Questo articolo è stato scritto per la rivista ufficiale della quattordicesima edizione di Enotica Festival del Vino e dell’Eros, realizzato nel CSOA Forte Prenestino (Roma), in questo mese di marzo del 2026.
La mia terra, la tua terra
“El común zapatista” come proposta pratica anticapitalista
In molti sanno che il 1º gennaio 1994 un’insurrezione armata in Chiapas scosse non solo il Messico, ma anche i movimenti sociali di mezzo mondo. Erano gli anni in cui il blocco capitalista dichiarava “la fine della storia” e ostentava il suo trionfo sul comunismo di Stato, facendo evaporare indirettamente gli aneliti rivoluzionari di ampi settori popolari in lotta. Eppure, quella “piccola” guerriglia di migliaia di indigeni armati di fucili e passamontagna, riaccese la speranza e il fuoco della rivolta contro l’ultima brutale espressione del sistema capitalista: il neoliberismo.
Molti ricordano sicuramente il Subcomandante Marcos, la sua pipa fumante nella selva umida, le sue parole roventi di ribellione e filosofia maya, inevitabilmente romantiche, che hanno reso famoso l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e hanno diffuso in tutto il mondo le ragioni profonde di quella rivolta indigena: pane, terra, casa, lavoro, educazione, salute, dignità, giustizia, pace, indipendenza e democrazia.
Ma cosa è successo dopo? Oggi, a 32 anni da quel formidabile evento storico, cosa resta di quel movimento?
All’inizio del nuovo millennio, i riflettori dei media mainstream si sono gradualmente spenti e gli zapatisti sono passati di moda. Anche i movimenti, soprattutto in Europa, hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione verso altre lotte significative. In questo “silenzio” mediatico, l’organizzazione sociale zapatista si è consolidata e radicalizzata, creando un proprio progetto di autonomia che il governo messicano non ha mai voluto riconoscere ai popoli indigeni e che le comunità zapatiste hanno cominciato a esercitare unilateralmente. Oggi si contano circa un migliaio di villaggi zapatisti, tutti nello stato sudorientale del Chiapas, con la presenza dell’EZLN su un territorio di circa 20.000 km2. Si tratta di qualche centinaia di migliaia di persone, per lo più maya e contadine che vivono in una società parallela (e contrapposta) allo Stato messicano, senza dichiararne la secessione, sancendo piuttosto un’indipendenza politica nei fatti.
Fino al 2003, la struttura militare dell’EZLN amministrava e gestiva i territori liberati durante l’offensiva del 1994. Con il tempo, si crearono trenta Municipi Autonomi Zapatisti (MAREZ, acronimo spagnolo) che facevano riferimento a cinque Giunte del Buon Governo (JBG), insediate in altrettanti Caracoles, ovvero centri regionali di amministrazione autonoma. Nel 2003 si verificò una trasformazione importante: le forze guerrigliere, riconoscendo il proprio carattere intrinsecamente verticale e militare, cedettero la gestione territoriale alle forze civili dello zapatismo, dando vita a una separazione dei poteri inedita nella storia delle guerriglie marxiste latinoamericane. L’obiettivo era quello di favorire l’esercizio dell’autonomia politica in modo il più orizzontale possibile. Nel 2019 i Caracoles sono diventati dodici, favorendo la decentralizzazione delle attività politiche e assembleari del movimento. Infine, nel 2023, una nuova e radicale trasformazione della struttura zapatista ha abolito le Giunte di Buon Governo e i MAREZ, dando vita a una rete più capillare di Governi Autonomi Locali (assemblee locali dei villaggi zapatisti), coordinati tra loro dai Collettivi del Governo Autonomo Zapatista e dall’Assemblea dei Collettivi del Governo Autonomo Zapatista (l’assemblea generale di tutti i delegati di una zona che si riunisce solo per questioni non risolvibili a livello locale e regionale). Questa complessa “federazione” di villaggi è una struttura flessibile, ma salda su principi condivisi, tutti orientati al rafforzamento della democrazia diretta, alla tutela politica e sociale del ruolo delle donne, al rispetto profondo della natura e alla difesa del territorio contro la penetrazione di progetti estrattivisti o capitalisti in generale.
