono stati feriti dalle ondate di pietre lanciate dalla comunità. La popolazione si è difesa con ogni mezzo, ma il potere del governo-capitale era troppo grande di fronte a una sola comunità e sono riusciti ad interrare il gasdotto. Ma il popolo non è rimasto fermo, né sconfitto, anzi, si è svegliato di più, ha continuato a lottare, a festeggiare e a ribellarsi, a costruire altre radio, salute comunitaria, solidarietà, il governo basato si usos y costumbres, la difesa dei propri spazi educativi e la promozione di nuovi spazi educativi, come l’ultima richiesta che Samir ha lasciato in sospeso ad Amilcingo, (oltre alla cancellazione del PIM), una scuola preparatoria per la comunità. 

La violenza, l’illegalità, il razzismo e l’arbitrarietà con cui è stato imposto il Progetto Integrale Morelos hanno raggiunto la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), per cui nei prossimi mesi i popoli del vulcano e lo Stato messicano consegneranno alla CIDH le prove e le argomentazioni sulla problematica installazione del PIM in una zona a rischio eruttivo e senza il consenso dei popoli. Chiediamo giustizia per Samir e per i popoli del vulcano Popocatépetl!

In Messico viviamo praticamente in una situazione di guerra, centinaia di comunità e città sono sottomesse a un narco-stato che sta sfollando i nostri popoli, instillando terrore e disorganizzazione. Si uccidono e si fanno scomparire i giornalisti e le persone che difendono la madre terra e i diritti umani, oltre a migliaia di sorelle e fratelli del paese vittime del crimine organizzato e dal malgoverno. Si, c’è un narco-stato, Samir ne è la prova, l’omicidio di un difensore della terra da parte del narco-stato è un favore al capitalismo gringo, europeo e transnazionale a cui il PIM porta benefici.

Claudia Sheinbaum dice che non esiste un narcogoverno in Messico, ma la rete criminale dietro l’omicidio di Samir afferma il contrario, vediamo che al comando dei munici di questo narcogoverno ci sono gruppi criminali, che i comandi intermedi (governi statali) sono plurisegnalati nelle narcomantas e sono traditi dale loro foto con i leader dei cartelli della droga, Cuauhtémoc Blanco, ex governatore di Morelos e Hugo Erik Flores, ex superdelegato federale a Morelos inviato da López Obrador, ne sono un esempio così come centinaia di politici nel Paese, deputati, deputate, senatori, a tutti i livelli di governo, nei 3 poteri del Paese, c’è il narco-stato. Sorelle e fratelli ci chiediamo: che cosa faremo? Non ci resta che rispondere organizzandoci, immaginando, creando legami, senza lasciarci.  

Esigiamo progressi nelle indagini, nel processo, nella cattura e nella punizione degli assassini materiali e intellettuali di Samir e, soprattutto, CHIEDIAMO: 

  1. Lo smantellamento e la cattura del gruppo criminale “Los Aparicio” e punizioni per la loro partecipazione all’omicidio di Samir;
  2. Indagini, azioni penali e punizioni per gli autori intellettuali dell’omicidio di Samir, come Hugo Erik Flores, Cuauhtémoc Blanco e Andrés Manuel López Obrador; 
  3. La cancellazione del Progetto Integrale Morelos. 

Noi siamo la dignità ribelle, il cuore dimenticato della terra.

Samir vive, la lotta continua! Acqua sì, termoelettrica no! Stop alla guerra alle comunità zapatiste! Stop al genocidio e allo sfollamento della Palestina! Morte al narco-stato e al malgoverno! Morte al capitalismo, viva la vita! Viva i popoli del Messico e del mondo! 

Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra y el Agua Morelos, Puebla, Tlaxcala – Congreso Nacional Indígena

 

Fai click qui per  i video della mobilitazione delle basi d’appoggio zapatiste in memoria di Samir Flores Soberanes

Di seguito alcune delle immagini delle differenti azioni svolte nel mondo a 6 anni dall’assassinio di Samir