In poche parole, gli uomini e le donne zapatisti, con la creazione di scuole e cliniche autonome, stanno costruendo e vivendo un “altro mondo possibile”, in cui il salario è stato abolito e la rappresentanza è considerata un servizio comunitario rotativo e non retribuito. Non senza contraddizioni e con infinito sforzo (che deve anche affrontare gli attacchi narco-paramilitari, favoriti dallo Stato messicano, per minare la loro resistenza), i contadini e le contadine del Chiapas hanno creato un’alternativa reale ai modelli sociali e economici statali e capitalisti, così come dall’altra parte del pianeta, i popoli curdi in Rojava hanno costruito una società egualitaria nel deserto dei fondamentalismi. Gli aspetti di questa organizzazione sociale “altra” sono moltissimi e meriterebbero un’analisi che qui non possiamo approfondire, ma partendo da un punto che l’EZLN stessa considera prioritario, vorremmo raccontare della gestione collettiva della terra, cuore e motore dell’autonomia zapatista.
La Riforma Agraria, sancita dalle conquiste della Rivoluzione del 1910 che in qualche modo ridistribuì 31 milioni di ettari ai contadini messicani, non era mai stata del tutto applicata in Chiapas, a causa della forte capacità di resistenza dell’oligarchia locale, ferocemente conservatrice e ancora legata alle dinastie spagnole del tempo della Conquista. Fu solo a metà degli anni Novanta, subito dopo l’insurrezione armata, che la geografia politica ed economica del Chiapas venne ridisegnata dal basso: le azioni dirette dei contadini contro il latifondo sfociarono in centinaia di occupazioni che, cacciando i vecchi e ricchi terratenientes, portarono a una ridistribuzione dal basso della terra e alla creazione di nuovi villaggi, dove prima sorgevano le ville dei signori e i dormitori dei loro braccianti. Si stima che circa duecentomila ettari siano stati “recuperati”, ovvero strappati ai colonizzatori e riappropriati dai popoli nativi, la maggior parte dei quali era organizzata nell’EZLN. I zapatisti definirono senza mezzi termini questo processo, inizialmente armato, una “riappropiazione originaria dei mezzi di produzione sui quali è stato possibile costruire tutto il resto”. Per i popoli indigeni della regione, però, la terra è molto più di un semplice mezzo di produzione: è territorio sacro, è madre che nutre, è sudario che avvolge gli antenati, è casa condivisa con tutti gli altri esseri viventi. Tuttavia, queste centinaia di migliaia di ettari “in mano al popolo” rappresentano la base materiale delle condizioni di esistenza delle migliaia di persone affiliate allo zapatismo (e non solo).
Queste terre sono state assegnate a diversi nuclei agrari che le gestiscono tramite la propria assemblea, con un modello simile a quello dell’ejido, riconosciuto dalla Riforma Agraria. Nessun zapatista possiede legalmente la terra all’interno del proprio nucleo, che non può quindi essere venduta o ipotecata. La proprietà è intesa solo come possesso comune e, pertanto, ogni nucleo familiare riceve una parcella per uso domestico. Le terre restanti sono adibite sia a coltivazioni collettive (i cui turni di lavoro sono a rotazione e il cui raccolto viene distribuito o venduto in base alla decisione dell’assemblea di tutti i partecipanti del nucleo agrario) sia a spazi pubblici silvestri (boschi non deforestabili, lagune e fiumi lasciati per la rigenerazione idrica del suolo e per garantire l’accesso all’acqua potabile alla comunità). In tutto il territorio zapatista è proibito l’uso di fertilizzanti o diserbanti chimici e la produzione di concimi naturali o pesticidi biologici è affidata a gruppi di promotores de agroecologia, nominati in assemblea in ogni villaggio, con l’obiettivo di migliorare la produzione agricola senza danneggiare il suolo o compromettere l’ecosistema. Il prodotto più coltivato è il granturco, cereale simbolo della cosmovisione mesoamericana, tanto che le popolazioni native sono solite definirsi “figlie del mais”. Tuttavia, il mais non viene coltivato come monocoltura, ma in un sistema di agricoltura sinergica chiamato milpa, in cui il mais funge da sostegno per i fagioli, entrambi protetti dal peperoncino, mentre le ampie foglie delle zucchine, delle zucche e del chayote mantengono il terreno umido e privo di erbacce. La milpa è lo spazio sacro del contadino maya, il nucleo spirituale e materiale della sua autosussistenza, nonché la metafora della logica solidale della comunità indigena intesa come soggetto collettivo: si è ciò che si è insieme, perché ognuno cresce ed esiste grazie allo sforzo del prossimo. Spesso le parcelle famigliari sono coltivate insieme al vicino e un parente aiuta l’altro e viceversa, in un sistema chiamato “mano vuelta” o “cambio de mano”, dove concretamente una mano aiuta l’altra.
Il lavoro collettivo di queste terre travalica la comunità locale e coinvolge, in un complesso sistema di turni, anche campi coltivati e gestiti a livello regionale, i cui raccolti servono a mantenere le vedove, gli anziani senza famiglia e, soprattutto, a finanziare le spese del governo autonomo, delle cliniche e dei centri di formazione locali. Uno dei pochi prodotti esportati e venduti sul mercato nazionale per questi scopi è il caffè, che germoglia facilmente nelle montagne boscose del Chiapas e attorno al quale si sono create numerose cooperative autonome di piccoli produttori. Quindi, gli uomini e le donne zapatisti non pagano le tasse, ma si alternano nella cura e nella lavorazione dei campi per risolvere, sia a livello alimentare che economico, i bisogni di tutta la popolazione che aderisce al progetto autonomo. Un welfare state contadino e autogestito.
Ma nel 2023 la società zapatista radicalizza ulteriormente questa concezione della proprietà sociale della terra. Dopo un lungo dibattito, in parte reso pubblico, sulla contraddizione irrisolvibile tra l’aumento della popolazione e l’assegnazione sempre più ridotta di parcelle ai contadini secondo i criteri istituzionali della Riforma Agraria, gli zapatisti lanciano una proposta chiamata “El Común”. Si tratta di un tentativo dal basso per ammortizzare la crisi economica della regione, ridurre la frammentazione esponenziale causata dalla privatizzazione delle parcelle e, di conseguenza, frenare la forte migrazione giovanile verso gli Stati Uniti o il reclutamento nel crimine organizzato, viste come uniche opzioni di fronte alla mancanza di condizioni sufficienti per una sopravvivenza dignitosa. I villaggi zapatisti aprono dunque le proprie terre (e non solo) a chi ne ha bisogno e desidera coltivarle, senza distinzioni fra membri dell’EZLN e non, rendendo coerentemente reale lo slogan del rivoluzionario Emiliano Zapata: “La terra è di chi la lavora”. Gli ettari di terra recuperati durante l’insurrezione vengono quindi messi a disposizione di tutta la popolazione rurale per la coltivazione collettiva, a condizione che vengano rispettati i principi definiti dall’organizzazione zapatista: la terra non può essere lottizzata, venduta o affittata; non possono essere coltivate piante per stupefacenti o assegnate a progetti di monocolture promossi dal governo federale e dalle imprese; i turni di lavoro, il calendario agricolo, le regole specifiche e la ripartizione del raccolto sono definiti dall’assemblea degli agricoltori e delle agricoltrici partecipanti, senza interferenze da parte di attori esterni.
“El Común” quindi mira a rafforzare il tessuto sociale comunitario, al di là dell’affiliazione o meno al progetto zapatista, e a risolvere il problema della sovranità alimentare dal basso per le popolazioni locali, con una proposta che, nei fatti, si rivela radicalmente anticapitalista, in quanto nega il principio di proprietà della terra, il suo uso individualista e la depredazione chimica da parte delle grandi imprese. “Todo para todos, nada para nosotros” era uno degli slogan della ribellione zapatista del 1994. “Tutto per tutt*, niente per noi” è ancora oggi la realtà di un mondo diverso, solidale, egualitario di questi uomini e queste donne “del colore della terra”.
Tutto ciò ci è stato riportato con una narrazione corale nell’Encuentro de Resistencias y Rebeldías, uno dei periodici incontri internazionali zapatisti, realizzato nei pressi del Caracol de Morelia. Dal 2 al 16 agosto 2025, circa 800 persone provenienti da 30 Paesi del mondo hanno convissuto, dialogato e scambiato idee e progetti di resistenza con oltre mille persone giunte in rappresentanza dell’EZLN, tra cui contadini, miliziani, promotores, donne delle cooperative e comandanti (e bambini che correvano ovunque). I temi proposti dall’EZLN e affrontati dalle decine di organizzazioni e collettivi presenti riguardavano: la distruzione della natura, gli attacchi alla diversità in tutte le sue forme, la distruzione delle identità culturali, dei popoli e delle comunità, la resistenza nell’arte e nella cultura, la migrazione, il razzismo e la segregazione, le guerre e la distruzione della vita in tutti i suoi aspetti. In quella verde valle, cuore del territorio ribelle di questi indomiti popoli maya, l’idea del “Común” ha però superato i tavoli di lavoro e le discussioni politiche delle numerose commissioni presenti, trasformandosi in pane, tortillas e fagioli garantiti per tutti, diffondendosi nelle aree del campeggio, nelle mense, nei bagni collettivi e nei prati fangosi, dove ci si scambiava i contatti in lingue diverse, si condividevano risate, coperte, impermeabili, ironia e sogni, ovvero si condivideva la vita nella sua forma più diversa, ribelle e collettiva.
Nodo Solidale – nodosolidale.noblogs.org